“Destini incrociati” di Francesca C. Cominelli. A cura di Milena Mannini

 

A volte amiamo talmente una persona che i nostri dubbi su quello che siamo e che potremmo essere, diventano anche il nostro tormento. Saremo davvero felici? Lui o lei staranno al nostro fianco per sempre oppure l’amore ci rende talmente egoisti da voler tenere al nostro fianco qualcuno che non è felice, solo perché lo siamo noi?

E se quest’amore ci portasse a decisioni sbagliate, se abbiamo davvero trovato la nostra metà della mela ma se la paura del futuro e di quello che può essere cosa faremmo?

Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte.
(Karl Popper)

In questo secondo capitolo della destiny trilogy ritroviamo Amanda e Jared che affrontano questo forte sentimento che li ha uniti e subito messi alla prova, l’incidente che Amanda subisce li porta a fare un percorso interiore, intraprendendo il cammino dell’anima che, stimolato dalla paura che il tempo possa cambiare questi sentimenti li fa soffrire.

«Che il momento della verità si fa sempre più vicino…»

Ed entrambi decidono di lasciarsi in modo da poter far trovare all’altro la persona con cui saranno davvero felici.

Ti ho lasciato andare, non sono stato in grado di fermarti, e ora dovrai riaffrontare la paura che eri riuscita a domare. Avrei dovuto proteggerti, prendermi cura di te, invece ti ho condotta in questo letto d’ospedale. Non me lo perdonerò mai e capirei se tu non volessi più avere nulla a che fare con me

 

I mesi che seguono dopo la separazione mettono a dura prova l’anima e il corpo dei nostri protagonisti, gli equivoci si susseguono e nemmeno i loro amici più cari riescono a dare loro sollievo

 

«Sei tu l’artefice del tuo destino, sei tu a decretare come sarà il tuo domani, solamente tu puoi prendere decisioni cruciali. Noi -Calia, Melissa ed io- siamo solo le tue accompagnatrici. Possiamo mostrarti cosa potrebbe accadere e come potresti essere, ma sono mere ipotesi, non c’è assolutamente nulla di certo

Fin quando non saranno loro stessi a capire gli sbagli fatti nessuno potrà aiutarli.

È giunto il momento di smettere di piangersi addosso e reagire.  È giunto il momento di riprendermi la mia bambolina una volta per tutte!

Ma la nostra autrice ci ha abituati a colpi di scena, infatti quando tutto sembra andare nel verso giusto il destino mette di nuovo alla prova la nostra amata coppia

«Io ti uccido, razza di stupida! Se non posso averti io, non ti avrà nessuno!»

Riusciranno Amanda e Jared a superare anche questa prova?

Chi è che si oppone al loro rapporto e fino a dove si spingerà?

L’autrice anche questa in questo secondo capitolo riesce a catalizzare l’attenzione attraverso una scrittura semplice e scorrevole, ma che suscita molte emozioni.

Anche in questo capitolo non manca di farci restare con il fiato sospeso fino all’ultima riga.

Buona lettura Milena

I due sacerdozi. A cura di Alessandra Micheli

 

La tradizione giudeo cristiana, distingue due sacerdozi: uno secondo l’ordine di Aronne l’altro secondo l’ordine di Melkitsedeq.

Quest’ultimo, in quanto ordine di Elohim, (il celeste) risulta superiore perché sussiste in eterno ed è di origine non umana, poiché egli è fatto simile al figlio di Dio, poiché è attraverso la legge che formula  che, per questo mondo, egli è espressione e immagine del Verbo Divino.[1]

Gli attributi propri di questo Re di Giustizia, sono gli stessi simboli propri dell’arcangelo Mikael (l’angelo del Giudizio): la bilancia e la spada. I due simboli rappresentano le funzioni amministrativa e militare, i due elementi costitutivi del potere regale.

Graficamente, essi sono i due caratteri che formano la radice ebraica ed araba del termine “Haq” che significa, al contempo, giustizia e verità[2]

Haq è la potenza che fa regnare la giustizia cioè l’equilibrio simboleggiato dalla spada ed è questo il carattere preciso ed il ruolo essenziale del potere regale.

La presenza reale della divinità, è rappresentata nel mondo inferiore dall’ultima delle 10 Sephirot, chiamata Malkut. Tra i sinonimi dati a Malkuth compare anche Tsedeq il giusto.

L’accostamento della regalità (Malkuth) alla giustizia (Tsedeq), si ritrova nel nome del Re del Mondo Melkitsedeq.

Melkitsedeq è, dunque, il realizzatore della pace e della giustizia, nonchè Maestro di tutti i maestri che hanno collaborato nell’opera di evoluzione e di creazione delle civiltà, nei tempi e presso vari popoli.

Chi collabora a quest’opera di cambiamento evolutivo, appartiene all’ordine sacro di Melkitsedeq, come sopravvivenza di una religione più antica, depositata e criptata, nella storia più segreta dell’ebraismo.

Consacrare un luogo a Michele/Melkitsedeq, significa farne un avamposto mistico in cui, la luce della Divina Emanazione, possa fare da tramite tra l’uomo e Dio e realizzare, così, benevolmente la vera opera di creazione, mediante una continua e costante rinascita interiore.

Si tratta di ottenere una forma di gnosi direttamente da quella gerarchia spirituale che si rivela custode di antiche conoscenze, derivate certamente dall’incontro dell’uomo con i figli di Dio i Ben Ha Elohim e trasmessi di generazione in generazione.

Questa trasmissione, è prettamente regale (ossia formata da Verità e Giustizia) ed estremamente selettiva dato la delicatezza del compito.

Ed è questa che è confluita in alcuni ordini segreti come la massoneria, i rosacroce e il fantomatico per molti, Ordine di Sion.

 

Note

[1]     Melkitsedeq viene appellato nella Pistis Sophia il Grande ricevitore della luce Eterna.

[2]     Caratteristiche che, da millenni è stata utilizzata per designare la regalità.

 

“Il debito” di Glenn Cooper, casa editrice nord. A cura di Vito Ditaranto.

 

“Ho trovato Dio nelle pozzanghere d’acqua, nel profumo del caprifoglio, nella purezza di certi libri e persino in certi atei. Non l’ho quasi mai trovato presso coloro il cui mestiere consiste nel parlarne.” (Christian Bobin)

 

 

“Aveva gli occhi azzurri. Non un azzurro sbiadito e acquoso, bensì un colore vivido, dell’esatta sfumatura del lapislazzuli; li teneva fissi in quelli di lei mentre facevano l’amore, con una concentrazione priva di tentennamenti che la sconcertava ogni volta.”

 

 

Il protagonista de “Il debito” è ancora una volta Cal Donovan, già incontrato in “La croce”, anche se il vero interprete, a mio parere, è tutta l’organizzazione della la Chiesa.

La Chiesa dell’inganno, del tradimento e dell’avarizia.

Le vicende trattate nel libro mi riportano alla memoria le relazioni tra Roberto Calvi e il cardinale Marcinkus. Questa vicenda non è esplicitamente trattata da Glenn Cooper, ma tutta la trama riporta a galla questa oscura vicenda. La Chiesa cattolica è strepitosa: è riuscita a convincerci che esiste un Dio caritatevole, misericordioso, che ha creato il cielo e la terra, che ci ama, ci vuole vicino a lui, è onnipotente, e ha bisogno di soldi.

Il libro ha una trama molto avvincente dallo sviluppo ben studiato.

Il tema trattato (la ricchezza del Vaticano) si presta benissimo al solito e antico interrogativo: è giusto che la Chiesa possieda capitali in abbondanza e opere d’arte dal valore inestimabile  mentre, in tutto il mondo, c’è gente che muore di fame? E soprattutto, non sarebbe più opportuno che la Chiesa impiegasse la sua ricchezza  per debellare/alleviare la sofferenza degli “ultimi”?

Cal Donovan, riceve da papa Celestino VI un privilegio unico: l’accesso illimitato alla Biblioteca Vaticana e all’Archivio Segreto Vaticano. Cal ne approfitta subito per svolgere una ricerca su un oscuro cardinale italiano vissuto a metà dell’Ottocento, durante la prima guerra d’Indipendenza e i moti rivoluzionari. Si trova nella Santa Sede per portare avanti una ricerca sul Cardinal Lambruschini, segretario di Stato durante il papato di Gregorio XVI e sulla sua decisa opposizione ai moti rivoluzionari del 1848 quando, dall’esame di una strana missiva rinvenuta per caso, viene a conoscenza dell’esistenza di un inspiegabile prestito. S’imbatte in una lettera privata in cui si fa riferimento a un banchiere e all’urgenza di trasferirlo di nascosto fuori (proprio come Calvi).

Cal si convince dell’esistenza di un ingente debito contratto dalla Chiesa con una banca posseduta da una famiglia ebrea e mai restituito; questo anche se non espressamente citato ha molte attinenze con i Rothschild.

I Rothschild, ancor oggi sono i primi padroni del debito degli Stati, capaci di sopravvivere nei secoli e di cambiare il proprio modo di “fare banca”, la famiglia Rothschild è considerata l’esempio più sorprendente di “cabina di regia” del sistema finanziario. Gestivano il debito sovrano e trassero profitto dalle difficoltà finanziarie degli Stati e dei Re d’Europa… e lo fanno ancora oggi.

“L’abilità negli affari è di tre specie: La prima consiste nel nascondere gelosamente i propri progetti, ed è un’abilità alla portata di tutti. La seconda, assai più difficile, è fingere progetti immaginari,. La terza consiste nel dire con franchezza quel che si ha veramente intenzione di fare; e di solito nessuno ci crede. Quest’ultimo è il metodo migliore, e io lo seguo sempre.”( Jacob Rothschild)

 

Tornando all’analisi del testo, sin dal principio il lettore si trova di fronte a un romanzo che ha un linguaggio fluente che ben bilancia il mistero e quindi invoglia ad andare avanti. L’autore, inoltre, ben calibra i salti temporali. Certo, talvolta, il narratore tende a dilungarsi in dettagli evitabili, ma ad ogni modo la scorrevolezza del testo non viene eccessivamente invalidata. Dal punto di vista stilistico l’opera non colpisce per erudizione ma nemmeno disdegna.

“Il debito” è un elaborato adatto a chi cerca una storia di facile lettura con cui trascorrere qualche ora piacevole, è uno scritto dall’evoluzione statica e di facile intuizione, è un componimento con cui è impossibile gridare al capolavoro, ma che comunque rappresenta una buona lettura, soprattutto per quanto riguarda le tematiche trattate. È un romanzo che non annoia, che porta alla luce un campo, quello della Teologia, in una veste nuova e meno pesante.

Un opera esaltata dal contrasto perfetto tra tematica trattata e semplicità, pagine che vivono, pulsano, in cui possiamo riconoscere segreti, tanto gelosamente custoditi.

Non vi è dubbio della genialità intuitiva dell’autore, nel descrivere le ambientazioni e gli argomenti trattati, la vostra mente sarà aperta a ogni possibilità.

Un romanzo sul quale non ritengo di aggiungere altro poiché sono sicuro di non sbagliare consigliandovelo. Concedetevi un momento solo per voi, lasciate fuori tutti i problemi lasciandovi aiutare da questo testo che oserei definire illuminante.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

 

“Le strane morti di Aquileia” di Salvo e Patrizia Biliardello. A cura di Natascia Lucchetti

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Ancora una volta vi parlo di un romanzo che fonde due generi diversi. Le Strane Morti di Aquileia, infatti, affianca il giallo classico al noir, creando un perfetto connubio che, oltre a darci una vicenda che ci terrà incollati alle righe dalla prima all’ultima pagina, fa un’indagine sulle brutture della società nascoste dietro il sottile velo della normalità.

Di cosa parla questo libro ambientato in Friuli?

Ci sono due voci, appartenenti a due protagonisti diversi.

Da una parte abbiamo Roberto, trasferito al nord per lavorare come chimico in un’industria che produce vini e dall’altra il commissario De Stefano.

Che cosa li accomuna?

Il fatto di ritrovarsi a fare i conti con la morte di un conosciuto enologo il cui cadavere è stato rinvenuto all’interno di un tino pieno. Entrambi i protagonisti indagano, per nulla persuasi dalla spiegazione che giunge dopo una prima indagine, la quale risolve l’accaduto come un incidente.

Il caso potrebbe essere archiviato quando viene rinvenuto il cadavere di un’altra persona.

Non si può più pensare quindi alla fatalità, viste le analogie e il legame tra le due morti.

I cumuli di terra che sono presenti in entrambe le scene del crimine rimandano a una leggenda del luogo, quella del “pozzo d’oro” che fa ritrovamento alla figura di Attila. Si dice che durante il periodo in cui conquistò le terre di Aquileia, gli abitanti di quel luogo, prima di scappare sull’isola di Grado, avessero fatto seppellire tutti i loro tesori dai servi all’interno di un pozzo.

Per non permettere che questi rivelassero i loro segreti,  li uccisero annegandoli. Fino alla Grande Guerra, la leggenda del “pozzo d’oro” ha contaminato anche la legislazione del luogo, difatti nei contratti di compravendita dei terreni compariva la clausola: Ti vendo il campo, ma non il pozzo d’oro, in modo da non cedere i diritti sull’eventuale ritrovamento di questo pozzo pieno di ricchezze.

Ed è proprio questa leggenda a fare da sfondo alla vicenda in cui l’assassino si diverte ad ammucchiare tanti cumuli di terra quante sono le vittime, in modo da lasciare la sua firma.

Quella de “Le Strane Morti di Aquileia” è una trama classica gestita molto bene dagli autori che sembrano tracciare strade facili verso la verità per il lettore, poi stravolgono completamente le carte in gioco, portandolo a dubitare di tutti e tutto.

L’indagine si addentra nei meandri più oscuri e torbidi della società perbene delle ordinate città.

Club privati, case di appuntamento dove gente dall’immagine splendente si incontra per dare sfogo alle perversioni più basse e sfrenate che sfociano in un’attraente immoralità. È una realtà doppia quella scritta tra le pagine di questo libro in cui la perfezione e l’ordine nascondono il desiderio di lasciarsi andare a ciò che è proibito, che deve essere per forza nascosto.

Gli autori hanno descritto abilmente un ambiente realistico fatto di luci e di ombre in maniera dettagliata quanto basta a far muovere il lettore a fianco dei molteplici personaggi caratterizzati alla perfezione.

Non ci sono eroi, ma solo uomini fallibili, accarezzati dalla tentazione sotto tutti gli aspetti.

Non c’è purezza idealizzata, ma tutti vivono lo stesso dualismo dell’ambientazione, una lotta tra l’essere e l’apparire, tra il silenzio e le verità scomode nascoste dalle menzogne. E questo aspetto mi affascina tantissimo, perché non è semplice offrire protagonisti così veri.

Lo stile è fluido, impeccabile. I dialoghi sono ben scritti e la prosa è perfetta per il genere.

Tutti questi elementi rendono “Le strane morti di Aquileia” un titolo da acquistare per tutti i cultori del giallo classico e del noir, tuttavia mi sento di consigliarlo a tutti i lettori che vogliono leggere una storia di qualità che sa far riflettere sull’ipocrisia che riguarda la società che viviamo ogni giorno.

 

“Intesa coniugale” di Danilo Runfolo, Delos digital. a cura di Milena Mannini

 

Il perbenismo e la religione hanno portato la maggioranza delle persone a giudicare in malo modo le coppie che non rispondono ai canoni della maggioranza delle persone portando molti a vivere la propria sessualità in modo clandestino.

Ma se ci fermiamo a pensare a cosa è la normalità, qual è la forma giusta dell’amore, chi può permettersi di giudicare il rapporto che lega due persone.

Quello che è “normale” in Oriente, in Occidente è considerato fuori dalla “normalità” e viceversa.

Allora perché giudicare, perché non provare, non sperimentare in modo da avere un metro di paragone adatto?

La mia spiegazione è questa, aprire i confini della propria mente non è facile, è più facile restare nella nostra comfort zone dove nulla può farci soffrire, o dove siamo convinti che nulla possa sconvolgerci.

In questo nuovo romanzo l’autore è alle prese con un tema non facile da affronatare, la sessualità di una coppia, marito e moglie, molto affiatatiin ambito sessuale, che non hanno paura di sperimentare, con una fervida fantasia che li porta a sconvolgere anche altre persone, partendo da piccoli approcci. Il loro unico problema è quello economico, come molte coppie della vita reale.

E allora perché non sfruttare questo lato trasgressivo della coppia per arrivare a quella che sembra essere la loro felità completa

 

“Devo parlare chiaramente con lei, altrimenti è inutile portare avanti questa commedia”

 

Fabio ha già pensato a tutto, ma il suo piano può funzionare solo se Laura è pienamente d’accordo, ci deve essere complicità e fiducia assoluta per la riuscita di ciò che ha in mente

Così porta a sua sposa a piccoli passi a scoprire fin dove la sua sessualità può arrivare, a quali sono le cose che è disposta a concedersi e a concedere. Ma dovrà fare molta attenzione a non tradire la fiducia di Laura

 

“ciò che mi sconvolge e mi fa rabbia è, invece, sentirmi usata; specie da lui. Avrebbe dovuto dirmelo prima, chiedere il mio parere, proporre il suo gioco e spiegarmene il fine che, a questo punto, non ho per nulla chiaro”

 

La coppia viaggia su un filo sottile che può spezzarsi e spezzarli in ogni momento

 

“non mi ero mai sentita così: troia si, so bene d’esserlo, perché una donna deve saper essere troia del suo uomo, ma puttanano; puttana mai”

 

Ma le dinamiche che uniscono una coppia sono sconosciute al mondo, loro sono i depositari e i manovratori delle loro vite e solo loro possono usarle ed usarsi per ottenere insieme ciò che ricercano dalla vita

 

“Abbiamo dovuto accattare parecchi compromessi con noi stessi e all’inizio è stato difficile; pi, col tempo, è diventato normale. In fondo, ci si abitua a tutto; anche al dolore.”

 

Ancora una volta questo Autore ci porta a riflettere su di un aspetto molto intimo di una coppia all’apparenza “normale”, molti di voi sono certa, come del resto ho fatto io, si ritroveranno a porsi domande su cosa fareste voi al posto dei personaggi. Molti resteranno scandalizzati e diranno che questo non è un libro da tenere in considerazione, in altri, quelli con la mente più aperta, cominceranno a nascere domande anche innocenti persino sulle coppie che gravitano nella vostra vita, in altri ancora farà scoprire la vera natura che è in voi.

Io per come vivo e per come sono egoista non avrei mai accettato di condividere l’uomo che amo, ma dopo questa lettura ed esperienze di vita vi dico che, magari soffrendo,ma  ho cambiato idea.

Ancora una volta l’autore è riuscito ad aprire il mio modo di vedere il mondo che mi circonda e ha farmi capire un nuovo puno di vista.

Grazie a Danilo Cristian Ronfolo e buona lettura a tutti voi

 

Milena

 

“Alice non è il paese delle meraviglie” di Giuditta Ross, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

La passione è una delle sensazioni che più di ogni altra è attraente ai nostri occhi, spesso costretti a osservare realtà aride e steppose, senza che quell’alito di vento muova quest’immobilismo angoscioso.

La passione è propria del  vento: sai che esiste perché lo odi soffiare con forza lontano da te, ma non puoi stringerlo tra le mani.

E questo crea a volte un’ansia costante che ci costringe a rincorrerlo con affanno ossessivo. Lo stesso che ritrovo in tanti libri di narrativa rosa, quasi costretti a questa frenetica corsa, ingabbiati nei cliché e nei luoghi comuni capaci solo di una pallida imitazione della loro chimera.

La passione non si esalta con la ricerca del termine migliore, della scena più osé. Non può essere descritto in ogni sfaccettatura senza provarlo in prima persona e lasciandosi andare fino a sentirsi invasi da quella strana effimera creatura. La coloriamo spesso di rosso ma credo che piuttosto il bianco sia il suo colore principale, poiché ingloba in sé tutte le sfumature di colore, fino ad annullarle e a nutrirsene.

Tutto nutre e esalta la passione che, però, incapace di essere forse colta da chi non ha avuto il dono del tocco di Calliope, riesce soltanto a descrivere posizioni, e costellare la propria opera di volgarità che, con la vera passione, poco hanno a che fare.

Termini che sono cosi meccanici che profumano di morte, che tentano con ardore fasullo di creare una trasgressione. Ma la passione e la trasgressione non c’entrano assolutamente nulla. Sono totalmente distanti.

La passione vive nei nostri sogni anche i più oscuri e segreti, si alimenta di notte e simboli, di sangue e poesia.

Si svela soltanto in un brivido che nulla a che fare con l’istinto o l’ormone, ma si risveglia anche in un bacio a fior di labbra, in un languido sguardo, in una tensione costante che muove le sue affusolate mani sulle corde della nostra anima, come se fosse Paganini con il suo violino. Non intende trasgredire, ma intende vivere e non ha bisogno di trasgredire perché ogni legge è nella passione e ogni passione invade leggi e morale.

E cosi il sesso non è mai abbastanza e si inseriscono scenografiche manifestazioni di Ardor amoroso, complicati belletti di ars amorosa che, all’occhio esperto di bellezza, appaiono goffi e grotteschi, un sequel di trite e ritrite scene in cui nulla è mai abbastanza, nulla è lasciato alla spontaneità tutto è calcolo, tutto è visibilità apparenza e luci sfavillanti.

Ma la passione è un sussurro, un concerto segreto di anime, sono lievi immagini, cosi lievi da apparire evanescenti, sono una piccola scia luminosa che appare come un lampo che squarcia la notte buia e poi lascia disorientati. E quindi via di manette, via di sbattimenti vari contro un povero innocente muro, che si spera non sia portante. Vai di candele e di parole che osano sempre di più e oltrepassano il limite del buongusto, idee al limite del fantascientifico in barba alle leggi di gravità.

E tutto questo lascia invece che il brivido (al massimo di disgusto) soltanto tanto fastidio, e un atroce senso claustrofobico tanto quest’ansia di raccontare lo scabroso (ma può una cosa magnifica può tanta beltà divenire scabrosa? può un atto di puro piacere divenire disarmonico?) che, dall’autore sperduto, passa al lettore che si chiede ma perché, perché cavolo ho comprato questo libro e non sono andata a passeggio al centro commerciale, visto che il possesso di una borsa di bottega veneta mi darebbe molti più spasimi?

E cosi tra errati messaggi alle donne e soprattutto alle giovani, che per trovare l’acme bisogna essere Yuri Chechi e non trovare semplicemente l’altra metà della mela, che sia per un giorno o per tutta la vita, facendo passare che l’amore è eccesso, è vetrina, è un manuale, è una sfilata di moda è una cacofonica gara a chi grida più forte. E la magia più bella, quella che tanto ha attratto ogni poeta fino a definire la donna l’unica fonte di ispirazione e unione con il divino divine mero talk show. magari con tanto di televoto.

Perché questa mia protesta?

Perché ritengo la passione importantissima, anzi fondamentale per questa nostra umanità a volte cosi bistrattata. La passione che sia amore o ideale è semplicemente vita. E va trattata con quella soavità delicate che le appartiene di diritto. Ecco che una piccola autrice, quasi silente, un vero folletto della letteratura si affaccia dicendo “ehi io avrei qualcosa da dire.”  E questa signorina, Giuditta Ross, quasi sconosciuta ( e questo è un punto a vostro sfavore se non siete stati mai toccati dalla magia della sua penna) in barba a un certo snobbismo presente nei gusti granitici di tante lettrici abituate alla faciloneria di certi prodotto commerciali, insegna e sottolineo insegna, come si debba descrivere la passione.

Leggete questo passo

  Tra la roccia e le imponenti radici di un grande albero a ridosso del pendio, rovi e rampicanti si erano uniti in una specie di riparo naturale.

Si era fatto largo oltre la cortina di foglie e spine, del tutto impreparato alla visione che gli si era parata d’innanzi.

La donna era riversa su un tappeto di muschio intriso di sangue, raggomitolata su se stessa…..Alistair aveva inspirato profondamente, riempiendosi i polmoni. Lì l’intensità di quell’aroma delizioso era più che stordente. Improvvisamente la sete di sangue aveva lasciato il posto all’orrore e alla pena, a una rabbia che poteva a stento contenere perché, colei che era stata vittima di quel massacro, sembrava l’immagine stessa dell’innocenza e della perfezione.

Il corpo nudo, morbido e aggraziato, era straziato. Quella pelle altrimenti perfetta era macchiata di sangue, lividi violacei e ferite profonde deturpavano le linee delicate delle membra. Lo aveva guardato, ma non c’era paura nel suo sguardo. Rassegnazione, pena, dolore oltre ogni immaginazione, ma non paura. Non di lui……Poi aveva riportato gli occhi su di lui.

Le sue labbra avevano tremato appena, lacrime lucenti avevano imperlato le ciglia lunghe e arcuate, ma non un gemito, non un lamento a dare voce al dolore.

Alistair aveva provato il bisogno improvviso di distruggere ogni cosa nell’arco di chilometri. La sua rabbia avrebbe potuto radere al suolo tutto. Tutto, tranne lei.

Un bisogno disperato lo aveva colto. Avrebbe dovuto preservare quel mistero di grazia e bellezza dalla morte. Doveva.

Le si era accosciato accanto, immerso nel profumo sublime, quasi straziante della sua agonia. Lei aveva preso un respiro tremante e si era stretta le braccia sul seno….Non un gesto dettato dal pudore il suo, solo consolatorio……La violenza che aveva subito era scritta su ogni centimetro della sua pelle, la devastazione le era arrivata agli occhi e lui vi aveva letto dentro il solo e unico desiderio di porre fine alla sofferenza. Aveva indugiato, in preda a una disperata frustrazione, c’era una sola cosa che avrebbe potuto fare…..Una soltanto. Poi, come un fulmine a ciel sereno lei aveva sorriso. Con quello che poteva essere il suo ultimo respiro sulla terra, l’ultimo scampolo di forza, gli aveva sorriso. Non aveva avuto più scampo, nessun tentennamento. Avrebbe cancellato tutto quel dolore, tutta la violenza, avrebbe allontanato a calci la morte. Alistair si era portato un polso tra i denti e aveva reciso una vena con precisione chirurgica: il suo sangue denso e scuro era sgorgato copioso. Per lei.

Avete mai letto una scena più bella di questa?

Alice una fata tradita, lasciata a morire dal suo stesso sangue che al tempo stesso nutre la terra facendola nascere rigogliosa, sorride al predatore che davanti alla bellezza sensuale dell’innocenza, diviene preda.

E dal legame di sangue, il primo vero atto d’amore supremo laddove esiste uno scambio a un livello superiore di emozionalità, perché il sangue è vita, qualcosa tra due essere solitari e appartenenti a razze diverse accade: lui la salva. Ma la donna, lungi dall’essere solo una povera vittima è al tempo stesso la sua salvatrice. E non con un sacrificio, con l’abolizione del suo supremo io ma con un sorriso, l’ultimo atto che la fata può fare in un contesto di straordinaria morte/vita. L’immagine di quel corpo etereo disteso nella terra brulla che perde energia(sangue) e alimenta al tempo stesso la crescita e dona la vita, come ogni donna dovrebbe fare, è di una sensualità di una passione e di una bellezza abbagliante. Lui il bellissimo vampiro condannato, per la sua stessa natura a dominare, a prendere quello che più gli aggrada tenta di non lasciarsi andare a quel suadente richiamo:

 

invischiarmi in quella faccenda sarebbe stato come mettermi a scavare per prepararmi, con le mie stesse mani, una bella fossa in cui seppellirmi.

Ogni legge che gerarchicamente divide dominatore da dominato deve essere mantenuta, Alice seppur fatata è una donna che deve seguire il suo percorso di sacrificio, deve soccombere alla violenza cieca di chi, in fondo, la USA solo per il suo potere rigenerativo. Ma

 

Ma poi mi guardasti e non fu più possibile ignorarti.

Non è un elemento fisico o corporeo a far capitolare il predatore, ma un sorriso. Ed è quello che scatena in un essere perduto nel buio quella forza, quella passione che lo fa scavalcare ogni buonsenso e soprattutto ogni dannata legge. E quella legge non invischiarsi, non permettere che un altro essere anzi che una donna ti conquisti e ti invada l’animo è uno delle nostre peggiori conquiste. e cosa comporta questo legame?

Il bisogno di possedere?

Di sottomettere?

Di dominare?

No.

Qualcosa di così reale e di così intenso da far davvero rabbrividire:

 

Il bisogno di fondersi, perché erano fatti della stessa carne e dello stesso sangue, il fatto di appartenersi totalmente come entità indistinte. Il Legame in quel momento non le faceva paura, era giusto, era naturale, imprescindibile.

Ecco cosa è davvero naturale. Non l’istituto da crocerossina. Non la voglia di redimere l’altro. Non la volontà di annullarsi fino all’estremo, per il perverso piacere dell’altro. Ma un atavico meraviglioso, carnale e spirituale al tempo stesso, bisogno di fondersi.

Fondersi.

Che meravigliosa parola. Quella che accende lo sguardo che fa divenire istinto e anima tutt’uno.

la mia essenza si è mischiata alla tua riportandoti alla vita, il Legame di Sangue diventa indissolubile. Questo fa di te la mia progenie, in un certo senso. Un’estensione di me stesso, quasi. Il mio corpo ti reclama come parte di sé. In genere la progenie di un vampiro riconosce automaticamente il Legame condividendo gli stessi bisogni.

Ecco cos’è davvero la passione. Ecco cosa cerchiamo quando ci immergiamo in mille letture. Ecco cosa il nostro corpo, il nostro io, la nostra mente reclama. La bellezza, la magia quel sentirsi finalmente unica e unita a qualcosa. Che sia un sogno, che sia un valore o che sia l’altro, il compagno che ci guarderà sempre con la stessa dolorosa meraviglia di Alister.

E Alice?

Alice è una fata, quello che in fondo siamo tutte noi donne. Non principesse, non sguattere, non femmes fatales, ma semplicemente esseri che provengono dal mondo numinoso, tutt’uno con la terra, da cui traggono quel piacere estatico ogni volta che ne annusano il profumo. Quelle che sono perfettamente inserite nella natura, accolte dai fiori e dalla vegetazione, coloro che donano vita anche a chi si è perso nell’oscurità, noi che siamo e saremo sempre in grado di riportare la fertilità e la fecondità in ogni contesto arido, macilento e senza più speranza.

 Noi portatrici di vita, di compassione, di passione. Non feriteci, non annullateci, non mortificateci. Fateci vivere in libri come quelli di Giuditta, laddove il nostro sangue e la nostra essenza siano davvero sostentamento e salvezza per ogni popolo della terra. E questa frase la dedico a ogni donna con lo stesso potere anche se inconsapevole di averlo:

 

Ma ti ho visto nutrire una rosa appassita col tuo sangue. Il tuo retaggio è forte. La luce splende dentro di te, piccola principessa.»

Grazie Giuditta dal profondo della mia anima.

 

“Ethelion. il figlio dell’ombra” di Fabio Maffia, GDS edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

 

Laio, diciottenne londinese, si trasferisce con la famiglia a Dublino, per motivi di lavoro. È scoraggiato e scontento di dover far ripartire la sua vita in un’altra città, ma sarà proprio Dublino a risvegliare il potere del misterioso ciondolo che porta al collo fin dall’infanzia e a catapultarlo in un mondo parallelo. La sua avventura di snoderà fra le Terre di Nevass, tormentate da anni da una guerra che annienta la natura e tutti gli essere viventi che la abitano, uomini, elfi, nani .

L’evoluzione del protagonista è originale e interessante. Da studente universitario a combattente fra le file dell’alleanza di uomini ed elfi. Con  impegno imparerà ad usare la spada, camminando sul filo dell’incredulità del mondo in cui si è trovato catapultato e la nostalgia della realtà da cui è stato strappato. Laio è un personaggio di un adolescente che ricostruisce la sua vita e le sue priorità.

Affiancato dall’elfa Elein, che ha la funzione di guidarlo nella scoperta del mondo fantastico che lo circonda, scoprirà che i valori e i pericoli del mondo parallelo  non sono così distanti da quello che ha lasciato.

La distruzione della natura, il rischio di estinzione di alcuni popoli, la scelta di nascondersi invece che di combattere, lo sfruttamento di chi è più debole, la crudeltà di alcuni uomini.

Storie di guerra, amore, amicizia e tradimenti condiscono il primo volume di questa avventura fantasy.

Ingredienti indispensabili per la suspence e la riuscita di un’opera. Lo stile fresco e scorrevole, descrittivo senza essere eccessivo, l’approccio immediato e diretto rendono la lettura piacevole a dispetto della quantità delle pagine.

L’alone di mistero, di incredulità e curiosità, catturano il lettore e lo lasciano purtroppo in sospeso e in attesa del seguito.

L’impronta  del salto tra due i due mondi, uno che conosciamo bene, l’altro tutto da scoprire, dà al libro un tocco di originalità sicuramente apprezzabile.

Assolutamente da mettere in evidenza è la creatività e la fantasia dell’autore che ci regala paesaggi e creature uniche e imperdibili.

Una lettura per gli amanti del fantasy che ritroveranno il loro genere preferito e anche qualcosa in più.

Quando l’arte si fa parola. Incontro con luca Giribone. a cura di Alessandra Micheli

 

Introduzione

Ci sono autori che hanno una straordinaria capacità di trasportare il lettore in un incantato universo, fatto di linguaggio, ma anche di emozioni e di significati. Sono quei libri scritti perché la musa insolente pungola l’anima, finché i pensieri non divengano parole.

Ecco perché nonostante le imperfezioni, i dubbi e le nostre ritrosie essi divengono pura magia negromantica. Perché riescono a far vivere una parola altrimenti morta. E invece ecco che risorge non come revenant ma come un essere senziente, molto più del lettore distratto che se ne impossessa. Questa creatura letteraria diventa indipendente persino dall’autore e inizia a raccontare una storia che forse non era, originariamente nelle intenzioni dello scrittore attonito anch’esso di fronte a una magia su cui non ha per nulla potere. egli diviene solo un mediatore tra cielo e terra, un semplice e fondamentale veicolo che trasporta concetti eterei da quell’iperuranio di platoniana memoria.

Laddove le astrazioni nascono e restano, se non rapite dalle nostre azioni, semplici possibilità: ma questo mondo così strano a volte distorto, a volte percepito come ostile ha bisogno di questo costante flusso energetico, senza la creatività non saremmo umani ma solo persone invisibili e spesso perdute nell’oblio.

È la cultura che ci dona la forma e che riempie quei buchi dati dalla perdita di un ancestrale memoria di appartenenza, colmi di una sostanza bellissima chiamata anima.

Eh sì, senza autori del calibro del nostro Luca, forse saremmo solo ombre, che passano inconsapevoli in questa valle di lacrime.

E invece è il loro colore, quella pennellata di straordinario che irrompe nella realtà a donare un senso alle lacrime tanto patite da noi miseri uomini facendoci comprendere che dietro la colonna del rigore esiste sempre lo splendore del paradiso.

E un libro ne è la chiave.
Andiamo allora a conoscere questo fantastico demiurgo e il suo libro incredibile.
Buon viaggio

 

 

A. New York 1941, forse è una storia avvincente ma dalla trama complessa, come mai questa scelta?

L. La volontà era quella di non mettermi in fila con i molti, straordinari autori classici che hanno percorso i mondi letterari toccati da questo “bizzarro” romanzo multi-genere, a rischio di apparire uno dei tanti scrittori emergenti che tentano invano di emulare i grandi del passato, ai quali tributo il mio infinito rispetto e dai quali traggo perenne ispirazione, ma che non mi sogno nemmeno di “sfidare”; la mia intenzione era invece quella di creare qualcosa di diverso, capace di stimolare e provocare attraverso un vero e proprio gioco, un gioco tale da sovvertire completamente le aspettative del lettore, facendolo arrivare a un paradosso che molti hanno definito, con grande acume, “sconcertante”. Un autore emergente dovrebbe tentare con tutte le sue forze di presentarsi al caleidoscopico mondo della letteratura del Terzo Millennio con qualcosa di nuovo e diverso. Questo è stato il mio tentativo.

A. La commistione di generi e il finale inaspettato sono delle innovazioni letterarie poco usate, secondo te è per una loro oggettiva difficoltà o per una sorta di incapacità di osare?

L. Viviamo un periodo di profonda incertezza (perdonate la frase da classifica mondiale della retorica, ma è vero…); la reazione naturale e comprensibile delle persone è quella di andare a cercare continue conferme, sia nella quotidianità personale e professionale (ma è dura), sia nella dimensione dell’intrattenimento (e qui le opportunità fioccano). Moltissimi autori sfornano prodotti volutamente, sapientemente prevedibili, che il lettore possa accogliere trovando in essi soddisfazione alla sua esigenza di calarsi in una illusorietà calmante, fino a sfiorare il rischio (Aldous Huxley, aiutaci tu) di confondere la retorica da trama déjà-vu con la verità. Lo dico senza alcuna arroganza e senza alcuna polemica, credetemi, sono il primo colpevole, leggo anche libri e guardo film che mi trasferiscono un senso di sicurezza e di pace, cerco gli eroi della Marvel con la scusa di doverli spiegare a mio figlio, a cui leggo storie che forse zittiscono più i miei demoni piuttosto che le sue acerbe (e più che dignitose) paure, mi tuffo felice in feuilleton passati e presenti … Ma, sempre in veste di lettore, a volte faccio un profondo respiro e affronto la letteratura da pugno nello stomaco, che mi aiuti a mettermi in discussione, a smontare le mie convinzioni e a ricostruirle, che non mi dia le risposte ma mi consegni solo le domande, insomma che mi metta costruttivamente in difficoltà. Certo, questa letteratura spesso vende meno di quella “di cassetta”, ma lascia segni più profondi, segni importanti, che ci fanno crescere. Non so se sono stato capace di fare qualcosa di simile, ma ci ho provato con tutte le mie forze.

 

A. Dietro il velo dell’intrattenimento, cosa il tuo libro vuole comunicare?

L. La certezza che non vi siano certezze, ma sia tutto da costruire con impegno e senza preconcetti. E che non vi sia limite all’immaginazione, da un lato e all’intelligenza, intesa specificamente come curiosità, dall’altro.

 

A. Un libro che parla di percezione e di quanto la realtà sia illusione; quanto contano le influenze letterarie nella stesura del testo? Hai dei riferimenti?

Sarei perduto se non ne avessi. Tassativamente tratti da forme artistiche e generi letterari diversi. Jorge Luis Borges, Philip Dick, Philip Roth, Maurits Cornelis Escher, Chris Nolan, Woody Allen, Bret Easton Ellis, Muriel Barbery, Dino Buzzati, Edgar Allan Poe, Ridley Scott, Salvador Dalì, Franz Kafka, Nikolaj Vasil’evič Gogol’, Michail Afanas’evič Bulgakov, Michelangelo Antonioni, avete tempo? Più ci penso più me ne vengono in mente…

 

A. Siamo davvero liberi?

Purtroppo no.

 

A.  E’ il libro che parla attraverso l’autore, o è l’autore che dà vita alla sua creatura?

Io sono solo un tramite, la storia era già lì, da qualche parte, da sempre…

A.  La tua visione dell’amore. Ricordo di un’opportunità mancata o occasione presa al volo?

L’amore romantico, letterario, assoluto, non può che vivere di nostalgia, non può, inoltre, che essere costantemente ferito dal senso della perdita, a volte del ritrovamento struggente, a volte di un addio altrettanto struggente, anche se fortunatamente nel quotidiano l’amore è qualcosa che si costruisce e rafforza giorno per giorno con impegno e dedizione; meno poetico forse, ma più completo e possente.

 

A.  Che pubblico intendi attirare con New York?

Senza alcuna distinzione di razza, lingua, credo, sesso ed età, tutti coloro che abbiano desiderio di esplorare qualcosa di radicalmente diverso, ritrovando quel qualcosa di nuovo e originale che abita in loro ma che troppo spesso rimane sopito.

 

A. C’è stato qualcuno che ha cercato di farti cambiare idea sella stesura del tuo romanzo.?

Sì, un mio caro amico in particolare, e aveva torto. E insieme aveva perfettamente ragione.

 

A. Domanda scontatissima. Quanto di Luca c’è in questo romanzo?

L. Tutto. Solamente.

A. Il punto di forza della tua scrittura è…

L. La capacità evocativa, la forza empatica.

 

A.  Le vendite contano per un autore tanto da dover cambiare il suo progetto originale?

L. Solo se sono talmente basse da non rendere il progetto sostenibile.

 

A.  Qual è il vero motivo per cui si scrive un romanzo?

L. Autoanalisi freudiana temo…

 

A. Per affermarsi nel campo letterario, serve più seguito o solo talento?

L. Per fare breccia nel cuore dei lettori giusti serve talento. Per affermarsi serve un cospicuo budget marketing preferibilmente accompagnato da un talento decente o in alcuni casi (per fortuna ancora capita) da un’idea geniale.

 

A. Casa editrice o self publishing

Casa editrice tutta la vita. La letteratura è un lavoro di squadra. Il self publishing è una soluzione strategica mirata a raggiungere risultati specifici e circoscritti (non necessariamente poco remunerativi o di scarso successo, solamente meno trasversali e meno capillari)

 

A. Recensioni, croce e delizia di ogni autore. Che rapporto hai con loro?

L. Quello errato, da egocentrico cronico quale sono, le aspetto, le soffro, traggo da quelle positive una esaltazione straordinaria. Poi, piano piano, si matura… Bellissimo il dialogo con i lettori, però, grazie soprattutto ai social, e soprattutto bellissimo il dialogo con i lettori “delusi”, che mostrano però di essersi appassionati alla storia e che chiudono la chat con un “ok, va bene tutto, adesso però fammi sapere quando uscirà il seguito che voglio sapere come continua la storia…”

 

A.  C’è una certa responsabilità dei blog ne creare la sensazione che, esista oramai solo un certo tipo di romanzi? (romance o erotici)

L. Fatico ad attribuire ai blog la responsabilità di una moda perniciosa che mediamente torna, fra l’altro, a cadenza ventennale o trentennale in tutto il globo terracqueo…

 

A. Ci sono generi letterari che, secondo te, sono penalizzati? E quali sono più attraenti per un lettore medio?

(segue un piccolo e gustoso fuorionda nato dal gradito dialogo fra intervistatrice e intervistato, riassumibile in un):

L. Grazie Alessandra, una domanda interessantissima se posta a un critico. Secondo me se viene invece posta in maniera così diretta a un autore rischia di trovare risposta solo in una scelta di contrasto, a suo modo polemica e pervasa di venature vagamente snob. E’ grave se la lasciamo per una prossima chiacchierata?

L. (ancora fuorionda) Noi non abbiamo segreti, però, e in accordo con te, Alessandra, vogliamo condividere anche dubbi, discussioni, spunti dialettici e mettere sul piatto le nostre debolezze quanto i nostri punti di forza. Altrimenti dove sarebbe il godimento della cosa? 😉

Quindi pubblichiamo anche questa non risposta..

D’altra parte non è il dubbio il punto di maggior forza di questo romanzo?

 

A Parliamo di self. È un’opportunità o una disperata ricerca dell’ultima spiaggia?

L. Una oculata ricerca di una spiaggia appartata, si spera. A volte, purtroppo, la ricerca è disperata e la spiaggia l’ultima, inutile negarselo.

A. Cosa manca al mondo letterario di oggi. Conta ancora il talento?

L. Conta senz’altro. Ma la macchina produttiva chiede gasolio per funzionare…

 

A Trama, personaggi, contesto editing, cosa davvero conta per scrivere un buon libro:?

L. Tutto, ma più di tutto l’Idea, l’Ispirazione, senza questi doni che, partendo chissà da dove, viaggiano fino a colpire il nostro cervello con la forza di un ciclone, senza questi, il resto crollerebbe (o dovrebbe crollare) come un castello di carte. Peccato che oggi, lo dico da persona che ha lavorato con grandissima passione in agenzie di comunicazione, la pubblicità sappia esaltare i nuovi geni ma anche trasformare antichi mostri incarnandoli nei cosiddetti fenomeni letterari.

A. Lasciaci con un estratto del tuo libro

L. UNA RAGAZZA DI PROVINCIA SI PORTA ADDOSSO
LA SUA PROVENIENZA
Il Sud permea il tuo corpo per poi affondare tra cellula e
cellula, definendo i tuoi colori, il tuo odore (non il profumo,
l’odore della pelle, quello che, quando si fa l’amore, diventa
uno degli elementi di attrazione più irresistibili. Oppure, se
le cose non funzionano, un indicatore di distanza impossibile
da ignorare).
Io sono Dorothy. Io sono l’odore del Sud, sono l’odore del
legno delle case isolate, annegate in fondo a vialetti dispersi
nella boscaglia come nelle storie dell’orrore; giardini con
lunghe altalene appese a enormi alberi avvolti dal muschio
spagnolo, come zucchero filato, che regala all’atmosfera quel
che di esoterico, magico, inquietante.
Dorothy, mi chiamò mia madre.
Dorothy, ripeteva urlando, mentre le doglie le scuotevano
il ventre, nel grande letto al piano di sopra della nostra casa
coloniale fuori Baton Rouge.
Dorothy, sussurrava prima ancora, durante le lunghe settimane
precedenti il parto, come se fosse un mantra che, se
ben recitato, avrebbe condotto a una nascita propizia, a una
figlia bella e insieme intelligente. Una donna del Sud. E senza
il mimino imbarazzo dico che il mantra ha funzionato. Dorothy
ha scavato la sua strada da Baton Rouge a New York;
ha abbracciato con egoistico sollievo il fatto di avere la pelle
bianca, ha poggiato le piante dei piedi sulle solide spalle di
un padre avvocato, ma non si è accontentata di uno studiolo
di provincia, fuori Baton Rouge: no, ha voluto affondare i
denti nella Grande Mela e accogliere la sfida della scuola di
Legge Newyorkese e del tirocinio in tribunale.
Dorothy porta i pantaloni. Così si sarebbe detto, in tempi
nei quali pronunciare una frase del genere poteva costare
una solenne dose di vergate sulle natiche. Perfino per una
ragazza fatta e finita e anche all’interno di un ambiente familiare
aperto e favorevole. Non foss’altro perché al di sotto di
quelle parole si nascondeva una realtà ancora più rivoluzionaria,
quasi femminista. Dorothy ha le palle.
Se ripenso a quegli anni, la mente corre a un padre severo
e a una madre fragile, a tre sorelle succubi di un clima familiare
rigido anche se non violento. Oscuro direi. Come quelle
notti di vento, quando le finestre sbattevano e il muschio
spagnolo danzava furioso insieme ai rami degli alberi, e io,
in compagnia delle mie sorelle, nella stessa, grande stanza
con tre letti, mi gettavo in quello centrale, il più vicino alla
finestra, seguita dalle altre due. Era il letto della mia sorella
minore, Cindy. No, Wendy, si chiamava (…strano lapsus).
Comunque sia, ci stringevamo le une alle altre come in una
cucciolata, che insieme ci si fa coraggio, e guardavamo fuori,
fissando affascinate lo scenario che avevamo tante volte
letto fra le pagine proibite di Lovecraft. Paralizzate dal terrore,
eccitate dalla sfida, prorompevamo alla fine in una risata
collettiva che rischiava di interrompere il fragile sonno
dei nostri genitori.
Vento, non una goccia di pioggia. Forse è il vento che mi
ha sospinto fino a New York. Forse è il vento che ha voluto
che la mia sorella più giovane, dodici anni, Cindy, no, Cathy
(di nuovo un lapsus), fosse come attirata lontano da qualcosa,
quel giorno, un giorno di primavera, una primavera già
calda e appiccicosa del vento del Sud. Quel vento.
Chissà cosa andava a cercare al di là dello stagno, ai limiti
della nostra proprietà. Inseguiva forse un grosso rospo,
rapita dalla curiosità di dare la caccia alla bestia rara e catturarla,
forse (aveva con sé il retino che usavamo per andare
a esplorare lo stagno).
Era così curiosa, così giovane, così limpida.
Dissero in seguito che il ragazzo era appena uscito di prigione.
Dissero che aveva qualche rotella fuori posto, ma che
non c’era stato verso di internarlo. Bor-der-line. Ricordo ancora
il sapore di questa parola nuova e difficile, che ora mi
è tremendamente familiare, ma che da bambina mi appariva
estranea e ostile. Ricordo quanto si impresse nella mia mente
come un marchio a fuoco. Che cosa vuol dire borderline?
Vuol dire niente freno al desiderio, vuol dire che quando fai
click non c’è ritorno. Vuol dire che la tenerezza della pelle
candida di mia sorella, Cathy (no, Colette) – c’è qualcosa che
non va, dovrò andare dal dottore, quelle pillole per dormire
fanno strani scherzi alla mia memoria – il suo candore dicevo,
quando non c’era nessuno intorno a guardare, a sentire
le urla, quel suo candore era forse troppo appetitoso. Ripeto
questa parola che mi ferisce nella pancia, all’altezza
dell’ombelico. Fin giù, nel profondo del mio sesso, come se il
dolore di mia sorella risuonasse ancora nel mio corpo, dove
di solito abita il piacere.
Come dimenticare?
Come vincere l’angoscia?
Come sopportare quel letto vuoto che, dopo pochi, strazianti
giorni, mio padre, spezzato nella sua altrimenti incrollabile
solidità, fece portare via? Come se lasciare il pavimento
vuoto fosse sufficiente a non percepire l’assenza della
defunta.
L’aveva finita con una grossa pietra. La pietra calata sul
suo viso l’aveva resa irriconoscibile, lei forse aveva gli occhi
aperti (no, sicuramente li aveva aperti) e aveva visto la
morte dopo il dolore. Lo presero, gli diedero il carcere a vita,
ma questo non calmò la mia sete di giustizia. Giustizia, non
vendetta. Scelsi per sempre di tenermi quella sete inestinguibile
e di volgerla in positivo verso la correzione invece della
distruzione. Sono due estremi vicini, che hanno combattuto
a lungo in me.
Non fu per tutto questo che andai a New York, ma per questo
volli studiare legge. La giustizia divenne per me un’ossessione,
un’ossessione crudele, capace di far rivivere il ricordo
di mia sorella e allo stesso tempo di lasciarla riposare in
pace.
Dormi, bambina.
Dormi, Colette (no, Claudette).
Dorothy ma che ti succede? Come si chiama tua sorella?

Qual è il nome di tua sorella, Dorothy?

 

 

 

 

 

Grazie per questa splendida chiacchierata e grazie a Luca Giribone per essere scrittore, uomo e soprattutto artista.

 

Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà.
Italo Calvino

“Solo se mi guardi” di Emiliana DeVico, Rizzoli editore. A cura di Natascia Lucchetti.

E’ la prima volta che leggo un romanzo di questo genere e di conseguenza che lo recensisco. Non ho mai seguito la letteratura erotica, anche se ho letto alcuni romanzi rosa che spingevano molto sul lato passionale dell’amore, forse troppo.

Devo dire che Emiliana de Vico è stata capace di farmi apprezzare ,ed anche molto, questo genere letterario puntando soprattutto su una vincente originalità della trama e un lessico molto vasto e sempre adatto ad ogni situazione.

Partiamo dalla trama veramente carina e nuova. La nostra protagonista si chiama Alexandra, in arte Artemisia. E’ una donna in affari che gestisce Villa Eden, un club di incontri tra persone di una certa levatura sociale. Incontri all’insegna del sesso libero ma sempre rispettoso che a volte trasformano il semplice appagamento fisico nell’elemento di un qualcosa di più grande e solido: l’amore nato dalla passione.

 

«Come vorrei poter vedere la vita come te, Alexandra. Solo sesso. Sano amplesso fisico, senza che nulla scalfisca l’integrità psichica.» Nicoletta guardava lontano, verso posti dove l’amore aveva sempre la forma del cuore e l’anima il sapore del proprio uomo. Ma Artemisia sapeva che il retrogusto della passione era amarognolo, fin troppo difficile da ingoiare

Artemisia è una maschera di Alexandra, sì, perché dietro quel cambio di nome lei nasconde le sue fragilità, la sua nostalgia verso una vita stabile, un obiettivo che, anche se lo neghiamo, quasi tutti lo tratteniamo nel cuore. Artemisia non ha scrupoli e accetta la proposta strampalata dei gemelli Sokolova: Ivan e Valentin, i quali le  richiedono un particolare rapporto a tre.

Lei accetta con disinvoltura, ma non ha la più pallida idea di quanto possa essere coinvolgente ciò che si appresta a vivere in compagnia dei gemelli russi. Mentre Valentin si unisce a lei, Ivan parla, ordina ed osserva tutto ciò che accade. Usa il fratello, a lui identico, come surrogato di se stesso e vive il rapporto con un’intensità travolgente. Artemisia, dal canto suo, si ritrova a considerare più quell’uomo che osserva e ordina da lontano, piuttosto che quello che trattiene tra le braccia, a cui concede il suo corpo. C’è qualcosa di più attraente dietro gli occhi freddi di Ivan, qualcosa di più magnetico, capace di legarli al primo sguardo, alla prima parola suadente.

Questo particolare approcciò è geniale. Lascia passare al lettore un nuovo tipo di sensualità che deriva dallo sguardo e dalla voce, in questo caso più potenti del contatto fisico. L’intenzione supera la fisicità.

Ed è proprio questo che rende questo romanzo più sensuale, più delicato di alcuni libri rosa che ho letto in un passato recente. Le scene di passione sono narrate in maniera delicata, con belle frasi, belle descrizioni che attingono ad un lessico molto ampio. C’è grazia ad ogni frase e, nonostante io sia inesperta in questo genere, credo che essa sia essenziale per trattenere la narrazione lontana dalla volgarità. In questo, la de Vico riesce in pieno. Lo stile e quello giusto, preciso e si unisce ad una trama davvero molto ben costruita che diventa adorabile nella sua seconda metà.

 

Tu guardami, parlami, fai l’amore con me con gli occhi, con la voce e io cercherò di farmelo bastare.

 

Lentamente, Artemisia lascia sempre più spazio ad Alexandra. La maschera inizia a calare, nonostante la paura di essere ferita, di non essere ricambiata. L’amore sboccia con delicatezza, lentamente, correndo per un filo incerto che dipende dalle scelte di Ivan, da quanto lui è pronto a scommettere su questa nuova storia.

Il lato introspettivo di entrambi i personaggi principali è molto approfondito, esattamente come dovrebbe essere. I cenni sul loro passato sono coerenti con le loro reazioni nel presente. Anche i personaggi secondari sono ben raccontati e ben funzionali alla buona riuscita della trama.

In conclusione alla mia analisi, posso consigliare con decisione questo libro a tutti gli appassionati del romanzo d’amore. E’ delicato, ben scritto e costruito con originalità. Mi è piaciuto molto veder calare la maschera di Artemisia dal viso di Alexandra, un valore aggiunto che fa pensare.

Bella storia da leggere anche per quelli che non fanno del rosa il loro genere preferito.

 

“Il divino sequel” di Dario Rivarossa, il terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

 

E’ notte e tutto tace, in un silenzioso etereo abbraccio.

 Il reader giace inerte sul comodino, ha detto tutto quello che doveva dire ed adesso tocca a me cercare di tradurre i suoi sussurri in pensieri coerenti che possano dare vita a una recensione.

Anzi alla Recensione.

Perché ci sono libri che non sono libri ma porte cosmiche laddove possiamo ritrovare antiche lodi, racconti e leggende, possiamo danzare con le stelle e ritrovare il punto in cui il nostro universo implodendo ha dato origine alla vita. O più semplicemente ritrovare noi. La nostra anima è stata oggetto di libri e saggi, di filosofie alte di tanti autorevoli uomini da noi letti e amati o studiati e odiati. E tra questi esiste il libro dei libri, compendio ancor oggi oscuro, rilegato nel campo della letteratura colta e forse per questo cosi disonorato: ossia il divino canto.

Si, parlo proprio della Divina Commedia, del nostro Dante Alighieri, portato come esempio di pregiata letteratura italica. Ma mai inserito, come punto di inizio del cammino spirituale, quel percorso animico che ci porta tra le fauci del nostro inferno, purificandoci con il purgatorio e lanciandoci fieri verso la luce. E in fondo la luce è inizio e deve essere fine di questa straordinaria avventura chiamata vita. Di libri sequel della Divina Commedia ne ho letti a bizzeffe, varianti usate per dare senso a una protesta, per raccontare un infinito dramma, per spronare la persona a divenire, lo ripeto sempre,  uomo.

 E ogni capitolo di questa commedia che non si esaurisce con la morte di Dante, aggiunge un tassello alla mia e vostra comprensione della vita, la nostra vita, il nostro io, e la nostra ombra. Dalla selva oscura noi partiamo, circondati da fiere accompagnati dal vate Virgilio spronati dalla divina fanciulla candida e simbolo di eterno fulgore di bellezza.

Ma per andare dove?

Cosa c’è in quella Commedia di così importante per noi e per tutto il cosmo che appare quasi in attesa di una sorta di miracolo, qualora un autore coraggioso tenti l’impossibile?

Dario Rivarossa ci dà la sua visione del dantesco canto, una visione pennellata da episodi pregni di un sagace umorismo, di pagine incredibili dove fonde con maestria generi diversi, quasi un divertimento di una mente geniale tutta dedita alla sola sperimentazione stilistica.

Cosa esiste di più bello di un genio che si mostra, lusinga la mente e manifesta tutti i suoi trucchi per donarci bellezza?

Eppure le pagine cosi intinte di arte, un’arte a tratti giullaresca a tratti venata di una cultura che estasia c’è qualcosa che sussurra.

E io non posso non essere attratta da questi arcani sussurri.

Nulla da fare.

Non amo le spiegazioni convenzionali.

Non mi baso sull’ovvio che si mostra spavaldo.

Io cerco qualcosa in più perché so, sono consapevole di essere la pedina mossa da forze più grandi di me, impegnate in una lotta cosmica.

Eh sì cari lettori.

Anche la letteratura è paladina di questo eterno scontro che non è banalmente definibile con bene e male, ma con risveglio e oblio. Tra consapevolezza e fatale sonno.

E sono cosi convinta che i libri siano semplicemente spade appuntite da accogliere, in ogni testo, come il paladino di quello o l’altro schieramento.

 Sta a me decidere se abbracciare la gnosi o la cecità.

 Ecco di nuovo la parola magica.

Gnosi.

Come se ogni testo in fondo fosse parte di questa strana eppur suadente filosofia. Del resto racconta solo di Pascoli, e del suo eterno antagonista Carducci. Racconto atto a esaltare le sue opere che tanti studenti hanno tediato ma che rappresentano pur sempre il nostro patrimonio.

Racconta di Dante sì, ma del resto non è Dante l’ispiratore di ogni percorso poetico successivo?

Certo esalta il latino in modo forse tronfio e vanesio. E poi si perde con il fantascientifico, blaterando di mondi che si collegano l’un l’altro, specchi del futuro e esempi del passato, di oggetti di strane figure dai nomi impossibili, tranne i due William e Sophia.

Oddio Sohpia…

Ecco quel nome che mi fa vibrare, che esalta la mia mente che accende una lampadina in me, illuminando il testo. Ecco il dualismo rappresentato dalle coppie maschio e femmina e quei mondi in cui gli eventi si succedono in corsi e ricorsi storici.

i corsi e ricorsi dei medesimi personaggi, che senza posa si incontrano, scontrano, separano, e poi rincontrano, e poi si separano ancora.

Aspetta: citi per caso il mio amato Gianbattista Vico?

Che libro sarà mai, come far convivere esoterismo, filosofia e fantascienza?

Einstein Dante e Pascoli, Vico e Virgilio; la salvezza e il concetto di anima tutti legati assieme in un filo invisibile che canta una melodia ancestrale…

Il libro che andrete a leggere non è solo un’abile esperimento letterario.

 Non è solo un egoistico desiderio di un autore la cui volontà sia di farsi ammirare, applaudire e forse invidiare. L’uomo qua raccontato è l’uomo nella sua ascesa verso la consapevolezza finale.

Lì dentro sono contenuti i grandi movimenti dell’universo. Inclusi i movimenti più profondi, più importanti: quelli nascosti

 Il ritorno all’unione con l’anima.

Immersi in questo mondo che gli gnostici chiamano materiale, formato dal tempo e dallo spazio, veniamo frammentati.

La parola “anima” contiene mille diverse caratteristiche di una persona; non è un elemento semplice. Sono invece gli infiniti elementi semplici a combinarsi tra loro in continuazione, dando origine a tutto ciò che esiste, rocce, piante, animali, uomini, stelle, entità sparpagliate tra le stelle. Un uomo, per esempio Dante, è la somma di tutti gli elementi che lo compongono; che però non rimangono identici per l’intera vita, ma si rinnovano, si sostituiscono uno all’altro. Qualcosa in effetti resta immutato, ma poco: vari segmenti di memoria, oltre alla “parte guida” dell’anima, che però è solo un puntolino indefinibile, invisibile, irrintracciabile.

Piccoli bit, di ricordi di pensieri, polvere di una coscienza molto più ampia di un umano, suoni che raccontano di un glorioso passato, che propendono per la crescita.

 

Quando una persona muore, i bit, i pezzetti, tornano a separarsi e a diffondersi per il cosmo.

Ecco cosa siamo noi appena nati, siamo ricordi del tutto.

 Siamo Dante e Virgilio.

Siamo la somma della saggezza passata e futura, pallido riflesso del nostro vero volto.

E questo volto è ingabbiato da sottili veli, da maschere, da immagini che sono solo pallide imitazioni di cosa siamo e che rappresentano le gabbie della quotidianità, della banalità della non azione. Perché è questo che rappresenta M’nox e sua moglie E. kate. Rappresentano l’oscurità che si crea quando non vogliamo cambiare, quando la pigrizia ci obbliga a star seduti.

M’nox non è cattivo, come potrebbe apparire a uno sguardo superficiale. Come hanno accennato in precedenza Sophia e William, il suo problema è l’ottusità. che gli scarseggi l’intelligenza, e la si è vista fin troppo in azione, ma la usa per scopi limitati, mediocri. Se a guastare il mondo fossero i “cattivi”, come nei film, sarebbero abbastanza facili da individuare. Di fatto, invece, M’nox  non è Hitler; è semmai simile a un impiegato pubblico che  svolga in modo approssimativo i propri compiti, perché non ha interessi superiori a quello di percepire lo stipendio con il minimo sforzo. Il guaio è che è proprio questa l’origine di infinite sofferenze, e tutte causate in perfetta buona fede, senza nessuna “cattiveria” nel senso forte del  termine.

 

M’nox in sostanza rappresenta

 

l’ottusità che soffoca il bene…..era la banalità del male…… M’nox cercava di lasciare le cose nel mare di noia in cui sono immerse…. M’nox difendeva i suoi piccoli scopi

E cosa dire del conformismo?

Dell’arte snaturata posta al servizio di quell’immobilismo, simboleggiata da Carducci?

 

con un pensiero sovversivo per certi aspetti, in realtà incapace di immettere nell’universo germi di sviluppo autentico. Si fa il Gradasso spaccatutto a parole, e poi nella pratica si porta avanti l’eterno gioco delle convenienze.

Pascoli, con le sue straordinarie teorie del fanciullino, le sue opere spesso non comprese è invece la creatività che rinasce, il terreno fertile in grado di sollevare velo su velo, svelare il volto dell’arconte e conquistarsi il suo paradiso.

 

nei pensieri di Pascoli persiste una buona dose di idealismo europeo ottocentesco,  perfino melenso qualche volta.

Ma, c’è un ma. Quando la saggezza, simboleggiata dalla Divina Commedia viene vissuta, quando il pensiero si tramuta, tramite meccanismi straordinari in immagine, quando la poesia, l’arte diviene corpo vivo, l’ultimo guardiano della soglia si manifesta. La Bestia.

la Bestia è l’orrore puro….. la Bestia gode nel procurare  sofferenza  morte….. la Bestia non ha scopi.

 Ecco il lato distruttivo, il vero disordine di cui M’nox non è che una patetica imitazione. E anche lì la bestia si combatte riprendendole nel proprio io, assorbendola e digerendola affinché la sua distruttiva imprevedibilità divenga arte.

E in quel percorso scopriamo il vero segreto del sacro che la religione tiene tutto per sé.

Non esistono giusti o peccatori.

 Tutte le anime verranno liberate dal Cosmico Christos, incarnato in ognuno di noi.

nel Giorno del giudizio le cose non andranno come suppone l’opinione corrente. Di solito si pensa che in quel giorno: a) il purgatorio svanirà nel nulla; b) l’inferno e il paradiso rimarranno bloccati in eterno.  Invece tu, o meglio Dante sosterrebbe che: a) il paradiso  rimarrà immutabile, e va bene; b) del purgatorio resterà in vigore, per così dire, la vetta, dove si estende la foresta dell’Eden, e lì vivranno felici in eterno Virgilio e gli altri giusti del paganesimo, governati da Catone; c) per cui una parte dell’inferno, cioè il limbo, si svuoterà.

Cosi come ci racconta la meravigliosa Pistis Sohpia. E persino uno strano figuro un certo Origene.

I mondi scaturiti dal sogno blasfemo di un’entità che spezza l’armonia originaria, i mille mondi che formeranno il nostro cosmo verranno svuotati affinché esista solo l’eterna bellissima luce. Ma quest’immagine significa anche il fermarsi del moto, di quello che passa di poeta in poeta, di autore in autore, al quale noi siamo così legati. E’ l’arte il motore che si spingerà avanti. E’ l’arte e la bellezza immortalata ne versi che è il nostro nutrimento la spinta verso l’alto. La Divina Commedia, la poesia del Pascoli con la sua sete di ritrovare la purezza, sono la nostra gnosi.

Ed è grazie a libri come questo che le ali immaginarie della nostra fantasia creeranno le scale che ci uniranno verso il cielo, sarà il nostro movimento a plasmare il cosmo e renderlo non più dualistico ma unico e armonico. È il nostro lottare con Dio che ci renderà benedetti. È l’esempio, soprattutto l’esempio. Il fatto che almeno qualcuno esca dalla grotta platoniana che salva tutti noi. È per libri come questi che noi torneremo a rimirar le stelle.

 

Compagno, io sono venuto: guardami:

son io. Tu chiedi forse che, tacito,

che, stretto tra queste mie dita,

io stesso riguardi? La vita.

La vita, ov’arde breve ora un piccolo

fuoco che presto mutasi in cenere;

che vana, che nulla vapora,

ma un fumo esalando, che odora.

C’è qualcosa da dire ancora per costringervi a abbracciare la bellezza?