EUROPA UNITA O NUOVO TOTALITARISMO? di Alessandra Micheli

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Nel 1918, un grande uomo di nome Woodrow Wilson si presentò davanti al senato degli stati uniti con un discorso importantissimo che rappresentò sia una speranza per un nuovo ordine mondiale, sia una sfida. I famosi 14 punti mostrarono la possibilità di stati democratici di basare la libera espressione della propria unicità sul sacro principio dell’autodeterminazione. Nessuno stato, nessuna potenza avrebbe mai più dovuto sfruttare gli altri popoli ma avrebbe liberamente cooperato uno con l’altro, per creare un mondo unito non dall’omologazione, temuta dal grande Toqueville, ma dalla varietà della differenza. Ogni divisione sarebbe crollata davanti alla necessità di un mondo che, come un meraviglioso mosaico etrusco, partecipasse attivamente, portando la sua unicità a creare una sorta di mondo non unitario ma interconnesso. Un mondo dove la creatività, il rispetto e una sorta di venerazione della differenza, sarebbe stato un muro contro l’oppressione. Il sogno era di creare una terza via identitaria, laddove le culture, le tradizioni potessero dare vita a un modo di vivere totalmente originale e fuori dagli schemi, una sorta di nuova “razza” basata unicamente sulla consapevolezza di essere, in fondo, esseri umani. La biodiversità era la chiave di volta dell’ambizioso progetto wilsoniano.

Ma non solo.

Questa capacità di amare la diversità, era anche alla base dei primi progetti europei. Consapevoli della verità espressa dai grandi storici, ossia che nessuna cultura è totalmente autoctona, e che non esiste davvero una cultura totalmente pura, se non come idealtipo totalmente scientifico atto a facilitare gli studi accademici, si pensò a unire queste popolazioni in un unico agglomerato che ne esaltasse il diverso potenziale e si riunisse attorno a valori universali, gli stessi che Sant’Agostino chiamò verità eterne.

A cavallo tra i due conflitti mondiali vi furono tentativi sporadici di proporre la creazione di una confederazione di stampo europeo. Questi si infittirono nel 1943-44 soprattutto in Francia e in Italia finché nel Maggio del 1948 al congresso europeo tenutosi all’Aja nacque il movimento federalista europeo presieduto da Winston Churchill Leon Blum, P.H. Spaak e Alcide de Gasperi. Uomini politici, statisti, prospettarono l’unità dell’Europa come mezzo per scongiurare altre guerre; ciò fu forse il ricordo delle tragedie della II guerra mondiale o il costante clima di tensione fra le due superpotenze o ancora la sensazione di non essere liberi in casa propria (dipendenti dal punto di vista sociale, economico e politico) spinsero a intensificare gli sforzi per costruire le basi di una confederazione europea.

Iniziata con una semplice cooperazione economica e monetaria tra alcuni paesi e di scarsa partecipazione popolare, con la fine del sistema bipolare si poté assistere a nuovi e interessanti sviluppi che portarono negli anni 80-90 alla costituzione della comunità europea sancita a Maastricht nel 1992. Questo lungo processo, iniziato con qualche difficoltà è principalmente improntato alla coesione armonica e alla solidarietà degli stati membri per perseguire lo sviluppo sociale economico e politico degli stessi. Una sorta di patto di fratellanza tra stati che si riconoscono partecipi di una determinata forma di civiltà, uniti da un sentire comune di impronta illuministica. Infatti, il concetto di Europa non presta attenzione solo a elementi geografici politici o economici. Il concetto di Europa e di europeo è un concetto in cui, da sempre, predomina l’elemento morale. Pertanto, si fonda su una contrapposizione classica: noi e loro ed è opera ed eredità del pensiero greco (la coscienza europea contro il dispotismo asiatico).

Nel medioevo il senso di una cultura diversa, raffinata e superiore ereditata dal pensiero greco, si arricchisce di un ulteriore elemento quello religioso. Il colto cristiano contro il barbaro pagano. Si giunge all’elaborazione di valori e principi europei fondati sulla tradizione classica, il culto del diritto romano e la pietas cristiana come accento posto sul primato dell’uomo (non della donna. Questo concetto, opportunamente ripulito dalla componente religiosa, condurrà alla concezione volteriana. La prima formulazione d’Europa come comunità con caratteri specifici di ordine morale la si deve a Niccolò Macchiavelli. Nel suo pensiero l’Europa si distingue non solo per cultura morale, ma anche per la propria caratteristica organizzazione politica di tipo permanente. Dal 600 in poi il concetto perde la sua componente religiosa di matrice cattolica e la riflessione sull’Europa diventa una feroce critica contro la religione. È, infatti, la superstizione religiosa che porta al fanatismo e con i suoi ferrei dogmi, ostacola il progresso umano, la scienza e la filosofia (vi è il passaggio dal concetto di religione come custode supremo dei valori morali a seminatrice di discordia e disordine). E’ a questo punto che per merito dell’opera Esprit de Lois, si innesta il concetto delle libertà germaniche (ossia una monarchia temporale o costituzionale). Nel 700 si innesta un ulteriore elemento che avrà un notevole peso nei moderni sforzi dell’integrazione europea: l’idea che l’unità si articoli non nell’omogeneità sociale e culturale ma nella varietà. E’ questa che permette di esaltare l’unità e le singole civiltà nazionale. L’unità si manifesta nell’accettazione di un volere comune, nelle aspirazioni dell’uomo alla pace, all’armonia. Tutto questo senza soffocare le singole civiltà nazionali. Si sviluppa il concetto del volontarismo: è la volontà di aderire a un progetto politico, sociale ed economico pure se con le proprie caratteristiche nazionali.

In questi concetti, però, esiste anche un altro elemento: quello del primato della nazione che funge da esempio, da guida e da modello. Per molti filosofi esso spettava alla Francia. La Francia, patria della rivoluzione intellettuale e politica, è stata da sempre terreno fertile per nuove idee, basti pensare all’ethos della popolazione gallica portatrice di una democrazia ante litteram, alla dinastia merovingia baluardo di una concezione del potere limitato da una legge superiore, ai catari che nella Linguadoca svilupparono un vero e proprio rinascimento, non si possono ignorare sicuramente i molteplici simboli politici e culturali che poi furono presi d’esempio presi ad esempio da quasi tutte le società. Dall’illuminismo alla rivoluzione, dalla Francia è esplosa una forte carica di rinnovamento posto a metà strada tra progresso e tradizione. Molti conservatori e monarchici, furono fervidi sostenitori del rinnovamento della Francia un rinnovamento che, forse, doveva ristabilire l’antico ruolo storico di guida e modello per tutti gli stati d’Europa. Una confederazione europea che fosse guidata proprio dal paese che per primo si era ribellato alla decadenza, senza peraltro dimenticare né rinunciare alla propria tradizione. In questo senso esso rivendicava sì un progresso culturale e spirituale, ma nell’ambito di un conservatorismo politico basato sulla tradizione della Monarchia Sacra, in cui il potere era limitato sì dalle leggi, ma rimaneva intatto e puro, non compromesso dai bisogni economici, fisici e inferiori di una democrazia che minacciava di ridurre la varietà all’omogeneità.

Secondo la teoria aristotelica, infatti, la democrazia non era vista in senso positivo. In quanto governo di tutti, essa in realtà, era governo di nessuno. Colpevole di sminuzzare il potere in singole frazioni, poteva rischiare di diventare governo di una parte, la maggioranza, mettendo le stesse parti di un corpo sociale uno contro l’altro. La democrazia divideva, pertanto, l’indivisibile.

Inoltre, mentre la monarchia è il governo di uno soltanto (scelto poi in molteplici modi per diritto divino, per elezione) la democrazia è letteralmente governo del popolo.

Ma il problema è la definizione di popolo: chi è in sostanza il popolo?

A chi spetta il diritto a esercitare il governo?

E come può il popolo governare?

La democrazia diventa così un concetto elastico, troppo elastico la cui messa in pratica, in fondo, si sostanzia in una oligarchia o addirittura una monarchia mascherata.

La democrazia può essere sviluppata soltanto grazie all’istituto della rappresentanza: il popolo delega a un rappresentante il potere che teoricamente è in suo possesso. Il governo viene, dunque, legittimato dal consenso popolare. Ma il problema rimane sempre nella definizione id popolo. Un termine troppo generico e troppo vasto, troppo onnicomprensivo. Nel popolo, infatti, tutto coinvolge ma non tutto è buono: interessi personali, frustrazioni, bisogni, rivendicazioni, valori sensibilità. Ma se il potere è del popolo non tutto il popolo lo potrà esercitare. Come dire che quegli stessi bisogni, quelle stesse sensibilità potrebbero entrare in contrasto tra di loro.

La varietà nell’unità è un bel concetto ma di difficile applicazione pratica. Ecco che il problema, nelle grandi democrazie, si risolve nel dominio della maggioranza. L’unico handicap di questo procedimento è che così facendo, non si ha più la democrazia. Anche nella definizione di popolo alla fine si crea sempre una sorta di discriminazione poiché una componente verrà, comunque e sempre, esclusa.

La democrazia rappresentativa, in sostanza, si distingueva dalla monarchia solo per una mera questione formale, ossia nell’individuazione di chi legittimava la posizione di supremazia, di chi e secondo quali modalità fornirà il mandato a governare.

Ecco che emersero, durante gli anni gruppi, partiti politici legati a un concetto istituzionale che faceva della monarchia il solo sistema in grado di risolvere contraddizioni e riportare l’intero continente europeo agli antichi splendori. E questo sostegno si traduceva, in sostanza in un opposizione sostanziale, non tanto a una teoria della gestione del potere politico, quanto ad una concezione del vivere sociale in senso lato.

Un esempio?

La democrazia si concreta non tanto in una forma di governo, ma nella presenza in esso di alcuni principi fondamentali quali la partecipazione, il pluralismo, le libertà civili e politiche, la tutela delle minoranze, il sistema della maggioranza e la capacità di essere sovrani di se stessi. Ma se a tutti la democrazia garantisce tale capacità, non tutti sono maturi al punto giusto per esercitarli.

Secondo Toqueville, la democrazia con la sua ossessiva protezione del pluralismo e dell’uguaglianza, finisce così per promuovere la globalizzazione dei diritti, che vengono percepiti come dovuti anche da chi, in fondo, non è degno né in grado di comprenderli. Se gli uomini sulla carta sono uguali nella pratica, non lo sono nell’evoluzione umana e spirituale, né nella volontà di superare i limiti. Così come gli uomini, anche i paesi non sono tutti uguali nella loro maturità, non tutti, cioè, sono in grado di rinunciare ai propri interessi particolari in favore di una volontà, per dirla alla Rosseau, generale. Pertanto il progetto di una confederazione europea sarà in pratica sempre elitario, con una o più realtà che si porranno alla guida e di fatto avranno influenza maggiore sulle decisioni eventuali. Questo in virtù di una presunta maggiore maturità civile o politica, o un maggior effettivo peso economico.

Nella genesi dell’CE stessa si sono cosi susseguiti paesi che hanno ambito a essere i capi spirituali o economici di questa compagine di stati, convinti di essere in possesso di tutte le caratteristiche necessaria a porsi in una posizione di rilievo rispetto a altri come.

Ma, in un’idea che faceva del rispetto della differenza e dell’esaltazione delle singole potenzialità in vista di un bene comune poteva mai sopravvivere alla trasformazione in una gestione gerarchica e settoriale del potere?

Poteva mai reggere l’intero impalco degli antichi splendori della primigenia comunità europea alla distorsione stessa della sua natura, in base a una convinzione, tutta da dimostrare dell’esistenza di caratteristiche privilegiata che si ponessero come unici custodi del patrimonio culturale?

La democratica idea di una compagine di stati uniti soltanto da valori universali sta degradando verso un’autocrazia. E questa è a un passo dal totalitarismo. E ne è dimostrazione la costante, incessante creazione di un nemico, interno ed esterno che minaccia i nostri confini, confini che, in fondo, sono soltanto immaginari. L’immigrazione, elemento indispensabile per la sopravvivenza stessa di uno stato, in quanto immette nelle rigidità sociali che con il tempo si cristallizzarono in immobilità economica e sociale, fu patrocinata dagli stessi stati e governanti che, oggi, cavalcano l’onda della crisi, sviluppando una teoria populista che annulla le differenze e quindi la stessa idea di Europa per sostituirla con l’idea di un’oligarchia finanziaria.

In questo mondo che perde parti di se stesso la rigenerazione morale e sociale, tanto decantata è soltanto la trappola pensata per ingabbiare, nuovamente, il popolo e privarlo della sua stessa radice profonda, quella dell’autodeterminazione. E il progetto tanto caro a noi sognatori, di un nuovo ordine mondiale, si infrange nell’assistere alla reiterazione costante di comportamenti distruttivi, cosi come ben ci indica Ruben Trasatti nel suo libro morte di stato

«Ma quale futuro? Quale?» interruppe il ragazzo, con tono aspro. «Quello delle frontiere chiuse, dei mille muri alzati, del mancato scambio culturale, dello Stato che uccide delle persone pur di risparmiare? Si rende conto di quante cazzate sta dicendo? Ai suoi figli non sta dando nessun futuro, lei gli sta restituendo un brutto passato

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“Sulla strada” di jack Kerouac. A cura di Beniamino Malavasi

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Per una singolare, quanto fulminea, associazione di idee materializzatasi durante la lettura di “Sulla strada” mi son chiesto cosa avrebbero pensato il conte Mascetti, il Melandri, il Necchi, il Perozzi e il prof. Sassaroli, di questi loro antesignani statunitensi alla perenne ricerca, al pari degli amici fiorentini, di quel “qualcosa” impossibile da definire ma in grado di tormentare l’animo di chi ne è vittima. Alfeo Sassaroli altero come Carlo Marx; Raffaello “Lello” Mascetti, vero protagonista del romanzo, il “leader”, con le sue irrequietudini, simil Dean Moriarty; Rambaldo Melandri, il più borghese, bisognoso di stabilità, sempre pronto a farsi trascinare nel turbinio dei progetti degli amici (Mascetti/Moriarty su tutti), novello Sal Paradise.

Il viaggio (Kerouac), gli scherzi (“Amici miei”), sono, in entrambi i casi, manifestazioni di disagio, di voler essere altro; disagio che in Kerouac è accentuato (in un perverso meccanismo di causa-effetto) dallo sprofondare dei protagonisti nell’alcool e nella droga.

Ancora (e per rimanere nel solco della grande narrativa statunitense), qui il tema del viaggio ha valenza ben diversa rispetto a quella di “Furore” di John Steinbeck; solo un decennio separa le due opere ma è un decennio greve: Grande Depressione, Seconda Guerra Mondiale, Guerra di Corea, sono gli spartiacque tra il capolavoro di Steinbeck e il romanzo “cult” di Kerouac, tra il messaggio di speranza del Premio Nobel e gli interrogativi del padre della “Beat generation”. Non per nulla Kerouac non può esimersi dal citare, seppur brevemente, Steinbeck e l’altro suo capolavoro “Uomini e topi”; così come non può esimersi dal citare (più volte), facendolo assurgere quasi a suo nume tutelare, un altro Premio Nobel per la letteratura (anch’egli statunitense): Ernest Hemingway.

Jazz, be bop, persino il mambo: è la colonna sonora che accompagna Sal Paradise (l’identità assunta dall’Autore nel suo romanzo) “on the road” attraverso gli Stati Uniti (e il Messico); e il suo interfacciarsi con gli amici e con i vari personaggi incontrati lungo la strada è quello che lo stesso Kerouac definisce “prosa spontanea”: un linguaggio semplice, diretto, non ricercato, appunto “spontaneo”.

Una struttura narrativa peculiare, altra rispetto agli schemi classici (ad esempio: il citato “Furore” di Steinbeck o anche i testi di Hemingway per rimanere agli autori menzionati “Sulla strada”) e ciò, se da un lato ha giustificato la difficoltà a trovare un editore pronto a scommettere sull’Opera in esame (“On the road” è del 1951 ma è stato pubblicato negli U.S.A. solo nel 1957), dall’altro lato ha colto in pieno il desiderio di uscire, di cambiare, della generazione appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale (e di lì a poco di nuovo in guerra nella penisola coreana).

Ma oggi, nel 2018, che cosa rimane di “On the road”? Quasi settant’anni sono trascorsi dalla sua nascita, il mondo è cambiato, la visione del mondo è cambiata e, di conseguenza, anche l’approccio ad un testo, di fatto, “ad personam” come quello in discorso non può che essere diverso da quello del 1951. Invero, ad un lettore attuale la scrittura appare ripetitiva, la progressione delle pagine sa di “già visto” e l’unica recriminazione che suscita il finale, amaro, è di essere giunto troppo tardi…

“Sulla strada” è uno di quei romanzi che va visto, letto e “tenuto” nella sua epoca; cercare di modernizzarlo o di interpretarlo con gli occhi del presente rischierebbe soltanto di privarlo del suo significato, di derubricarlo ad opera di serie C, e ciò a detrimento di un movimento culturale importante quale è stata la “Beat Generation”.

Da ultimo, un piccolo suggerimento: si consiglia la lettura di “Sulla strada” affiancando al libro un atlante geografico; Kerouac è preciso nell’indicare le località attraversate nei suoi viaggi e, tenendo conto che i mezzi di trasposto di fine anni ’40 non sono certo paragonabili agli attuali, seguire le sue peregrinazioni sulla carta aiuta a comprendere meglio la sua opera.

 

“Morte di Stato” di Ruben Trasatti, self publishing. A cura di Alessandra Micheli

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Avvertenze.

Questa sarà una recensione fuori dai miei rigidi canoni oggettivi. Perché di fronte a un libro che parla di noi, della nostra società e del futuro che stiamo donando ai nostri figli, non si può restare indifferenti. Questo è un libro potente e importante, sicuramente scomodo, un pugno nello stomaco a tutti coloro che, senza accorgersene, vengono addormentati dai Media e delle notizie distorte. Vorrei davvero che provaste la stessa mia emozione, rabbia dolore e che possiate riconoscere gli stessi pericoli che stiamo vivendo. Quegli insiti nelle facili parole, nei piccoli dettagli, in una comunicazione che è totalmente patologia in ogni sua componente. Stiamo dividendo. Stiamo di nuovo creando una netta gerarchia, noi e loro. Ci stiamo di nuovo facendo possedere dagli stereotipi che divengono realtà e verità e non più semplici mezzi di comprensione. Di nuovo confondiamo la mappa con il territorio.

Svegliatevi.

Vi stanno ingannando, vi stanno rubando la coscienza.

E senza coscienza non sarete mai più liberi.

Alessandra Micheli

 

 

 

Scrivo questa recensione, proprio mentre a Macerata si compie un atroce ritorno al passato, un deja vu che non vorrei mai aver provato. E mi chiedo quanto il libro di Trasatti sia davvero fantapolitica. A me sembra un monito che avverta anime evolute a stare attenti, attenti alla faciloneria da stadio, alle soluzioni immediate alla costante, depravata creazione del nemico. E’ la civiltà occidentale che va difesa, urlano dal pulpito i politici di turno, adoranti dalla scintillante corazza del populismo.

Prima gli italiani degli immigrati!” si sente urlare con forza.

 E gli altri?

 Gli altri, beh pazienza. Sono solo scarti, gente senza volto, senza storia, solo nomi anzi privati anche di quello. Indicati con la provenienza come se essa fosse atta a descrivere l’interezza di un essere umano che è per sua natura sfuggevole e sfaccettato. Fa male sentire che per indicare il crimine si usa la provenienza, come se un Lombroso risorto avesse trovato il modo per dividere il sano dal marcio. Come se evidenziare che le caratteristiche fisiche o etniche determino la patologia nella mente che porta alla devianza e alla delinquenza.

E come non possono venirmi in mente i protocolli dei saggi di Sion?

Con posso non ricordare le orride vignette che misero alla berlina milioni di persone rei di avere una religione diversa?

Come non posso ricordare il dramma dei cagot?

Tutti colpevoli di essere diversi, diversi dal facile schema che consente all’uomo di restare fermo a venerare il dio della forma, perché la forma non cambia mai, resta sempre uguale e fedele a sé stessa. E’ la sostanza che simile a un vento sconvolge il nostro ambiente mentale, che erode montagne, che modifica il paesaggio. E la sostanza che muta, muta la nostra essenza di uomini, in un costante anelito all’evoluzione. Creare il nemico è il reiterare le comode abitudini, è il mantenere in vita un modello sociale anche quando questo è pieno di toppe, è agonizzante, un morto macilento che cammina. Creare il nemico è l’unico modo che ha una dittatura di sopravvivere.

Trasatti con penna crudele delinea una storia che rischia di essere il nostro domani. Ci racconta di un mondo orrorifico, dove l’Europa non è quel beato sogno partorito dalla mente dei grandi filosofi, ma è un abominio scaturito della più turpi passioni, dai più oscuri desideri. E’ un Europa dove la vita del singolo non conta se non in funzione della sua produttività, dove il risparmio e un finto benessere sono solo dei miraggi. Conta il potere, conta la scalata al successo, conta il controllo sociale effettuato tramite l’atroce legge che sancisce la morte di stato. Un cittadino, svuotato della sua importanza, diviene solo numero, solo oggetto e non più soggetto, da sfruttare fino alla fine, per poi gettarlo via, come un vecchio arnese oramai inutilizzabile. È la morte del singolo a favore di una volontà generale che si basa soltanto sull’elemento utilitaristico, non più sui valori etici come la creatività, l’esperienza, il rispetto totale della vita, l’impegno a un’esistenza ricca e soddisfacente. Non si cura il cittadino né a livello sanitario, né a livello umano, lo stato abbandona ciascuna componente a se stessa, la spersonalizza, la priva della sua umanità, la sfrutta. E per esercitare questo controllo attua una vera e propria de-sodalizzazione delle comunità che divengono isola a sé stanti, indipendenti una dall’altra. Si instaura il sospetto, si alimenta la paura dell’altro, si spezzetta un’unità in tanti piccoli frammenti dominabili e manipolabili tramite i mezzi di comunicazione di massa.

La comunità europea appare unita, non grazie alla comprensione di quanto cooperare sia importante, non sulla base di una forma mentis che fa delle teorie sistemiche, quelle che considera l’insieme delle varie componenti di un organismo ugualmente indispensabili l’una all’altra per sopravvivere. Non parla di cibernetica o di teoria batesoniana, ma di paura.

L’Europa si unisce perché ha paura. Paura dell’altro, paura di sé stessa, paura di quel mondo che crolla perché è necessario che si trasformi. In cambio del finto benessere chiede candidamente una semplice moneta: la coscienza. E cosi il disperato essere umano, quello che dio ha fatto cosi grande, più di angeli e stelle, perde un pezzo di sé e si aggrappa disperato al dio denaro, al dio che produce ma che non crea. L’Europa è solo un fantoccio per mantenere in vita l’interesse, l’unico che fa ancora muovere questi corpi stanchi. E per mantenersi allontana tutto ciò che minaccia questa perdita costante di coscienza, il diverso e quindi l’incontro con l’altro e la vecchiaia, quella parte tanto venerata da ogni cultura poiché custode e memoria di ogni tradizione, del bello come dell’orrore.

Ecco cosa ho letto. L’incubo e la probabilità di un mondo che si ripara dietro il populismo, dietro paroloni altisonanti, ma che perde memoria e identità.

 

«I nostri antenati hanno versato il loro sangue per combattere un nemico. Siete voi che non riuscite a vedere il nuovo nemico che ci invade, che ci attacca, che ci ruba ciò che abbiamo» disse una donna piazzatasi nei pressi della fontana. 

«Brava! Faglielo capire!» gridò qualcuno per supportarla.

«Signora, si è mai chiesta come ci vedevano in America ai tempi delle grandi emigrazioni di massa? La maggior parte degli italiani venivano sottoposti a rigidi controlli, emarginati nei bassifondi delle città, costretti a subire vessazioni. Col tempo le cose sono cambiate e si sono resi conto che la diversità era una risorsa immensa. Si rende conto che l’Europa, lei inclusa, sta facendo la stessa cosa agli immigrati mediorientali e africani? Forse peggio. E non si vergogna nemmeno un po’ per questo? Per stracciare secoli di globalizzazione che ci hanno aiutato a progredire nella cultura, nell’uso delle lingue e in mille altri campi?»

Come possiamo essere se non in rapporto allo specchio che l’altro è per noi?

 

«Loro ci rubano il lavoro! I soldi, imbecille!» tuonò qualcuno dalle ultime file del lato opposto. Quanti di voi dall’altra parte della piazza si metterebbero a fare un lavoro umile? Il muratore, lo spazzino e altri mestieri simili. Mal retribuito e con turni massacranti. Nessuno! Nessuno! Voi non lo fareste, non avreste nemmeno il coraggio perché vi farebbe schifo, vi farebbe pena, non ne avreste voglia. C’è gente molto più semplice e civile che lo fa al posto vostro o dei vostri figli e voi siete lì ad accusarli di rubare il lavoro.

E le case date a loro? Gli alberghi? Il salario minimo e tutta l’assistenza che hanno ricevuto nel decennio passato? I nostri poveri li hanno lasciati morire sotto i ponti! Sotto i ponti! È per questo che abbiamo dato una svolta alle nostre politiche europee. Per cambiare le priorità! Per dare un futuro ai nostri—»

«Ma quale futuro? Quale?» interruppe il ragazzo, con tono aspro. «Quello delle frontiere chiuse, dei mille muri alzati, del mancato scambio culturale, dello Stato che uccide delle persone pur di risparmiare? Si rende conto di quante cazzate sta dicendo? Ai suoi figli non sta dando nessun futuro, lei gli sta restituendo un brutto passato.

Come posso essere se non mi trasformo?

 

Sei davvero quell’uomo nuovo? Non cedere al male.»

Vedete il mio amato Bateson scoprì una grande verità. È la differenza, anzi il riconoscimento della differenza, che fa scattare la comunicazione. E quando io comunico, per forza apprendo e apprendendo mi modifico e con me modifico la realtà.

Ma senza l’alterità, senza i ricordi, uccidendo colui che non produce più, cosa mi resta?

Un essere che non è più umano ma un semplice meccanismo di una fabbrica che brandisce un finto progresso come stendardo. E invece promulga morte, morte di un uomo e la nascita di tanti tristi burattini.

Ecco cos’è morte di stato.

Il togliere quell’armonia al mondo che conosciamo, alla realtà in cui agiamo che diventa solo un vago eco, un lontano rimembrare di un dono perduto. Perdere la coscienza significa uccidere davvero noi stessi.

E si perde ogni qual volta che uccidiamo la compassione, che urliamo pieni di rabbia odio e vendetta. Che ci facciamo cambiare da quell’orrida figura ghignante del mostro che ha divorato lo stato.

 

Io non lascerò che la società mi cambi. Non lascerò che i sentimenti negativi prevalgano dentro di me. Devo dimostrare di saper donare il mio lato migliore anche nei momenti più difficili.

 In questo libro lo stato non c’è più. Ha tradito la sua vera essenza. C’è una gerarchia, c’è un totalitarismo, che una distruzione continua, c’è la volontà di schiacciare l’uomo come se quegli arconti crudeli di gnostica memoria avessero finalmente trovato il modo per uccidere Dio. E Dio resta silenzioso a piangere per quelle sue creature, oramai bambole senza vita. Ma stavolta non ci saranno angeli a salvarci, perché l’unico vero angelo eravamo noi, così belli nella nostra imperfezione e cosi grandi in gesti improvvisi e dotati di poesia. Ecco che Trasatti all’improvviso si ribella. Non ci sta a vedere l’amata umanità uccidere il pensiero, uccidersi come un patetico e piccolo scarto. Rialzare la testa a dire no al sistema. Un solo gesto di compassione e di coraggio. Solo quello oggi può salvarci. Qualcuno che durante le moderne retate dica no. Consideri l’uomo non come numero, non lo rinchiuda in un aggettivo: italiano, siriano, nigeriano, islamico cristiano. Lo veneri come quella creatura capace di abbracciare paradiso e abisso dentro di sé. Quella dotata di ali così potenti da volare. E di staccarsi fiera dal suolo dove vogliono tenerci e far vedere che anche noi cosi imperfetti possiamo essere eroi:

 

Noi desideriamo risorgere. Desideriamo che i popoli siano liberi ed uniti sotto un’unica bandiera, quella della vera pace, non di quella che ci hanno ripetuto negli anni soltanto a parole o con cui credevamo di essere avvolti. E si accorgeranno soltanto più tardi di ciò a cui abbiamo dato inizio. Un niente oggi, tutto un domani: sarà la storia a porre il suo giudizio definitivo

Avrei davvero voluto recensire questo libro, parlandovi dell’Europa del nostro sogno di unità. Di quella bellezza creata nei secoli da chi voleva porre fine alla divisione tra poteri, uniti sotto la bandiera di una sola nazione e di un solo cuore. Avrei voluto parlarvi del bellissimo sogno di Wilson (un nuovo ordine mondiale basto sulla libera espressione dei popoli, ognuno portatore di una sua potenzialità). Ma ascolto la Tv e sento voci che sembrano uscite dall’incubo creato da Trasatti. Leggo i giornali e trovo solo inviti all’odio, all’egoismo, alla crudeltà. Vedo fratelli rifiutarsi di prendersi per mano, accaniti uno sulle posizioni dell’altro, negano che è il dolore che spinge le persone a lasciare i propri luoghi natii. Ma che è anche il coraggio di voler vedere il mondo, di confrontarsi con l’altro, di amalgamarsi e di fondersi per creare qualcosa di nuovo, che sia un sogno o una cultura. Vedo persone così convinte di avere un’identità da difendere da non rendersi conto di essere aggrappati a un’illusione. La cultura, la tradizione è il nostro quotidiano prodotto di quando siamo in costante contatto con la realtà. Vedo patrioti difendere la loro nazione uccidendo lentamente l’unica vera patria che abbiamo, questa terra che piange, macchiata dal sangue dei suoi figli.

 

Se non esistesse nessuna nazione?

Niente per cui uccidere o morire?

Solo la gente che vive in pace.

Un mondo in armonia.

Un sogno di cui un giorno, si spera, faranno tutti parte.

Il libro di Trasatti avrà vinto quando anche un solo uomo, alla domanda tu di che razza sei, risponderà:

 

sono di razza umana.

 

Quando amerà il tempo che passa e lo lascerà con orgoglio brillare nel volto, e i solchi sul nostro viso saranno la mappa del nostro passaggio lieve sulla terra.

Io vi invito a leggerlo, piangere e imparare grazie a Ruben Trasatti a osservare il mondo con occhi diversi:

 

«È la tua prova: sei ciò che dici di essere? Vuoi arrenderti in questo modo o vuoi dimostrare che nulla può cambiarti?»

Io non mi arrendo. E voi?