Educazione e apprendimento, capisaldi dell’umanità. A cura di Alessandra Micheli

 

In un articolo precedente ho asserito con convinzione che, la  religione è e resta un mezzo educativo importante in quanto rende noto alle nostre coscienze come ogni creatura è la variazione di un processo che fa parte di una natura prettamente sistemica del mondo.

Grazie a questo aspetto pedagogico della religione possiamo addentrarci anche in quello a essa parallelo, quello dell’educazione e dell’apprendimento. In quanto metafore, le religioni comunicano dei principi e delle verità eterne della storia e della biologia, permettendo agli uomini di modellare il proprio sistema sociale in analogia con il più ampio sistema ecologico.

Come nella religione, anche nell’educazione in genere, si dovrebbe garantire l’acquisizione di una visione olistica dato che si è potuto osservare come, il divario mente/natura, la miopia sistemica e la finalità cosciente, non abbiano fatto altro che accentuare la tendenza dell’uomo a provocare danni al proprio ambiente. Nella sua varietà di forme, nel suo continuo cambiare e nella sua staticità, il mondo attorno a noi sembra allo stesso tempo familiare e sconosciuto. Quell’avvertire con la parte non consapevole di noi analogie e differenze, consonanze e dissonanze e il fornire risposte esplicite alle esplicite domande sul perché e sul come accade è la premessa del nostro essere vivi, del nostro apprendere. Apprendere è la specialità dell’essere umano, significa elaborare un processo di conoscenza che passa attraverso un riconoscere la struttura che connette a noi stessi. Se la finalità cosciente impedisce la visione unitaria del reale, è necessario recuperarla per vivere i rapporti in una maniera più sana; bisogna trovare un metodo educativo diverso più attento alla sensibilità alle relazioni e alla sensibilità estetica della consapevolezza sistemica per poter vivere in maniera più sana e meno distruttiva le scelte che il nostro essere umani ci impone.

Il processo dell’apprendimento è dotato di una doppia struttura: una componente selettiva, conservativa e una componente casuale, creativa che prelude perciò al cambiamento. La componente conservativa, agisce da filtro critico per ammettere il nuovo; attraverso il metodo della comparazione, le nuove idee si confrontano con le idee preesistenti con la logica e con il senso comune. Qui la componente due si manifesta nell’interazione con l’ambiente esterno. Interagendo con gli aspetti causali imprevedibili della vita, ogni organismo apprende e mette in atto strategie adattative: è qui che la creatività, l’immaginazione producono nuovi pensieri e creano forme nuove. Il cambiamento avviene in virtù della flessibilità degli organismi; nell’adattarsi all’ambiente esterno l’organismo può sì cambiare i contesti entro cui vive, ma può anche adattare la propria capacità di adattamento ed essere facilitato in questo dal fatto che apprende ad apprendere.

Nel processo mentale dell’apprendimento, però, può accadere che gli individui o la società, incamerino stabilmente apprendimenti e quindi cambiamenti senza averli precedentemente codificati (ossia senza aver assegnato un nome al processo). La codificazione diviene un processo cruciale; in questo processo però gli esseri umani possono cadere in errori di tipizzazione logica (di assegnazione di nomi e classi). Nell’accettare il nuovo e nel tendere a massimizzare più che ad ottimizzare, essi potrebbero fissare stabilmente una variabile che sembrerebbe assicurare un momentaneo benessere e assuefarsi all’adattamento che hanno incorporato senza aver verificato a quale tipo logico appartenga.

La configurazione degli organismi viventi manifesta rapporti di relazione, e gli apprendimenti codificati, resi stabili in virtù del continuo ritornare sugli stessi contesti, creano forme rese evidenti non soltanto dal codice verbale ma anche dall’assenza di parole. Il codificare gli apprendimenti procedendo per successivi aggiustamenti, il creare o il riprodurre modelli, schemi astratti e inconsapevoli, permette di rendere stabile:

 

 “ciò che non deve essere facilmente cambiato: costituisce le premesse del cambiamento che è tale in quanto agisce per differenza.”

Conserva R. Immaginazione e rigore nei processi di apprendimento in Gregory Bateson, a cura di Marco Deriu,

 

L’immaginazione e la creazione di nuove forme, vengono così temprate dal rigore e si fanno strada nel confronto (e anche nello scontro) con la rigidità del sistema che vogliono cambiare. Ogni sistema cui venga affidato l’apprendimento, viene visto come un filtro critico sotto cui debba passare il nuovo.

Pianificare tutte le soluzioni o tenere sotto controllo tutte le variabili di un progetto educativo è pressoché impossibile; conviene piuttosto ampliare le domande e riformularle al fine di inserire le risposte in una prospettiva più grande. Quello che serve per educare l’uomo verso una strada che, passando attraverso i tradizionali metodi educativi porta alla pace, è ripensare il pensiero, la nostra umanità, le nostre epistemologie alla luce di una Gestalt più vasta, per riconsiderare, alla luce del fondamento biologico della vita e della conoscenza, i contesti entro cui ragioniamo di apprendimento e i contesti dove viene programmata (in una mescolanza di vicoli formali, e della novità del cambiamento) la trasmissione culturale dei contenuti e dei metodi educativi.

Nel caso dell’educazione che possa portare a una sana gestione dei conflitti, bisogna rendersi conto di un fatto scontato ma di fondamentale importanza che spesso viene trascurato, la trasmissione culturale sarebbe facile se, coloro che apprendessero, fossero macchine banali.

Le persone alle quali si rivolgono i metodi educativi, coloro che imparano per tentativi ed errori, hanno già maturato alcune idee su se stessi e sul mondo. L’apprendere per tentativi ed errori convive, infatti, con l’apprendimento che avviene nella prima infanzia e che struttura quello che poi noi saremo, il nostro modo di segmentare gli eventi e l’esperienza. L’apprendimento conseguito nella prima infanzia, ha la caratteristica di autocovalidarsi e di conseguenza lo rende quasi inestirpabile. L’accettare la pluralità delle intelligenze in qualsiasi processo educativo ( specie in quello che ha per obiettivo non il semplice ripetere meccanico di rituali o procedure, ma quello che ha per obiettivo un mutamento nella scala dei valori) si rivela sì una scelta saggia e obbligata, ma rappresenta anche un fattore di rischio perché se tutte le epistemologie funzionano ( grazie al loro continuo autoconvalidarsi) non tutte sono corrette, soprattutto dal punto di vista dell’ecologia delle idee. Ad esempio, un’epistemologia incentrata interamente sull’io e non sulla relazione con l’altro, può essere distruttiva per entrambi e per tutto il sistema sociale. La relazione con l’altro fondata sulla comprensione e sul rispetto, è fondamentale sia per la transizione da uno stato di disordine ( che si possono esplicare in un contrasto societario, nella formazione di stereotipi, nella considerazione binaria del sistema società Amico/nemico) sia per la risoluzione dei conflitti vera e propria, una risoluzione che non può essere soltanto giuridica ma che investe il piano sociologico e psicologico degli attori sociali.

Oltre dunque alla modifica di componenti del carattere che possono rendere inutile lo sforzo del militare e di ogni addetto alla costruzione della pace, è necessario che si adegui il comportamento al contesto. Il nostro contesto postmoderno risulta, molto spesso, difficile non solo da gestire a causa della sua logica ambigua e sfumata, ma anche perché risulta differente dal modello comportamentale a cui siamo stati educati. Le riflessioni sul contesto di apprendimento, quindi, si rivelano utili per capire come, si possa rispondere a questa esigenza. Il contesto sociale in cui l’apprendimento si svolge (che può essere la scuola, la famiglia, la società) appare come il luogo dove, alla cura dell’estetica della relazione, si accompagna una costante verifica delle variabili che collaborano a definire la forma del contesto, la sua adeguatezza agli apprendimenti sollecitati e dei comportamenti strutturati nel carattere delle persone.

 Nasce, così, il problema di quali resistenze al cambiamento del carattere vadano rimosse, laddove la centralità della persona rischia di vanificare il progetto di un’educazione aperta alla collettività. Certe rigidità, risultato dell’assuefazione e di una certa maniera di segmentare l’esperienza, non sono stati immutabili che informano in modo deterministico sui futuri cambiamenti. La reversibilità delle abitudini apprese dimostra che un organismo può conseguire un adattamento nuovo a nuovi contesti; è lecito ammettere e richiedere cambiamenti che il carattere di un individuo può sopportare, e che sono ragionevolmente finalizzati e motivati dal contesto di apprendimento. Esiste da un lato una tendenza verso la coerenza che è propria dell’organismo, il quale pertanto tende a rifiutare ciò che avverte letale per il suo equilibrio; però d’altro lato ci può essere la coerenza e la persistenza del nuovo stimolo. A favore del cambiamento o del miglioramento dell’apprendimento collaborano la durata della sequenza correttiva, l’aver adattato un certo apprendimento all’età e il ritorno ciclico sulle stesse cose e anche l’esercizio; è così che un apprendimento, casuale e aleatorio, da semplice percezione di una differenza, si trasforma in cambiamento.  La persistenza di un’idea nuova è garantita non soltanto dalla sua forza interna e dall’ essersi combinata con abilità complementari, ma anche e soprattutto dalla sua durata

 

“anche le idee migliori resteranno scritte sulla sabbia e sull’acqua, se l’incursione nel casuale non si accompagna alla ricerca di una forma che le faccia durare.”

Gregory Bateson Una sacra unità

 

Dietro tanti comportamenti inadeguati al contesto esiste un uso sconsiderato della libertà o l’ignorarne i limiti ma anche l’assenza da parte dell’apparato educativo di messaggi che informino sia sul necessario rigore delle procedure sia sulle forme e sui processi che facilitano la stabilità degli apprendimenti e il riconoscerli da parte di chi apprende.

Sono molti gli apprendimenti che possiamo comprendere e di cui possiamo avere consapevolezza. Si può ragionare anche sugli automatismi e prendere atto che sono sbagliati, cambiarli però, è un passaggio di altro ordine. L’affrontare un problema per tentativi ed errori è salutare nella fase di scoperta del problema, ciascuno nel tenere sotto controllo l’elemento casuale, si misurerà con l’esperienza acquisita e le competenze ridurranno il tempo di acquisizione per tentativi ed errori, della nuova competenza. Nel tempo però, è conveniente convertire quella flessibilità in rigidità occorre che, quel fermarsi a comprendere, sia convertito in memoria stabile e inconsapevole. Per conseguire la competenza stabile, occorre che su qualche versante colui che apprende crei qualche rigidità; sarà così più probabile che la tensione verso un certo apprendimento giunga a manifestarsi in una forma adeguata. Nel corso di queste operazioni si potrebbero incamerare altre nozioni, anche quelle che non si era messo in conto di imparare. L’apprendimento imprevisto acquista significato in virtù di quella rigidità che intenzionalmente escludeva altri apprendimenti; questo modo di atteggiarsi verso la molteplicità degli eventi ha all’origine alcuni apprendimenti forti e ben costruiti, magari saranno quegli apprendimenti che avranno cambiato il grado di flessibilità (l’aver esplorato più campi disciplinari può aver accresciuto la flessibilità). La scoperta di nuovi apprendimenti e di nuovi modi di segmentare gli eventi e di integrarli con la personale epistemologia, porta a riconsiderare la relazione tra sè o l’oggetto dell’apprendimento.

Il concetto di deuteroapprendimento consente all’attore sociale:

 

 “di modificare la sua capacità di apprendere da parte dello stesso sistema in rapporto ai contesti co-costruiti, consente di acquisire un saper-fare, ma anche un saper fare acquisizione di sapere, per riconoscere non soltanto ciò che in modo virtuale, era già noto”.

Stefano Manghi . (a cura), Attraverso Bateson,

 

 

Apprendere comporta l’unione del conosciuto con lo sconosciuto, comporta l’organizzare e riorganizzare l’equilibrio/disequilibrio di un sistema rispetto all’ignoto al nuovo. Il riuscire a superare i contrasti tra ciò che siamo e i contesti che attraversiamo, rappresenta un cambiamento di epistemologie. Tale cambiamento risulta necessario specie oggi poiché molti dei comportamenti sociali (per esempio rispetto al problema immigratorio) sono sostenuti da epistemologie che hanno sì dimostrato la loro nocività ma che sono profondamente radicate nella nostra morale. La concezione, per esempio, dell’esistenza di un nemico è nata da bisogni di espansione, di difesa, di attacco e di conquista, mentre oggi noi dobbiamo educare dei volontari per compiti che si prefiggono di tamponare, se non addirittura allontanare, le fratture del sistema che provocano la diffidenza e in casi estremi una vera e propria guerra civile.

La violenza non è più il mezzo idoneo per conseguire i nuovi obiettivi di risoluzione dei conflitti e il militare tradizionale non è più l’attore sociale protagonista delle nuove operazioni.

D’altro canto la nuova educazione dei cittadini rappresenta una necessità primaria; educare sopratutto al rigore di valori condivisi quali la democrazia, la pace, il rispetto e la comprensione, ma educare anche al conseguimento di un ordine superiore di cambiamento, ossia alla flessibilità e alla creatività. Queste riflessioni, forse, possono contribuire alla formazione di una cittadinanza più consapevole e preparata ad affrontare gli innumerevoli contesti e le innumerevoli ambiguità insite in questo mondo così eterogeneo e multiculturale.

 

2 pensieri su “Educazione e apprendimento, capisaldi dell’umanità. A cura di Alessandra Micheli

  1. La religione come un codice etico, che aiuta se non altro gli uomini a uscire dalla propria selvatica condizione di bestie (Homo homini lupus) e a riconoscere, discernere il male dal bene. Un codice educativo. Di fatto nell’islam la scuola è scuola coranica, fino al secolo scorso si imparava studiando il Corano, e contemporaneamente si affrontavano le scienze e gli altri studi. Dai paesi arabi come la Sicilia, le scuole si diffusero e si fondarono le prime Università, dove ebrei, cristiani e musulmani potevano studiare assieme. Ma la religione può essere anche una dannatissima fonte di settarismo e fanatismo, se dimentica le proprie origini e diventa apparato di potere.Tutte le religioni educano all’amore reciproco, eppure tutte sono state usate per fare il male

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