“I quattro regni” di Pietro Tulipano, Astro edizioni . A cura di Andrea Venturo

35335237._UY500_SS500_.jpg

 

 

 

Scrivere fantasy non è facile come sembra. Il fantasy ha le sue regole e nonostante si sia tentati di dire che “se ti inventi tutto che difficoltà c’è?”

Risposta: è forse la sfida più difficile.

Se Pierino torna a casa tardi da scuola e dice “l’autobus non passava” viene creduto facilmente. Se prova a dire “Un drago ha incenerito l’autobus e sono tornato a casa a piedi”… eh… ora mettetevi nei panni di quello scrittore che deve convincervi che è il ritardo dell’autobus a non essere plausibile e invece l’arrivo del drago lo sia. Pensate che scrivere fantasy sia ancora una passeggiata? La difficoltà dello scrivere questo genere è proprio questa: sospendere l’incredulità del lettore, fargli credere qualcosa che non solo non è reale, ma è raccontata attraverso elementi alieni dalla propria realtà e con leggi fisiche totalmente differenti. Magia, draghi, oscuri signori e globi luminosi che saltellano qua e là, mutaforma, elfi, orchi, Nani e tutto il resto vengono raccontati attraverso la penna di Pietro Darth Vader Tulipano con abilità e tanto entusiasmo.

La trama.

Lineare dall’inizio alla fine, ricalca in tutto e per tutto il “Viaggio dell’eroe” di Vogler & Campbell, evidentemente l’autore ha voluto andare sul sicuro… e ha scelto bene. Non si schioda di una virgola dal “modello base” per intenderci quello che Luke Skywalrker compie dalle aride distese di Tattoine alla base ribelle situata sulla luna boscosa di Endor. Cosa che non sorprende data l’affezione dell’autore per la saga di George Lucas.

Tutto qui? No. Pietro Tulipano tenta, con successo, di introdurre piccole variazioni sul tema. Senza di esse l’esperienza di lettura risulterebbe scontata dall’inizio alla fine. Invece, nonostante molte delle previsioni fatte a inizio libro si riveleranno esatte, è il modo in cui si giunge alla conclusione che segue vie imprevedibili.

Dunque abbiamo una trama prevedibile negli esiti e non banale nei modi.

Tuttavia la presenza di alcuni nèi non mi permette di gridare al “miracolo”, poiché alcune domande  rimangono senza risposta.  In particolare: come fa un personaggio, per quanto fortissimo, a liberarsi da una prigionia “senza ritorno” e percorrere miglia e miglia ferito a morte? Questo passo mi ha richiesto molta pazienza per essere digerito: mi ha dato l’idea che l’autore non sapesse come fare per salvare il gruppo di avventurosi e gli abbia “servito” su un piatto d’argento un eroico “deus ex” che li ha messi tutti sull’avviso. Probabilmente prima dell’editing il passo era messo in condizioni ancora peggiori, ma nonostante l’ottimo maquillage letterario… niente da fare, più ci ripenso e più mi rendo conto che modifiche “plausibili” a quel pezzo avrebbero comportato la riscrittura di interi capitoli. La trama, a partire dalla “deviazione” che porta all’incontro di cui sopra e fino alla svolta che l’incontro comporta, fa tornare l’incredulità e mi ha fatto pensare “no, questo è impossibile”. Cosa che in un’opera prima ci può anche stare… in fondo anche Christofer Paolini ha salvato più volte Eragon in questo modo, ma nulla mi può impedire di storcere il naso al riguardo.  Altro “neo” riguarda la caverna. Il viaggio dell’eroe, nel punto più “basso” dove l’eroe se la passa peggio insomma, attraversa la caverna ovvero il luogo dello “scatto di crescita” dove la sua parte eroica, le doti che ne fanno il protagonista, emergono e gli concedono la “forza” che in Luke è proprio quella che gli fa guidare i siluri protonici dentro la famosa luce di scarico e bum.  La caverna di Luke è la Morte Nera, con punto “più basso” concentrato tra il compattatore di rifiuti e la (non)morte di Obi Wan.

Nel libro di Pietro è piuttosto veloce e, a mio avviso, poco raccontata. L’eroe cresce linearmente lungo tutto il libro con pochi scossoni tra l’inizio e il finale e, mah, funziona. Altri buchi di poco conto riguardano l’uso dei grifoni che, onestamente, non ne comprendo l’utilità se non per comodità dell’eroe e un uso poco  credibile. I Grifoni e i Cavalli non sono buoni amici, i primi si mangiano anche i secondi. Eppure abbiamo un principe che ne possiede sette e il suo re che non ne possiede neanche uno o li avrebbe usati per scortare i suoi “ambasciatori” e mandati a morte certa con buona pace del protagonista. Questa parte, giunta ormai verso la fine, non dà troppo fastidio e si riesce a sorvolare in scioltezza anche perché il volo sul grifone viene descritto molto bene.

L’ambientazione.

Curata, in modo certosino. Il mondo dei quattro regni pare diviso col coltello, in particolare quel che riguarda la razza degli orchi. In compenso è dinamico e viene narrato in modo plausibile il concetto che il battito d’ali di una farfalla può scatenare una tempesta. Insomma non sarà un mondo strapieno di luoghi esotici e incantati, ma si muove, si agita e fa sentire la propria voce sopra il mare di gente che ci abita sopra. Apri una chiusa da una parte, sommergi un nemico dall’altra, allaghi una valle e fai migrare delle belve. Queste si insediano altrove e altrove ha altri abitanti che cominciano a soffrire e così via in una catena che “termina” alla fine del libro un po’ come nella canzone “alla fiera dell’est”.  Oltre a questo dinamismo davvero apprezzabile c’è una buona cura nella scelta di nomi per personaggi e luoghi, con un buon “extra” per questi ultimi che sono ispirati tanto da personaggi storici che da eventi, oltre che da divinità,  creature e molto altro. Insomma c’è una bella varietà, plausibile e ben integrata. L’onomaturgia legata alla cultura locale può sembrare una cosa scontata, ma se incontrare un elfo di nome Legolas “suona bene” come reagireste di fronte all’ elfo Ciro o Sam? Idem per tutta la toponomastica e gli espedienti linguistici per definire oggetti e modi di dire. Un aspetto che Pietro ha saputo rendere in modo realistico e convincente e che salva la trama altrimenti affetta dai buchi di cui sopra.

I Personaggi.

Aldilà del protagonista, troppo buono, troppo onesto, troppo tutto… ma al quale manca la spada laser e una unità R2D2 per essere scambiato per un altro, i personaggi sono piacevoli da seguire. Caratterizzati a dovere, ognuno con il suo modo di parlare, i propri atteggiamenti, modi di agire e molto altro si fanno tutti apprezzare per le loro doti, anche l’antagonista per il quale, inutile che mi nasconda dietro un dito, ho detto “eccheqats, no, questo qua non doveva morire!”.  Appare chiaro fin dall’inizio come deve finire, non c’è spoiler in ciò. Certo se dicessi come il protagonista ci riesce allora sì che rovinerei la sorpresa. Curati sotto ogni aspetto i personaggi del libro sono credibili quanto basta per mantenere sospesa l’incredulità e strappare qualche emozione. Lacrime e sorrisi accompagneranno il lettore grazie alla cura che Pietro ha riversato sui suoi eroi, ma pure sugli antieroi, sui comprimari e tutto il contorno. Si scoprirà che i “quattro regni” sono ben più di quattro e quella divisione fatta col coltello non è poi così netta come sembra. Unica “pecca” è il protagonista che ha una gran quantità di pregi, la maggior parte solo “potenziale” e che poi emerge man mano  che si sviluppa. Forse in maniera un pelino accelerata, come accade al suo alter ego Skywalker, ma d’altro canto è uno degli elementi del “viaggio” quella di far emergere il vero eroe che si nasconde nell’umile contadino di Tattoine. E, giocoforza, nel lettore. E pure anche Deltàn, il protagonista, dovrà fare i conti col proprio lato oscuro prima o poi. Avvertenza: quel poi è rimandato alla prossima puntata. Lato oscuro che esiste, ma che… no, niente spoiler. Questo aspetto del protagonista è congegnato bene e dunque non è solo “alto e bello” e con una spada magica in mano.

Lo stile.

Sembra che lo “show, do not tell” sia stato messo da parte. Un narratore onniscente plurifocalizzato si prende cura di noialtri poveri lettori e ci inculca il concetto di καλοκαγαθία (kalokagathia) ovvero che bontà e bellezza si accompagnano e formano un connubio indissolubile. Non condivido affatto: la bellezza è negli occhi di chi guarda e il narratore dovrebbe limitarsi a mostrare chi è che sta zappando nei campi. Se è bello o somiglia a una piovra bollita (come Mark Hamill in “Il ritorno dello Jedi”) lo decide lo spettatore. All’autore/regista il compito di fornire tutti i dettagli necessari, senza sforare nell’infodump. Pietro invece pare legato ad un altro tipo di narrativa, più retrò e, appunto, al concetto che se una cosa “è bella” ha anche una serie di caratteristiche positive legate ad essa quali “conseguenze naturali” come il tuono che segue il lampo. Questo aspetto vien mantenuto coerente dall’inizio alla fine, senza mai sgarrare e quindi, se pure “ob torto collo” sono costretto ad ammettere che il suo “tell, don’t show” può funzionare. Per essere un’opera prima ne emerge uno stile molto particolare: pare naif, ma è evoluto ed elaborato. Classicheggiante nel suo raccontare molto e mostrare poco, ma con ritmi, locuzioni, forme verbali & sintattiche assolutamente moderne. Anche qui: il contrasto funziona e invece di far crollare miseramente la struttura ne esce fuori un’alchimia insolita e “senza tempo” che sostiene la narrazione e permette di recepire quanto raccontato. L’editing del libro appare pure curato per ciò che riguarda stile e forma, ha anche un discreto tentativo di far passare il salvataggio di cui sopra per un “colpo di fortuna davvero opportuno”, ma solo un lettore principiante può cadere in un simile “tranello letterario”. La mia impressione è che l’editor abbia suggerito delle modifiche per far suonare plausibile il tutto e abbia guidato (senza mai intervenire sul testo, mi è parso… quindi in ogni caso è stato molto bravo) l’autore nel sistemare i passaggi più impegnativi.

In Sintesi

I Quattro Regni è un buon libro per appassionati di fantasy e per chi intende avvicinarsi al genere senza affrontare mostri sacri come Tolkien, Martin o Gemmel. Letture che richiedono un pubblico capace di apprezzare le caratteristiche peculiari degli autori. È un libro adatto a ogni età e che si lascia persino rileggere per rivelare dettagli sfuggiti durante la prima lettura.

Pro:

ambientazione curata

personaggi ben caratterizzati

scene dinamiche (combattimenti, battaglie ecc…) narrate a dovere

Contro:

trama semplice, con qualche maglia un po’ troppo lasca che somiglia ad un buco.

qualche elemento narrativo da rivedere.

Inizio lento, occorre resistere un poco prima di decidere che vale la pena proseguire nella lettura.

 

Annunci

“Terribile è il gioco dell’amore, dove è necessario che uno dei due giocatori perda la padronanza di sé stesso. Charles Baudelaire” in arrivo la nuova fatica di Connie Furnari, “Destroyed”un romanzo controverso che farà, sicuramente, parlare di se

27973187_1756897651029359_701706527834948138_n.jpg

 

 

Con un’atmosfera densa di passionalità e suspense, Destroyed è un dark romance che racconta una storia d’amore oltre la razionalità e il controllo, in un crescendo di suspense, fino a sfociare nella follia e nella perversione.

 

 

 

Sinossi

Per colmare il vuoto che la attanaglia, la depressione adolescenziale causata dall’essere vittima di bullismo al liceo e dalla continua pressione dei genitori, Vanessa tenta il suicidio, a diciassette anni.
Alcuni anni dopo, si laurea in psicologia alla Johns Hopkins University, decisa ad aiutare chi è ancora dentro quel tunnel oscuro, convinta di essersi lasciata la depressione alle spalle.
Vanessa comincia a fare pratica nell’ospedale del padre, noto psichiatra in pensione: Wilmot Nest è una struttura medica specializzata che accoglie persone deviate mentalmente, a Baltimora, nel Maryland.
Quando conosce Joshua Kipling, uno dei suoi pazienti, ne è conquistata e annientata: volto sfregiato da una cicatrice sul sopracciglio, spietati occhi color azzurro ghiaccio. Rude e apparentemente insensibile e sadico.
Joshua è un uomo bellissimo ma è anche uno dei pazienti più violenti dell’ospedale, affetto da una grave psicosi, segnato da un passato che nessuno sembra conoscere.
Il legame fra Vanessa e Joshua diventa sempre più profondo e ai limiti del rapporto etico fra dottore e paziente, finché i due non si ritrovano coinvolti in una relazione sessuale malsana, che riporta Vanessa ai suoi traumi non ancora risolti.
Un’inquietante sequenza di morti, suicidi all’apparenza, la convince che ci sia qualcosa di marcio in quell’ospedale. O qualcuno.
Tutti gli indizi portano a Joshua come al presunto assassino.
La linea che separa la razionalità dalla follia scompare, e Vanessa precipita in un baratro in cui il sesso, il pericolo e la seduzione la rendono schiava e succube di quell’uomo così inquietante e sensuale, che lei ama in modo perverso.
Poiché l’amore è il passo più vicino alla psicosi.

 

 

Joshua era la morte. La mia salvezza.

L’unico che riuscisse a uccidere quello che ero, a soddisfare le mie pulsioni violente, che oramai mi avevano portata alla follia. La mia libido era finalmente esplosa, il sesso mi aveva liberata da tutte le mie inibizioni.

 

 

 

Dati libro

Genere: thriller/dark romance.

Formato: Formato Kindle

Dimensioni file: 2146.0 KB

Lunghezza stampa: 183

Utilizzo simultaneo di dispositivi: illimitato

Venduto da: Amazon Media EU S.à r.l.

Lingua: Italiano

ASIN: B079WQSCN8

 

EUR 0,99 per l’acquisto

 

http://amazon.it/dp/B079WQSCN8/