“La locomotiva” di Antonio G. D’Errico, Letteratura alternativa edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

La musica è una rivelazione, più alta di qualsiasi saggezza e di qualsiasi filosofia.

(Ludwig van Beethoven)

 

La musica non è solo un passatempo. Essa attraversa e supera le ere, le epoche, la storia stessa, divenendo l’unica reale interpretazione di quei dati, che messi assieme, costruiscono non solo la nostra realtà ma danno vita anche ai miti, che le regalano senso e che uniscono i popoli.

La musica interpreta sentimenti e passioni, ma anche le evoluzioni e le involuzioni sociali, tanto che la storia della musica è la storia di noi uomini, sospesi tra disordine o ordine, tra sviluppo e decadenza.

Non a caso molti stupendi autori di testi e giocolieri delle note sono stati visti con malevoli sentimenti dagli agenti di socializzazione (scuola, opinione pubblica, famiglie e perché no la chiesa) in questo considerato perturbatori dell’ordine costituito, novelli Robin Hood o incarnazioni della luciferina ribellione, o Eve pronte a disobbedire al comando maschilista e dominatore.

La musica con la sua magia, con quel suo ritmo spesso scanzonato, sensuale o inquietante ha rivelato più di quanto i saggi dei miei amati sociologi potevano. se volevi comprendere il suicidio era più facile elaborarlo con la canzone di Michele Pecora “Vestita di Bianco” che con il perfetto saggio di Durkheim, appunto perché le note, la sonorità, quella formula matematica che sembrava discendere dalle altezze dello spirito o del iperuranio di platoniana memoria, parlavano all’anima di noi stessi, quella nata, secondo la bibbia proprio dal verbo. Era come un riconoscere il conoscersi nel respiro di Dio o come perfettamente lo descrive Coelho nell’anima mundi, essenza e principio generatore di tutto il conoscibile. E la musica mi ha sempre accompagnato, titillando corde della mia interiorità che altrimenti, nella mia costante ricerca e venerazione della logica, restavano spente, quasi smorte. Leggere la Locomotiva è stato l’interruttore dei miei ricordi, di quell’ansia rivoluzionaria che anche per me, nei miei splendidi e tanto rimpianti anni della giovinezza, mi portavano ad abbracciare lo spirito anarchico. E che ogni tanto, oggi, in quella maturità raggiunta a fatica, fanno capolino, bizzarri e indomabili, tra frasi ironiche e rifiuto costante dei compromessi. Quegli anni mi hanno e ci hanno lasciato la volontà di essere più che di apparire, di meritarsi ogni traguardo, di ribellarsi alle vie facili e alle facilonerie. E perché no a continuare a sognare, nonostante i miei 42 anni, un mondo diverso una vera e propria isola che non c’è nella convinzione testarda che:

chi ci ha già rinunciato

 e ti ride alle spalle

 forse è ancora più pazzo di te.

D’Errico ha raccontato non solo la sua vita attraverso la musica, ma anche la mia. I cantautori citati sono stati la linfa che mi ha nutrito e fatto da balia, crescendomi a latte e note, a testi su cui riflettere e emozioni immediate. Bennato con il suo Burattino senza fili, de Andre, De Gregori e Guccini con la Locomotiva, colonna sonora delle mie mille battaglie politiche, L’avvelenata, e l’anticonformismo di Ivan Graziani, la rabbia e l’innovazione ecologista di Bertoli, sono tutti lì a sorridermi tra le pagine come amici ritrovati ma in fondo mai perduti.

Non sono in grado, forse di raccontarvi stavolta il libro, di analizzarlo, troppo presa dal canticchiare le melodie tanto amate, a ritrovare le voci che pensavo di aver scordato, per fermarmi sulla prosa, sul senso, sulla bellezza di questo testo. Perché forse quello che davvero emerge non è la filosofia politica e sociale dei mie grandi cantautori, quanto l’emozione del ritmo, la sua forza dirompente, quel ritornello che come un martello riesce a sfondare il muro che ci divide dall’altro (cosi come fecero milioni di ragazzi nell’89 al grido di Brick in the wall, distruggendo le tronfie torri di babele, che confondono in razze l’umanità, che devasta le stanze lussuose del potere, che urla i suoi acuti no, come un inno di liberazione. Emerge quella volontà di rinnovare, di sperimentare, di crescere attraverso lo studio delle note, attraverso quel pensiero che nei testi emergeva prepotente, ribelle e sfacciato contro i dogmi, le convenzioni, le consuetudini e gli stereotipi al grido del vento dell’anarchia.

Denunciando, raccontando l’amore senza perbenismi, in quel modo così feroce e passionale, ma cosi tremendamente vero e carnale, la musica univa intere persone, in canti, cori improvvisati, in un urlo collettivo liberatorio più di tanti cruenti riti apotropaici

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,

con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,

quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,

ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli,

 

Conosco invece l’epoca dei fatti, qual’ era il suo mestiere: i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,

i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti

sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso lanciato sopra i continenti,

 

E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano

che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:

ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,

sembrava avesse dentro un potere tremendo,

la stessa forza della dinamite,

 

Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,

parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”

e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via

la bomba proletaria e illuminava l’ aria

la fiaccola dell’ anarchia,

 

Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione,

un treno di lusso, lontana destinazione:

vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,

pensava al magro giorno della sua gente attorno,

pensava un treno pieno di signori,

 

Non so che cosa accadde, perché prese la decisione,

forse una rabbia antica, generazioni senza nome

che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:

dimenticò pietà, scordò la sua bontà,

la bomba sua la macchina a vapore,

 

E sul binario stava la locomotiva,

la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,

sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno

mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,

con forza cieca di baleno,

con forza cieca di baleno,

 

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo

pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.

Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura

e prima di pensare a quel che stava a fare,

il mostro divorava la pianura,

 

Correva l’ altro treno ignaro e quasi senza fretta,

nessuno immaginava di andare verso la vendetta,

ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:

“notizia di emergenza, agite con urgenza,

un pazzo si è lanciato contro al treno,

 

Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva

e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva

e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande inaria:

“Fratello, non temere, che corro al mio dovere!

Trionfi la giustizia proletaria!

 

E intanto corre corre corre sempre più forte

e corre corre corre corre verso la morte

e niente ormai può trattenere l’immensa forza distruttrice,

aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto

della grande consolatrice,

 

La storia ci racconta come finì la corsa

la macchina deviata lungo una linea morta…

con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli elava,

esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:

lo raccolsero che ancora respirava,

 

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore

mentre fa correr via la macchina a vapore

e che ci giunga un giorno ancora la notizia

di una locomotiva, come una cosa viva,

lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,

 

Come spiegarvi il fascino e il brivido che ancor oggi, mentre ripeto le strofe imparate a memoria, questo testo mi dà?

Come spiegarvi la fulminea fascinazione di quel finale

lanciata a bomba contro l’ingiustizia

Per noi non era solo una canzone tratta dalle Radici della nostra storia (è azzeccatissimo il titolo della raccolta). Per noi era il simbolo di una forza, quella del progresso, che potesse trascinare con il pensiero e con l’azione viva resa quasi carne, ogni becera distinzione di casta, di status sociale, di razza e religione a favore di una nuova umanità, dell’uomo nuovo cosi come il comandante Ernesto Che Guevara auspicava nel suo meraviglioso Il socialismo e l’uomo a Cuba, sintetizzato nella famosissima frase:

 

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario.

 

La locomotiva racconta, in chiave strettamente simbolica, l’impatto atroce che  le idee autenticamente rivoluzionarie sul sistema di potere,  quegli ideali che  ridanno dignità a  quell’ansito di uguaglianza, di pari opportunità, di rispetto per l’altro, cosi giornalmente svuotate nel loro significato da un mondo che fa dell’utile immediato il suo Dio. E il macchinista cosi folle, cosi spregiudicato, simboleggia perfettamente la volontà di cambiamento, insita in ognuno di noi, che senza aver timore di ripercussioni, di morire, si lancia contro le strutture del potere. E non ha timore di signora morte perché si rende conto di essere eterna, di essere inscritta nel nostro DNA, eredità di un dio che si è sempre ribellato contro il potere assoluto del Demiurgo.

La locomotiva è semplicemente un’allegoria del senso latente di ingiustizia che, da secoli, tutti noi coltiviamo e nutriamo con disillusione, rancore misto a un respiro di cambiamento. Nel nostro mondo tutto apparentemente cambia. Ma se si osserva più attentamente, con occhi smaliziati, tutto resta esattamente al proprio posto. Lo status quo, le convenzioni sociali, la gerarchia economica non modificano le loro strutture. Semplicemente cambiano i protagonisti, i suonatori, ma la musica è la stessa, una nenia che addormenta le coscienze convincendole che in fondo tutto è congelato in un eterno spettacolo. Nulla si muove tutto è apparenza, tutto è involuzione. In questo caso soltanto la musica, può scontrarsi con questa realtà immutabile e quasi fantascientifica. soltanto le parole lanciate come un treno, contro l’ipocrisia “borghese” contro la legge che premia il più forte, può creare il necessario shock culturale, che stride con il nostro ossessivo immobilismo.

Ed è quello che Guccini, De Andrè, De Gregori, Dalla ci hanno lasciato nelle loro canzoni, anzi poesie e che è semplificato nella meravigliosa poesia di Che Guevara:

Quando al finale di tutte le giornate non avrò più un futuro fatto di cammino, verrò a rinverdirmi nel tuo sguardo come ridente brandello di destino. Partirò per cammini più ampli di un semplice ricordo, concatenando addì nel fluire del tempo

Ed è questo che accade a noi sognatori, che non hanno mai ceduto, anche oggi con i capelli bianchi, armati non più di fucili ma penna, che incidono parole con lacrime di sogni infranti e sangue di illusioni spezzate, sperando che questo mistico sacrificio giunga a voi e vi guidi lungo la meravigliosa strada di un’anarchia, che deve essere soprattutto mentale: sono proprio le menti, che rifiutano il dogma, quelle a produrre cambiamento.

Grazie a Antonio D’errico per avermi regalato questo sogno di nuovo, forse stanco, forse spiegazzato, ma sempre pulsante di passione e vita. E consiglio questo libro a tutti i ragazzi e anche i meno giovani, che posso imparare di nuovo a sognare, a vivere la musica e la vita che essa accompagna in modo più intenso e perché no, poetico. Leggetelo, inebriatevi di bellezza.

 

 

 

Il libro vi aspetta su

http://www.letteraturaalternativa.it/shop/narrativa/la-locomotiva-antonio-g-derrico/

 

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