Oggi il blog presenta un nuovo romanzo targato Triskell edizioni “Strike in amore” di Kate Stewart. Imperdibile!

image003.jpg

 

 

Sinossi:

April è una supereroina dei nostri tempi: di giorno zia instancabile di un’armata di nipotini e di notte centralinista del 911 di Charleston, pronta a gestire le più disparate emergenze. Si è appena lasciata alle spalle una relazione durata quindici anni e, in occasione dell’organizzazione del matrimonio della sua migliore amica Alice, non si sarebbe mai aspettata di trovarsi a ballare con l’uomo più sbronzo, ma anche più bello e sincero, che abbia mai incontrato, l’ex giocatore di baseball Andrew Pratch.

Durante il loro primo, rocambolesco e singolare incontro, lui le strappa un ballo e una promessa: dovrà donare quel suo cuore così grande solo a un uomo che davvero lo meriti…

 

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 19 Febbraio

 

COLLANA: Romance

 

Titolo: Strike in amore

Titolo originale: Major love

Serie: Balls in Play #2

 

Autrice: Kate Stewart

Traduttrice: Cristina Fontana

 

ISBN EBOOK: 978-88-9312-366-2

 

Genere: Contemporaneo

Lunghezza: 326 pagine

 

Prezzo Ebook: € 6,99

Annunci

Intervista di Alessia Mocci a Massimo Pinto: vi presentiamo la silloge poetica Cento Farfalle e… più (fonte http://oubliettemagazine.com/2018/02/12/intervista-di-alessia-mocci-a-massimo-pinto-vi-presentiamo-la-silloge-poetica-cento-farfalle-e-piu/)

28190751_1630771723668654_1410740851_n.png

 

 

Come ogni sera ancora,/ con la tua onda lunga/ tu mi addormenti, mare,/ e mi culli amoroso/ nella notte stellata./ Sicuro come un bimbo/ sulla barca ondeggiante/ si affollano nel sogno/ le domande di sempre:/ perché mai proprio tu,/ tu che non sai perché,/ sei stato un giorno eletto/ ad elemento primo/ di questo nostro globo?/ […]” ‒ “Sogno del pescatore (Cantico del mare)”

 

Edita a dicembre 2017, “Cento Farfalle e… più” è la prima raccolta poetica di Massimo Pinto, autore conosciuto con il romanzo storico “Il trono del padre ‒ L’Innocenza” pubblicato nel 2016 dalla casa editrice romana Bastogi Libri.

 

Massimo Pinto è nato e vive a Roma, laureato in Economia alla Sapienza ed in Teologia presso l’Ateneo Romano della Santa Croce. È Croce al Merito Melitense del Sovrano Militare Ordine di Malta. Nel 1998 ha pubblicato il saggio “Stato sociale e persona”.

 

28109142_1630771820335311_1878399811_n.jpg

 

“Il trono del padre ‒ L’innocenza” è stato premiato il 17 giugno 2017 con una Segnalazione Particolare della Giuria presso la prestigiosa Abbazia di San Fedele a Poppi (Arezzo) per la 42° edizione del Premio Letterario Casentino, nella sezione narrativa/saggistica edita.

La prefazione de “Cento Farfalle e… più” porta la firma di Massimiliano Grotti:

 

Al pari di pennellate sicure di mano esperta, la poesia di Massimo Pinto diviene magia della parola e questa muta, si trasforma da crisalide a farfalla dando voce al silenzio intimo del sé ma allo stesso tempo è in grado anche di rivivere quello stesso silenzio, per dare identità a un viaggio poetico che si fa diario di vite vissute.”

 

 

Concorde con Grotti intravedo nella silloge una trasformazione da crisalide a farfalla, dalle poesie giovanili a quelle più mature in una compostezza che tende all’onirico, al divino, al realismo.

Massimo Pinto è stato molto disponibile nel rispondere a qualche domanda sulla sua nuova pubblicazione.

 

A.M.: Ciao Massimo, ti ho conosciuto con “Il trono del padre ‒ L’innocenza” e non ti nascondo la mia sorpresa quando ho saputo della pubblicazione di una raccolta poetica. Vorrei, dunque, esplorare con te il momento in cui hai iniziato a cimentarti nella scrittura in versi.

Massimo Pinto: Molto presto, infatti la mia scrittura in genere, ma in particolare quella in versi, risale al tempo del ginnasio, anzi addirittura delle medie, con liriche scaturite di getto e, come è proprio di quella età, sentite, ingenue, vere, ma anche dolenti e liberatorie. Avrai notato che la raccolta “Cento farfalle e… più”, “e… più” perché i componimenti riportati sono 114, ha uno sviluppo cronologico e si snoda dalla giovinezza all’attuale tarda età, passando per la pienezza della maturità. Le prime poesie di questa raccolta sono state scritte a quindici-sedici anni, avendo scartate quelle troppo ingenue e/o incerte. Ma ti dico di più: da principio le conservavo, in stampatello e a matita, su fogli di blocco notes, poi cominciai a raccoglierle in una cartellina, più tardi presi a ricopiarle a macchina, la mitica Olivetti Lettera 22 di mio padre, ma è accaduto tre o quattro volte che quella cartellina, tra università, lavoro, matrimonio, figli e traslochi, l’abbia perduta, eppure, superato il panico, sono sempre riuscito a riscrivere tutte quelle composte sino a quel momento, semplicemente a memoria. Da ultimo è intervenuto il computer.

A.M.: “Cento farfalle e… più” si apre con la prefazione di Massimiliano Grotti. Com’è nata questa collaborazione?

Massimo Pinto: Dopo aver scritto il romanzo “Il Trono del Padre (L’innocenza)” lo feci vagliare da una nota Agenzia Letteraria di Roma e, dopo quattro mesi dall’incarico, mi giunse una lettera di esegesi critica a tutto tondo, era scritta magistralmente da Massimiliano Grotti, con anche “stroncature” sapienti e motivate (altre meno). Parlai allora telefonicamente a lungo con questo giovane letterato, poi passai quattro mesi a correggere il romanzo, sulle linee giuda dei consigli del Grotti, per quanto riguardava lo stile e la correttezza linguistica, ma non recependo invece i suoi suggerimenti, per quanto riguardava la trama. Così il romanzo ne uscì molto più gradevole da leggere, anche più corto di 40 pagine, strutturato in più capitoli (8 anziché 6) ma assolutamente lo stesso in quanto a contenuti e significati. Questo sodalizio tra me settantenne e il bravo trentenne si fece più stretto alla presentazione del libro e poi, dopo aver letto le mie poesie, fu il Grotti stesso che si offrì per stenderne la prefazione, in quanto, a suo dire, le erano piaciute e molto. Indubbiamente la prefazione di Massimiliano Grotti, dotta, sapiente ed ispirata, ha aggiunto valore al libro.

A.M.: Ho apprezzato il tuo “consiglio” al lettore sul tempo di lettura di un libro di poesie. La poesia è una forma di riflessione che evoca archetipi e dunque immagini simboliche che non son di immediata comprensione. Secondo te qual è il tempo necessario per la lettura di “Cento farfalle e… più” e qual è stato il libro su cui ti sei soffermato di più?

Massimo Pinto: Nessuna opera letteraria dovrebbe essere letta una volta per tutte e ciò, se vale per i saggi ed i romanzi, vale molto di più per le poesie, perché la lettura ripetuta dà sempre spunti nuovi, diversi e talvolta persino antitetici ai precedenti, dipendendo anche dalle diverse fasi della vita del lettore. Ciò premesso però, dato che la vita non è eterna e la giornata finita, ci si limita a rileggere quelle opere che più hanno inciso sul nostro sentire. Per quanto riguarda la poesia, poi, ciò (intendo più riletture) dovrebbe avvenire sempre perché è anche più facile. I libri di poesie dovrebbero restare sempre aperti e mai chiudersi definitivamente, pronti ad essere sfogliati di tanto in tanto. Molte sono le poesie che rileggo, però il mio libro di poesie sul mio comodino ideale è senza dubbio “Vittorio Sereni Tutte le poesie a cura di Maria Teresa Sereni, con prefazione di Dante Isella, Garzanti”. Mi sento infatti così affine, anche se lui è irraggiungibile, a questo grandissimo poeta!

A.M.: Nella raccolta colpisce una ricercata variatio di metro, infatti spazi dagli endecasillabi ai versi liberi, dai novenari ai settenari e così via. Cosa stavi cercando esattamente?

Massimo Pinto: La scelta della metrica non è per me una scelta (scusa il bisticcio di parole), non cerco mai qualcosa con la metrica di un determinato componimento, esso nasce così. Ti spiego meglio: la poesia, subito dal momento della sua ispirazione, al primo fermare le parole sopra un supporto (anche una busta della spesa al momento), nasce immediatamente con una sua metrica, anzi sono io che, come se le stesse scrivendo un altro, conto le sillabe per capire di che verso si tratti e così vado avanti. E, ti dirò, la metrica finale, la musicalità dettagliata e dell’insieme, sono sempre molto coerenti col contenuto. Ti do un’altra chiave, qui di seguito, quasi un segreto mio, che però non devi prendere in senso assolutamente rigoroso. Le mie poesie sono così: se la metrica è espressa in maniera esatta, il componimento è diviso in strofe, e c’è anche la rima, baciata o alternata, si tratta di una ispirazione compiuta, pacificata, che esprime tutto, senza quasi altre domande. Se, invece, si tratta di una struttura ben definita, come la precedente, ma non c’è rima, si è al cospetto di una composizione sì di ispirazione compiuta, con concetti altrettanto delineati, ma con molti interrogativi aperti per me e per il lettore. Se si tratta, infine, di un verso libero, i significati, il coinvolgimento, il pathos interiore non hanno confini, e così la drammaticità: è una poesia che io chiamo “aperta”. Ho voluto poi indicare, per ogni componimento, la metrica e la struttura semplicemente per preparare il lettore a leggere meglio. Lo sai che le poesie dovrebbero essere lette, sia con gli occhi che con la bocca, quasi cantando, come nell’antichità classica? Perché anche quelle a versi liberi hanno sempre una loro musicalità.

A.M.:Sotto quel marmo tu/ in eterno ormai giaci,/ tu che vivesti solo/ nel ricordo del padre,/ intorno alla cui rossa/ ara trionfante stanno/ i turisti distratti./ […]” Così inizia la lirica “Napoleon II”, la cito non a caso per riprendere il tuo romanzo edito nel 2016, “Il trono del padre – L’innocenza”. Cosa significa essere padre e cosa significa essere figlio? Perché consideri Napoleone II “fratello ed amico”?

Massimo Pinto: Essere padre significa essere votati e pronti al sacrificio e al martirio, perché, come padri, non solo dobbiamo permettere e tollerare che nostro figlio, ad un certo punto, ci uccida, beninteso in senso metaforico e apparentemente incruento, ma non meno terribile, e, come figli (maschi), dobbiamo essere quanto prima consapevoli che, se non diventiamo parricidi, non evolveremo mai in una persona compiuta. Perché Napoleon II è mio fratello e amico, fratello e amico di Fausto?  Perché sono la stessa persona in due epoche storiche diverse, in quanto non hanno potuto uccidere i rispettivi genitori perché questi ultimi si sono loro nascosti, e allora l’hanno dovuto fare tardivamente e solo in effige, non con la presenza di entrambi i padri. Tutto questo non è vero per le madri e le figlie femmine, ma quello è un altro mondo che esula dal nostro discorso. A proposito lo sai perché il mio romanzo piace soprattutto alle lettrici? Perché leggendomi imparano a conoscere un po’ quella psicologia, e di conseguenza fragilità, maschile che spesso sottovalutano (e viceversa per noi maschi).

A.M.: La lirica “Domande”, dal titolo esplicativo, districa un argomento assai caro: la curiosità. Infatti in incipit troviamo: “Sono infinite/ dell’uomo le domande,/ ed è questo il problema:/ perché a ciascuna/ ci son mille risposte/ e certa quasi mai/ nessuna./ Si moltiplicano, allora,/ e si accavallano/ e la curiosità/ in angoscia si muta.// […]”. Qual è il tuo rapporto con la divinità?

Massimo Pinto: Il rapporto con Dio alberga in quasi tutte le mie poesie o almeno in moltissime, è il mio cruccio, il mio tormento e la mia estasi (rileggiti, ti prego, “Sogno del pescatore – cantico del mare”), ma la mia non è una preghiera, non è neppure un’adorazione, bensì, certo conscio della mia finitezza, della limitazione dei sensi e dell’intelletto, è un rapporto dialettico, a volte persino un litigio. Io ci parlo e sovente ci litigo, perché l’uomo è consapevole dell’infinito ma è finito, con un contrasto, tra comprendere, capire e poter fare, insormontabile e penoso, privo di un autentico “libero arbitrio”, condizionato sin dalla nascita e poi sempre e con la morte in agguato ed inevitabile. È lo stesso rapporto anche di rimprovero e quasi sfida che persino un papa ha pronunciato, almeno una volta a mia conoscenza, Paolo VI: “Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”. Ma analogo lo pronunciò lo stesso Cristo, stando al vangelo: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Poi ci sarebbe da fare un altro discorso sul merito dell’esistenza di Dio (e “il soffiare del vento” che non svela il segreto è la metafora del “silenzio di Dio”), adombrato nel mio romanzo, quando pongo la possibilità che la nostra realtà sia soltanto una illusione, quando dico che la soluzione di tutte le congetture di fede e scientifiche, sulla esistenza nostra e del creato, potrebbe risiedere nella eguaglianza, corrispondenza tra zero (il nulla) e infinito (il tutto). Faccio notare che il problema dell’esistenza di Dio potrebbe trovare una seria spallata, e ne ho paura, dalla possibilità attuale dell’uomo di clonare animali superiori e, quindi, anche l’uomo. Ma rabbrividisco di sgomento al pensiero!

A.M.: “Dolce e iraconda”, “Grandiosa e sordida”, “Gloriosa e vile”, “Arida e romantica”, “Ribelle e noncurante: c’è un mercato/ove fu il rogo di Giordano Bruno”, “Pigra e operosa”, “Scontata e imprevedibile”, “Virtuosa e meretrice”, “Dignitosa e scurrile”, “Odiata e amata”, “Sacra e profana”, “ove l’apoteosi/ s’incontra del divino con l’umano”. Come si vive a Roma? Hai mai pensato di trasferirti in un’altra città?

Massimo Pinto: Con quella lirica ho ottenuto quello che volevo: dare l’esatta dimensione e sensazione dell’abisso di turpitudine che, anche storicamente, oltre che fisicamente, Roma presenta, che non può scalfire l’infinita e sovrumana bellezza della più grande apoteosi metaforica dell’incontro del divino con l’umano ‒ addirittura effigiata nella Cappella Sistina ‒ esistente al mondo. Si può vivere più o meno bene in tutto il mondo, però, se uno ha avuto la sorte, direi la fortuna, di nascere qua, dove peraltro spesso si sente estraniato, tanto più forte di lui è l’“aura” di questo luogo (città è riduttivo), si sentirebbe estraneo e orfano in qualunque altro posto.

A.M.: Un poeta. Un musicista. Un pittore. Un regista.

Massimo Pinto: Ti rispondo proprio di corsa, senza ripensamenti. Poeta? Oddio è una bella lotta per me tra Eugenio Montale e Vittorio Sereni, mi sento tanto affine, anche se altrettanto inferiore, ad entrambi. Diciamo “Montreni”? Musicista? George Gershwin: la musica perfetta, interprete del secolo appena trascorso (il ventesimo), ma oggi non lo è di questo (il ventunesimo). Pittore? Mino Maccari, così verista pure se espressionista, sia negli oli che nei bozzetti, che ha dipinto e disegnato dal 1916 al 1989, interpretando grandezze, meschinità e drammi del suo secolo formidabile e terribile, che è anche in prevalenza il mio. A me sembra di essere me stesso, se sapessi disegnare e dipingere. Un regista? Senza dubbio un’altra dicotomia: Ettore Scola e Dino Risi. Mi dispiace ma non riesco a far prevalere l’uno sull’altro: Il primo più dolente e problematico, il secondo apparentemente, ma solo apparentemente, più “leggero”. Due geni, due facce di un’anima sola, la vogliamo chiamare “Scrisi”?

A.M.: Hai in programma delle presentazioni di “Cento farfalle e… più”? Se sì, in quale città?

Massimo Pinto: Certo, ci sarà una prima presentazione ufficiale a Roma, la data precisa non è ancora stata fissata ma posso anticipare che sarà per il mese di marzo. Seguiranno, poi, presentazioni in altre città italiane.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Massimo Pinto: Non posso che ripetere quella che ho riportato alla fine del mio libro di poesie, attribuita alla buona, libera e grande Alda Merini: “Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita”. Perché senza la follia, che sia poca o molta, non c’è poesia.

A.M.: Massimo mi hai donato una bellissima chiusura con Alda Merini. Ti ringrazio per la sincerità delle tue risposte nelle quali si nota l’uomo e l’artista in un unicum indissolubile. Ti saluto con le parole dell’amatissimo Plotino: “Bisogna, però, spiegare la portata della purificazione, in maniera tale da chiarire con chi avviene l’assimilazione e con quale Dio l’identificazione. […] È probabile che, una volta liberatasi dal corpo, l’Anima converga in se stessa, per così dire, con tutte le sue parti, e in questo stato si estranei da ogni passione, accettando solo quelle sensazioni piacevoli che sono strettamente necessarie e hanno un valore terapeutico nel rintuzzare gli affanni, e nell’evitarne le angustie.

Written by Alessia Mocci

 

 

Info

Sito Bastogi Libri

http://www.bastogilibri.it/

Acquista “Cento Farfalle e… più”

https://www.lafeltrinelli.it/libri/pinto-massimo/cento-farfalle-e-piu/9788894894417

massi.pinto@tiscali.it

 

 

 

Fonte

Intervista di Alessia Mocci a Massimo Pinto: vi presentiamo la silloge poetica “Cento Farfalle e… più”

“La voce delle ombre” di Paolo Lanzotti, Oscar Giallo Mondadori editore. A cura di Alessandra Micheli

la voce delle ombrer.jpg

 

 

 

Una delle attrattive del giallo storico è quella di rivolgersi principalmente alle doti dell’intelletto per risolvere anche i casi più intricati. Perché nel passato, quando non esisteva la comoda valigetta stile CSI, quando erano ancora un miraggio le innovazioni della tecnica, l’esame del DNA o delle impronte digitali, quando le conoscenze dei medici legali erano limitate e non esisteva ancora la medicina forense e il criminal profiling, e si era ben lontani dal far parlare il corpo con strumenti che hanno del futuristico, l’unica risorsa era e restava l’intelletto. Era quella parte molto più sviluppata della nostra, oramai intorpidita dalle comodità moderne, che si preoccupava di cogliere i dettagli, di osservare, di formulare ipotesi coerenti non solo con i fatti ma soprattutto con indizi molto scarsi. E in questo libro emerge l’elogio del particolare, uno dei metodi investigativi da me più amati:

 

c’era qualcosa, nel ricordo che avevo appena trascritto. Un particolare, piccolo ma insignificante. Un dettaglio che, fino a quel momento mi era sfuggito

Come nei migliori gialli è il dettaglio che stona, quell’elemento che infastidisce ma che è così poco evidente, così misero, così nascosto che, a dispetto delle tonanti voci dell’ovvio, appare invece l’unica autentica chiave per risolvere il caso. E questo elogio del dettaglio e, quindi, un elogio della mente, colei che osserva, accumula fatti e dà loro una dimensione gerarchica e un posto preciso in una ricostruzione sempre più simile al mosaico, che verrà poi ripresa più tardi dai contemporanei Wolf Durne e Donato Carrisi. Così, quello che sembrava cosi scontatamente un delitto politico, si rivela qualcosa di molto più vicino all’animo umano cosi poco ligio a identificarsi davvero con gradi slanci ideali. E qua Lanzotti fa un altro salto filosofico che mi ha deliziata: riflette e filosofeggia, senza pur tuttavia appesantire il testo, su quello che Pareto chiamerà il “residuo delle azioni”. Ogni lettore accanito delle mie recensioni saprà che il residuo paretiano non è altro che la radice non logica alla base di un’azione spacciata come logica. Ossia: quello che noi consideriamo frutto di un ragionamento razionale, organizzato e strutturato, proviene, in realtà, dalle oscure regioni della mente, quelle che conservano e proteggono l’ombra fatta di istinti più o meno biechi, di creatività e persino di istinti di conservazione e distruzione. Questo ragionamento, apparentemente cinico, in realtà scientifico, è inserito in uno dei contesti storici più romantici del nostro percorso nazionale: il Risorgimento. Anzi, quella ventata di ardore politico rivoluzionario che nel 1848 si espresse nell’esperimento, tanto amato dagli storici, della Repubblica Veneta e la Repubblica Romana; o, meglio ancora, nel tentativo di proporle come alternativa all’assolutismo, che oramai crollava a pezzi, nato dall’assurdo conservatorismo del congresso di Vienna. Ma per noi, amanti della sociologia, il 48 fu anche un florido e intrigante terreno di ricerca per poter al meglio comprendere cosa davvero può accadere a una società dilaniata e circuita da due opposte e antitetiche idee di stato e di politica: la rivoluzione e lo status quo che, per quanto odiate e detestate dalle classi più in fermento, erano accettate con rassegnazione dal popolino. Questo scontro è evidente nel testo “La voce delle ombre” che dal giallo puro, si dirige anche verso la riflessione ontologica portata avanti da un personaggio a dir poco straordinario, un uomo vittima di una sorta di perdita dell’identità, resa ancor più acuta da un dolore con cui non riesce a convivere. E per mantenere la sua anima spezzettata, ancora unita, per non crollare miseramente a pezzi, usa, come unico collante, il valore meno reo di poter essere messo in discussione: ossia la giustizia. È interessante vedere come, durante le indagini che lo portano a interagire con quel mondo in subbuglio, in cui persino le istanze rivoluzionarie sono frammentarie, divise tra moderati e anarchici, questi valori di libertà, di patriottismo, di voglia di unità, divengano solo maschere grottesche davanti alla fede incrollabile di Valier nella legalità.

E questo perché la Rivoluzione, con quei suoi eroi esaltati e ammirati, diviene una sorta di tentativo, a tratti patetico, di colmare un vuoto simbolico e reale nella gerarchia valoriale di una società morente. L’assolutismo era agli sgoccioli e il congresso del 1815 non fece altro che tentare di mascherare lo scheletro prossimo alla scomparsa di un’epoca, con vestiti sgargianti e eleganti. Ma questi non furono in grado di salvare gli assunti culturali su cui si reggeva un sistema che non rappresentava più né i diversi tempi, né l’evoluzione delle coscienze, naturali e legittime in un essere umano, né poteva assecondare i diversi bisogni che, durante le transizioni, la collettività manifesta. E cosi l’unico modo per compensare un vuoto è rivolgersi ai valori che Sant’Agostino chiamò Verità Eterne.

Cosa sono?

Sono quegli archetipi che restano sempre in piedi nonostante il passaggio delle ere, nonostante l’aumento della tecnologia, nonostante l’avanzare del dominio scientifico. Libertà, rispetto, legalità, giustizia, uguaglianza, sono modelli impressi a fuoco su di noi. Però, se mentre la legalità e la giustizia possono essere poco contestati in quanto di rivolgono all’elemento del rispetto dei limiti e della persona umana, sulla libertà, sull’eguaglianza si possono compiere notevoli evoluzioni filosofiche.

Cos’è la libertà?

È assoluta o va limitata?

E davanti a chi sono uguale?

E essere uguali non significa, anche, omologazione?

Fino a quanto si può sacrificare per un ideale?

Perché come esemplifica Valier:

 

l’entusiasmo è una grande dote ma non può tenere su un castello

Abituato a usare la ragione e l’arte dell’osservazione, Valier non scopre soltanto un cadavere ma anche quelle pecche insidiose presenti in un progetto unitario che, comunque, non può non ammirare, ma che ritiene possa essere solo il frutto di una lenta conquista, che trasformi prima di tutto le persone, le menti, i valori prima che il territorio

forse quest’italia la vedranno i nostri nipoti

Ed ecco che dietro l’ideale si nasconde, come sempre, un muro di omertà, menzogne e convenienze create da uomini che mettono al primo posto non tanto l’altro e il bene comune ma la loro personale finalità cosciente:

 

qui dovremmo essere tutti uniti. abbiamo un nemico comune da combattere . Invece, in alto, trovano ancora il tempo di farsi la guerra a pugnalate nella schiena. I signori non cambiano mai.

Ed ecco un altro elemento che rende meno poetica la rivoluzione: accanto alla vera capacità di comprendere come sia necessario non ostacolare la naturale evoluzione umana e la tendenza positiva alla cooperazione (simboleggiato da un pregevole Manin) ci saranno sempre piccole fette di privilegiati che non rinunceranno mai e poi mai al personale ed egoistico godimento dei loro bisogni soddisfatti. Anzi, si riempiranno la bocca di parole altisonanti come umanità, unità, giustizia: maschere per nascondere ambizioni di potere. Che questo potere sia soltanto quello di darsi il tono da “superuomo” di nietzschiana memoria o di esercitare un dominio reale, dipenderà dalle personali attitudini.

Ecco che l’eroe diviene soltanto

 

un fanatico. uno di quelli che cercano il martirio per entrare nella storia

E forse è il nichilismo di Valier, un uomo che

 

semplicemente non credevo più nel mondo

 

ma ancora capace di sentirne il suadente richiamo:

 

ma il mondo continuava a inseguirmi facendosi beffe del mio disinteresse

È questa sua anima così ferita e così, al tempo stesso, sveglia, quasi che il dolore abbia reso più vigili i suoi sensi, che riporterà ordine nel caos, svelando non soltanto verità scomode ma anche la oggettività dietro la commedia, capace di rispondere all’eterno dilemma

 

Chi è l’eroe? Colui che comprende quando è il momento di fermarsi o quello che spinge il proprio ardore fino a sacrificare se stesso e gli altri in una lotta divenuta oramai inutile?

 

Lascio a voi la risposta. Ma vi ricordo che l’uomo, deve essere e sarà, sempre più importante del sabato.

Intanto io aspetto ancora, in compagnia di Teodoro Valier che si crei l’unità di Italia. Ma quella vera, quella fatta di condivisione e non di furbizia, di cooperazione e non di scontro, di volontà generale e non elitaria. quella che si nutra di speranze e non crolla con gli scandali, quella che rifiuta il clientelismo e si vanta di avere come standard la meritocrazia. Quella che ama le sue tradizioni ma non se ne fa scudo contro l’innovazione. Insomma una vera nazione che si faccia stato e non illusione di stato.

Tornando al libro, non posso non definirlo di una bellezza spettacolare, in grado, attraverso la leggerezza di uno stile pregiato e al tempo stesso privo di ridondanze, riesce a ammaliare, incantare ma non solo. Riesce Libro a stimolare quel pensiero, che spesso stentiamo a usare o che ci vergogniamo a usare perché, forse non è tanto cool. Invece il cogito ergo sum sarà sempre di moda, sarà un capo di classe da indossare in ogni occasione. sarà opportunità di crescita.

 Leggetelo e assorbite non guardate soltanto in modo sterile e meccanico le parole scorrere sulle pagine. Questo semplice codice riportato su carta è il dono che un grande autore ci elargisce, parole di uno Scrittore, che fa della bellezza, non soltanto letteraria ma umana, il suo mantra.