“Steambros investigation. L’anatema dei Gover” di Alastor Maverick e L.A. Mely, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Lo ammetto. Odio Alastor e Mely. Perché ogni volta che riesco a mettere le mani su un loro libro ne rimango cosi estasiata che è poi difficile immergermi in altre letture. Il loro steampunk ammalia, attrae e seduce così profondamente l’anima che è molto difficile mettere fine alla magia. Una volta arrivati alle ultime pagine le parole hanno oramai preso vita, tanto da divenire immagini reali che continuano a danzare sorridenti serafici dinanzi ai nostri occhi. La mente è oramai conquistata e non smette di restare legata, non solo alle emozioni suscitate dalla bravura stilistica dei due autori, ma soprattutto dalle descrizioni, cosi vivide e realistiche da divenire vere fotografie, veri scorci di un paesaggio che riconosciamo in ogni luogo. Mi è capitato di convincermi che, le ville e le magioni protagoniste del libro fossero riconoscibili in ogni mio peregrinare, convinta che una o l’altra fossero l’ispirazione per i loro racconti.

È questa la vera arte, fatta non solo con pregiate tecniche stilistiche ma con un arte quasi negromantica capace di infondere la vita nei personaggi di carta. I fratelli Hoyt sono talmente veri da fuggire totalmente dal rischio di essere stereotipi. Il genio dei due autori è stato quello si di scavare a fondo nel calderone dell’archetipo tramandatoci dalla letteratura vittoriana, madre del moderno steampunk, e nel cogliere i migliori e più intriganti aspetti e renderli unici e totalmente originali. La logica quasi ossessiva di Melinda, pur essendo presa a prestito da due dei più grandi investigatori della letteratura mistery quali Sherlock e Poirot, diventano tratti unici e personali. La sua onestà intellettuale rigida e quasi composta, rifuggente da ogni compromesso tipico dell’adorabile ma inquietante miss Marple diviene un tratto autentico e unico.

E cosi Nicholas cosi autenticamente dandy ma al tempo stesso di fanciullesca memoria, cosi galante e al tempo stesso cosi terrificantemente acuto, tanto da ricordarci i personaggi wildiani ma anche di sfuggita la perfezione e l’intelligenza dei personaggi di Leblanc. E poi un caleidoscopio di influenze letterarie che rimangono quasi echi lontani, amalgamanti in un prodotto letterario unico e perfettamente riconoscibile. Il tratto distintivo di questo secondo libro è senza dubbio la perfetta capacità di cogliere i dettagli, quelli che sfuggono a un occhio pigro, minuziosa ricerca dell’essenza, ritratto acuto e disadorno al tempo stesso, della compagine umana. Una perfetta ricostruzione di un’epoca perfettamente riprodotta dallo spirito stemapunk.

Eh sì cari miei lettori.

Anche in questa seconda e più inquietante avventura, lo steampunk abbracciato allo spirito del vittorianesimo, domina incontrastato, fondando in un testo di apparente evasione i due spiriti caratterizzanti un evo che tuttora affascina e intriga non soltanto gli addetti ai lavori ma autori e lettori stessi. Ho già raccontato nella mia precedente recensione cosa è, anzi cosa rappresenta a livello educativo l’età vittoriana. In questa cercherò di incentrare la mia analisi su come lo steampunk sia l’unico e il vero narratore di quella cultura che, lungi dall’essere passata, abbraccia anche il nostro fallace postmoderno. Il contesto sociale e economico dei libri dei fratelli Hoyt è un tempo non tempo. Mi spiego. Nella favolosa età vittoriana tutto sembrava possibile e al tempo stesso tutto era frenato. Una scienza che produceva incredibili invenzioni, che dava speranza e vita alle migliori menti scientifiche e che, tuttavia era terribilmente ingabbiato in una morale che, lungi dallo spingere al massimo questo vento rinnovatore, lo costringeva in rigidi limiti. La moralità era così alta da impedire per ironia della sorte la scienza a più alte conquiste.

Babbage, lo stesso Tesla venivano “sfruttati” soltanto in rapporto alla finalità cosciente, al mantenimento di un alto livello economico che producesse benessere e ricchezza senza contestare la stratificazione sociale. E questo perché, se portata ai suoi massimi estremi, la scienza avrebbe completamente destrutturato il pensiero che giustificava l’esistenza stessa dell’élite al potere. Ecco il potere della conoscenza lasciata a briglia sciolta. Prendete le conquiste einsteiniane. Esse hanno avuto il potere di mettere in discussione il pensiero razionalistico e meccanicistico che giustificava una presunta superiorità di una parte della popolazione e giustificava la stratificazione sociale nel senso piramidale. Lo stesso concetto di divinità elargitrice di beni materiali, a patto di ottenere una sottomissione e un cedimento dei propri doni intellettuali in cambio di benessere e prosperità, ne è un esempio eclatante. Non a caso quello che reggerà la compagine sociale e politica del periodo in questione, nella sua corsa vero una sorta di neo-capitalismo sarà sostenuta, nientedimeno che dalla morale protestante o anglicana (vi invito a leggere il saggio di Max Weber a tal proposito).

Lo steampunk, invece, è la possibilità resa viva e corporea del “e se invece…”

E se invece di restare soltanto progetti sulla carta Babbage e Tesla avessero davvero realizzato le loro strabilianti macchine?

E se invece di restare ancorati strenuamente a una oramai stantia tradizione, il vittorianesimo avesse avuto un moto di orgogliosa ribellione fino a creare una modernità totale?

Ecco che lo steampunk rende viva questa probabilità, facendo compiere a quel periodo che oscilla tra auree prospettive e oscurantismi medievali un balzo in avanti che è totale movimento. E nel movimento esiste la speranza di una totale evoluzione che non colpisca soltanto i beni materiali o immediati bisogni, ma soprattutto combatta in modo totale e spregiudicato gli assunti culturali. Ecco perché Melinda e Nick sono cosi moderni da essere loro stessi, più che le macchine che appaiono beffarde nel racconto, anacronistici. La loro mentalità stra-logica è spinta all’estremo andando a riflettere in modo estremamente ribelle, sulle modalità di vita di quella nobiltà e di quella borghesia che nella storia rappresentarono non opportunità ma semplici freni all’innovazione. E ancora una volta questo indomito e folle coraggio i nostri eroi lo dimostrano nell’andare con piglio caparbio a scoperchiare un altro vaso di pandora, stavolta molto più pericoloso e inquietante del primo libro.

E si trovano in una magione che non è altro che il simbolo di quell’era strana e straordinaria, mostruosa direi dove tutto è ossessivamente incongruente, eccessivo, stonato e pieno di imitazioni. Ed è così che il secondo libro rende manifesta la convivenza di due temi antitetici: ossia la chiusura, accanto alla ventata di novità. Tutto deve restare al proprio posto in una sfarzosa esibizione di un perbenismo che risulta eccessivo, stonato, soffocante e soprattutto pacchiano, imitazione grossolana dei valori etici. E come nella villa, sussurrante di segreti scabrosi nascosti in mille stanza chiuse a chiave, vittime di un immobilismo che ha del patologico arriva il vapore, arriva la velocità, l’azione a dare movimento al tutto. E non è un caso che la loro presenza fastidiosa, troppo logica in un mondo che dell’illogicità dei segreti fa il suo prediletto scudo contro il cambiamento, è l’emblema della capacità di azione del nostro steampunk. Perché questo filone è e resterà necessariamente movimento e lo si vede nella scelta del termine steam ossia vapore, quel vapore che con la sua forza eppure con la semplicità di un principio, da vigore e energia a pezzi di metallo altrimenti fissi e senza vita. E’ il principio vitale (acqueo) che porta energia agli eventi, apparentemente disastrosi è vero (leggetelo per capirlo) ma che daranno finalmente l’avvio alla vera storia.

A volte bisogna portare allo scoperto un segreto, una verità difficile da digerire affinché finalmente la storia abbia un inizio.

E magari una fine.

Questa è evoluzione.

Libro perfetto, altamente filosofico in ogni sua parte, con un tocco in più: una sorta di velata nostalgia che rende i personaggi forse più umani, più fragili ma non per questo meno degni di stima. Ed è forse il lieve, virgineo rossore delle guance di una sempre agguerrita Melinda quel perfetto contrasto, che dona quel tocco di poeticità keatsiana che mancava, forse, nel precedente libro.

Ecco cosa colpisce ogni volta che leggo questi due veri Scrittori…. la perfezione di ingranaggi che sanno muoversi in sincronia tra loro, grazie a un talento innato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...