“Il faro” di Filippo Semplici, Delos Digital edizioni. A cura di Natascia Luchetti

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Immaginate di essere presi per il collo dai debiti e avere una famiglia da mantenere senza poter fare affidamento su un lavoro.

Giunge da voi un uomo che vi dice: guadagnerai fior fiore di quattrini accendendo e spegnendo un faro posto su un’isola deserta, un paradiso naturale del Pacifico.

Voi che cosa fareste?

Be’, io dopo aver letto questo libro non accetterei.

Tommaso, il protagonista, parte tutto contento, convinto che con quella scelta risolleverà le sorti della sua famiglia. Ha sempre avuto una vita difficile: la droga, la disintossicazione, la nascita di un figlio problematico e la difficoltà a trovare lavoro.

È un ultimo, uno di quelli che stanno peggio, o almeno così si definisce lui durante uno degli intensi monologhi all’interno del libro, un pezzo fantastico che non posso riportarvi per evitare spoiler.

Ebbene, l’arrivo sull’isola è come il primo passo in paradiso. Il lavoro non è difficile, il paesaggio è meraviglioso e tranquillo. In un primo momento Tommaso sembra trovare l’equilibrio perduto da tanto tempo. L’isolamento dalla società matrigna è la chiave per riprendere a vivere come un tempo, recuperare i ritmi perduti per colpa degli affanni, almeno fino a quando le cose non iniziano a complicarsi.

La cagnolina di famiglia sparisce nel nulla. Non si ritrova né viva né morta. È il primo campanello d’allarme, preludio a una tragedia ancora più grande. C’è qualcosa nell’isola, sotto il pelo dell’acqua limpida. Non posso dirvi di più, perché vi rovinerei la sorpresa che c’è ed è fantasticamente intensa.

Vi posso però dire che queste pagine analizzano la paura in senso lato.

L’ignoto, il più grande di noi ci spaventa, ci atterrisce, quasi ci fa impazzire. Sovverte l’ordine morale che dovrebbe tenere insieme la struttura di un essere umano. Diventiamo animali dunque e dobbiamo sottoporci alla legge del più forte, chiunque egli sia.

E l’autore ci presenta un protagonista fallibile, pieno di difetti, un antieroe credibile che trova la forza proprio dal basso della disperazione.

Le atmosfere Lovecraftiane si avvertono forti e chiare nella seconda parte del libro, quando la vicenda diviene incubo e oppressione, attraverso immagini di abomini deformi.

Eppure la vera mostruosità è la paura, il mutamento dell’animo umano dal razionale all’irrazionale della follia.

Consiglio la lettura di questo romanzo breve a tutti gli amanti dell’horror classico.

Troverete pane per i vostri denti…anche se finirete per abbandonare l’idea di trasferirvi su un’isola deserta per trovare un po’ di pace.

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