EUROPA UNITA O NUOVO TOTALITARISMO? di Alessandra Micheli

 

Nel 1918, un grande uomo di nome Woodrow Wilson si presentò davanti al senato degli stati uniti con un discorso importantissimo che rappresentò sia una speranza per un nuovo ordine mondiale, sia una sfida. I famosi 14 punti mostrarono la possibilità di stati democratici di basare la libera espressione della propria unicità sul sacro principio dell’autodeterminazione. Nessuno stato, nessuna potenza avrebbe mai più dovuto sfruttare gli altri popoli ma avrebbe liberamente cooperato uno con l’altro, per creare un mondo unito non dall’omologazione, temuta dal grande Toqueville, ma dalla varietà della differenza. Ogni divisione sarebbe crollata davanti alla necessità di un mondo che, come un meraviglioso mosaico etrusco, partecipasse attivamente, portando la sua unicità a creare una sorta di mondo non unitario ma interconnesso. Un mondo dove la creatività, il rispetto e una sorta di venerazione della differenza, sarebbe stato un muro contro l’oppressione. Il sogno era di creare una terza via identitaria, laddove le culture, le tradizioni potessero dare vita a un modo di vivere totalmente originale e fuori dagli schemi, una sorta di nuova “razza” basata unicamente sulla consapevolezza di essere, in fondo, esseri umani. La biodiversità era la chiave di volta dell’ambizioso progetto wilsoniano.

Ma non solo.

Questa capacità di amare la diversità, era anche alla base dei primi progetti europei. Consapevoli della verità espressa dai grandi storici, ossia che nessuna cultura è totalmente autoctona, e che non esiste davvero una cultura totalmente pura, se non come idealtipo totalmente scientifico atto a facilitare gli studi accademici, si pensò a unire queste popolazioni in un unico agglomerato che ne esaltasse il diverso potenziale e si riunisse attorno a valori universali, gli stessi che Sant’Agostino chiamò verità eterne.

A cavallo tra i due conflitti mondiali vi furono tentativi sporadici di proporre la creazione di una confederazione di stampo europeo. Questi si infittirono nel 1943-44 soprattutto in Francia e in Italia finché nel Maggio del 1948 al congresso europeo tenutosi all’Aja nacque il movimento federalista europeo presieduto da Winston Churchill Leon Blum, P.H. Spaak e Alcide de Gasperi. Uomini politici, statisti, prospettarono l’unità dell’Europa come mezzo per scongiurare altre guerre; ciò fu forse il ricordo delle tragedie della II guerra mondiale o il costante clima di tensione fra le due superpotenze o ancora la sensazione di non essere liberi in casa propria (dipendenti dal punto di vista sociale, economico e politico) spinsero a intensificare gli sforzi per costruire le basi di una confederazione europea.

Iniziata con una semplice cooperazione economica e monetaria tra alcuni paesi e di scarsa partecipazione popolare, con la fine del sistema bipolare si poté assistere a nuovi e interessanti sviluppi che portarono negli anni 80-90 alla costituzione della comunità europea sancita a Maastricht nel 1992. Questo lungo processo, iniziato con qualche difficoltà è principalmente improntato alla coesione armonica e alla solidarietà degli stati membri per perseguire lo sviluppo sociale economico e politico degli stessi. Una sorta di patto di fratellanza tra stati che si riconoscono partecipi di una determinata forma di civiltà, uniti da un sentire comune di impronta illuministica. Infatti, il concetto di Europa non presta attenzione solo a elementi geografici politici o economici. Il concetto di Europa e di europeo è un concetto in cui, da sempre, predomina l’elemento morale. Pertanto, si fonda su una contrapposizione classica: noi e loro ed è opera ed eredità del pensiero greco (la coscienza europea contro il dispotismo asiatico).

Nel medioevo il senso di una cultura diversa, raffinata e superiore ereditata dal pensiero greco, si arricchisce di un ulteriore elemento quello religioso. Il colto cristiano contro il barbaro pagano. Si giunge all’elaborazione di valori e principi europei fondati sulla tradizione classica, il culto del diritto romano e la pietas cristiana come accento posto sul primato dell’uomo (non della donna. Questo concetto, opportunamente ripulito dalla componente religiosa, condurrà alla concezione volteriana. La prima formulazione d’Europa come comunità con caratteri specifici di ordine morale la si deve a Niccolò Macchiavelli. Nel suo pensiero l’Europa si distingue non solo per cultura morale, ma anche per la propria caratteristica organizzazione politica di tipo permanente. Dal 600 in poi il concetto perde la sua componente religiosa di matrice cattolica e la riflessione sull’Europa diventa una feroce critica contro la religione. È, infatti, la superstizione religiosa che porta al fanatismo e con i suoi ferrei dogmi, ostacola il progresso umano, la scienza e la filosofia (vi è il passaggio dal concetto di religione come custode supremo dei valori morali a seminatrice di discordia e disordine). E’ a questo punto che per merito dell’opera Esprit de Lois, si innesta il concetto delle libertà germaniche (ossia una monarchia temporale o costituzionale). Nel 700 si innesta un ulteriore elemento che avrà un notevole peso nei moderni sforzi dell’integrazione europea: l’idea che l’unità si articoli non nell’omogeneità sociale e culturale ma nella varietà. E’ questa che permette di esaltare l’unità e le singole civiltà nazionale. L’unità si manifesta nell’accettazione di un volere comune, nelle aspirazioni dell’uomo alla pace, all’armonia. Tutto questo senza soffocare le singole civiltà nazionali. Si sviluppa il concetto del volontarismo: è la volontà di aderire a un progetto politico, sociale ed economico pure se con le proprie caratteristiche nazionali.

In questi concetti, però, esiste anche un altro elemento: quello del primato della nazione che funge da esempio, da guida e da modello. Per molti filosofi esso spettava alla Francia. La Francia, patria della rivoluzione intellettuale e politica, è stata da sempre terreno fertile per nuove idee, basti pensare all’ethos della popolazione gallica portatrice di una democrazia ante litteram, alla dinastia merovingia baluardo di una concezione del potere limitato da una legge superiore, ai catari che nella Linguadoca svilupparono un vero e proprio rinascimento, non si possono ignorare sicuramente i molteplici simboli politici e culturali che poi furono presi d’esempio presi ad esempio da quasi tutte le società. Dall’illuminismo alla rivoluzione, dalla Francia è esplosa una forte carica di rinnovamento posto a metà strada tra progresso e tradizione. Molti conservatori e monarchici, furono fervidi sostenitori del rinnovamento della Francia un rinnovamento che, forse, doveva ristabilire l’antico ruolo storico di guida e modello per tutti gli stati d’Europa. Una confederazione europea che fosse guidata proprio dal paese che per primo si era ribellato alla decadenza, senza peraltro dimenticare né rinunciare alla propria tradizione. In questo senso esso rivendicava sì un progresso culturale e spirituale, ma nell’ambito di un conservatorismo politico basato sulla tradizione della Monarchia Sacra, in cui il potere era limitato sì dalle leggi, ma rimaneva intatto e puro, non compromesso dai bisogni economici, fisici e inferiori di una democrazia che minacciava di ridurre la varietà all’omogeneità.

Secondo la teoria aristotelica, infatti, la democrazia non era vista in senso positivo. In quanto governo di tutti, essa in realtà, era governo di nessuno. Colpevole di sminuzzare il potere in singole frazioni, poteva rischiare di diventare governo di una parte, la maggioranza, mettendo le stesse parti di un corpo sociale uno contro l’altro. La democrazia divideva, pertanto, l’indivisibile.

Inoltre, mentre la monarchia è il governo di uno soltanto (scelto poi in molteplici modi per diritto divino, per elezione) la democrazia è letteralmente governo del popolo.

Ma il problema è la definizione di popolo: chi è in sostanza il popolo?

A chi spetta il diritto a esercitare il governo?

E come può il popolo governare?

La democrazia diventa così un concetto elastico, troppo elastico la cui messa in pratica, in fondo, si sostanzia in una oligarchia o addirittura una monarchia mascherata.

La democrazia può essere sviluppata soltanto grazie all’istituto della rappresentanza: il popolo delega a un rappresentante il potere che teoricamente è in suo possesso. Il governo viene, dunque, legittimato dal consenso popolare. Ma il problema rimane sempre nella definizione id popolo. Un termine troppo generico e troppo vasto, troppo onnicomprensivo. Nel popolo, infatti, tutto coinvolge ma non tutto è buono: interessi personali, frustrazioni, bisogni, rivendicazioni, valori sensibilità. Ma se il potere è del popolo non tutto il popolo lo potrà esercitare. Come dire che quegli stessi bisogni, quelle stesse sensibilità potrebbero entrare in contrasto tra di loro.

La varietà nell’unità è un bel concetto ma di difficile applicazione pratica. Ecco che il problema, nelle grandi democrazie, si risolve nel dominio della maggioranza. L’unico handicap di questo procedimento è che così facendo, non si ha più la democrazia. Anche nella definizione di popolo alla fine si crea sempre una sorta di discriminazione poiché una componente verrà, comunque e sempre, esclusa.

La democrazia rappresentativa, in sostanza, si distingueva dalla monarchia solo per una mera questione formale, ossia nell’individuazione di chi legittimava la posizione di supremazia, di chi e secondo quali modalità fornirà il mandato a governare.

Ecco che emersero, durante gli anni gruppi, partiti politici legati a un concetto istituzionale che faceva della monarchia il solo sistema in grado di risolvere contraddizioni e riportare l’intero continente europeo agli antichi splendori. E questo sostegno si traduceva, in sostanza in un opposizione sostanziale, non tanto a una teoria della gestione del potere politico, quanto ad una concezione del vivere sociale in senso lato.

Un esempio?

La democrazia si concreta non tanto in una forma di governo, ma nella presenza in esso di alcuni principi fondamentali quali la partecipazione, il pluralismo, le libertà civili e politiche, la tutela delle minoranze, il sistema della maggioranza e la capacità di essere sovrani di se stessi. Ma se a tutti la democrazia garantisce tale capacità, non tutti sono maturi al punto giusto per esercitarli.

Secondo Toqueville, la democrazia con la sua ossessiva protezione del pluralismo e dell’uguaglianza, finisce così per promuovere la globalizzazione dei diritti, che vengono percepiti come dovuti anche da chi, in fondo, non è degno né in grado di comprenderli. Se gli uomini sulla carta sono uguali nella pratica, non lo sono nell’evoluzione umana e spirituale, né nella volontà di superare i limiti. Così come gli uomini, anche i paesi non sono tutti uguali nella loro maturità, non tutti, cioè, sono in grado di rinunciare ai propri interessi particolari in favore di una volontà, per dirla alla Rosseau, generale. Pertanto il progetto di una confederazione europea sarà in pratica sempre elitario, con una o più realtà che si porranno alla guida e di fatto avranno influenza maggiore sulle decisioni eventuali. Questo in virtù di una presunta maggiore maturità civile o politica, o un maggior effettivo peso economico.

Nella genesi dell’CE stessa si sono cosi susseguiti paesi che hanno ambito a essere i capi spirituali o economici di questa compagine di stati, convinti di essere in possesso di tutte le caratteristiche necessaria a porsi in una posizione di rilievo rispetto a altri come.

Ma, in un’idea che faceva del rispetto della differenza e dell’esaltazione delle singole potenzialità in vista di un bene comune poteva mai sopravvivere alla trasformazione in una gestione gerarchica e settoriale del potere?

Poteva mai reggere l’intero impalco degli antichi splendori della primigenia comunità europea alla distorsione stessa della sua natura, in base a una convinzione, tutta da dimostrare dell’esistenza di caratteristiche privilegiata che si ponessero come unici custodi del patrimonio culturale?

La democratica idea di una compagine di stati uniti soltanto da valori universali sta degradando verso un’autocrazia. E questa è a un passo dal totalitarismo. E ne è dimostrazione la costante, incessante creazione di un nemico, interno ed esterno che minaccia i nostri confini, confini che, in fondo, sono soltanto immaginari. L’immigrazione, elemento indispensabile per la sopravvivenza stessa di uno stato, in quanto immette nelle rigidità sociali che con il tempo si cristallizzarono in immobilità economica e sociale, fu patrocinata dagli stessi stati e governanti che, oggi, cavalcano l’onda della crisi, sviluppando una teoria populista che annulla le differenze e quindi la stessa idea di Europa per sostituirla con l’idea di un’oligarchia finanziaria.

In questo mondo che perde parti di se stesso la rigenerazione morale e sociale, tanto decantata è soltanto la trappola pensata per ingabbiare, nuovamente, il popolo e privarlo della sua stessa radice profonda, quella dell’autodeterminazione. E il progetto tanto caro a noi sognatori, di un nuovo ordine mondiale, si infrange nell’assistere alla reiterazione costante di comportamenti distruttivi, cosi come ben ci indica Ruben Trasatti nel suo libro morte di stato

«Ma quale futuro? Quale?» interruppe il ragazzo, con tono aspro. «Quello delle frontiere chiuse, dei mille muri alzati, del mancato scambio culturale, dello Stato che uccide delle persone pur di risparmiare? Si rende conto di quante cazzate sta dicendo? Ai suoi figli non sta dando nessun futuro, lei gli sta restituendo un brutto passato

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...