“Ritorno dal mondo delle idee” di Damiano Dario Ghiglino, self publishing. A cura di Francesca Giovannetti

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L’ Iperuranio nella filosofia platonica, è quel mondo al di là della volta celeste, dove si trovano le idee. Lì esse sono perfette, assolute e immutabili. Il filosofo spiega, nell’opera “ Fedro”, l’esistenza di questo mondo e la sua relazione con la realtà che tocchiamo ogni giorno. Senza scendere nella mera dissertazione didascalica della filosofia platonica basti sapere che le idee e le cose si toccano in diverse modalità. Ghiglino descrive Aristotele e Platone, un giovane e un vecchio, mentre passeggiano nei giardini dell’Accademia; Platone conferma con vigore l’esistenza dell’Iperuranio, il giovane Aristotele è scettico alle parole del maestro. Se davvero tutto ciò che ci circonda è solo una copia imperfetta di una idea perfetta, si domanda: “esiste anche l’idea perfetta della merda?” Logico e al limite del dissacratorio.

Nel mondo allegorico dei due protagonisti, Evan ed Eliah, niente è immobile. Si incontrano e si perdono numerose volte, destini incrociati in un viaggio verso il mare, visto come lo sbocco dall’orrore del mondo. È tutto un infinito movimento socratico, le anime sono immortali come il movimento infinito degli astri. Né le anime né gli astri hanno inizio o fine, quindi, al contrario di un corpo, che si corrompe e si dissolve, l’anima di per sé è immortale. Non è però questa la conclusione a cui arriva Eliah, ormai invecchiato quando asserisce con certezza “ora so che l’anima è mortale” e lo confida all’amico Marus, nato per la terza volta, che di nuovo incrocia il suo passo. Gli uomini non hanno memoria, si sono allontanati dal mondo delle idee, dalla perfezione e sono sospesi tra le idee e il nulla, mentre precipitano verso il basso, senza ricordo alcuno.

Entrambi i protagonisti partono per un viaggio, Eliah parte da un villaggio di campagna che dà deboli segni di corruzione, cominciando a presentare materia nera e orrida che contamina fiori e prati. Evan è invece un selvaggio, che viaggia nudo, seminando morte e diventando esso stesso distruzione sotto forma di fuoco. Attraversano metropoli malridotte, criminali, depravate, fogne a cielo aperto. Un’umanità persa per sempre, un degrado morale che non vede il fondo del baratro. Ma nonostante la miseria, l’impulso iniziale del viaggio non viene mai meno. Allontanandosi dalle idee perfette ci si è imbottiti di

 

“ falsi valori, saziati di facili convinzioni… una moltitudine guidata da idoli ingannatori, una mandria ammaestrata da croci, mezzelune, stelle e vecchie tonache…” .

E qui, concentrata sapientemente in poche righe, l’autore sferra la pugnalata al cuore delle religioni e delle convenzioni, piangendo la perdita di “ragionamenti e argomentazioni”. Un libro che ha il sapore della sconfitta ma la vittoria nell’indicare la direzione.

 

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“Omaggio a Gregory Bateson”. A cura di Micheli Alessandra

 

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Perché un articolo su Gregory Bateson?
Questa è la prima domanda che mi sono posta di fronte al foglio bianco.

Perché diffondere il pensiero batesoniano, la sua peculiare forma mentis nonché il suo stile comunicativo?

Poi ho iniziato a guardarmi attorno, i giornali, la TV sono pieni di quello che oramai può essere chiamato a ragione il delirio del post moderno. Un post moderno in crisi sospeso tra la possibilità di redenzione e la distruzione. Una modernità in cui le modalità dei rapporti con gli altri e con il mondo, la corsa selvaggia verso il profitto rischia di distruggere il mondo biologico e umano. Rischia di sprofondarci nel caos totale. L’uomo creatura meravigliosa oggi si ritrova sospeso tra una scelta cruciale: il sublime e il nefasto. L’elevazione e l’abbassamento verso gli istinti più perniciosi che l’anima umana possa concepire. Il mondo post moderno con le sue guerre, le sue sopraffazioni, la sua tecnologia, il suo slancio verso l’universo, non riesce più a vivere sulla terra con i suoi simili, con l’ambiente che lo ospita.

Per questo la necessità è quella di ripensare gli assunti culturali della nostra società e del nostro essere occidentali, richiede nuovi filtri con cui osservare e capire il mondo e noi stessi. Abbiamo bisogno cioè di un’epistemologia in grado conoscere un mondo diverso che non accetta più la contrapposizione di valori, l’unità fittizia, la unicità delle culture, il mondo standardizzato. Del resto viviamo in un’epoca in cui esiste la globalizzazione, la multiculturalità., la varietà delle opinioni e degli stili di vita

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Gregory Bateson è un autore rivoluzionario che entra negli animi con la forza devastante e purificante di un uragano. Un uragano necessario per tutti colore che si aggrappano alle certezze, alle sicurezze impossibili in una realtà che riacquista la sua giusta complessità, una realtà più reale dei nostri tentativi di inglobarla in definizioni, modelli, semplificazioni. Il nuovo ci impone un diverso stile di vita, un diverso modo di comunicare tra le parti, di rapportarci con la complessità del reale. La nostra vita intellettuale e psichica ha bisogno di ripensare il pensiero. Per questo la sua epistemologia ci prende per mano donandoci nuove lenti cognitive con cui osservare il mondo, la società e i fenomeni ad essa connessi, ma soprattutto il mondo mentale che soggiace alla creazione e costruzione della stessa.

Forse molte delle certezze si dissolveranno, i giganti del pensiero e della politica si riveleranno giganti di cartone, forse la nostra vita smetterà di essere tesa in un’eterna contrapposizione per tornare all’unità originaria.
Con Gregory Bateson si può far ordine nel caos proprio nel momento in cui ci sembra di soccombergli. Solo così sarà possibile andare verso la pace, addentrarci lì, dove anche gli angeli esitano.

 

Chi è Gregory Bateson

Per incontrare l’uomo, il filosofo io amo citare uno dei suoi più famosi metaloghi, l’unico a parer mio in grado di far addentrare il neofita tutto di un botto nella usa strabiliante filosofia.
Nel suo libro “Dove gli angeli esitano” Bateson pone una domanda molto interessante:
“perché le cose finiscono in disordine?”.
Una domanda semplice, quasi banale che però ci ricordava Bateson era espressa in modo impreciso. Infatti la maniera corretta di riformulata era il seguente modo:
“perché le cose finiscono in una maniera che io chiamo non ordinata?”.
Questa trasformazione non rappresenta un puro esercizio semantico, ma è un passo logico d’importanza cruciale.

 

“Se ordinato significa, per me, una cosa speciale certi ordini degli altri mi sembreranno disordini….”

La conseguenza di tale modifica è, dunque, la presenza di una relatività dei concetti d’ordine e disordine. Pertanto ci saranno:

“più modi che tu chiami disordinati che modi che chiami ordinati e dato che ci sono infiniti modi disordinati le cose andranno sempre verso il disordine .”

Basta questo semplice accenno per valutare la portata rivoluzionaria del suo pensiero.
Oggi viviamo in quello che i sociologi definiscono postmoderno. Ossia un ribaltamento di tutte le concezioni, le strutture di pensiero che avevano sostenuto l’indagine sulla realtà degli ultimi decenni.

Caratteristica peculiare di queste strutture è stata la perdita di una flessibilità del pensiero e dei concetti che da complessi e onnicomprensivi si sono ritrovati ad essere settoriali, schematici e spesso dogmatici. Si è ridotta la realtà umana in stereotipi, concetti ristretti, idealtipi. Ad esempio la società in sociologia indica una porzione della realtà ben delimitata da confini che ne esclude per sua stessa natura atri aspetti. La società può essere sezionata in molteplici aspetti, economici, sociali, politici e religiosi. Così come l’uomo dalla sua interezza si è trovato scisso dalle varie branche di una scienza che un tempo era tutt’uno, un intreccio complesso di biologia, sacro, sociale, giuridico ed persino economico.

Se questa scienza è stata necessaria per liberarsi da vecchi concetti, per aprirsi al nuovo significa che si avverte nei processi conoscitivi un fattore di capitale importanza: l’evoluzione. Ma è proprio questo fattore che ci pone oggi davanti ad un ennesimo cambiamento nella nostra realtà.

In un periodo di trasformazioni radicali di tipo sociale politico ed economico, il problema del cambiamento ci riguarda da vicino.

Ma non solo.

La modifica delle strutture sociali dovrebbe andare di pari passo con la conseguente modifica delle strutture conoscitive, delle scienze, e dei nostri filtri. Se ciò non avviene ecco che ci troviamo di fronte alla confusione e al conseguente disordine che essa porta con sé.

Ecco perché il mondo post-moderno sembra andare, sempre di più, verso il disordine ; di fronte a un mondo così mutato, così complesso, (dominato dalla globalizzazione), non si è accompagnato un adeguamento dei filtri conoscitivi. O meglio di filtri che abbiano il sapore scientifico.

In uno scenario che può apparire quasi apocalittico la domanda, che ogni scienziato politico sociale e in generale ogni essere umano si dovrebbe porre, è: come rimediare a tutto questo?

Personalmente credo che il vero bisogno dell’uomo in questo periodo si ritrovi non tanto nella galoppante irrazionalità del mondo moderno (con i suoi profeti e i suoi miracoli), ma in una nuova logica, in un antico e sempre nuovo modo di osservare e analizzare gli eventi, di una nuova epistemologia che ci permetta di analizzare, in un’ottica diversa, il mondo che muta forma.

Ad esempio prendiamo il fenomeno più brutale del mondo postmoderno quello della guerra e del suo eventuale controllo. Per quanto riguarda il problema della guerra, l’ONU ha mostrato di voler agire con l’inaugurazione delle missioni per il mantenimento della pace: il peacekeeping. Che cosa può dare Bateson al peacekeeping? Quale attinenza ha il metalogo sul disordine verso lo stesso? In primo luogo, credo che Bateson possa fornire alle missioni di pace, la necessaria cornice epistemologica in grado di adattarlo alle mutate condizioni socio-politiche del mondo post moderno.

Nel metalogo prima citato si trovano un infinità di spunti per controllare ed analizzare il fenomeno sociale e psicologico della guerra, in particolare fornisce soluzioni al peackeeeping.

Cos’è però questo metalogo?

A cosa serve?

Perché Bateson lo usa spesso per diffondere il suo pensiero?

Il metalogo è una grandiosa tecnica discorsiva, inaugurata da Bateson, che sotto forma di dialogo tra padre e figlia, riguarda sempre un qualche aspetto del processo mentale. Abbiamo, quindi, dialoghi riguardanti domande su cos’è un istinto o su perché le cose hanno contorni, sul significato della segretezza, della dipendenza, dei placebo. Grazie al metalogo, dunque, ci si addentra in una discussione altamente intellettuale quasi senza rendersene conto. Ognuno di questi metaloghi racconta una storia e questa stessa storia, permette la riflessione su un’epistemologia straordinaria come quella di Gregory Bateson.

Bateson, in realtà, è stato spesso considerato portatore di una filosofia confusa e dispersiva. Conosco bene la prima reazione che coglie il neofita davanti ai suoi scritti, ci si chiede quasi sempre che cosa Bateson voglia dire con un suo discorso, dove ci sta portando o, più semplicemente, si ha la convinzione di trovarsi di fronte a un pazzo che ha completamente smarrito la logica. Ma non è così. Bateson non possiede affatto una logica ingarbugliata, confusa e dispersiva. Bateson, semplicemente, possiede ciò che alcuni di noi desiderano e cercano per tutta la vita, una logica lineare, semplice, acuta e sbalorditiva nella sua semplicità. Piuttosto siamo noi studenti, noi scienziati, noi esperti ad aver smarrito la logica, abituati ad un pensiero astratto, ingarbugliato, contorto e irrazionale nella sua presunta razionalità. Nel momento in cui si riesce, per un attimo, a “pensare alla Bateson” si illuminano zone della mente, zone della conoscenza, che in principio si trovavano avvolte nel buio. Queste zone Bateson le ha efficacemente illuminate anche nel metalogo sull’ordine e sul disordine.

Per quale motivo le cose finiscono in disordine?

E cos’è l’ordine e il disordine?

Perché le cose vanno sempre più verso il disordine?

Se si pensa che la coppia ordine/disordine viene usata come equivalente della coppia pace/guerra, le domande possono essere trasformate in questo modo: Perché esistono le guerre?

Cos’è la guerra e cos’è la pace?

Perché noi andiamo sempre più verso le guerre?

Per rispondere a queste domande è necessario analizzare, non tanto i metodi giuridici di risoluzione dei conflitti, quanto la parte storica, sociologica e antropologica del peacekeeping e della società che gli fa da sfondo. Soprattutto è necessario capire in quale maniera deve cambiare la nostra visione del mondo, della società, dell’uomo e della scienza, per contrastare il fenomeno guerra che sembra dilagare con maggior ferocia, trasformando le modalità di contatto tra le nazioni, da competitive in distruttive.

In un’epoca come la nostra, lacerata da drammatici conflitti resi ancor più preoccupanti dall’emergere di nuove tecnologie, queste domande sono sempre più attuali anche nel contesto del moderno peacekeeping.

Per questo motivo Gregory Bateson fu una sorta di custode della pace un peacekeeper in quanto è pronto a donare alle nuove generazioni, siano loro studenti militari e insegnanti, un’epistemologia che assolve ad una duplice funzione: analizzare in una maniera esauriente i problemi della civiltà e curare il sistema invece che il sintomo. Bateson e il suo metodo possono aiutarci ad osservare e comprendere soprattutto noi stessi e i nostri errori epistemologici, in una sorta di auto-coscienza senza la quale nessuna scienza è una vera scienza.

Bateson come mente sensibile pronta ad indagare i fenomeni sociali dal più piccolo al più grande, eclettico, è difficile da collocare in una dimensione intellettuale ben definita. Il suo pensiero è multiforme onnicomprensivo, sfumato eppure solido. Un pensiero flessibile eppure al tempo stesso dotato di una rigidità interna dovuto ai valori cardine che esso contiene.

Questa sua sfuggente sfaccettatura, questo suo essere fuori da ogni definizione, da ogni schematizzazione infatti contengono dentro di sé elementi precisi e per nulla aleatori. Non si tratta di un pensiero labile, evanescente, ma di una epistemologia diversa che andrebbe rivalutata principalmente per due motivi.

Il primo è che essa contiene gli elementi chiave con i quali si può sviluppare efficaci strumenti educativi. Questi presuppongono una modifica sostanziale del retroterra culturale e della percezione che si ha non solo dell’altro, ma anche di se stessi. Le sue ricerche sull’apprendimento, sulla concezione dominante nella scienza, nonché le sue teorie comunicative, possono essere fuse in una teoria principalmente solistica che pone l’accento non solo sulla responsabilità individuale dell’uomo, ma anche sui meccanismi percettivi e manipolativi presenti in ciascuno di noi. Caratteristiche apprese quasi in maniera inconsapevole, che hanno la tendenza di autoconvalidarsi e perciò più insidiose e pericolose.

Il secondo perché Bateson ha elaborato una teoria molto importante in ambito antropologico che serve per la comprensione e l’analisi delle missioni di peacekeeping: il concetto di schismogenesi. La schismogenesi sembra essere, in realtà, il vero nucleo del pensiero antropologico batesoniano. Nata grazie allo studio del rituale Iatmul del Naven, la schismogenesi è in grado di rivelarci i meccanismi emotivi ed educativi dell’interazione umana. Questo concetto è il primo necessario passo per conoscere il modo in cui, i modelli culturali dell’uomo in particolare dell’uomo moderno, sono utilizzati per gli scopi che egli stesso considera come primari. Questi possono portare alla divisione, alla sopraffazione o all’interazione cumulativa.

Se la teoria antropologica risponde alla domanda sul perché e sul come culture e le civiltà entrano in contatto tra di loro, la teoria solistica, invece, risponde al quesito su come e su quale base ontologica si può distinguere un contatto distorto da uno sano, nonché come sia possibile modificare un contatto distorto e nocivo, per la sopravvivenza della vita.

Il dramma dell’uomo, appare incentrato sui meccanismi del contatto dominati dalla finalità egoistica e dalla non conoscenza delle regole e dei procedimenti che ci legano alla biosfera, all’ambiente e ai membri della nostra stessa specie. La religione, in questo caso, rappresenta un rimedio in quanto presuppone saggezza e responsabilità verso i sistemi di cui noi facciamo parte. La concezione del sacro, lo studio attento e illuminato delle metafore religiose, ci permette di distinguere tra rapporti sani e rapporti che soffrono di patologie. I rapporti sani sono quelli in cui il senso del sacro, ossia della concezione di un sistema più ampio che ci comprende e ci trascende, domina ogni nostra azione e ogni nostra epistemologia. Grazie a questa concezione sistemica, dunque, ci sentiamo più responsabili di fronte ad un mondo che noi stessi costruiamo dandogli significato giorno per giorno. Quelle produzioni culturali di miti e simboli non sono senza valore, essi trasformano e costruiscono il nostro mondo, i nostri rapporti ed le modalità con cui ci disponiamo ad accogliere l’altro. Nel momento in cui l’apertura verso l’esterno manca della concezione sistemica, si possono avere patologie come quelle della divisione dell’indivisibile, della sopraffazione e della guerra. Tutto ciò che minaccia l’integrità , rappresenta una patologia i cui effetti sono sempre portati ad un’escalation e che di volta in volta, generano nuovi conflitti. Questa tragica spirale di effetti e controeffetti può provocare ciò che Bateson chiama il disastro finale, ossia l’annientamento dei legami che ci uniscono al mondo e agli altri.

In sostanza l’uomo Bateson di fronte a una realtà potenzialmente pericolosa dissociata dalla coscienza e dalla etica religiosa si prefigge di rispondere in modo coraggioso e responsabile a domande indispensabili, a volte escatologiche: come si può evitare il disastro?

E soprattutto come si può incanalare nella maniera giusta le intenzioni, nate negli ultimi decenni, di fermare la guerra e i disastri a essa associati?

Per Bateson era dovere, non solo di ogni scienziato ma di ogni uomo,  imparare a comprendere le novità del mondo post-moderno e a valutare se i singoli comportamenti siano adeguati al contesto.

Un uomo dunque fuori dal comune ma profondamente umano. Un uomo che in virtù della scoperta bellezza di questa bistrattata umanità ha fatto della sua vita un percorso alla ricerca di una verità che potesse comprendere, spiegare ed analizzare tutti i fenomeni sensoriali e psicologici che facevano parte della vita in genere.

Ed è dalla sua esperienza umana che nascono i primi approcci con la scienza, i primi elaborati filosofici si generano dalle sconfitte come dalle conquiste, da incontri unici irripetibili, dalla continua sperimentazione del mondo e della quotidianità.

Un pensiero che nasce dalla vita stessa dell’essere umano.

 

“Lois e Luke. Giro di vite” di Annemarie de Carlo, Goware edizioni. A cura di Ilaria Grossi

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Sul palcoscenico, un omaggio all’opera di Henry James “il giro di vite”, si incontrano Luke e Lois.

Entrambi con un bagaglio familiare non facile. Luke è sempre stato protetto e coccolato dai sogni e dalle ambizioni della mamma, ex modella, la quale aveva tentato per suo figlio, la strada della moda pur inimicandosi costantemente il marito, contrario alle scelte della moglie e palesamente omofobo.

Con la morte della madre, il castello dei sogni tanto costruito crolla, Luke cambia, cresce e si allonta sempre più da un padre padrone, violento e cinico.

Lois, ha un passato ancora più doloroso, la mamma trovata morta, affidato ad una coppia gay, alza uno scandalo tale da allontanare il piccolo Lois dal loro affetto.
Li accomuna il dolore, la solitudine, l’abbandono dagli affetti più cari.

Li accomuna la voglia di amare, sentirsi amati e trovare un posto nel mondo in cui sentirsi imbattibili.

Jock, padre di Luke, scoperta la storia tra i due ragazzi, picchierà in modo così violento il figlio da ridurlo in fin di vita, cancellando intorno alla sua vita ogni segno dell’esistenza di Lois.

Al suo risveglio, Luke non ricorderà nulla e tra di loro il nulla li allontanerà.
La memoria esplode nella mente di Luke, pur trovandosi dall’altra parte di un muro alto, fatto di mattoni di silenzio e bugie.

Ma gli ostacoli del cuore sono davvero insormontabili?

Lo stile di Annemarie De Carlo, cristallino e fluido, rende la lettura scorrevole fino alla fine del romanzo.Leggere la storia di Luke e Lois, significa abbassare quella linea di pregiudizi e omofobia, cogliendo l’essenza di un sentimento unico, il nome è solo uno: Amore.

Buona Lettura

 

Ilaria per Les Fleurs du mal blog letterario