“Destini incrociati” di Francesca C. Cominelli. A cura di Milena Mannini

 

A volte amiamo talmente una persona che i nostri dubbi su quello che siamo e che potremmo essere, diventano anche il nostro tormento. Saremo davvero felici? Lui o lei staranno al nostro fianco per sempre oppure l’amore ci rende talmente egoisti da voler tenere al nostro fianco qualcuno che non è felice, solo perché lo siamo noi?

E se quest’amore ci portasse a decisioni sbagliate, se abbiamo davvero trovato la nostra metà della mela ma se la paura del futuro e di quello che può essere cosa faremmo?

Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte.
(Karl Popper)

In questo secondo capitolo della destiny trilogy ritroviamo Amanda e Jared che affrontano questo forte sentimento che li ha uniti e subito messi alla prova, l’incidente che Amanda subisce li porta a fare un percorso interiore, intraprendendo il cammino dell’anima che, stimolato dalla paura che il tempo possa cambiare questi sentimenti li fa soffrire.

«Che il momento della verità si fa sempre più vicino…»

Ed entrambi decidono di lasciarsi in modo da poter far trovare all’altro la persona con cui saranno davvero felici.

Ti ho lasciato andare, non sono stato in grado di fermarti, e ora dovrai riaffrontare la paura che eri riuscita a domare. Avrei dovuto proteggerti, prendermi cura di te, invece ti ho condotta in questo letto d’ospedale. Non me lo perdonerò mai e capirei se tu non volessi più avere nulla a che fare con me

 

I mesi che seguono dopo la separazione mettono a dura prova l’anima e il corpo dei nostri protagonisti, gli equivoci si susseguono e nemmeno i loro amici più cari riescono a dare loro sollievo

 

«Sei tu l’artefice del tuo destino, sei tu a decretare come sarà il tuo domani, solamente tu puoi prendere decisioni cruciali. Noi -Calia, Melissa ed io- siamo solo le tue accompagnatrici. Possiamo mostrarti cosa potrebbe accadere e come potresti essere, ma sono mere ipotesi, non c’è assolutamente nulla di certo

Fin quando non saranno loro stessi a capire gli sbagli fatti nessuno potrà aiutarli.

È giunto il momento di smettere di piangersi addosso e reagire.  È giunto il momento di riprendermi la mia bambolina una volta per tutte!

Ma la nostra autrice ci ha abituati a colpi di scena, infatti quando tutto sembra andare nel verso giusto il destino mette di nuovo alla prova la nostra amata coppia

«Io ti uccido, razza di stupida! Se non posso averti io, non ti avrà nessuno!»

Riusciranno Amanda e Jared a superare anche questa prova?

Chi è che si oppone al loro rapporto e fino a dove si spingerà?

L’autrice anche questa in questo secondo capitolo riesce a catalizzare l’attenzione attraverso una scrittura semplice e scorrevole, ma che suscita molte emozioni.

Anche in questo capitolo non manca di farci restare con il fiato sospeso fino all’ultima riga.

Buona lettura Milena

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In libreria “Il divenire della filosofia in François Zourabichvili”. A cura di Cristina Zaltieri, edito da Negretto Editore. Scritto da Alessia Mocci (Fonte http://oubliettemagazine.com/2018/03/16/in-libreria-il-divenire-della-filosofia-in-francois-zourabichvili-a-cura-di-cristina-zaltieri-edito-da-negretto-editore/)

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Fin dove è possibile che una identità regga l’incalzare degli eventi, quando e come può finire per spezzarsi?” ‒ François Zourabichvili

 

In arrivo nelle librerie fisiche ed online “Il divenire della filosofia in François Zourabichvili” edito dalla casa editrice mantovana Negretto Editore, per la collana editoriale “Il corpo della filosofia”.

La collana “Il corpo della filosofia” diretta da Rossella Fabbrichesi e Cristina Zaltieri, è la scrittura dei suoi testi, là dove il pensiero si fa visibile, si concede al nostro sguardo. Porre l’accento su tale corpo non significa attraversare i testi mirando ad un altrove invisibile di cui essi sono i segni, ma illuminare l’intreccio scritturale che è la loro carne, il textum. Significa anche tener conto che il pensiero si dispiega sempre in un’alterità (corpo, scrittura, carne, materia) che lo contamina e lo nutre. Lungi da rimuoverlo od obliarlo, la filosofia deve essere all’altezza di tale suo corpo potente e glorioso.

“Il divenire della filosofia in François Zourabichvili”, curato da Cristina Zaltieri, traduttrice in Italia del filosofo francese, raccoglie gli interventi presentati il 2 febbraio 2017 all’Università Bicocca di Milano al Convegno omonimo dedicato al filosofo. Suddiviso in due parti, la prima “Letteralità, Evento Esaustione, Mappa” propone i testi di Giorgio Majer GattiLa questione della letteralità. Note di lavoro per una genesi”, Luca PinzoloL’evento-Deleuze. Il discorso indiretto libero di François Zourabichvili”, Ubaldo FadiniEsaurire e/è creare. Il possibile in questione a partire da Gilles Deleuze e François Zourabichvili” e Lorenzo GattiIl commento scisso di François Zourabichvili”.

La seconda parte intitolata “Chimera, Forma, Fisica del Pensiero, Infanzia” presenta i contributi di Cristina ZaltieriFrançois Zourabichvili e la pratica della filosofia”, Vittorio MorfinoIl divenire della forma”, Federico SilvestriDal moto al conatus. Individualità dei corpi e ‘fisica del pensiero’ in Spinoza”, e Gianfranco MorminoLa prima apertura al mondo: Zourabichvili e la condizione infantile in Spinoza”.

Come suggerisce Cristina Zaltieri nella presentazione del libro, oggi, le riflessioni di François Zourabichvili stanno ricevendo grande rilievo internazionale e questo lo si può notare dalle traduzioni presenti in lingua inglese, giapponese, turco. Da mettere in rilievo che solo in Italia son state tradotte e pubblicate le sue quattro opere principali: “Deleuze. Una filosofia dell’evento” (Ombre Corte, Verona, 2002); “Spinoza. Una fisica del pensiero” (Negretto Editore, 2012); “Il vocabolario di Deleuze” (Negretto Editore, 2012); “Infanzia e regno. Il conservatorismo di Spinoza” (Negretto Editore, 2016).

Non si può di certo affermare che il pensiero di Zourabichvili sia di facile accesso per la complessità delle speculazioni affrontate sul filosofo Baruch Spinoza e su Gilles Deleuze ma è proprio questa la potenza nella quale si nota il grande lascito della filosofia dell’Evento di Deleuze e nel lavoro di far dei concetti altrui non tanto interpretazione quanto una sperimentazione che ha come campo d’esperienza noi stessi.

La ricerca focale dell’indagine filosofica di Zourabichvili ‒ come sottolinea la Zaltieri – è l’emergenza dell’identità, l’emergenza di tracciare i suoi contorni ed i suoi limiti in un percorso di liberazione dal materialismo e dalla tradizione e, di presa di coscienza e dunque riconoscimento delle chimere, così come le denomina Baruch Spinoza.

 

La letteralità equivale, secondo Zourabichvili, alla pratica stessa dell’immanenza, cioè alla produzione di senso attraverso la contaminazione delle serie eterogenee. Per chiarire meglio questo punto, Zourabichvili riprende le riflessioni che Deleuze ha dedicato al passaggio dal verbo EST alla congiunzione ET (soprattutto in Conversazioni e Millepiani), sulla base di un’idea definita sin dai tempi di Empirismo e soggettività. Cosa può significare l’espressione ricorrente «le relazioni sono esterne ai loro termini», se non che le relazioni non sono date in anticipo attraverso la natura statica dei termini stessi, ma sono sempre il prodotto di un incontro, dunque di un dinamismo relazionale e virtuale?‒ Giorgio Majer Gatti

 

“«La philosophie de Deleuze est un monopluralisme duel.» Il pluralismo non è la divisione dialettica dell’Uno nel Due: si tratta di un pluralismo dato in uno, ossia in una volta sola, ma pur sempre come pluralismo – di qui l’opzione, da parte di Deleuze, di impiegare la parola multiple come sostantivo e non come aggettivo; il multiplo è un ‘blocco’, è un pluralismo-uno piuttosto che una ’uni-pluralità’ che si dà, o meglio si articola, in modo plurale a partire da una preliminare unità, destinata questa sì, in un modo o nell’altro, a ricomporsi.‒ Luca Pinzolo

 

“Di fronte all’odierno «sistema controllato delle parole d’ordine», Deleuze sottolinea la necessità – anche politica – di una ‘contro-informazione’ che possa valere come ‘atto di resistenza’, che consenta di comunicare ‘meno’, in quanto creare è «sempre stato altro dal comunicare». Oggi l’essenziale consiste proprio nella creazione ‘dei vacuoli di non-comunicazione’, degli ‘interruttori’ indispensabili per sfuggire al ‘controllo’, con i suoi effetti di sofisticata omologazione attraverso la diffusione di una apparente diversità/differenziazione, anche a livello individuale.” ‒ Ubaldo Fadini

 

Spinoza è il primo commentatore di sé stesso, lo fa inserendo, come diceva Gilles Deleuze nel calmo movimento del ‘fiume della deduzione’, lo scorrere sotterraneo, irrequieto, polemico e immaginifico degli scoli. Il commento di un testo scritto ordo geometrico si differenzia da un commento generico perché le partizioni testuali di riferimento sono effettuate dall’autore stesso e consentono di essere prese a blocchi che rimangono inalterati nel passaggio da un commentatore all’altro. Lorenzo Gatti

 

Interpretare può essere solo una cosa, per Zourabichvili: sperimentare. In primo luogo sperimentare la forza vitale dei concetti, la loro capacità di rispondere al proprio problema. Concretamente in che consiste questa postura sperimentale dell’interpretazione? Ci offre la risposta una costellazione di concetti che è ricorrente nella scrittura di Zourabichvili: envelopper, enveloppement, impliquer. Laddove sono riferiti alla natura del concetto questi termini stanno ad indicare che la sostanza propria di cui è fatto un concetto filosofico è costituita da un inviluppo di senso. Quello che deve fare l’interprete non è tradurre il concetto, trasporlo in termini più comprensibili, più propri, come si richiede nell’interpretazione di una metafora. Cristina Zaltieri

 

“Se vi è un concetto che attraversa tutta l’interpretazione che Zourabichvili propone del pensiero spinoziano, senza dubbio è quello di forma. Certo, reinstaurare la centralità della forma nella teoria spinoziana sembrerebbe una mossa che presuppone un’abdicazione della lettura materialistica, sia essa posta in essere in favore di uno sdoppiamento platonizzante dei piani dell’essere o di una concezione gerarchica e teleologica delle forme à la Aristotele o à la Leibniz. […]” ‒ Vittorio Morfino

 

L’analisi di Zourabichvili, muove da un’osservazione di un certo rilievo: generalmente si riconosce in Leibniz il filosofo della riabilitazione del concetto di forma. Più propriamente, si è soliti leggere Leibniz come colui che ha riabilitato le forme sostanziali, mentre, secondo l’interpretazione di Zourabichvili, sarebbe più opportuno vedervi colui che ne ha radicalmente modificato il concetto. Federico Silvestri

 

“L’analisi di Zourabichvili inizia appunto con un grande aristotelico, Tommaso d’Aquino: il dottore medievale legge il problema del passaggio dal bambino all’adulto come un processo nel quale si mantiene l’identità, ovvero la continuità numerica. Come osserva Zourabichvili, mentre lo sviluppo fisico appartiene al novero del moto secondo la quantità, quello dello spirito produce un mutamento qualitativo; il bambino non ha semplicemente una ragione minore di quella dell’adulto, ne è del tutto privo. Perciò esso «sembra appartenere al genere [animale], senza differenza specifica; così si parlerebbe di un animale in generale, dunque di una bestia (dato che gli si riconosce almeno la capacità motoria). Non è già di un’altra specie, a dire il vero non ne consta di alcuna»” ‒ Gianfranco Mormino

François Zourabichvili è stato un filosofo francese, di origini armene, che si dedicò interamente alla comprensione e commento di Baruch Spinoza e Gilles Deleuze, approdando alla produzione di opere di folgorante intensità concettuale. Docente all’Università Paul Valéry di Montpellier e direttore di programma del Collège International de Philosophie dal 1998 al 2004. A 41 anni, ed esattamente il 19 aprile 2006, Zourabichvili ha deciso di interrompere la sua vita proprio come aveva fatto dieci anni prima Gilles Deleuze.

 

Written by Alessia Mocci

Ufficio Stampa Negretto Editore

 

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Intervista Cristina Zaltieri

Intervista di Alessia Mocci a Cristina Zaltieri: traduttrice del filosofo François Zourabichvili per Negretto Editore

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Fonte

http://oubliettemagazine.com/2018/03/16/in-libreria-il-divenire-della-filosofia-in-francois-zourabichvili-a-cura-di-cristina-zaltieri-edito-da-negretto-editore/

 

I due sacerdozi. A cura di Alessandra Micheli

 

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La tradizione giudeo cristiana, distingue due sacerdozi: uno secondo l’ordine di Aronne l’altro secondo l’ordine di Melkitsedeq.

Quest’ultimo, in quanto ordine di Elohim, (il celeste) risulta superiore perché sussiste in eterno ed è di origine non umana, poiché egli è fatto simile al figlio di Dio, poiché è attraverso la legge che formula  che, per questo mondo, egli è espressione e immagine del Verbo Divino.[1]

Gli attributi propri di questo Re di Giustizia, sono gli stessi simboli propri dell’arcangelo Mikael (l’angelo del Giudizio): la bilancia e la spada. I due simboli rappresentano le funzioni amministrativa e militare, i due elementi costitutivi del potere regale.

Graficamente, essi sono i due caratteri che formano la radice ebraica ed araba del termine “Haq” che significa, al contempo, giustizia e verità[2]

Haq è la potenza che fa regnare la giustizia cioè l’equilibrio simboleggiato dalla spada ed è questo il carattere preciso ed il ruolo essenziale del potere regale.

La presenza reale della divinità, è rappresentata nel mondo inferiore dall’ultima delle 10 Sephirot, chiamata Malkut. Tra i sinonimi dati a Malkuth compare anche Tsedeq il giusto.

L’accostamento della regalità (Malkuth) alla giustizia (Tsedeq), si ritrova nel nome del Re del Mondo Melkitsedeq.

Melkitsedeq è, dunque, il realizzatore della pace e della giustizia, nonchè Maestro di tutti i maestri che hanno collaborato nell’opera di evoluzione e di creazione delle civiltà, nei tempi e presso vari popoli.

Chi collabora a quest’opera di cambiamento evolutivo, appartiene all’ordine sacro di Melkitsedeq, come sopravvivenza di una religione più antica, depositata e criptata, nella storia più segreta dell’ebraismo.

Consacrare un luogo a Michele/Melkitsedeq, significa farne un avamposto mistico in cui, la luce della Divina Emanazione, possa fare da tramite tra l’uomo e Dio e realizzare, così, benevolmente la vera opera di creazione, mediante una continua e costante rinascita interiore.

Si tratta di ottenere una forma di gnosi direttamente da quella gerarchia spirituale che si rivela custode di antiche conoscenze, derivate certamente dall’incontro dell’uomo con i figli di Dio i Ben Ha Elohim e trasmessi di generazione in generazione.

Questa trasmissione, è prettamente regale (ossia formata da Verità e Giustizia) ed estremamente selettiva dato la delicatezza del compito.

Ed è questa che è confluita in alcuni ordini segreti come la massoneria, i rosacroce e il fantomatico per molti, Ordine di Sion.

 

Note

[1]     Melkitsedeq viene appellato nella Pistis Sophia il Grande ricevitore della luce Eterna.

[2]     Caratteristiche che, da millenni è stata utilizzata per designare la regalità.

 

“Il debito” di Glenn Cooper, casa editrice nord. A cura di Vito Ditaranto.

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“Ho trovato Dio nelle pozzanghere d’acqua, nel profumo del caprifoglio, nella purezza di certi libri e persino in certi atei. Non l’ho quasi mai trovato presso coloro il cui mestiere consiste nel parlarne.” (Christian Bobin)

 

 

“Aveva gli occhi azzurri. Non un azzurro sbiadito e acquoso, bensì un colore vivido, dell’esatta sfumatura del lapislazzuli; li teneva fissi in quelli di lei mentre facevano l’amore, con una concentrazione priva di tentennamenti che la sconcertava ogni volta.”

 

 

Il protagonista de “Il debito” è ancora una volta Cal Donovan, già incontrato in “La croce”, anche se il vero interprete, a mio parere, è tutta l’organizzazione della la Chiesa.

La Chiesa dell’inganno, del tradimento e dell’avarizia.

Le vicende trattate nel libro mi riportano alla memoria le relazioni tra Roberto Calvi e il cardinale Marcinkus. Questa vicenda non è esplicitamente trattata da Glenn Cooper, ma tutta la trama riporta a galla questa oscura vicenda. La Chiesa cattolica è strepitosa: è riuscita a convincerci che esiste un Dio caritatevole, misericordioso, che ha creato il cielo e la terra, che ci ama, ci vuole vicino a lui, è onnipotente, e ha bisogno di soldi.

Il libro ha una trama molto avvincente dallo sviluppo ben studiato.

Il tema trattato (la ricchezza del Vaticano) si presta benissimo al solito e antico interrogativo: è giusto che la Chiesa possieda capitali in abbondanza e opere d’arte dal valore inestimabile  mentre, in tutto il mondo, c’è gente che muore di fame? E soprattutto, non sarebbe più opportuno che la Chiesa impiegasse la sua ricchezza  per debellare/alleviare la sofferenza degli “ultimi”?

Cal Donovan, riceve da papa Celestino VI un privilegio unico: l’accesso illimitato alla Biblioteca Vaticana e all’Archivio Segreto Vaticano. Cal ne approfitta subito per svolgere una ricerca su un oscuro cardinale italiano vissuto a metà dell’Ottocento, durante la prima guerra d’Indipendenza e i moti rivoluzionari. Si trova nella Santa Sede per portare avanti una ricerca sul Cardinal Lambruschini, segretario di Stato durante il papato di Gregorio XVI e sulla sua decisa opposizione ai moti rivoluzionari del 1848 quando, dall’esame di una strana missiva rinvenuta per caso, viene a conoscenza dell’esistenza di un inspiegabile prestito. S’imbatte in una lettera privata in cui si fa riferimento a un banchiere e all’urgenza di trasferirlo di nascosto fuori (proprio come Calvi).

Cal si convince dell’esistenza di un ingente debito contratto dalla Chiesa con una banca posseduta da una famiglia ebrea e mai restituito; questo anche se non espressamente citato ha molte attinenze con i Rothschild.

I Rothschild, ancor oggi sono i primi padroni del debito degli Stati, capaci di sopravvivere nei secoli e di cambiare il proprio modo di “fare banca”, la famiglia Rothschild è considerata l’esempio più sorprendente di “cabina di regia” del sistema finanziario. Gestivano il debito sovrano e trassero profitto dalle difficoltà finanziarie degli Stati e dei Re d’Europa… e lo fanno ancora oggi.

“L’abilità negli affari è di tre specie: La prima consiste nel nascondere gelosamente i propri progetti, ed è un’abilità alla portata di tutti. La seconda, assai più difficile, è fingere progetti immaginari,. La terza consiste nel dire con franchezza quel che si ha veramente intenzione di fare; e di solito nessuno ci crede. Quest’ultimo è il metodo migliore, e io lo seguo sempre.”( Jacob Rothschild)

 

Tornando all’analisi del testo, sin dal principio il lettore si trova di fronte a un romanzo che ha un linguaggio fluente che ben bilancia il mistero e quindi invoglia ad andare avanti. L’autore, inoltre, ben calibra i salti temporali. Certo, talvolta, il narratore tende a dilungarsi in dettagli evitabili, ma ad ogni modo la scorrevolezza del testo non viene eccessivamente invalidata. Dal punto di vista stilistico l’opera non colpisce per erudizione ma nemmeno disdegna.

“Il debito” è un elaborato adatto a chi cerca una storia di facile lettura con cui trascorrere qualche ora piacevole, è uno scritto dall’evoluzione statica e di facile intuizione, è un componimento con cui è impossibile gridare al capolavoro, ma che comunque rappresenta una buona lettura, soprattutto per quanto riguarda le tematiche trattate. È un romanzo che non annoia, che porta alla luce un campo, quello della Teologia, in una veste nuova e meno pesante.

Un opera esaltata dal contrasto perfetto tra tematica trattata e semplicità, pagine che vivono, pulsano, in cui possiamo riconoscere segreti, tanto gelosamente custoditi.

Non vi è dubbio della genialità intuitiva dell’autore, nel descrivere le ambientazioni e gli argomenti trattati, la vostra mente sarà aperta a ogni possibilità.

Un romanzo sul quale non ritengo di aggiungere altro poiché sono sicuro di non sbagliare consigliandovelo. Concedetevi un momento solo per voi, lasciate fuori tutti i problemi lasciandovi aiutare da questo testo che oserei definire illuminante.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

 

“Le strane morti di Aquileia” di Salvo e Patrizia Biliardello. A cura di Natascia Lucchetti

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Ancora una volta vi parlo di un romanzo che fonde due generi diversi. Le Strane Morti di Aquileia, infatti, affianca il giallo classico al noir, creando un perfetto connubio che, oltre a darci una vicenda che ci terrà incollati alle righe dalla prima all’ultima pagina, fa un’indagine sulle brutture della società nascoste dietro il sottile velo della normalità.

Di cosa parla questo libro ambientato in Friuli?

Ci sono due voci, appartenenti a due protagonisti diversi.

Da una parte abbiamo Roberto, trasferito al nord per lavorare come chimico in un’industria che produce vini e dall’altra il commissario De Stefano.

Che cosa li accomuna?

Il fatto di ritrovarsi a fare i conti con la morte di un conosciuto enologo il cui cadavere è stato rinvenuto all’interno di un tino pieno. Entrambi i protagonisti indagano, per nulla persuasi dalla spiegazione che giunge dopo una prima indagine, la quale risolve l’accaduto come un incidente.

Il caso potrebbe essere archiviato quando viene rinvenuto il cadavere di un’altra persona.

Non si può più pensare quindi alla fatalità, viste le analogie e il legame tra le due morti.

I cumuli di terra che sono presenti in entrambe le scene del crimine rimandano a una leggenda del luogo, quella del “pozzo d’oro” che fa ritrovamento alla figura di Attila. Si dice che durante il periodo in cui conquistò le terre di Aquileia, gli abitanti di quel luogo, prima di scappare sull’isola di Grado, avessero fatto seppellire tutti i loro tesori dai servi all’interno di un pozzo.

Per non permettere che questi rivelassero i loro segreti,  li uccisero annegandoli. Fino alla Grande Guerra, la leggenda del “pozzo d’oro” ha contaminato anche la legislazione del luogo, difatti nei contratti di compravendita dei terreni compariva la clausola: Ti vendo il campo, ma non il pozzo d’oro, in modo da non cedere i diritti sull’eventuale ritrovamento di questo pozzo pieno di ricchezze.

Ed è proprio questa leggenda a fare da sfondo alla vicenda in cui l’assassino si diverte ad ammucchiare tanti cumuli di terra quante sono le vittime, in modo da lasciare la sua firma.

Quella de “Le Strane Morti di Aquileia” è una trama classica gestita molto bene dagli autori che sembrano tracciare strade facili verso la verità per il lettore, poi stravolgono completamente le carte in gioco, portandolo a dubitare di tutti e tutto.

L’indagine si addentra nei meandri più oscuri e torbidi della società perbene delle ordinate città.

Club privati, case di appuntamento dove gente dall’immagine splendente si incontra per dare sfogo alle perversioni più basse e sfrenate che sfociano in un’attraente immoralità. È una realtà doppia quella scritta tra le pagine di questo libro in cui la perfezione e l’ordine nascondono il desiderio di lasciarsi andare a ciò che è proibito, che deve essere per forza nascosto.

Gli autori hanno descritto abilmente un ambiente realistico fatto di luci e di ombre in maniera dettagliata quanto basta a far muovere il lettore a fianco dei molteplici personaggi caratterizzati alla perfezione.

Non ci sono eroi, ma solo uomini fallibili, accarezzati dalla tentazione sotto tutti gli aspetti.

Non c’è purezza idealizzata, ma tutti vivono lo stesso dualismo dell’ambientazione, una lotta tra l’essere e l’apparire, tra il silenzio e le verità scomode nascoste dalle menzogne. E questo aspetto mi affascina tantissimo, perché non è semplice offrire protagonisti così veri.

Lo stile è fluido, impeccabile. I dialoghi sono ben scritti e la prosa è perfetta per il genere.

Tutti questi elementi rendono “Le strane morti di Aquileia” un titolo da acquistare per tutti i cultori del giallo classico e del noir, tuttavia mi sento di consigliarlo a tutti i lettori che vogliono leggere una storia di qualità che sa far riflettere sull’ipocrisia che riguarda la società che viviamo ogni giorno.

 

Oggi il blog consiglia “Come un brivido nel buio. Serie Shadows” di Mary Durante, Quixote edizioni. Imperdibile!

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Trama

Non puoi avere un sub quando sei un assassino in fuga, braccato dai criminali della gang con cui sei cresciuto. Soprattutto, non puoi avere come sub l’uomo che ha cominciato a invadere la tua mente con una costanza fastidiosa, diventando il centro indissolubile dei tuoi pensieri e l’unica persona che per te abbia una qualche rilevanza. Lucifer lo sa bene, continuare a cercare Matt avrà come conseguenza quella di mettere in pericolo entrambi. Per proteggere lui e se stesso, non ha scelta: deve dimenticarsi di averlo conosciuto, distruggendo sul nascere la sorprendente intimità che si è creata tra loro fin dai primi incontri. È quello che si sta ripetendo anche ora, appeso a ottantanove piani d’altezza, in procinto di fare effrazione nell’appartamento del suo amante per sorprenderlo con una visita inaspettata, per appropriarsi del suo corpo con le dita e con le labbra, come se davvero lo possedesse, e per rubare alla notte qualche altra ora d’illusione

 

 

L’autore

Ingegnere a tempo perso e amante della lettura e in particolare delle storie M/M, Mary Durante è ormai da tempo un’assidua frequentatrice dei siti di scrittura amatoriale. Dopo svariati anni in cui si è dedicata alla stesura di storie e fanfiction con il nick di Bluemary, e dopo qualche mese di esperienza come traduttrice, si è decisa a scrivere lei stessa un romanzo, divenuto poi il punto di partenza per le idee poco caste e gli aitanti protagonisti diversamente etero che ormai le affollano la testa.
Attualmente vive con sua madre, un canetopo, un gatto-quaglia e una gattina tutta orecchie e fusa che risponde al nome di Bubastis, ed è assieme supporto scrittorio ed elemento di disturbo.

 

Dati libro

TITOLO: Come un brivido nel buio
AMBIENTAZIONE: New York
AUTORE: Mary Durante
GENERE: Qlgbt Distopico
COVER: Angelice Graphics and Book Cover Designer
SERIE: Shadows # 1,5
FORMATO: E-book
PAGINE: 30
PREZZO: e-book gratuito (solo sullo store QE)
DATA DI USCITA: Download disponibile dal
26 Marzo 201

 

 

 

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“Intesa coniugale” di Danilo Runfolo, Delos digital. a cura di Milena Mannini

 

Il perbenismo e la religione hanno portato la maggioranza delle persone a giudicare in malo modo le coppie che non rispondono ai canoni della maggioranza delle persone portando molti a vivere la propria sessualità in modo clandestino.

Ma se ci fermiamo a pensare a cosa è la normalità, qual è la forma giusta dell’amore, chi può permettersi di giudicare il rapporto che lega due persone.

Quello che è “normale” in Oriente, in Occidente è considerato fuori dalla “normalità” e viceversa.

Allora perché giudicare, perché non provare, non sperimentare in modo da avere un metro di paragone adatto?

La mia spiegazione è questa, aprire i confini della propria mente non è facile, è più facile restare nella nostra comfort zone dove nulla può farci soffrire, o dove siamo convinti che nulla possa sconvolgerci.

In questo nuovo romanzo l’autore è alle prese con un tema non facile da affronatare, la sessualità di una coppia, marito e moglie, molto affiatatiin ambito sessuale, che non hanno paura di sperimentare, con una fervida fantasia che li porta a sconvolgere anche altre persone, partendo da piccoli approcci. Il loro unico problema è quello economico, come molte coppie della vita reale.

E allora perché non sfruttare questo lato trasgressivo della coppia per arrivare a quella che sembra essere la loro felità completa

 

“Devo parlare chiaramente con lei, altrimenti è inutile portare avanti questa commedia”

 

Fabio ha già pensato a tutto, ma il suo piano può funzionare solo se Laura è pienamente d’accordo, ci deve essere complicità e fiducia assoluta per la riuscita di ciò che ha in mente

Così porta a sua sposa a piccoli passi a scoprire fin dove la sua sessualità può arrivare, a quali sono le cose che è disposta a concedersi e a concedere. Ma dovrà fare molta attenzione a non tradire la fiducia di Laura

 

“ciò che mi sconvolge e mi fa rabbia è, invece, sentirmi usata; specie da lui. Avrebbe dovuto dirmelo prima, chiedere il mio parere, proporre il suo gioco e spiegarmene il fine che, a questo punto, non ho per nulla chiaro”

 

La coppia viaggia su un filo sottile che può spezzarsi e spezzarli in ogni momento

 

“non mi ero mai sentita così: troia si, so bene d’esserlo, perché una donna deve saper essere troia del suo uomo, ma puttanano; puttana mai”

 

Ma le dinamiche che uniscono una coppia sono sconosciute al mondo, loro sono i depositari e i manovratori delle loro vite e solo loro possono usarle ed usarsi per ottenere insieme ciò che ricercano dalla vita

 

“Abbiamo dovuto accattare parecchi compromessi con noi stessi e all’inizio è stato difficile; pi, col tempo, è diventato normale. In fondo, ci si abitua a tutto; anche al dolore.”

 

Ancora una volta questo Autore ci porta a riflettere su di un aspetto molto intimo di una coppia all’apparenza “normale”, molti di voi sono certa, come del resto ho fatto io, si ritroveranno a porsi domande su cosa fareste voi al posto dei personaggi. Molti resteranno scandalizzati e diranno che questo non è un libro da tenere in considerazione, in altri, quelli con la mente più aperta, cominceranno a nascere domande anche innocenti persino sulle coppie che gravitano nella vostra vita, in altri ancora farà scoprire la vera natura che è in voi.

Io per come vivo e per come sono egoista non avrei mai accettato di condividere l’uomo che amo, ma dopo questa lettura ed esperienze di vita vi dico che, magari soffrendo,ma  ho cambiato idea.

Ancora una volta l’autore è riuscito ad aprire il mio modo di vedere il mondo che mi circonda e ha farmi capire un nuovo puno di vista.

Grazie a Danilo Cristian Ronfolo e buona lettura a tutti voi

 

Milena

 

“Alice non è il paese delle meraviglie” di Giuditta Ross, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La passione è una delle sensazioni che più di ogni altra è attraente ai nostri occhi, spesso costretti a osservare realtà aride e steppose, senza che quell’alito di vento muova quest’immobilismo angoscioso.

La passione è propria del  vento: sai che esiste perché lo odi soffiare con forza lontano da te, ma non puoi stringerlo tra le mani.

E questo crea a volte un’ansia costante che ci costringe a rincorrerlo con affanno ossessivo. Lo stesso che ritrovo in tanti libri di narrativa rosa, quasi costretti a questa frenetica corsa, ingabbiati nei cliché e nei luoghi comuni capaci solo di una pallida imitazione della loro chimera.

La passione non si esalta con la ricerca del termine migliore, della scena più osé. Non può essere descritto in ogni sfaccettatura senza provarlo in prima persona e lasciandosi andare fino a sentirsi invasi da quella strana effimera creatura. La coloriamo spesso di rosso ma credo che piuttosto il bianco sia il suo colore principale, poiché ingloba in sé tutte le sfumature di colore, fino ad annullarle e a nutrirsene.

Tutto nutre e esalta la passione che, però, incapace di essere forse colta da chi non ha avuto il dono del tocco di Calliope, riesce soltanto a descrivere posizioni, e costellare la propria opera di volgarità che, con la vera passione, poco hanno a che fare.

Termini che sono cosi meccanici che profumano di morte, che tentano con ardore fasullo di creare una trasgressione. Ma la passione e la trasgressione non c’entrano assolutamente nulla. Sono totalmente distanti.

La passione vive nei nostri sogni anche i più oscuri e segreti, si alimenta di notte e simboli, di sangue e poesia.

Si svela soltanto in un brivido che nulla a che fare con l’istinto o l’ormone, ma si risveglia anche in un bacio a fior di labbra, in un languido sguardo, in una tensione costante che muove le sue affusolate mani sulle corde della nostra anima, come se fosse Paganini con il suo violino. Non intende trasgredire, ma intende vivere e non ha bisogno di trasgredire perché ogni legge è nella passione e ogni passione invade leggi e morale.

E cosi il sesso non è mai abbastanza e si inseriscono scenografiche manifestazioni di Ardor amoroso, complicati belletti di ars amorosa che, all’occhio esperto di bellezza, appaiono goffi e grotteschi, un sequel di trite e ritrite scene in cui nulla è mai abbastanza, nulla è lasciato alla spontaneità tutto è calcolo, tutto è visibilità apparenza e luci sfavillanti.

Ma la passione è un sussurro, un concerto segreto di anime, sono lievi immagini, cosi lievi da apparire evanescenti, sono una piccola scia luminosa che appare come un lampo che squarcia la notte buia e poi lascia disorientati. E quindi via di manette, via di sbattimenti vari contro un povero innocente muro, che si spera non sia portante. Vai di candele e di parole che osano sempre di più e oltrepassano il limite del buongusto, idee al limite del fantascientifico in barba alle leggi di gravità.

E tutto questo lascia invece che il brivido (al massimo di disgusto) soltanto tanto fastidio, e un atroce senso claustrofobico tanto quest’ansia di raccontare lo scabroso (ma può una cosa magnifica può tanta beltà divenire scabrosa? può un atto di puro piacere divenire disarmonico?) che, dall’autore sperduto, passa al lettore che si chiede ma perché, perché cavolo ho comprato questo libro e non sono andata a passeggio al centro commerciale, visto che il possesso di una borsa di bottega veneta mi darebbe molti più spasimi?

E cosi tra errati messaggi alle donne e soprattutto alle giovani, che per trovare l’acme bisogna essere Yuri Chechi e non trovare semplicemente l’altra metà della mela, che sia per un giorno o per tutta la vita, facendo passare che l’amore è eccesso, è vetrina, è un manuale, è una sfilata di moda è una cacofonica gara a chi grida più forte. E la magia più bella, quella che tanto ha attratto ogni poeta fino a definire la donna l’unica fonte di ispirazione e unione con il divino divine mero talk show. magari con tanto di televoto.

Perché questa mia protesta?

Perché ritengo la passione importantissima, anzi fondamentale per questa nostra umanità a volte cosi bistrattata. La passione che sia amore o ideale è semplicemente vita. E va trattata con quella soavità delicate che le appartiene di diritto. Ecco che una piccola autrice, quasi silente, un vero folletto della letteratura si affaccia dicendo “ehi io avrei qualcosa da dire.”  E questa signorina, Giuditta Ross, quasi sconosciuta ( e questo è un punto a vostro sfavore se non siete stati mai toccati dalla magia della sua penna) in barba a un certo snobbismo presente nei gusti granitici di tante lettrici abituate alla faciloneria di certi prodotto commerciali, insegna e sottolineo insegna, come si debba descrivere la passione.

Leggete questo passo

  Tra la roccia e le imponenti radici di un grande albero a ridosso del pendio, rovi e rampicanti si erano uniti in una specie di riparo naturale.

Si era fatto largo oltre la cortina di foglie e spine, del tutto impreparato alla visione che gli si era parata d’innanzi.

La donna era riversa su un tappeto di muschio intriso di sangue, raggomitolata su se stessa…..Alistair aveva inspirato profondamente, riempiendosi i polmoni. Lì l’intensità di quell’aroma delizioso era più che stordente. Improvvisamente la sete di sangue aveva lasciato il posto all’orrore e alla pena, a una rabbia che poteva a stento contenere perché, colei che era stata vittima di quel massacro, sembrava l’immagine stessa dell’innocenza e della perfezione.

Il corpo nudo, morbido e aggraziato, era straziato. Quella pelle altrimenti perfetta era macchiata di sangue, lividi violacei e ferite profonde deturpavano le linee delicate delle membra. Lo aveva guardato, ma non c’era paura nel suo sguardo. Rassegnazione, pena, dolore oltre ogni immaginazione, ma non paura. Non di lui……Poi aveva riportato gli occhi su di lui.

Le sue labbra avevano tremato appena, lacrime lucenti avevano imperlato le ciglia lunghe e arcuate, ma non un gemito, non un lamento a dare voce al dolore.

Alistair aveva provato il bisogno improvviso di distruggere ogni cosa nell’arco di chilometri. La sua rabbia avrebbe potuto radere al suolo tutto. Tutto, tranne lei.

Un bisogno disperato lo aveva colto. Avrebbe dovuto preservare quel mistero di grazia e bellezza dalla morte. Doveva.

Le si era accosciato accanto, immerso nel profumo sublime, quasi straziante della sua agonia. Lei aveva preso un respiro tremante e si era stretta le braccia sul seno….Non un gesto dettato dal pudore il suo, solo consolatorio……La violenza che aveva subito era scritta su ogni centimetro della sua pelle, la devastazione le era arrivata agli occhi e lui vi aveva letto dentro il solo e unico desiderio di porre fine alla sofferenza. Aveva indugiato, in preda a una disperata frustrazione, c’era una sola cosa che avrebbe potuto fare…..Una soltanto. Poi, come un fulmine a ciel sereno lei aveva sorriso. Con quello che poteva essere il suo ultimo respiro sulla terra, l’ultimo scampolo di forza, gli aveva sorriso. Non aveva avuto più scampo, nessun tentennamento. Avrebbe cancellato tutto quel dolore, tutta la violenza, avrebbe allontanato a calci la morte. Alistair si era portato un polso tra i denti e aveva reciso una vena con precisione chirurgica: il suo sangue denso e scuro era sgorgato copioso. Per lei.

Avete mai letto una scena più bella di questa?

Alice una fata tradita, lasciata a morire dal suo stesso sangue che al tempo stesso nutre la terra facendola nascere rigogliosa, sorride al predatore che davanti alla bellezza sensuale dell’innocenza, diviene preda.

E dal legame di sangue, il primo vero atto d’amore supremo laddove esiste uno scambio a un livello superiore di emozionalità, perché il sangue è vita, qualcosa tra due essere solitari e appartenenti a razze diverse accade: lui la salva. Ma la donna, lungi dall’essere solo una povera vittima è al tempo stesso la sua salvatrice. E non con un sacrificio, con l’abolizione del suo supremo io ma con un sorriso, l’ultimo atto che la fata può fare in un contesto di straordinaria morte/vita. L’immagine di quel corpo etereo disteso nella terra brulla che perde energia(sangue) e alimenta al tempo stesso la crescita e dona la vita, come ogni donna dovrebbe fare, è di una sensualità di una passione e di una bellezza abbagliante. Lui il bellissimo vampiro condannato, per la sua stessa natura a dominare, a prendere quello che più gli aggrada tenta di non lasciarsi andare a quel suadente richiamo:

 

invischiarmi in quella faccenda sarebbe stato come mettermi a scavare per prepararmi, con le mie stesse mani, una bella fossa in cui seppellirmi.

Ogni legge che gerarchicamente divide dominatore da dominato deve essere mantenuta, Alice seppur fatata è una donna che deve seguire il suo percorso di sacrificio, deve soccombere alla violenza cieca di chi, in fondo, la USA solo per il suo potere rigenerativo. Ma

 

Ma poi mi guardasti e non fu più possibile ignorarti.

Non è un elemento fisico o corporeo a far capitolare il predatore, ma un sorriso. Ed è quello che scatena in un essere perduto nel buio quella forza, quella passione che lo fa scavalcare ogni buonsenso e soprattutto ogni dannata legge. E quella legge non invischiarsi, non permettere che un altro essere anzi che una donna ti conquisti e ti invada l’animo è uno delle nostre peggiori conquiste. e cosa comporta questo legame?

Il bisogno di possedere?

Di sottomettere?

Di dominare?

No.

Qualcosa di così reale e di così intenso da far davvero rabbrividire:

 

Il bisogno di fondersi, perché erano fatti della stessa carne e dello stesso sangue, il fatto di appartenersi totalmente come entità indistinte. Il Legame in quel momento non le faceva paura, era giusto, era naturale, imprescindibile.

Ecco cosa è davvero naturale. Non l’istituto da crocerossina. Non la voglia di redimere l’altro. Non la volontà di annullarsi fino all’estremo, per il perverso piacere dell’altro. Ma un atavico meraviglioso, carnale e spirituale al tempo stesso, bisogno di fondersi.

Fondersi.

Che meravigliosa parola. Quella che accende lo sguardo che fa divenire istinto e anima tutt’uno.

la mia essenza si è mischiata alla tua riportandoti alla vita, il Legame di Sangue diventa indissolubile. Questo fa di te la mia progenie, in un certo senso. Un’estensione di me stesso, quasi. Il mio corpo ti reclama come parte di sé. In genere la progenie di un vampiro riconosce automaticamente il Legame condividendo gli stessi bisogni.

Ecco cos’è davvero la passione. Ecco cosa cerchiamo quando ci immergiamo in mille letture. Ecco cosa il nostro corpo, il nostro io, la nostra mente reclama. La bellezza, la magia quel sentirsi finalmente unica e unita a qualcosa. Che sia un sogno, che sia un valore o che sia l’altro, il compagno che ci guarderà sempre con la stessa dolorosa meraviglia di Alister.

E Alice?

Alice è una fata, quello che in fondo siamo tutte noi donne. Non principesse, non sguattere, non femmes fatales, ma semplicemente esseri che provengono dal mondo numinoso, tutt’uno con la terra, da cui traggono quel piacere estatico ogni volta che ne annusano il profumo. Quelle che sono perfettamente inserite nella natura, accolte dai fiori e dalla vegetazione, coloro che donano vita anche a chi si è perso nell’oscurità, noi che siamo e saremo sempre in grado di riportare la fertilità e la fecondità in ogni contesto arido, macilento e senza più speranza.

 Noi portatrici di vita, di compassione, di passione. Non feriteci, non annullateci, non mortificateci. Fateci vivere in libri come quelli di Giuditta, laddove il nostro sangue e la nostra essenza siano davvero sostentamento e salvezza per ogni popolo della terra. E questa frase la dedico a ogni donna con lo stesso potere anche se inconsapevole di averlo:

 

Ma ti ho visto nutrire una rosa appassita col tuo sangue. Il tuo retaggio è forte. La luce splende dentro di te, piccola principessa.»

Grazie Giuditta dal profondo della mia anima.

 

“Ethelion. il figlio dell’ombra” di Fabio Maffia, GDS edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

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Laio, diciottenne londinese, si trasferisce con la famiglia a Dublino, per motivi di lavoro. È scoraggiato e scontento di dover far ripartire la sua vita in un’altra città, ma sarà proprio Dublino a risvegliare il potere del misterioso ciondolo che porta al collo fin dall’infanzia e a catapultarlo in un mondo parallelo. La sua avventura di snoderà fra le Terre di Nevass, tormentate da anni da una guerra che annienta la natura e tutti gli essere viventi che la abitano, uomini, elfi, nani .

L’evoluzione del protagonista è originale e interessante. Da studente universitario a combattente fra le file dell’alleanza di uomini ed elfi. Con  impegno imparerà ad usare la spada, camminando sul filo dell’incredulità del mondo in cui si è trovato catapultato e la nostalgia della realtà da cui è stato strappato. Laio è un personaggio di un adolescente che ricostruisce la sua vita e le sue priorità.

Affiancato dall’elfa Elein, che ha la funzione di guidarlo nella scoperta del mondo fantastico che lo circonda, scoprirà che i valori e i pericoli del mondo parallelo  non sono così distanti da quello che ha lasciato.

La distruzione della natura, il rischio di estinzione di alcuni popoli, la scelta di nascondersi invece che di combattere, lo sfruttamento di chi è più debole, la crudeltà di alcuni uomini.

Storie di guerra, amore, amicizia e tradimenti condiscono il primo volume di questa avventura fantasy.

Ingredienti indispensabili per la suspence e la riuscita di un’opera. Lo stile fresco e scorrevole, descrittivo senza essere eccessivo, l’approccio immediato e diretto rendono la lettura piacevole a dispetto della quantità delle pagine.

L’alone di mistero, di incredulità e curiosità, catturano il lettore e lo lasciano purtroppo in sospeso e in attesa del seguito.

L’impronta  del salto tra due i due mondi, uno che conosciamo bene, l’altro tutto da scoprire, dà al libro un tocco di originalità sicuramente apprezzabile.

Assolutamente da mettere in evidenza è la creatività e la fantasia dell’autore che ci regala paesaggi e creature uniche e imperdibili.

Una lettura per gli amanti del fantasy che ritroveranno il loro genere preferito e anche qualcosa in più.

Oggi il blog consiglia “Il mercante di morte” di Lisa Henry, J.A. Rock, Triskell edizioni. Imperdibile!

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Sinossi:

Tutto è lecito in amore e in guerra.

C’è del marcio nell’Indiana. Quando il truffatore Henry Page decide di investigare personalmente sulla morte di un anziano paziente in una casa di cura, lo fa in perfetto stile shakespeariano: travestito da donna.

L’agente dell’FBI Ryan “Mac” McGuinness ha ben più di cui preoccuparsi che non l’ultima folle idea di Henry: qualcuno sta cercando di mandargli un messaggio, sotto forma di cadavere con due pallottole in corpo. Mac deve riuscire a capire chi lo vuole incastrare prima che venga sbattuto in galera e, di certo, non ha tempo per le bravate di Henry. Inoltre, forse riuscirebbe a concentrarsi meglio se Henry non fosse così dannatamente deconcentrante con vestitino corto e parrucca.

Ma quando Mac scopre che Henry gli ha tenuto nascosto un segreto che lega i due casi, deve trovare il modo di restare dalla parte della legge mentre potrebbe essersi innamorato dell’uomo sbagliato.

 

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 26 Marzo

 

COLLANA: RAINBOW

 

Titolo: Il mercante di morte

Titolo originale: The Merchant of Death

Serie: Playing the Fool #2

 

Autore: Lisa Henry, J.A. Rock

Traduttore: Mariangela Noto

 

ISBN EBOOK: 978-88-9312-371-6

 

Genere: Poliziesco, contemporaneo

Lunghezza: 197 pagine

 

Prezzo Ebook: € 4,49