“La saggezza sistemica” di Alessandra Micheli

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Il mondo post moderno, desidera fortemente che, l’uomo, in particolare l’uomo occidentale, veda se stesso integrato in un più ampio sistema che lo incorpori e al tempo stesso lo trascenda. Si tratta di ricevere un nuovo dono, quello della saggezza sistemica.

Cos’è la saggezza sistemica?

Si tratta di una percezione in grado di farci contemplare un orizzonte più vasto, in cui noi siamo una piccola componente di un complesso e raffinato sistema cibernetico naturale che tende all’equilibrio omeostatico di tutte le sue parti e dove queste componenti, dipendono per la propria sopravvivenza, le une dalle altre. Concependo il mondo in questo modo è logico che, se le componenti di questo organismo entrano in conflitto tra di loro, il risultato non potrà non essere quello della morte del sistema totale. Per questo esso va trattato con responsabilità ed amore.  Per saggezza si intende:.

 

 “la conoscenza del più vasto sistema interattivo, quel sistema che, se è disturbato, genera con ogni probabilità, curve di variazione esponenziale…l’amore può sopravvivere solo se la saggezza ( cioè la capacità di sentire o di riconoscere la realtà circuitale) sa parlare con voce efficace

 

L’amore implica una disponibilità a rapportarsi nel modo in cui la saggezza riconosce come la struttura fondamentale della creatura. Speciali esperienze come la perdita del sé, il desiderio di fondersi in un unico corpo, sono basate su un’accurata percezione della natura sistemica di particolari relazioni. La saggezza sostiene l’amore attraverso il riconoscimento del tipo di mondo in cui quel tipo di amore è la più fondamentale esperienza.

La saggezza, comunque, differisce dall’amore nel senso che, nell’amore le computazioni della relazione possono rimanere inconsce, risuonando nella coscienza solo sotto forma di emozioni. La saggezza, invece, richiede non solo il riconoscimento della circolarità, ma richiede un riconoscimento cosciente radicato nell’esperienza.

I percorsi che alcuni filosofi hanno indicato come una via verso la crescita della saggezza, includono l’amore (l’amore verso i sistemi naturali), le arti e la religione e tutti agiscono in modi differenti e a differenti livelli. La società contemporanea include molti modi istituzionalizzati di funzionamento parziale delle persone, ovvero di negazione del processo primario, separando il corpo dalla mente, l’emozione dalla ragione. Poiché i nostri attuali sistemi cognitivi enfatizzano solo le parti, essi rafforzano le parti stesse, il meta-messaggio sottinteso si riassume nella convinzione che queste divisioni sono appropriate.

La saggezza dunque non è solo un’esperienza, la saggezza è la conclusione di un processo multistratificato di cognizione a tutti i livelli della mente e questo è li motivo per cui le tradizioni spirituali sono così sovente contrassegnate da paradossi dell’esperienza di dissonanza tra livelli che devono essere trascesi. La saggezza, come riconoscimento della natura del sistema creato attraverso la partecipazione, è l’equivalente della autocoscienza sistemica.

Quando gli esseri umani si riconoscono come parti della mente, piuttosto che quali singoli individui, essi hanno raggiunto la saggezza.

Questa considerazione evoca un intero spettro di tradizioni artistiche e religiose, chiamando in causa personaggi dotati di saggezza sistemica quali Gesù, Buddha e Pitagora. La saggezza si avvicina così all’area del sacro.

 

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“Mezzosangue” di Vincenzo Romano, 0111 edizioni. A cura di Andrea Venturo

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Quello che abbiamo davanti è un fantasy, con tutti i crismi. C’è un mondo tutto da scoprire, ci sono tante razze differenti, ci sono bestie immaginifiche e trovate tanto improbabili quanto geniali per sfruttare queste particolarità e dar vita ad un’ambientazione incredibile eppure plausibile che per me è stata molto divertente. La forma è quella del romanzo di Formazione: attraverso quasi sempre gli occhi di Narog, il mezzosangue protagonista della storia, seguiremo l’evolversi e il maturare suo e del compagno Kai, mezzosangue pure lui.

Trama

Chi è quel cacciatore che caccia prede umane e non? Cosa sono i frammenti di cui è alla ricerca? Cosa ne fa di essi? Almeno sul perché ne uccide i proprietari il motivo si scopre subito. La risposta è nel piacere che gli dà la caccia, non a caso si fa chiamare “Il Ragno”.

La storia è molto lineare: i mezzosangue del titolo sono in fuga da un assassino, poi da un altro e da un altro ancora, in un ritmo sempre più serrato dove la distinzione tra cacciatore e preda si fa sempre meno netta, finché… be’ si intuisce fin da quando si tiene in mano il volume, 300 pagine e rotti, che i due protagonisti non moriranno tanto presto.

Una storia semplice, lineare e quasi scontata. Quasi: nel finale si riscatta e anche bene regalando un paio di sorprese davvero gradite.
Ci sono un paio di questioni che mi son piaciute poco, aspetti che se approfonditi avrebbero portato la lunghezza del testo a circa 1/3 di più e riguarda la fase della “caverna” (il ben noto tema del viaggio dell’eroe che si studia quando si apprendono i rudimenti di Sceneggiatura) e del rapporto col mentore. Se ci si attiene alla trama principale, questa scorre bene e senza intoppi. Se ci si sofferma sulle sotto-trame tuttavia emergono dei difetti che vedremo meglio più avanti.

 

Personaggi

I protagonisti sono caratterizzati in modo preciso, certosino. Rozzo e con un fondoschiena di proporzioni epiche (in senso metaforico) Narog, colto e un po’ pessimista Kai, hanno una storia alle spalle che si rivela pian piano e ne spiega i comportamenti. Il registro espressivo è sempre adeguato e la progressione è ben raccontata. Tutti gli altri personaggi fanno da contorno e ne puntellano la crescita. Alcune soluzioni le ho trovate poco credibili come la presenza di un Nano a cavallo di un grifone. Insomma: vedere una creatura tipica della roccia, il cui cielo è costituito da una volta scolpita e a cui la vista di una nuvola o di un cielo stellato mette profondo disagio, sfrecciare con disinvoltura tra le nubi novello Nembo Kid ha un poco spiazzato. Non che fosse raccontata o scritta male eh? Anzi. Tuttavia mi ha dato l’impressione del the corretto col caffè. «Tu bevi caffè e latte? Gli inglesi bevono The e latte? E io che sono metà inglese e metà italiano bevo the e caffè, che c’è di strano?» e io penso sempre che sia sbagliato. Problema mio, d’accordo, se un Nano vuole può benissimo salire in sella a un grifone e… mah, continuo a sentire la necessità di una montagna sotto i piedi.

Meno chiaro è il ruolo dei comprimari, che sono parecchio compressi e sembrano più i “power up” che si trovano nei vecchi videogiochi a scorrimento, dove l’eroe (un guerriero, un’astronave o… un idraulico) trova degli oggetti che regalano punti, armi, denaro ecc… e se pure ben caratterizzati (è facile riconoscerli anche dal modo in cui parlano) lasciano aperte delle domande che non trovano risposta. Che ci sta a fare un Nano su un grifone proprio lì, in mezzo al nulla? E perché dopo aver incontrato i due mezzosangue non riprende la propria missione? Insomma: è un pezzo grosso di una struttura militare potente, non si muove a casaccio o va in pattuglia “perché sì”.

Altri comprimari e comparse sono pure tratteggiati con maestria, ma il loro ruolo si limita a consegnare un’arma, un indizio, una ciotola di minestra avvelenata…

L’antagonista e i suoi sodali hanno via via meno spessore. Il ragno è un gran bel cattivone, crudele, affascinante e definito fin nei minimi dettagli.  Il falco, il secondo assassino, è un po’ meno definito e l’avrei voluto conoscere meglio, mentre la terza assassina… non fa una bella figura e c’è un errore di editing clamoroso che rovina un po’ tutta l’esperienza di lettura. Il loro mandante, purtroppo, appare come il tipico oscuro signore che assiso sul suo trono attende l’arrivo dell’eroe epico (o degli eroi) cui, prima della fine, tenterà di propinare il suo venefico spiegone con la chiara intenzione di soffocarli nei loro stessi sbadigli. Questa previsione (e alcune delle altre) verranno ampiamente smentite: non è questo il finale del libro che, anzi, offre momenti di sana e piacevole evasione.

Ambientazione

Molto curata. Città, villaggi, festività, ambienti, professioni: Vincenzo ha pensato molto, ha pensato a lungo e si deve essere anche divertito parecchio. Come da programma si comincia con un villaggio, poche case, si conoscono tutti e il protagonista è bene accetto nonostante la sua diversità, anche se gli viene sempre ricordato che deve nascondere le orecchie con un berretto, un cappuccio o altri sistemi onde non ricordare ai compaesani qual è la metà peggiore del suo sangue. Gli orchi infatti se li ricordano tutti per le efferatezze dell’orda guidata dal micidiale Lugbag e della sua ascia. Impressionante è la fortezza dei cavalieri dell’aria, la città che la circonda e l’economia indotta dalla fortezza. Davvero ben fatto. Di ogni ambiente si riesce ad avere una visione chiara e nitida: sembra di essere lì. Anche le scelte dei nomi sono curate e legate filologicamente al territorio o alla cultura cui appartengono tranne Kai, che mi è rimasto senza un etimo preciso. Qualcosina da ridire sugli scontri e sugli effetti delle ferite, almeno finché non viene data una spiegazione precisa almeno per queste ultime. Molto da ridire sul duello finale: appare evidente che il Ragno avrebbe fatto fuori facilmente anche il maestro di Kai e allora,mah, forse non era poi tutto ‘sto granché e mi spiego perché l’allievo a momenti veniva affettato dal Ragno nonostante le sue evidenti capacità.

Testo e stile.

(e buchi nella trama) 
Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire (Dante, Commedia, Inferno canto V).

Lo stile è decisamente naïf: semplice, ordinato, pulito. La scrittura di Vincenzo è pura, limpida e priva di quella malizia presente in altri autori più navigati ed esperti e pure, nonostante questo stile apparentemente semplice, riesce a dare risalto a situazioni drammatiche dalle tinte forti e sanguigne. Se da una parte può far storcere il naso una scrittura tanto lineare, dall’altro ti trascina a pagina 150 nel giro di un paio d’ore. Non ci si annoia mai. Tuttavia il testo avrebbe avuto bisogno di ben altro che della correzione di bozze: se da una parte non ci sono refusi e l’impaginazione è curata, dall’altro ci sono situazioni che, onestamente, l’editor avrebbe dovuto segnalare e far riscrivere all’autore e infine ricontrollare che tutto filasse liscio o proporre una modifica “blindata” da accettare senza possibilità di ulteriori repliche.

Certe cose, in un libro pubblicato da una casa editrice, non le voglio proprio leggere e a quanto capisco l’editore non ha controllato che cosa andava a pubblicare. Il risultato? Veleni ad azione selettiva, cavalli fantasma che ci sono\non ci sono, fenomenali entità malvage appena accennate e più simili ad un baubau dipinto sul fondale di cartone.

A salvare in parte la situazione c’è la caratterizzazione dei personaggi, che grazie alla fortuna sfacciata di Narog (invero ben raccontata) che lo fa arrivare in modo rocambolesco fino da un guaritore, poi da un altro e via così fino al finale che poteva essere reso meglio. Un editor capace avrebbe segnalato i  problema e dato indicazioni su quale parte tagliare e quale riscrivere. Kai è un mezz’elfo: ha vissuto con sua zia per buona parte della propria infanzia e sottoposto a violenza razziale da parte degli altri elfi purosangue… e ci sta tutto: gli elfi sanno essere infami come poche altre creature del Fantasy contemporaneo. Per muoversi attraverso la foresta incantata gli elfi non hanno problemi… lui invece (Kai) ne ha: non trova i sentieri, la foresta nasconde le tracce e costringe lui e il moribondo Narog a cacciare cinghiali e fare strani tentativi per tener traccia del passaggio. Bene. Poi scoprono che mangiare le foglie di una certa pianta simile all’alloro (usata per condire il cinghiale cacciato poco prima) permette di vedere i sentieri. Ok, bene. Più avanti la zia di Kai ricorda al nipote che basta una tisana con quelle foglie.
Questo è come incrociare i flussi: è male. Dover credere che la zietta ha tenuto suo nipote per dieci e passa anni con sé e non gli hai mai insegnato questo semplice sistema per evitare di morire di stenti nella foresta che circonda la sua rigogliosa città è troppo. O è il nipote che, pur dotato di fenomenali poteri cosmici, non ricorda questo semplice sistema? Al pari dell’assassina che non sa fare il proprio lavoro, un elfa che non spiega al nipote le basi per sopravvivere nella foresta, dove pure il ragazzo ha vissuto mentre si addestrava a diventare custode (una sorta di spadaccino/mistico) prima di intraprendere la lunga ricerca che lo ha infine riportato a casa, merita un’ascia in fronte. Sarebbe bastato che un editor avesse messo mano al testo, per indicare all’autore di tagliare il pezzo della foresta (inutile) e dare più spazio al killer che poteva irrompere in casa della zia, farla a pezzi come meritava insieme ad altri orecchiopuntuti infestatori d’alb… oh, scusate, tutto questo parlare di tagliare e di elfi mi ha provocato la fuoriuscita della bipenne dal fodero. Comunque c’era spazio per una resa dei conti col killer prima della sorpresa finale. Sarebbe bastato poco: Vincenzo è un autore alle prime armi, certo, ma dotato di grande creatività e senso dell’umorismo. Avrebbe senz’altro trovato degli espedienti per apportare le necessarie correzioni e lasciare il senso della trama intatto.

Nonostante la scarsa attenzione dell’editore per il libro, la storia si tiene in piedi (caparbiamente, con una gamba sola) e là dove cade, al pari di Enrico Toti, lancia la stampella contro il nemico.

Non stai a domandarti “ma come ha fatto uno zoppo a finire in prima linea” ma “ah, però! Irriducibile fino alla fine!” perché chi sta raccontando ha talento e riesce comunque a farti sognare.

Conclusione

Un libro semplice, di facile e veloce lettura, capace di regalare qualche ora di pura evasione. Adatto a tutti.

Pro:

Ambientazione curata

Protagonisti credibili e di facile immedesimazione

Stile limpido e di veloce lettura.

Nessun refuso (salvo sviste del sottoscritto)

Contro

Editing non in grado di esaltare il testo

Trama eccessivamente semplificata, potrebbe risultare a tratti poco corposa.

 

“Le streghe di Atripalda” di Teodoro Lorenzo, Bradipolibri editore. A cura di Vito Ditaranto

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Conosco la bellezza e la bontà della mandragola che, come tutti sanno, è maschio e femmina. E’ bianca e nera, è acqua e fuoco, è cielo e terra.

(vito ditaranto)

 

Ad Atripalda, nella terra  dello scrittore Sabatio, pronipote di Noè, nascono 14 Moire, le dee del destino figlie di Zeus e della notte; tra di esse vi è Cloto la filatrice, colei che fila l’intreccio delle 14 storie narrate da Teodoro Lorenzo. Ovviamente la lunghezza del filo determina la lunghezza della vita e stabilire questa lunghezza spetta a loro, nemmeno il potente Zeus può fare qualcosa per modificarla. Nemmeno Dio può cambiare il destino delle storie narrate. Nel libro, come lo stesso autore afferma, non vi sono tabelle, classifiche, primati; vi saranno passioni e sentimenti osservati attraverso gli occhi delle più svariate discipline sportive. Ogni racconto è come una favola: ognuno racchiude una morale.

“Le Streghe di Atripalda” è una raccolta di 14 racconti brevi dedicati allo sport. La scelta degli sport è il risultato di un amore per lo sport in generale. Tutti i racconti sono caratterizzati da una ricerca interiore. Una ricerca focalizzata sull’anima.

 

“..Anima invereconda, anima avara,

chi fia tra i figli degli Achei sì vile

che obbedisca al tuo cenno, o trar la spada

in agguati convegna o in ria battaglia?..” (Omero, Iliade)

 

 

Racconti in cui lo sport diviene la ricerca dell’anima dei personaggi, una ricerca che inizia sin da bambini:

 

 

“..A quell’età si è come dei cercatori d’oro, inginocchiati sulla riva della vita che scorre. Si immerge il setaccio e poi lo si agita con movimenti lenti e circolari. E ogni movimento è un pensiero nuovo che emerge. Se si è fortunati, perché l’impresa non riesce a tutti, al fondo del setaccio, eliminato ogni pensiero inutile rimane un po’ della tua anima…”

 

Lo sport diventa quindi la condizione necessaria per crescere ed abbandonare l’età del fanciullo. Lo sport come pretesto per raccontare la vita. Non a caso l’autore inizia la sua raccolta con il racconto “Amigdala”, la sentinella delle nostre emozioni; la parte profonda in cui prevalgono le emozioni basiche, come la rabbia, la paura e l’istinto di sopravvivenza, essenziale senza dubbio per la sopravvivenza di tutte le specie. L’amigdala, quella struttura a forma di mandorla, è propria di tutti i vertebrati situata nella regione rostromediale del lobo temporale, e che fa parte del sistema limbico e processa tutto ciò che ha a che vedere con le nostre reazioni emotive. Un racconto che svela in maniera profonda il carattere del protagonista, attraverso una storia passata ed una presente. L’autore poi prosegue la sua narrazione di vita con la sfida della presa della “Bastiglia” verso la legge di attrazione nel “Il bagno di Betsabea”. Ma la vita è vissuta a tratti, ma la gioia  è vissuta a tratti e Teodoro Lorenzo sembra dire : “soffermati ad ammirare un tramonto, stupisciti davanti al volo di un ‘Colibrì’”. Ma la luna e le stelle possono essere raggiunte solo da “La lanciatrice della luna”.  A volte però la vita può offrirci solo una freccia una sola possibilità per colpire  la “Mela d’argento”. Se ti fidi dei tuoi istinti però e accetti la vita così com’è, un giorno sarai in grado di trovare la pace, non solo nei momenti più felici, ma anche nelle occasioni in cui il gioco si fa duro. Perché il segreto è semplice: è tutto nella nostra testa, la realtà è una condizione mentale, null’altro, e tutto scorre, Panta rei, ne è “La saggezza del fiume”. La nostra età non è altro che uno scherzo del tempo, allo stesso modo il dolore non è altro che un aspetto della vita anche se sentiamo costantemente la presenza de’ “L’angelo nero”, che spesso ci riporta alla realtà come nelle “Streghe di Atripalda”.  A volte la sola battaglia che non vogliamo vincere è quella che non decidiamo di combattere come quella de’ “Lettera a Maria”.  La vita può anche essere una vittoria come in “Nike”. Puoi accorgerti che a volte null’altro puoi fare e “Rien ne va plus”. Le uniche cose che ci appartengono sono i sogni. Tutto il resto lo prendiamo soltanto in prestito. Viviamo costantemente tra Inferno e Paradiso, tra “Fuoco e ghiaccio”.  La vita è come un ring. Se non sarai pronto a combattere, se non saprai incassare i colpi, finirai sempre al tappeto, ma l’incontro finale si svolgerà su di “Un ring in Paradiso”. 

La narrazione porta il lettore ad andare fino in fondo al romanzo senza interruzione alcuna.

Così come sublimi sono i sobbalzi spazio-temporali che l’autore crea in maniera ineccepibile e  che rendono la narrazione stessa più interessante.

Leggendo questo libro vi ritroverete sicuramente dentro un sogno, il Sogno della Coscienza. Sarà come essere dentro una Proiezione Olografica, la proiezione della Coscienza.

Consiglio vivamente questa raccolta di racconti a tutti coloro che hanno voglia di risvegliare la propria coscienza, amanti o meno dello sport, anche perché qui l’attività agonistica rappresenta solo una metafora della vita.

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.