“Mi ero solo dimenticata di vivere” di Selene piana, self publishing. A cura di Francesca Giovannetti

 

Settembre. Vera è in stazione, ha trentacinque anni e vuole uccidersi. È sola e non vede un futuro. La mano provvidenziale di Beatrice, un’anziana signora, la fermerà. Fra le due donne, nonostante la differenza di età, si instaura una salda complicità. Beatrice è più restìa a raccontare di sé, Vera al contrario, nonostante l’iniziale titubanza, decide di fidarsi e confidarsi.

Il romanzo non lascia scampo, fin dalle prime righe, scaraventandoci nella depressione di Vera immediatamente. Siamo già con la protagonista nel punto più basso e buio del suo intimo, l’unica cosa che possiamo fare è risalire dal baratro insieme a lei. Il processo è lento e difficile, con piccole vittorie e pesanti ricadute. Ma così deve essere. Una tematiche tanto personale e delicata, un percorso articolato e complicato nella sua ascesa e auspicabile risoluzione, non avrebbe potuto essere “liquidato” con fretta e superficialità; in tal caso sarebbe stato irrispettoso verso chi nel baratro ci si è trovato davvero, e non, fortunatamente, solo attraverso un personaggio.

La descrizione di piccoli gesti quotidiani che paiono scontati e normali, come fare una telefonata o aprire la porta di un negozio, è resa nella difficoltà estrema della protagonista che si sente incapace anche a rivolgere la parola a una parrucchiera. E questo fa riflettere: quanto i nostri gesti così abituali e a cui non diamo peso, possano essere vissuti come ostacoli da chi ormai ha chiuso il proprio essere in una gabbia da cui non riesce a uscire da solo. Sola. Vera crede che sia questa la causa della sua depressione e comprende con lentezza che la parola chiave è invece “controllo”: non puoi controllare la vita degli altri ma puoi farlo con la tua, decidendo di abbandonare l’immobilità, decidendo di andare avanti e vivere.

Ri-aprirsi alla vita richiede una notevole dose di coraggio. La protagonista ci riesce, incontrando sul suo cammino Beatrice, la sua salvatrice, recuperando rapporti familiari che credeva persi, con sua cugina Barbara, e tentando nuovamente di frequentare gli uomini “tutti falsi e bugiardi”, ma da cui è irrimediabilmente attratta. L’incontro giusto, però, le farà capire che esiste l’eccezione, anche tra gli uomini. Ovviamente Vera dovrà, anche in amore, superare le enormi barriere di insicurezza che fanno di lei la donna che quel settembre si era recata in stazione per non vivere più.

Il libro mantiene il suo ritmo, senza inganni né colpi di scena improbabili, nella sua naturalezza e cruda analisi di un animo ferito. Una scrittura sincera che fa nascere nel lettori più di un momento di empatia.

“Mi ero solo dimenticata di vivere” racchiude già nel titolo l’essenza stessa dell’opera.

 

 

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