“La morte non è ammessa quì” di Nicole Pezzotti, Write up edizioni. A cura di Sophia Sarti

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“Meglio dormire libero in un letto scomodo che dormire prigioniero in un letto comodo.”

Jack Kerouac

 

Una frase di Jack, perché è Jack a parlare. Non sempre, non è Kerouac, ma lo ricorda. Come la sua voce narrante tra e sopra le righe ricorda il seducente ritmo del blues. Me lo sono immaginato seduto al tavolino di un bar, sigaretta a lato della bocca, una birra quasi finita e la voce roca di chi ha già detto troppo, fatto troppo, vissuto troppo.

 

“L’ho capito quando sono morto.

La vita è fatta di attimi e intuizione.

Se perdi queste chiavi sei fottuto, come me.”

 

Jack era così, un uomo in bilico tra una vita che gli calza stretta e la sete di una vita che sa di non poter avere. Non più.

Jack dimostrerà che fa tutto schifo, che questo mondo è corrotto in ogni suo apsetto, che ciò che evitiamo perché sembra sbagliato è così giusto da far paura. Già, la paura è una meretrice subdola e vecchia. Tutti insegnano cosa non fare, cosa non dire, cosa non va bene e nessuno di loro è felice. Nemmeno tu, che leggi.

Chi stabilisce i limiti? Chi decide bello e brutto, buono e cattivo?

Una società di dementi che vivono seguendo regole assurde stilate da altri dementi e tu, lettore, ti guardi intorno e ti chiedi “perché?”, cosa c’entra tutto questo con la felicità?

Perché una regola?

In questo romanzo c’è una storia d’amore, una storia strana nella sua evoluzione, ma abbastanza comune nel concetto che la caratterizza.

Tuttavia, non bisogna soffermarsi sulla relazione tra Tristan e Francesca, loro due sono il mezzo per spiegare, dimostrare e portare alla luce un quadro più grande, più scomodo. La descrizione dei due personaggi e il sottile delineamento del loro carattere dà al lettore abbastanza strumenti per scorgere il risultato finale. Per immaginare la tela finita e pronta per essere esposta, capita, osannata.

 

“Ecco, tutte queste curiosità sono poco interessanti, perché escludono l’evento principale: una storia racconta qualcosa, e se scatena qualche domanda, allora funziona.

Mi sono servito dell’ispirazione che la vita mi ha offerto, e l’esistenza dei personaggi che incontrerete era necessaria per dire quello che non ho detto da vivo, e fare quello che non ho fatto, da morto.

Se alcuni di loro vi ricordano qualcuno che conoscete, allora vuol dire che i miei personaggi esistono da qualche parte; se alcuni elementi al contrario vi disturbano, magari vi siete immedesimati, e allora forse il confine tra il reale e l’immaginario è molto sottile.”

 

La narrazione è diretta, schietta, ma allo stesso tempo evocativa, al limite della poesia. Una poesia dura, che mi ha fatto ricordare i testi e il periodo della Beat Generation. La sete di ribellione non fine a se stessa, ma carica di voglia di crescere di cambiare il mondo e di spogliarlo di tutti gli orpelli, pregiudizi, mentalità arcaiche e finte moraliste.

Un libro che è un insieme di canzoni note e meno note. Una narrazione che è essa stessa il testo di una lunga canzone che Jack canta e suona, con la sua inconfondibile voce.

C’è un disegno per tutti, spiega Jack da voce narrante. C’è la strada che è nostra e c’è quella che invece percorriamo perché è quello che dovremmo fare per essere felici. Felici secondo i canoni standard di una galera chiamata società. Non davvero felici.

 

“Rimane incastrato nella confusione: infatti confonde il viaggio con la destinazione, la felicità con la sicurezza, l’amore con il bisogno, il successo con il conto in banca… ma anche la lealtà verso gli altri con il tradimento di se stessi… il cambiamento col patibolo. Una gran rottura di palle.”

 

Cosa succede allora quando facciamo tutto da manuale?

Alcune volte si muore, pur continuando a vivere. Si accetta e si va avanti, lasciandosi vivere, dimenticando di sorridere, di respirare e di essere se stessi.

Altre volte, invece, si incontra qualcuno che ti vomita in faccia la verità.

Come?

Guardandoti e vedendo ciò che sei. Amandoti per quello che sei.

Alcol, droga, dimenticanza, rassegnazione sono solo delle scappatoie senza uscita, dei campanelli d’allarme che vengono ripetutamente ignorati. Quando le domande si affacciano, quando vedi una luce in fondo al tunnel, bevi un sorso, tiri una striscia e ti ripeti che va tutto bene. Che è giusto così.

Paura e coraggio.

 

“Ci vuole coraggio per realizzare il proprio destino, credo… e soprattutto per essere se stessi fino alla fine. Ci vuole anche un po’ di fiducia, per camminare verso quello che sentiamo veramente.”

 

Due lati della stessa medaglia che vengono cantati in questo libro dove la morte non è ammessa, dove il narratore te lo suggerisce, te lo fa vedere, te lo grida, con la speranza che tu possa fermarti, osservare bene e, forse, decidere di cambiare.

La morte non è ammessa, qui è più un romanzo di denuncia che di formazione, una sorta di saggio rhythm and blues sul senso della vita oggi. Un monito gridato forte, cantato a squarciagola, scuotendo l’animo di chi lo legge, di chi lo comprende.

Un testo che guarda oltre, non solo attraverso il messaggio che l’autrice vuole comunicare, ma anche nella forma scelta per raccontare, per entrare in simbiosi col lettore, avvalendosi di licenze narrative che non arrivano a inficiare la storia, ma la esaltano.

 

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