“Alice non è il paese delle meraviglie” di Giuditta Ross, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La passione è una delle sensazioni che più di ogni altra è attraente ai nostri occhi, spesso costretti a osservare realtà aride e steppose, senza che quell’alito di vento muova quest’immobilismo angoscioso.

La passione è propria del  vento: sai che esiste perché lo odi soffiare con forza lontano da te, ma non puoi stringerlo tra le mani.

E questo crea a volte un’ansia costante che ci costringe a rincorrerlo con affanno ossessivo. Lo stesso che ritrovo in tanti libri di narrativa rosa, quasi costretti a questa frenetica corsa, ingabbiati nei cliché e nei luoghi comuni capaci solo di una pallida imitazione della loro chimera.

La passione non si esalta con la ricerca del termine migliore, della scena più osé. Non può essere descritto in ogni sfaccettatura senza provarlo in prima persona e lasciandosi andare fino a sentirsi invasi da quella strana effimera creatura. La coloriamo spesso di rosso ma credo che piuttosto il bianco sia il suo colore principale, poiché ingloba in sé tutte le sfumature di colore, fino ad annullarle e a nutrirsene.

Tutto nutre e esalta la passione che, però, incapace di essere forse colta da chi non ha avuto il dono del tocco di Calliope, riesce soltanto a descrivere posizioni, e costellare la propria opera di volgarità che, con la vera passione, poco hanno a che fare.

Termini che sono cosi meccanici che profumano di morte, che tentano con ardore fasullo di creare una trasgressione. Ma la passione e la trasgressione non c’entrano assolutamente nulla. Sono totalmente distanti.

La passione vive nei nostri sogni anche i più oscuri e segreti, si alimenta di notte e simboli, di sangue e poesia.

Si svela soltanto in un brivido che nulla a che fare con l’istinto o l’ormone, ma si risveglia anche in un bacio a fior di labbra, in un languido sguardo, in una tensione costante che muove le sue affusolate mani sulle corde della nostra anima, come se fosse Paganini con il suo violino. Non intende trasgredire, ma intende vivere e non ha bisogno di trasgredire perché ogni legge è nella passione e ogni passione invade leggi e morale.

E cosi il sesso non è mai abbastanza e si inseriscono scenografiche manifestazioni di Ardor amoroso, complicati belletti di ars amorosa che, all’occhio esperto di bellezza, appaiono goffi e grotteschi, un sequel di trite e ritrite scene in cui nulla è mai abbastanza, nulla è lasciato alla spontaneità tutto è calcolo, tutto è visibilità apparenza e luci sfavillanti.

Ma la passione è un sussurro, un concerto segreto di anime, sono lievi immagini, cosi lievi da apparire evanescenti, sono una piccola scia luminosa che appare come un lampo che squarcia la notte buia e poi lascia disorientati. E quindi via di manette, via di sbattimenti vari contro un povero innocente muro, che si spera non sia portante. Vai di candele e di parole che osano sempre di più e oltrepassano il limite del buongusto, idee al limite del fantascientifico in barba alle leggi di gravità.

E tutto questo lascia invece che il brivido (al massimo di disgusto) soltanto tanto fastidio, e un atroce senso claustrofobico tanto quest’ansia di raccontare lo scabroso (ma può una cosa magnifica può tanta beltà divenire scabrosa? può un atto di puro piacere divenire disarmonico?) che, dall’autore sperduto, passa al lettore che si chiede ma perché, perché cavolo ho comprato questo libro e non sono andata a passeggio al centro commerciale, visto che il possesso di una borsa di bottega veneta mi darebbe molti più spasimi?

E cosi tra errati messaggi alle donne e soprattutto alle giovani, che per trovare l’acme bisogna essere Yuri Chechi e non trovare semplicemente l’altra metà della mela, che sia per un giorno o per tutta la vita, facendo passare che l’amore è eccesso, è vetrina, è un manuale, è una sfilata di moda è una cacofonica gara a chi grida più forte. E la magia più bella, quella che tanto ha attratto ogni poeta fino a definire la donna l’unica fonte di ispirazione e unione con il divino divine mero talk show. magari con tanto di televoto.

Perché questa mia protesta?

Perché ritengo la passione importantissima, anzi fondamentale per questa nostra umanità a volte cosi bistrattata. La passione che sia amore o ideale è semplicemente vita. E va trattata con quella soavità delicate che le appartiene di diritto. Ecco che una piccola autrice, quasi silente, un vero folletto della letteratura si affaccia dicendo “ehi io avrei qualcosa da dire.”  E questa signorina, Giuditta Ross, quasi sconosciuta ( e questo è un punto a vostro sfavore se non siete stati mai toccati dalla magia della sua penna) in barba a un certo snobbismo presente nei gusti granitici di tante lettrici abituate alla faciloneria di certi prodotto commerciali, insegna e sottolineo insegna, come si debba descrivere la passione.

Leggete questo passo

  Tra la roccia e le imponenti radici di un grande albero a ridosso del pendio, rovi e rampicanti si erano uniti in una specie di riparo naturale.

Si era fatto largo oltre la cortina di foglie e spine, del tutto impreparato alla visione che gli si era parata d’innanzi.

La donna era riversa su un tappeto di muschio intriso di sangue, raggomitolata su se stessa…..Alistair aveva inspirato profondamente, riempiendosi i polmoni. Lì l’intensità di quell’aroma delizioso era più che stordente. Improvvisamente la sete di sangue aveva lasciato il posto all’orrore e alla pena, a una rabbia che poteva a stento contenere perché, colei che era stata vittima di quel massacro, sembrava l’immagine stessa dell’innocenza e della perfezione.

Il corpo nudo, morbido e aggraziato, era straziato. Quella pelle altrimenti perfetta era macchiata di sangue, lividi violacei e ferite profonde deturpavano le linee delicate delle membra. Lo aveva guardato, ma non c’era paura nel suo sguardo. Rassegnazione, pena, dolore oltre ogni immaginazione, ma non paura. Non di lui……Poi aveva riportato gli occhi su di lui.

Le sue labbra avevano tremato appena, lacrime lucenti avevano imperlato le ciglia lunghe e arcuate, ma non un gemito, non un lamento a dare voce al dolore.

Alistair aveva provato il bisogno improvviso di distruggere ogni cosa nell’arco di chilometri. La sua rabbia avrebbe potuto radere al suolo tutto. Tutto, tranne lei.

Un bisogno disperato lo aveva colto. Avrebbe dovuto preservare quel mistero di grazia e bellezza dalla morte. Doveva.

Le si era accosciato accanto, immerso nel profumo sublime, quasi straziante della sua agonia. Lei aveva preso un respiro tremante e si era stretta le braccia sul seno….Non un gesto dettato dal pudore il suo, solo consolatorio……La violenza che aveva subito era scritta su ogni centimetro della sua pelle, la devastazione le era arrivata agli occhi e lui vi aveva letto dentro il solo e unico desiderio di porre fine alla sofferenza. Aveva indugiato, in preda a una disperata frustrazione, c’era una sola cosa che avrebbe potuto fare…..Una soltanto. Poi, come un fulmine a ciel sereno lei aveva sorriso. Con quello che poteva essere il suo ultimo respiro sulla terra, l’ultimo scampolo di forza, gli aveva sorriso. Non aveva avuto più scampo, nessun tentennamento. Avrebbe cancellato tutto quel dolore, tutta la violenza, avrebbe allontanato a calci la morte. Alistair si era portato un polso tra i denti e aveva reciso una vena con precisione chirurgica: il suo sangue denso e scuro era sgorgato copioso. Per lei.

Avete mai letto una scena più bella di questa?

Alice una fata tradita, lasciata a morire dal suo stesso sangue che al tempo stesso nutre la terra facendola nascere rigogliosa, sorride al predatore che davanti alla bellezza sensuale dell’innocenza, diviene preda.

E dal legame di sangue, il primo vero atto d’amore supremo laddove esiste uno scambio a un livello superiore di emozionalità, perché il sangue è vita, qualcosa tra due essere solitari e appartenenti a razze diverse accade: lui la salva. Ma la donna, lungi dall’essere solo una povera vittima è al tempo stesso la sua salvatrice. E non con un sacrificio, con l’abolizione del suo supremo io ma con un sorriso, l’ultimo atto che la fata può fare in un contesto di straordinaria morte/vita. L’immagine di quel corpo etereo disteso nella terra brulla che perde energia(sangue) e alimenta al tempo stesso la crescita e dona la vita, come ogni donna dovrebbe fare, è di una sensualità di una passione e di una bellezza abbagliante. Lui il bellissimo vampiro condannato, per la sua stessa natura a dominare, a prendere quello che più gli aggrada tenta di non lasciarsi andare a quel suadente richiamo:

 

invischiarmi in quella faccenda sarebbe stato come mettermi a scavare per prepararmi, con le mie stesse mani, una bella fossa in cui seppellirmi.

Ogni legge che gerarchicamente divide dominatore da dominato deve essere mantenuta, Alice seppur fatata è una donna che deve seguire il suo percorso di sacrificio, deve soccombere alla violenza cieca di chi, in fondo, la USA solo per il suo potere rigenerativo. Ma

 

Ma poi mi guardasti e non fu più possibile ignorarti.

Non è un elemento fisico o corporeo a far capitolare il predatore, ma un sorriso. Ed è quello che scatena in un essere perduto nel buio quella forza, quella passione che lo fa scavalcare ogni buonsenso e soprattutto ogni dannata legge. E quella legge non invischiarsi, non permettere che un altro essere anzi che una donna ti conquisti e ti invada l’animo è uno delle nostre peggiori conquiste. e cosa comporta questo legame?

Il bisogno di possedere?

Di sottomettere?

Di dominare?

No.

Qualcosa di così reale e di così intenso da far davvero rabbrividire:

 

Il bisogno di fondersi, perché erano fatti della stessa carne e dello stesso sangue, il fatto di appartenersi totalmente come entità indistinte. Il Legame in quel momento non le faceva paura, era giusto, era naturale, imprescindibile.

Ecco cosa è davvero naturale. Non l’istituto da crocerossina. Non la voglia di redimere l’altro. Non la volontà di annullarsi fino all’estremo, per il perverso piacere dell’altro. Ma un atavico meraviglioso, carnale e spirituale al tempo stesso, bisogno di fondersi.

Fondersi.

Che meravigliosa parola. Quella che accende lo sguardo che fa divenire istinto e anima tutt’uno.

la mia essenza si è mischiata alla tua riportandoti alla vita, il Legame di Sangue diventa indissolubile. Questo fa di te la mia progenie, in un certo senso. Un’estensione di me stesso, quasi. Il mio corpo ti reclama come parte di sé. In genere la progenie di un vampiro riconosce automaticamente il Legame condividendo gli stessi bisogni.

Ecco cos’è davvero la passione. Ecco cosa cerchiamo quando ci immergiamo in mille letture. Ecco cosa il nostro corpo, il nostro io, la nostra mente reclama. La bellezza, la magia quel sentirsi finalmente unica e unita a qualcosa. Che sia un sogno, che sia un valore o che sia l’altro, il compagno che ci guarderà sempre con la stessa dolorosa meraviglia di Alister.

E Alice?

Alice è una fata, quello che in fondo siamo tutte noi donne. Non principesse, non sguattere, non femmes fatales, ma semplicemente esseri che provengono dal mondo numinoso, tutt’uno con la terra, da cui traggono quel piacere estatico ogni volta che ne annusano il profumo. Quelle che sono perfettamente inserite nella natura, accolte dai fiori e dalla vegetazione, coloro che donano vita anche a chi si è perso nell’oscurità, noi che siamo e saremo sempre in grado di riportare la fertilità e la fecondità in ogni contesto arido, macilento e senza più speranza.

 Noi portatrici di vita, di compassione, di passione. Non feriteci, non annullateci, non mortificateci. Fateci vivere in libri come quelli di Giuditta, laddove il nostro sangue e la nostra essenza siano davvero sostentamento e salvezza per ogni popolo della terra. E questa frase la dedico a ogni donna con lo stesso potere anche se inconsapevole di averlo:

 

Ma ti ho visto nutrire una rosa appassita col tuo sangue. Il tuo retaggio è forte. La luce splende dentro di te, piccola principessa.»

Grazie Giuditta dal profondo della mia anima.

 

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