“Una felicità leggere leggera” di Loriana Lucciarini, Mezzelane editore. A cura di Vito Ditaranto

 

Ci sono libri di cui è difficile parlare. Vanno letti, bisogna restare incantati dalle pagine. E sfogliarle come se fossero scrigni segreti. E lasciare che la meraviglia ti invada.

Certe felicità sono così piccole e così potenti, da cambiarti la vita. E Loriana lo capisce e ce lo racconta.

Andiamo a scoprirla attraverso la magistrale arte di un grande uomo che parla di una grande donna.

E sono certa che stavolta, una bella lacrima, preziosa scenderà sulle rosse gote. E vi farà sentire come rinati.

Buona lettura.

Alessandra Micheli

 

 

 

Io, vito, vivo ogni giorno, poi di notte muoio per rinascere nuovamente all’alba.

Quella stanza allungata oltre ogni possibile sguardo era simile a tante altre.

Moquette, pareti bianche.

Mobili ciliegio chiari.

Un lampadario in stile classico, ornato da lamine argentee, lavorate più volte, e cristallo, sovrastava la camera da letto. All’interno di tende rosse chiuse, i due amanti ansimavano e prendevano le loro ultime boccate d’ossigeno, pronti ad essere castigati e saldare il debito che avevano con il mondo divino.

-L’unica cosa che non rimpiango è averti incontrato e mi chiedo perché…- continuò ad osservare l’avanzare delle tenebre, -…il perché ci siamo incontrati?-

 -Perché Dio ha voluto questo, lui sapeva come sarebbe andata a finire.-

 

Le ombre presero vita, tutti gli oggetti sfuocati che circondavano i due amanti presero vita e si mossero a tempo con le ombre. Apparve un ombra,  dal colore cupo come la più profonda oscurità, ma dagli occhi bianchi come la luce del sole.

La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si dimena durante la sua ora sul palcoscenico, dopodiché  non si sente più nulla. Una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furia, che non significa nulla.

Io, vito, sono l’ombra che ha preso vita leggendo le pagine di questo romanzo.

 

 

Vorrei partire dal principio: questo non è il genere di romanzo che leggo abitualmente e chi mi conosce lo sa benissimo.

Bene! direte, chissà cosa avrai scritto.

Ho acquistato questo libro per varie ragioni: mi è stato consigliato da più persone, una in particolare mi disse che questo sarebbe stato il mio libro,  la protagonista principale ha lo stesso nome di mia figlia (il mio gioiello), ero a Roma alla presentazione dell’autrice e ne ho approfittato per farmelo anche dedicare.

Io spesso mi sento come un uomo chiuso nel suo mondo grigio e spento, come il protagonista maschile del libro.

La felicità può essere leggera leggera?

Ho passato metà della mia vita a chiedermi se fosse meglio essere felici o salvi. Perché l’amore, per come lo concepivo io, era molto drammatico ma felice, di quella felicità che ti annebbia l’anima, che non fa respirare, che annienta i pensieri, che non fa dormire, mangiare. Oppure poteva essere prudente, sereno, costante, a tratti noioso, ma stabile, di quella stabilità di chi sceglie casa e mette in cantiere un bambino.

Va da sé che io ho sempre scelto il primo e forse è per questo che sono l’eterno uomo giusto in una vita sbagliata; ma torniamo a Loriana Lucciarini, l’autrice che ha rimarcato con le sue parole il fondo della mia anima, restituendomi emozioni luminose in una vita spesso buia.

Nel romanzo i due attori seppur diversi nel cuore si incontrano trasformando la loro solitudine. Due persone sole che divengono una. Una storia d’amore clandestina e travagliata da mille pensieri, sensi di colpa, piena di passione, piena di amore.

La storia è nel diario di Miriam, il suo cuore, la sua anima sono riversate nelle sue parole. In ogni sua parola vi è poesia in ogni suo gesto vi è amore.

 

“… Dal diario di Miriam- 7 novembre- ore 22,00

La curiosità ha avuto la meglio. Non sapevo bene cosa aspettarmi, ma alla fine l’ho letta (…) Le luci della sera hanno sfumato i contorni delle parole…”

 

Yair, il protagonista maschile, vive intrappolato nel suo mondo, costretto a reprimere la voglia di vivere, oppresso dal senso di colpa verso una moglie disabile e accecato da sua figlia.

Un amore che ricorda una storia di altri tempi, quella di “Paolo e Francesca”.  Nel corso dei secoli poeti, musicisti, letterati, pittori e scultori si sono ispirati alla tragedia di Paolo e Francesca e ancor oggi la loro storia d’amore, avvolta in un alone di mistero, affascina migliaia di persone.

 

“…Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense…”

(Divina Commedia, Inferno – Canto V, 100-107)

 

L’autrice anche se sembra usare un linguaggio apparentemente semplice riesce a penetrare nell’animo e nel cuore del lettore il quale con assoluta eleganza, riesce ad immedesimarsi nei pensieri della scrittrice.

 

“…I tuoi occhi, grandi, scuri e belli, per un istante si sono aggrappati ai miei e insieme ci siamo raddrizzati e rialzati, grazie quasi alla sola forza dello sguardo…”.

 

Il testo è caratterizzato da una lettura non troppo impegnativa ma accuratamente ragionata in un ottica di riflessione.

Conserva atmosfere e luoghi vissuti da ogni uomo nella sua vita.

Non vi è dubbio che la genialità semplice dell’autrice, nel descrivere le sensazioni dell’animo, durerà più a lungo della bellezza delle parole che a volte sembra non siano state scritte.

Un opera piacevole e non facile da dimenticare, consigliata a tutti.

È stato un faticoso corpo a corpo quello tra me e Loriana Lucciarini. Un estenuante confronto in cui le emozioni si susseguivano parola dopo parola. In un mare di sfide e di rischi tuffandomi con entusiasmo, disperazione, forza. Ho nuotato tra le correnti impetuose del poema descritto, rischiando di perdermi. Sono sceso nelle profondità dei suoi fondali, come farebbe un pescatore di perle. Per poi riemergere senza fiato. Ora che tutto è finito la vita sembra un mare tranquillo e navigabile, una strana trepidazione avvolge i miei giorni futuri.

Il mondo è nelle mani di tutti coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni, avvolti, avvinghiati e nascosti nelle parole del cuore.

Un libro che affascina.

 

 

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

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Les Fleurs Du Mal è lieto di partecipare al blog tour di Paola Garbarino “My bitter sweet symphony”. A cura di Milena Maninni. Introduzione a cura di Alessandra Micheli

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La prima cosa che ho voluto fare, prima di scrivere questa presentazione, è stato ascoltare i Verve con la loro Bitter Sweet Symphony. Perché ero convinta che, senza lasciarsi trasportare dalle note, sarebbe stato impossibile raccontare o solo entrare in punta di piedi nel testo e nell’intricato ma meraviglioso mondo interiore di Paola. Bitter Sweet symphony è una canzone bizzarra e strana quasi quanto il libro. Ha due anime una rock pop e il suono dei violini in sottofondo come se in quella melodia passato e presente si intrecciassero, si confondessero fino a creare un presente quasi ovattato e numinoso. È un altro mondo quello in cui si piomba leggendo il testo ed è lo stesso universo parallelo creato dalla musica che lo ispira. In termini letterari è un salto nel buio attraverso una tana spaventosa e oscura che porta direttamente in un paese strano, altero e quasi distorto, laddove le leggi fisiche vengono subordinate a quelle emotive. non c’è altra realtà che quella psichica creata da ricordi e da un presente che salta direttamente da quelle rimembranze. Lestat e Stella non sono altro che immagini rese corporee da quel passato, fatto di dolore, di un certo degrado, solitudine atroce ma anche una lieve magia. E la magia è la musica che accarezza in modo lieve le ferite, che li guida attraverso un mondo parallelo fatto di piccoli, magici istanti. Di mondi segreti e unici, uniche certezze in un mondo che sfugge, che lacera, che uccide. E cosi la favola nata da menti infantili che restano splendenti anche nelle esistenze resa adulte ci fanno capire l’importanza dei sogni. Noi maturi e smaliziati spesso dimentichiamo quanto quei secret world siano essenziali per non impazzire di fronte agli ostacoli, all’amaro di una vita che si riveste di ombra e di violenza. Perché a a quei bimbi a Lestat e anche a Stella una violenza bruta è stata fatta: quella di renderli non solo orfani ma tasselli sbagliati un un perfetto mosaico della civiltà che richiede a ognuno un proprio ruolo, un proprio posto e impedisce che da quello si esce o si crei il nuovo. Ma per una serie di motivazioni, forse per rendere la beneficenza più moralmente accettabile, alcuni bimbi sono relegati nel ruolo di piccoli Oliver Twist, come monito per chi tenta di evadere dalle linee troppo asfissianti della nostra deprecabile società o per rendere migliore chi finge di combatterla. In quella sorte di contenitore di degrado la musica, il suono atavico e quasi magico del violino intesse la sua magia, rendendoli parte di una stessa sinfonia e dando loro la mappa per raggiungere quelle parti mancanti, quei mondi segreti che saranno la loro salvezza. La favola qua è raccontata con tocchi di poesia unici e commoventi, ma è resa quasi reale non edulcorata o banalizzata: la favola è e resta, una musica ultraterrena che è la voce delle anime forti, quelle che seppur ferite dalle spine, non smettono di sbocciare come rose.

Paola in questo testo, delicato e potente, quasi magico e etereo, affronta temi importanti e profondi con una maestria che diventa dote rara. L’abbandono la solitudine, il dolore di non essere socialmente accettabili, diventa la storia di tutti noi, la storia di chi, in fondo, non smette di cercare sé stesso. Ma c’è un altro tema a me molto caro: i sogni. Vedete a volte anche un sogno non vissuto, diviene uno scoglio a cui aggrapparsi quando il mare della vita diviene burrascoso. Certe fantasie non sono un mero esercizio intellettuale, ma una profonda necessità etica e psichica. sono la fonte a cui si abbevera l’anima assetata, la spinta a andare verso la fine della strada, la volontà a cambiare un mondo che diventa sempre più cacofonico e soffocante. I sogni non sono esercizi mentali, sono carburante e energia per agire. Perché in fondo, se Armostrong non avesse sognato, la luna non sarebbe mai stata sfiorata da piedi umani. Se Einstein non avesse sognato, la fisica sarebbe stata soltanto un insieme meccanico di formule trite e ritrite.

Difendete i vostri sogni, donateli al mondo e rendete i bimbi sperduti, grandi artisti capaci di incantare il mondo con il suono, con la meraviglia e con la fantasia.

 

E andiamo a scoprire cosa ci racconta la nostra brava Milena Mannini con tutta la sua straordinaria carica emozionale e quella sensibilità particolare che la contraddistingue.

 

 

 

 

Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

   Salvatore Quasimodo

 

Ognuno di noi è destinato al grande amore.

Ma quanti di noi sono così fortunati da riconoscerlo e soprattutto ad incontrarlo nel momento giusto?

Alcuni s’incontrano da bambini e magari si perdono per lungo tempo, e quando il destino li mette di nuovo uno di fronte all’altro, è troppo tardi, perché molto spesso ci accontentiamo, ingannando noi stessi pur di essere felici.

Lestat e Stella sono due persone molto diverse.

Lui, dopo la morte della madre, è cresciuto in un istituto senza la possibilità di essere adottato, visto che il padre è vivo ma non riesce a prendersi cura di lui come meriterebbe. La sua infanzia non è delle migliori, vede molti amici andarsene perché adottabili, mentre lui resta sempre li con poco di cui essere felice.

Una cosa sola sconvolge la sua infanzia, una piccola ospite che lo colpisce subito e per la quale farebbe tutto quello che la sua giovane età gli consente per farla felice.

E’ grazie a lei che scopre il suo talento che trasformerà la sua vita portandolo a calcare i maggiori palcoscenici del mondo.

Stella è invece una ragazza cresciuta nell’agio di una famiglia cui non manca nulla, ma di carattere è ribelle e questo la porta spesso a scontrarsi con i genitori, il padre, diplomatico, le fa girare il mondo e non le fa mancare nulla di quello che desidera, ma nonostante tutto lei non si sente completa.

I due ragazzi s’incontrano dopo un concerto di Lestat al quale stella assiste. I ragazzi sentono subito una sintonia e un’attrazione particolare ma evidente i tempi non sono maturi per questo, che potrebbe essere un nuovo amore, e i due si perdono di vista.

 

Mi rendo conto che siamo quasi coetanei, ho appena diciannove anni però mi pare che tra noi ci sia un abisso. La mia vita è stata un casino, sono cresciuto in fretta, ho praticamente saltato l’infanzia e una parte di me ne è stata anche contenta visti gli anni in orfanotrofio

 

Le loro vite scorrono su binari differenti, ma ognuno ha l’altro nel cuore.

 

Certe cose non se ne vanno. Gli amori impossibili restano dentro, ti restano dentro per sempre, ti accompagnano ogni giorno. I sogni non se ne vanno, Stella. Forse li metti via, li nascondi perché guardarli ti ferisce ma non se ne vanno.” Il mio sogno era un ragazzo con un violino, che non avevo mai avuto il coraggio e poi l’occasione di rivedere.

 

Lestat è sempre più realizzato come artista, a tal punto che riesce a risollevare anche le sorti del padre. Perché solo sul palco si sente pienamente libero.

 

Ero consapevole che sul palco io non mi esibivo: ero me stesso; spesso recitavo nel resto della mia vita. Avevo imparato in orfanotrofio a essere forte, a non lasciar vedere agli altri i punti deboli, a controllare la rabbia, la tristezza; a non cedere alla gioia per scaramanzia, per paura che ogni più piccola felicità venga strappata via. Lestat era ancora quel bambino.

 

Al suo fianco una donna che lo rende felice, che fa parte del suo mondo e che può capire i tempi del suo lavoro.

 

 Era una musicista, come me, suonava l’arpa, certo non era ai miei livelli ma era brava e faceva parte di un’orchestra. E per me aveva rinunciato alla propria carriera, a un contratto importante a Parigi, per seguirmi, per starmi vicino: questa era stata la prova d’amore più grande che qualcuno avesse mai fatto per me e anche la scintilla che mi aveva indotto a chiederle di sposarmi.

 

Nonostante la vita patinata e tutti gli agi che può permettersi però il nostro musicista non è pienamente felice e realizzato. Si sente sempre come quando da bambino, desiderava un giocattolo, ma non poteva permetterselo. Adesso che è adulto, non è un giocattolo che gli manca ma una cosa che lo completerebbe come uomo.

 

Potevo comprarle il mondo ma non potevo comprare un figlio nostro. Quello doveva regalarmelo lei.

 

Questo desiderio si trasforma quasi in ossessione, e quando scopre che proprio, la donna che ha scelto come compagna e la causa della sua sofferenza il suo mondo crolla

 

Era assurdo come gli esseri umani fossero fragili. Eravamo davvero come castelli di sabbia. Non importava quanto si fosse forti, quanto si amasse la vita, quanto si conducesse un’esistenza sana. Bastava un niente. Se non era un agente esterno che ci colpiva, all’improvviso qualcosa smetteva di funzionare a dovere nel nostro corpo.

 

Lestat è diviso tra il perdono e l’odio, le scelte che dovrà affrontare non sono facili perché cambieranno il suo futuro

 

Nonostante tutto, mi sentivo spezzato in due, c’era una parte di me che avrebbe voluto tornare con lei, un’altra, più grande, ne aveva orrore.

 

Stella invece ha continuato la sua vita con il ricordo di quell’incontro ormai lontano, e quando si accorge di essere incinta dopo la fine della sua relazione prende una decisione coraggiosa, tenere la creatura concepita non per amore ma per passione.

E’ in questo momento della loro vita incasinata che il destino li mette di nuovo uno di fronte all’altro, nonostante vivessero in due continenti diversi, e ciò che li aveva uniti per poche ore, esplode di nuovo con un vigore maggiore che nessuno dei due si aspetta.

 

Era una coincidenza? Perché Lestat Lynch avrebbe dovuto suonare proprio questa canzone, metallara, non sua, davanti a una sconosciuta? Abbassò il braccio e mi guardò in un modo che io persi totalmente l’uso del raziocinio “Piccola Stella…” sussurrò.

 

I due non si possono fare altro che soccombere a questo sentimento, anche se entrambi hanno vite incasinate da sistemare

 

Avevamo percorso altre strade, io avevo una figlia fra le mani, lui un matrimonio sbagliato alle spalle, ma adesso eravamo insieme.

 

Ma sarà questa la volta giusta? Le loro vite sono cambiate molto, le loro decisioni del passato si ripercuotono sul loro futuro, molti scheletri sono ancora da svelare e quando due persone si amano tra di loro, deve restare nascosto.

 

Era tutto assurdo, perché sapevo che mi amava. Io lo amavo. Eravamo destinati. Il Fato ci aveva dato varie occasioni. E io adesso stavo gettando via tutto. Non volevo farlo ma non potevo legarlo a me così, togliendogli qualcosa. E non potevo sopportare la paura di sentire di non essere abbastanza per lui, di deluderlo.

 

Perché se si ama qualcuno, bisogna lasciarlo libero di decidere da solo se vale la pena di investire sentimenti importanti o no e soprattutto accettare le decisioni che si prenderanno.

La scrittrice racconta questa splendida storia usando le voci dirette dei due protagonisti, intrecciando il loro passato e il loro presente in un’armoniosa sequenza di cause ed effetti che rendono la storia magica e intensa, creando curiosità nel lettore e portandolo a scoprire cosa e perché li ha portati a vivere gli avvenimenti che hanno segnato la loro vita.

Ogni personaggio è ben centrato e anche i personaggi secondari hanno un loro preciso scopo nella storia globale. Immergetevi in questa storia e lasciatevi trasportare parola dopo parola nella vita di Lestat e Stella

Buona lettura

Milena

 

Quando un libro bussa alla coscienza, non resta che aprirgli grati. Analisi del libro “Nora” Di Giacomo Ferraiuolo, dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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Da quando sono entrata nel mondo della “letteratura” tutte le mie convinzioni sulla lettura e sulla critica alla lettura sono crollate. E non perché fossero sbagliate, perché in quel caso non turberebbero me, ma le idee di autori oggi venerati. Umberto Eco, Italo Calvino o addirittura gli studi sulla semantica e sulla semiotica. Sono crollate perché, purtroppo, una recensione è stata snaturata dalla sua etimologia originale senza che la crusca abbia potuto valutare se fosse il caso. Per molti la recensione è un elogio sulla scia del gusto. E questo elogio ha, proprio perché pubblico e perché usa il magico potere della parola, un impatto sulla percezione altrui. Anche se non parliamo di grandi nomi, di grandi firme, leggere “mi fa schifo” “non mi è piaciuto”, viene adombrato da quel senso di autorevolezza, concesso solo dall’essere lettori che hanno speso denaro per un testo.

E quell’essere lettori, senza neanche chiedersi cosa significa davvero leggere, diviene una giustificazione e una legittimazione a dire cosa si pensa. Il problema è che non sempre il pensiero genera brillanti concetti. La mente è un contenitore, in cui possono ritrovarsi impulsi, emozioni, ricordi, ossessioni e persino idee distorte. Capite bene che, in quel caos, è necessario usare l’arma della categorizzazione critica, distinguendo il concetto dal suo refuso (uso la parola che tanto vi piace va).

Ecco che non tutti i pensieri sono leciti, che non tutti vanno espressi senza responsabilità e che non sempre si pensano alte astrazioni.

Personalmente il mio cervello, attivo e instancabile, produce anche tanta immondizia inutile.

Magari voi sarete geniacci.

E allora mi inchino alla vostra mente.

Ecco la parola chiave.

Responsabilità.

Nello scritto come nell’elucubrazione, nel giudizio, come nella recensione che è e resta, un’analisi critica del testo, finché la Crusca (e non quella che fa andare al bagno) non deciderà di cambiargli etimo.

E quando capiterà sarò la prima a prenderne atto.

Come si fa un’analisi critica?

La prima regola è rendersi conto che il gusto è un tuo problema. Alla gente, a meno che non te lo domandi, di cosa ti piace o no, non gli frega un cazzo. Ed è educazione comprenderlo.

E cosi un libro.

Il lettore non deve sapere da te se ti piace. Deve capire cosa contiene. Perché, se ci si avvicina alla recensione e non si segue il mio misero esempio, (che compro a genere o leggendo la trama, rendendomi conto che sono in grado di decidere cosa acquistare o no, senza avere  il promoter alle calcagna che mi assilla) significa che deve essere aiutato, o educato alla lettura consapevole. E qua entra il blogger che è e resta non un influecer ma un mediatore tra autore e lettore. Mediatore significa che, se il libro per me risulta ostico, io devo creare con la mia analisi un ponte affinché il soggetto possa attraversarlo e entrarci in punta di piedi.

Essere blogger non è uno status sociale, né un’evoluzione che vi renderà guru spirituali. Ma semplicemente “interpreti”.

Ecco il secondo punto.

La prima cosa si dovrebbe far capire di un libro il suo essere una creatura composita. Stile, trama, linguaggio e senso sono indissolubilmente legati uno all’altro, e sono gli elementi che intessono quella magia che, chi ama i libri ben conosce.

Non solo.

Ogni elemento della trama deve avere un collegamento con il messaggio e deve portare il semplice lettore, a assorbirlo piano piano. È un mosaico e non si può parlare del mosaico estrapolando un solo tassello e raccontandolo come se fosse il disegno completo. È la maledizione della cultura occidentale quella di segmentare la totalità non per un’agevolazione allo studio ma per giudicare e categorizzare i singoli pezzi. Il libro è un processo e come tale va letto, il libro è la mappa ma il territorio a cui si deve arrivare è il senso.

Questo oggi manca.

Manca la comprensione del perché un autore sceglie quel genere per rappresentare la sua idea e manca la capacità di leggere.

Vedete leggere non è solo decifrare il codice, ma interiorizzarlo, assorbirlo e andare alla fonte, oltrepassando la semantica (ossia la decifrazione delle regole e della logica interna al codice linguistico) e entrando nel campo della semiotica (ossia la trasmissione, l’interpretazione e il significato che il codice ha per una determinata cultura in un determinato periodo storico).

Ecco leggere deve unire le due scienze e solo allora il libro verrà svelato.

Questo non accade.

Non accade con i libri di svago. Non accade con i classici, non accade con i libri colti e ancor di più non accade con i libri dal profondo significato sociale, quelli che incidono profondamente sulla pelle della nostra civiltà.

Mi preoccupa, mi allarma e mi spinge a scrivere quando, tale incomprensione o meglio tale volontà di non voler comprendere per infimi motivi come la concorrenza, o per altri più profondi come alcune resistenze pregiudiziali al cambiamento, invadino libri che potrebbero avere un importante significato sociale.

E io alla società tengo in particolar modo.

Forse per colpa della mia formazione politica, ho una sorta di venerazione per quell’ibrido chiamato polis e che raccoglie sia il sistema istituzionale, sia quello valoriale che fonda quella compagine (la società appunto) che riveste un ruolo fondamentale nella nostra formazione come esseri umani, come cittadini e come persone, attraverso la socializzazione e l’acquisizione di un preciso sistema di valori. il problema grosso è che questo sistema spesso non è affatto etico ma morale, dipende, cioè, dal tempo in cui esso è nato e strutturato. Come dire la morale cambia come cambiano le epoche, l’etica, per fortuna, rimane.

Ed è però, sul valore morale che si può agire, qualora esso si rivolti contro l’uomo invece di aiutarlo a rapportarsi con l’altro e con l’ambiente stesso.

E per reagire a qualcosa che disturba, che degrada, o che presenta i sintomi del pericolo abbiamo uno strumento eccelso: la comunicazione.

E cos’è che da sempre comunica?

Toh che bizzarria…ma la scrittura ovviamente!

La parola è e resta la forma con la quale rappresentiamo sia il nostro io che la nostra società. Semplice, lineare, quasi scontato.

Se un atteggiamento di netta chiusura, si rivolge ha un libro che contiene dettagli che possono scuotere le coscienze, la mente assopita dal grande fratello, io mi sento in dovere di dire alt, parliamone. E non perché mi sta simpatico l’autore X. Imparate che a me, in fondo, non sta simpatico assolutamente nessuno. Piuttosto riesco a individuare cosa può serve a quel bene superiore che è per me il benessere della collettività.

E di questa collettività, visto che ingloba anche me, se ha delle distorsioni, dei rumori che confondono il messaggio, che creano devianti, io me ne sento altamente responsabile.

E qual è uno dei maggiori problemi della nostra società?

Il pregiudizio e lo stereotipo. È da quello che derivano le peggiori nefandezze di cui la civiltà si è macchiata oggi come nel passato. Femminicidio, sterminio, olocausto, bullismo derivano tutti da questa nostra insana falsificazione. E c’è un libro che lo racconta nel modo migliore. e non lo dico solo io ma ogni sociologo e soprattutto uno studioso che amo, Murray Edelman. Ecco leggetevi il suo “Come costruire lo spettacolo politico” e poi leggete Nora. O viceversa. E poi ne riparliamo.

Nora non è un semplice horror. Se così fosse non avrei speso tempo e energie a scrivere la mia protesta. Nora è un testo che può e anzi DEVE cambiare la nostra percezione.

E vi spiego oggi perché.

Ho avuto il piacere di incontrarlo alla fiera di Roma più libri più liberi ed è una persona di una dolcezza assoluta. Il problema è che la sua adorabilità sparisce o si eclissa quando scrive, per la sua immensa capacità di raccontare la parte meno bella, oscura e marcia dell’essere umano. E questa convivenza tra ombra e luce è già qualcosa di unico, che rende la sua personalità armonica e sfaccettata ma soprattutto sana. Giacomo ha trovato il modo di far parlare l’ombra in modo positivo, affinché essa gli narri una storia che lui potrà regalare al lettore, e questa storia busserà alla coscienza, alla psiche facendo emergere qui demoni che, se tenuti troppo chiusi divengono DANNOSI.

E cosi si comprende un primo elemento: questo non è un horror.

Ma come, direte voi anime innocenti, ci avevi detto il contrario.

Proprio cosi miei assetati lettori.

Dietro alla facciata di libro horror, quindi di evasione, il maestro ha inserito un valore sociale.

Ora ai veri amanti del genere non dovrebbe stupire. Chi si è abbeverato alle parole di Stephen King sa di cosa parlo. In tal caso eviterà di continuare a leggere il mio sproloquio e andrà a prendersi Nora.

Gli altri proseguiranno con me.

Giacomo non ci descrive mostri e spettri. Ma innesta su una trama classica un esperimento a dir poco strabiliante, coraggioso e azzardato: mette alla prova il lettore. E non lo mette alla prova come semplice fruitore di libri, ma come persona. Mette alla prova quei valori, che sembrano fondare il nostro civile vivere e che sbandieriamo contenti e felici come uno stendardo in grado di assicurarci il ruolo di persone perbene, perché vogliamo essere politicamente corretti, o perché forse ci crediamo davvero. E saranno le reazioni di tutti coloro che leggeranno Nora a farci capire se a questi valori noi crediamo davvero o li appoggiamo soltanto perché è così che ci si comporta, o perché sembra orribilmente poco elegante dar voce al nostro vero io.

Nora parla di stereotipi, dell’orrore che si cela in ogni società perfetta, del marcio che si nasconde tra gli anfratti più bui del perbenismo borghese e soprattutto parla di violenza sulle donne

E lo fa in un modo che lascia senza parole.

E perché dico cosi?

È molto facile provare empatia per le vittime quando esse stesse tendono a aderire al ruolo di vittima.

Cosa significa?

Purtroppo è oramai noto a psicologi e sociologi che esiste una sorta di oscura complicità tra il soggetto designato come vittima o capro espiatorio e la società che ha bisogno delle stesse. Che sia una donna, una minoranza, un’etnia, una categoria quasi senza accorgersene, inconsciamente (forse se ne avessero consapevolezza crollerebbe l’intero sistema valoriale che sorregge questo bieco meccanismo) accettano il loro ruolo di vittima sacrificale.

Non sto insinuando che la persona oggetto di violenza “se la cerca “anzi. La persona che subisce violenza fa parte di un sistema talmente manipolatorio che convince il soggetto stesso di essere privato di diritti, spersonalizzato da dover essere necessariamente sacrificato per il bene comune. La vittima in questo caso la donna diventa il mezzo con cui la perfezione tenta di redimersi dai suoi inconfessabili peccati e diventa lo strumento per cui si può essere effettuato quel rito apotropaico in grado di salvare la società dalla distruzione. In sostanza io sacrifico il male, affinché questo male stia lontano da me

E si mie adorabili testoline, tutto questo è in Nora.

Immagino sgraniate per lo stupore i vostri belli occhioni vero?

E per rendere evidente questo meccanismo la protagonista non rispecchia affatto il cliché della vittima. non è dolce, non è eterea, non è indifesa né aggraziata e soprattutto non è sottomessa. Nora viene caricata, invece, di tutti gli stereotipi, di tutti i pregiudizi sulla femminilità, di tutte le paure ancestrali dell’uomo. Nora è la strega, è Medea che uccide la stessa figlia, è circe che seduce e uccide gli uomini, è la gorgone che li pietrifica, è la menade che li tracina nella lussuria più sfranata solo per divorarli.

Freud fu il primo a raccontare l’ansia di castrazione proponendo la spaventosa immagine della vagina dentata. Questo “fenomeno” era ispirato da varie leggende riguardanti donne con vagine contenenti denti affilati o altre armi con le quali erano in grado di uccidere o peggio, evirare il partner.

Né è un esempio Le Sheela na Gig provenienti dall’Irlanda dove l’immagine del sesso femminile, vorace e minaccioso incuteva uno strano timore.

Peccato che le Sheela na Gig era semplicemente un inno alla fertilità e alla fecondità femminile e un’esaltazione della sacralità del sesso. Come stravolgere un mito positivo.

Ecco che la donna/strega diventa una fagocitatrice della virilità dell’uomo che lo priva della sua sovranità che gli spetta di diritto. Quale diritto non ci è dato di capire.

Nora il sesso lo usa. Lo usa, per circuire ma soprattutto per Essere. Per essere capite l’orrore terrificante?

io sono soltanto se copulo, se mostro il mio corpo, se accetto di soddisfare i biechi desideri. In quel caso sarai utile al mantenimento dell’equilibrio, tu donna troia e l’altra la santa.

Cosa accade quando al posto di una Biancaneve candida e pura, noi abbiamo una protagonista alla Nora?

Cosa succede se lei si carica di tutte le nostre paure più recondite?

Nora diventa il male. La perfidia maliarda la personificazione dei peggiori timori di quell’agglomerato di case che sono vicine fisicamente ma lontane anni luce a livello di solidarietà e di emozionalità.

Ed è così che il lettore si trova a un bivio. Se un lettore crede davvero, profondamente che la volenza non sai la risposta che nessun essere umano debba essere vittima di violenza tanto meno una donna, non in quanto donna ma in quanto essere umano, anche una Nora va difesa.

Se io credo all’universalità dei diritti, anche l’imperfetta, limitata Nora li possiede.

Perché nel momento in cui Nora viene picchiata a sangue (una scena orribile è quella in cui lei vaga in condizioni estreme, pietose per le strade del quartiere) nessun vicino la sorregge, la protegge e le apre la porta. Perché lei è soltanto una “puttana”. Lei usava il sesso in modo libero, lei per quella sua liberalità deve essere punita:

 

Nora si meritò tutte le botte che lui le diede,

ogni schiaffo, ogni pugno ogni costola incrinata.

si meritò tutto….. Una notte si presento qui nuda dicendo che lui la voleva ammazzare. io non le ho aperto, gli ho detto cosa pensavo. Si meritava tutte quelle botte

 

Nel momento in cui noi ci troviamo di fronte una donna che accetta un certo tipo di vita, dei valori quindi è sottomessa anche se non lo dimostra, appoggia tutte le nostre idee su come deve essere una donna allora la porta può essere aperta.

A Nora chiudono la porta.

In fondo non ha fatto altro che effettuare la scelta orrifica: ha deciso di usare il suo corpo.

Badate bene. Giacomo non è uno stupido. Inserisce la spiegazione profonda del comportamento di Nora, ma lo fa in modo soffuso, quasi distratto, beffardo e con un ghigno amaro. Perché sa benissimo, che nonostante il bandolo della matassa, il perché capace di chiudere il cerchio brilli li al centro delle pagine, non verrà mai colto. Esiste, lui ne parla, ma non la evidenzia.

E sapete perché?

Perché per noi sarà molto più semplice condannare. E questo ci toglierà ogni maschera rivelando il nostro fallimento.

Perché cosa se credi davvero che la violenza non si debba usare su nessuno a Nora tu devi aprire la porta.

Nora invece si merita le botte perché è scorretta.

È differente dall’immaginario lecito che dobbiamo avere della femminilità e della donna perbene. E’ relegata al ruolo di non essere umano. È un anatema, è una distorsione, è la creatura infernale è la Lilith con artigli sporchi di sangue.

Ora, la mia emozione nel leggere il libro scaturisce anche dal fatto che è scritto da un uomo.

Ma quest’emozione viene distrutta nel leggere beceri commenti da parte di donne, e me ne rammarico che dicono la stessa orribile frase

“e ma come posso provare empatia con Nora? E’ antipatica”

E dopo la mia lecita e colorita espressione alla romana, vi sovviene però un pensiero più coerente alla mente, ossia un suggerimento su come divenire empatici con Nora. No tranquilli miei adorati, non è una parolaccia ma una semplicissima verità

Sapete come si diventa empatici con Nora?

Credendo davvero, nel profondo di noi stessi, che violenza chiama violenza.

Credendo davvero che la società è malata e forse possediamo la cura, ossia la nostra capacità critica.

E questa capacità non può non renderci coscienti che in fondo siamo tutti complici, e che per spezzare l’orrida e marcia catena, bisogna solo esserne consapevole.

Io che voglio fare la vittima e tu che mi rendi vittima. Io che sono convinta di non avere diritti e tu che me li neghi. Gli esseri umani sono imperfetti, vivono di luce come di ombre e quelle ombre avvolgeranno alla fine tutto questo quartiere rivelandone il marciume. Anzi le ombre stesse si nutriranno delle loro assurde ossessioni.

La violenza va rifiutata non perché è il mezzo con cui si schiacciano le anime pure. La violenza va rifiutata perché a noi questo sistema non ci piace. Ne vediamo la decadenza, ne osserviamo le contraddizioni e desideriamo cambiarlo a favore di uno meno distorto e più armonico.

Quando definiamo vittima di discriminazione qualcuno in realtà lo stiamo imprigionando in una gabbia di pregiudizi e di aggettivi da cui sarà difficile se non impossibile liberarsi. Quando voi definite una persona vittima voi la rendete vittima.

Per sentirci perfetti, per viaggiare sui binari della stabilità noi abbiamo uno strano bisogno di educare alcuni individui tarati da una debolezza indotta o presunta a essere mostri, in modo da non affrontare quel lato oscuro presente in ciascuno di noi per esorcizzarlo in un atto quasi magico.

Il male a noi ci serve, ci serve per sentirci migliori.

Nora ci serve.

Ma nel momento in cui Nora, bussa alla nostra mente coperta di sangue nonostante le sue imperfezioni e noni gli apriamo la porta a noi della violenza non ce ne frega un cazzo.

Noi ogni volta che chiuderemo le porte di fronte a Nora, o attaccheremo il libro, o ne vedremo solo la scabrosità, stiamo semplicemente appoggiando un sistema, lo stesso che critichiamo, contestiamo magari partecipando alle conferenze, scrivendo un bel libro o sfilando per le piazze con indosso il fiore rosa. O postato su Instagram le foto delle scarpe rosse.

E quando leggo che si vede solo la violenza sessuale e mai la redenzione, mi prende un senso di sconforto. Perché quello è un simbolo ricco di significato: l’infermiere rappresenta tutti noi, quella società che finge di curare ma che inietta di veleno, ma che improvvisamente riesce a vederla come persona e non più come oggetto.

È un’utopia o una speranza?

E se una donna, sottolineo una donna non riesce a comprenderlo, allora tutti noi dovremmo piangere lacrime amare.

Dovremmo sentirci sconfitti. Dovremmo capire che la scommessa di Giacomo, sulla nostra umanità sulla sua fiducia spassionata e pura sull’umanità dell’uomo, è inesorabilmente persa.

In alcune recensioni la femminilità perde. Viene lacerata.

Ma io, come Giacomo, ancora ci crediamo che quel racconto possa sollevare un grido “no”

Io spero tanto e lo spero con tutta me stessa, che davanti a una Nora imperfetta e sbagliata, una Nora puttana, in cerca però di aiuto ciascuno di voi aprirà la porta. E se ne fregherà se è stata con mille uomini se ha tradito, se è andata contro la morale corrente. Io vorrei che Nora fosse accolta in quanto essere umano che ha il sacro diritto di sbagliare anche di essere una stronza. Noi non dobbiamo avere rispetto perché dolci e coccolose non devo oscillare tra la Maria e la Maddalena redenta. È un essere umano è soggetta a caduta.

L’importante è che si rialzi.

E Nora si rialzerà se ognuno di voi, invece che lasciare inutili e ipocrite recensioni su Amazon si immergerà nel libro e tenderà a Nora la mano.

“La terza metà del cuore” di Emanuele Cislaghi, giveMeAChange editore. A cura di Raffaella Francesca Carretto

 

Lui è un uomo sulla quarantina, molto riservato e introspettivo. Vive nel ricordo della moglie, che ha perso tragicamente in un incidente stradale. Nel tentativo di dare un senso alla propria vita intraprende un percorso dal grande spessore etico, la donazione di midollo osseo. Lei è una donna forte, riflessiva. La vita l’ha costretta a fare scelte difficili, ad allontanarsi dalla sua famiglia di origine e a crescere un figlio da sola. Insieme hanno condiviso il periodo della scuola, dell’adolescenza. Sullo sfondo di una realtà lievemente distopica due solitudini si ritrovano, si desiderano, vorrebbero scrivere una storia d’amore, ma il destino ha deciso per loro una strada diversa, forse l’unica possibile.

 

 

“La terza metà del cuore” è un libro che si muove a passo di danza, quasi ascoltando il ritmo delicato e potente, e perfino esigente, di  una musica del cuore che convoglia sensazioni e intime considerazioni, approfondendole in un vissuto che accarezza e accompagna il lettore durante lo sviluppo della trama di un’opera che Emanuele Cislaghi ha voluto condividere coi suoi lettori. Emanuele Cislaghi avvicina il lettore con la discrezione e riservatezza che gli sono proprie, ma altresì coinvolge con descrizioni e sentimenti sì delicati ma al contempo prorompenti e reali, il tutto con eleganza impareggiabile.

 

“Era indubbio che stesse nascendo qualcosa. Forse, era già nato. [..] Quella sera ho sfiorato il piacere sottile della scoperta, l’intuizione di essere riuscito a partorire una nuova emozione, dopo tanto tempo. Il cuore ci è arrivato prima della ragione, come è naturale  e giusto che sia.”

 

Il libro ci fa immergere in una realtà carica di sentimenti, in primis quelli del protagonista maschile per la moglie prematuramente deceduta ma ancora figura forte e viva nella sua sfera emotiva, a tal punto da condurlo alla fruizione di un “servizio di utilità sociale erogato dal SSN” ..il Cybersex

 

“Sei tu.

Incredibilmente.

Sono così colpito dalla meraviglia violenta della tua presenza viva e carnale che per qualche istante non riesco a respirare. Mi dimentico di farlo,…

Ed io, inebriato e senza più paure, perdo l’ultimo flebile contatto con la realtà ed entro nel sogno.”

 

ma vivere questa esperienza nel negozio di realtà virtuale è solo un input, per prendere consapevolezza di dover andare oltre.

Da qui si evolve poi la storia, in un susseguirsi di eventi e incontri ed esperienze.

E infatti il protagonista ha modo di vivere un’esperienza di forte impatto emotivo e di grande spessore etico attraverso un percorso che lo porta a divenire un donatore di midollo osseo,

 

“Sentivo il bisogno di alleggerire i pensieri, forse anche di non pensare. [..]  Volevo semplicemente che la mia mente non se ne andasse in giro, [..] …ero lì per qualcosa che meritava tempo e cuore…”

“Non c’era più paura, ansia da inadeguatezza, e neppure facile entusiasmo da gesto altruistico. Stava sbocciando qualcosa di gioioso e al tempo stesso timido, del tutto riservato. Stava nascendo dentro di me una gioia intima, sincera”

 

Ma durante l’intera narrazione, il protagonista ci fa entrare nei suoi pensieri più intimi e complessi,e  ci fa vivere le sue stesse emozioni e perplessità, anche quando nella sua vita, o almeno per un certo lasso di tempo, rientra casualmente una vecchia amica, una compagna di scuola, persa di vista ma ritrovata…e nel modo più inaspettato e casuale…ed è lei l’altra protagonista che, se pure donna forte e riflessiva, ha anche tante fragilità…

 

“Sono arrivato fino al Castello Sforzesco. [..] Era tutto tranquillo, ovattato, immerso in una dimensione assolutamente confortevole… [..] Sono rimasto lì, sospeso. Inerte e inerme. [..]  Ho sentito pronunciare il mio nome.  [..]  …era l’ultima delle cose che mi sarei aspettato, …  [..] è stato un soffio di vento piacevole, che ha accarezzato il mio nome con un velo di stupore”

 

Un incontro fortuito, o chissà, fortunato visto che da questo momento in poi, nei loro incontri, i due vivono le confidenze reciproche, forse alla ricerca di sostegno e di qualcosa di più…come è ciò che accade, solo una volta nell’unico incontro amoroso che viene descritto dall’autore attraverso la voce del protagonista, e lo fa in modo elegante e raffinato ma anche emotivamente coinvolgente.

 

“Mi guarda.  [..]  Accenna un sorriso, le labbra lentamente si dischiudono,si aprono morbide in un sospiro [..]  Mi avvicino, senza volere, senza sapere. Qualcosa di misterioso e astuto e sinuoso guida il mio corpo prim’ancora della mia mente, e quando me ne accorgo le sono già accanto… [..]

…alza lo sguardo verso di me.. [..] diventa profondamente femmina, adulta di emozioni, poi ancora bambina, quasi innocente ..  “

 

I personaggi che vivono questa storia sono anime alla ricerca…di una possibilità o di un riscoprire se stessi…

“La terza metà del cuore” è forse più specificatamente un viaggio introspettivo, soprattutto per il protagonista, che attraverso le descrizioni degli eventi, degli incontri e di ciò che vive nello spazio temporale, acquisisce consapevolezza delle sue paure e dei suoi bisogni e della sua capacità di saper ancora amare.

Ecco, tutto questo è “La terza metà del cuore”, una storia bella, viva e reale (se pure ambientata in una realtà non specificatamente contemporanea), un viaggio introspettivo, ma anche la seduzione di una narrazione attenta e coinvolgente.

Il romanzo non è facilmente classificabile a mio modesto parere; è certamente un romanzo di narrativa ma non nel senso stretto dell’accezione, di fatto lo stesso autore ci informa in una sua premessa che si è preso due libertà:

 

– “l’ambientazione non contemporanea, bensì collocata in un ambito temporale più evoluto dal punto di vista medico e tecnologico”

– “l’utilizzo a tratti acrobatico della punteggiatura”

 

Ma già nei suoi precedenti lavori, Emanuele Cislaghi ha dato modo di scoprire questa sua peculiarità, rendendo i suoi lettori realmente partecipi a quelle scene descritte dalla sua penna coi ritmi che sono dettati da “una punteggiatura atipica”, ma che è assolutamente necessaria perchè caratterizza il suo stile. E’ una lettura dal linguaggio raffinato ed elegante ma altresì fluente, intriso di sentimenti, i più disparati, ma tali da caratterizzare i personaggi e i loro vissuti.

Si trascorrono momenti dalle emozioni più contrastanti durante la lettura del libro; e, attraverso una narrazione così particolare e di estrema delicatezza e sensibilità, si viene accompagnati verso un finale che ci porta a comprendere che bisogna ritrovare se stessi, pur vivendo le proprie solitudini…un rinnovamento…un nuovo inizio.

 

“Perché le persone che amiamo sono sempre così distanti? Perché rappresentano sempre una realtà sfuggente, confusa? Le vorremmo vicine… invece… [..] prendono una strada alternativa, si allontanano, tanto da diventare una fotografia un po’ sbiadita… “

E’ un libro che tocca le corde del cuore, e quindi ne consiglio la lettura.

 

“Hai segnato un punto nel mio cuore” di Fina Sanfilippo. A cura di Monica Maratta

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“Hai segnato un punto nel mio cuore” di Fina Sanfilippo è il secondo volume della Serie del cuore. In ognuno di esso l’autrice  illustra la psicologia, le diverse sfumature interiori dei personaggi di cui racconta la storia e ora è il turno di Federica e James.

 

“Se mai avessi incontrato la donna della mia vita avrei fatto di tutto per averla.”

 

James lo ha capito subito: Federica è la sua anima gemella. Donne così non si incontrano tutti i giorni ed è disposto a lottare contro la reticenza di lei pur di farla aprire all’amore. Eppure Federica non riesce a lasciarsi andare a quello che potrebbe essere un magnifico sogno che si avvera perché c’è un mostro infame che la frega: la paura di amare. Ne è stata troppo ferita in passato al punto da condizionarle il presente.

 

Esistono due forze motrici fondamentali: la paura e l’amore. Quando abbiamo paura ci ritraiamo indietro dalla vita. Quando siamo innamorati ci apriamo a tutto ciò che la vita ha da offrire con passione, entusiasmo e accettazione. (John Lennon).

 

Qual è la causa della paura?

La mancanza di fiducia in se stessi, in fondo.

Federica l’ha persa a causa di un uomo che, con superficialità, ha distrutto tutte le certezze che erano le fondamenta a cui aggrapparsi per vivere, per pretendere una vita felice.

Federica è fragile perché sa che donare anima e corpo a un uomo significherebbe spogliarsi della corazza che ha indossato per difendersi, per proteggere il mondo rassicurante in cui si è rifugiata. Nel suo nido protettivo c’è l’amica Patty con la quale condivide la quotidianità, ma a infrangere il precario equilibrio ci pensa il destino, il franco tiratore che si diverte a tirare brutti scherzi, così, ecco che Federica sta per perdere la casa.

Lei e Patty non possono più rimanere a vivere lì e debbono cercare un nuovo appartamento. Sarà proprio James ad aiutare le due ragazze e per questo motivo i rapporti tra lui e Federica diverranno sempre più intimi.

James ha un compito arduo, ma lo sa. Ne è consapevole ancor prima di Federica. Anche lui porta un dolore atroce nel cuore, una cicatrice che ogni tanto si riapre e sanguina un poco. Sa cosa significa essere traditi dall’amore perché lui amava la sorella che la vita gli ha strappato dalle braccia.

Nonostante siano due anime tormentate, Federica e James si spoglieranno delle loro paure per mostrarle.

Ognuno assaporerà un poco la ferita dell’altro, ma sarà un processo lento e graduale ben gestito dalla scrittrice nel suo romanzo.

Riuscirà James a conquistare la fiducia e il cuore di Federica?

Scopritelo leggendo l’opera della Sanfilippo.

 

“La prima stella della notte” di Susan Elizabeth Phillips, Leggereditore edizione. A cura di Ilaria Grossi

Chicago.

Cooper Graham, ultimo acquisto dei Chigago Stars ed ex quaterback, competitivo, sicuro di sé decide di gestire un night “Spiral” come un ulteriore sfida con il suo abnorme ego.

 

“ Vincere era tutto e ogni sconfitta che aveva subito era stata deleteria.Odiava perdere”

 

Piper Dove è una investigatrice privata, riacquista con grande sacrifici dalla matrigna, la Dove Investigazioni del padre Duke e da giorni pedina Cooper Graham in ogni suo spostamento. Piper non è il prototipo di donna da romanzo rosa, mi spiego, lei è un vero maschiaccio, capelli corti, poca  attenzione per la moda e un cuore chiuso in una gabbia a doppia mandata. Perchè?

 Lei è stata educata e cresciuta per diventare una donna d’acciaio, iper protetta da un padre che le ha insegnato a tenere sotto chiave sentimenti ed emozioni, a non darla vinta a nessuno, soprattutto a non piangere come una feminuccia. La trama del romanzo induce il lettore ad essere un po’ prevenuto, lui ex giocatore di football, tutto muscoli, fascino e soldi. E donne ai suoi piedi, differenti da Piper, modelle o attrici  perfette e super femminili.

Perchè Cooper dovrebbe scegliere una donna come Piper?

La Phillips è stata molto brava nel creare una storia matriosca, attorno a Cooper e Piper ruotano personaggi che sono fondamentali e rendono intrigante la trama narrativa, da Berni in cerca del suo Howard, Heith e sua moglie Annabelle, Faiza.

Ho amato particolarmente il gesto di grande bontà d’animo, da parte di Coop di aiutare Piper nel liberare  Faiza  serva della sua principessa e da una amara prigionia, per  raggiungere la zia in Canada e restituirle una libertà mai avuta prima. O come aiutasse Karah e sua figlia Jada, a ricominciare vita a Chicago, dopo una relazione malata e pericolosa con il suo ex compagno. Storie che denotano una personalità in Coop forte e di gran cuore, che richiama un infanzia semplice e uno spirito contadino alla base della sua passione per la terra e l’agricoltura. Coop non è solo una stella che ha brillato nel firmamento del football americano, non è solo l’egoncentrico e arrogante proprietario dello Spiral, è soprattutto un uomo che ha lottato per ciò in cui credeva e vuole far “fruttare” i sacrifici del suo successo. Piper scettica e cinica, lo capirà con il tempo, tra alti e bassi e tra sfide continue e incontri “molto” ravvicinati che denotano una forte sinergia e passione tra i due.

 Quanto è difficile aprire quella gabbia che imprigiona il cuore di Piper?

Quanto è disposta Piper a fare un lungo passo indietro per ammettere e riconoscere ciò che prova realmente?

Se siete curiosi, vi invito a scoprirlo.

La Phillips non delude, il suo stile è coivolgente e incalzante, i suoi romanzi si leggono con piacere ed è capace di portarti dentro la storia e farti toccare l’anima dei suoi protagonisti.

 

“ Per la prima volta da quando era bambina, Piper pianse.

Lacrime per una madre che non ricordava, per un padre che l’aveva amata e odiata e per un quaterback che le aveva rubato il cuore quando era distratta”

 

Un finale testardo come Piper, presuntuoso e strepitoso come Cooper.

Il loro punto di forza ..il gioco di squadra.

Buona lettura

 Ilaria Grossi per les Fleurs du mal blog letterario

L’amore come magia. Intervista a Manuela Chiarottino. A cura di Alessandra Micheli

 

Continua il blog tour per la nuova collana Live & Love. Dppo aver conosciuto più da vicino il suo splendido libro, andiamo ora a scoprire qualche segreto della nostra autrice.

Siete pronti’

Andiamo a sbirciare un pò nella sua vita…

***

 

A.In un mondo che va cosi di fretta, quanto è difficile trovarsi?

M. Da brava scrittrice romantica, direi che se è destino nulla potrà fermare un amore che deve nascere. Romanticismo a parte, ormai molti si conoscono in rete. Personalmente su fb ho fatto delle belle amicizie, qualcuno dice di essersi anche innamorato e chissà, non è detto che sia un modo sbagliato o peggiore del passato, l’importante è non vivere questi incontri con superficialità. Il rischio è solo di fuggire dalla vita reale e da opportunità vere di incontro, appunto per la fretta o per una diffidenza verso gli altri che si ha più nel reale che nel virtuale.

A. Cos’è per Manuela l’amore?

M. La prima immagine che mi viene in mente è il sorriso di mio figlio. Detto questo, dato che parliamo di amore romantico, l’amore è incontrare qualcuno che ti è vicino nei momenti di difficoltà ma anche che ti appoggia nelle tue pazzie e nella realizzazione dei tuoi sogni. Qualcuno che è presente, anche se non glielo chiedi. E credo di averlo trovato, anche se ci ho messo un po’.

A. Cosa davvero ostacola un incontro?

M. La paura di dover apparire perfetti.

A. Quanto è difficile parlarsi davvero?

M. Se penso ai miei protagonisti, credo che entrambi cerchino di difendersi da una possibile delusione nascondendo le proprie debolezze e mostrandosi più forti, più sicuri, senza capire che non ci si può amare davvero se non si mostra tutto di sé.

A. I tuoi due protagonisti si incontrano ma si nascondono dietro a delle maschere. come mai hai scelto di raccontare proprio questa difficoltà

M. Perché credo che spesso ci sentiamo prigionieri dell’immagine che gli altri ci hanno cucito addosso o di quella che noi stessi abbiamo preferito indossare per insicurezza

A. Il vero messaggio del libro ce lo puoi svelare?

M. Ognuno di noi avrà pensato almeno una volta a come sarebbe bello poter essere qualcun altro, anche per poco. Essere diversi da come tutti ci vedono, forse anche da come noi stessi ci vediamo. Che so, più avventurosi, allegri, sexy o soltanto più liberi. Il fatto è che si tende sempre a classificare tutto, comprese le persone, e spesso ci si sente bloccati dal giudizio altrui. Noi donne ad esempio abbiamo mille sfaccettature, perché nasconderle?

A. C’è una frase molto particolare: “Vorrei liberarmi da condizionamenti, paure, illusioni e buttarmi in un’avventura, senza preoccuparmi del domani.” Pensi che sia questo il vero dramma che viviamo oggi?

M. Credo che sia una condizione che è sempre esistita, almeno per la donna. Il dubbio se lasciarsi andare e vivere un sentimento o una passione, senza condizionamenti, o se preoccuparsi di mantenere una certa razionalità per evitare poi di soffrire. Una risposta perfetta non c’è. Certo oggi sembrerebbe che i rapporti siano più veloci e superficiali, ma non per questo non bisogna credere all’amore e nell’amore, ahimè, c’è sempre un margine di rischio. Quello che posso dire, come donna, è che prima di tutto bisogna amare se stesse e questo porterà a capire quando bisogna allontanarsi da una situazione e se costa di più avere rimpianti che speranze.

A. Cosa manca secondo te ai romanzi d’amore di oggi?

M. Forse manca una certa magia. Lo so, lo so, son fissata. A parte gli scherzi, ci sono storie molto belle, forse rispetto al passato ci sono davvero tante storie e questo finisce per farne trovare spesso di simili o poco originali, come se si preferisse la cosa sicura, in un certo senso “alla moda”.

A. La letteratura ha una funzione educativa secondo te?

M. Per quanto mi riguarda nelle mie storie ho trattato anche argomenti come l’anoressia, la violenza domestica, il bullismo o l’omofobia, dando sempre un messaggio positivo e di speranza. Potrei anche scrivere una storia dove il protagonista è un assassino, ma non potrei mai far passare il messaggio che sia un eroe. Voglio dire che si può scrivere di tutto, ma senza dimenticare i propri principi e avendo ben chiaro a chi è rivolta la storia. Se si tratta di letteratura per ragazzi, ad esempio, bisognerebbe stare attenti.

A. Quanto il genere rosa ha ancora da donare ai giovani oggi?

M. L’amore è universale ed eterno. Non per niente i romanzi, così come i film d’amore, sono quelli che vanno sempre per la maggiore. Innamoramento, gelosia, passione, dolore, sono emozioni che tutti hanno vissuto e che creano empatia con i personaggi.

A. Parli in modo leggero della magia, ma cos’è davvero per te? E quanto può contare oggi in una società cosi materialista?

M. La mia storia è una commedia romantica e non potevo che trattarla con leggerezza, in modo giocoso, ma per me più che di magia si tratta di fantasia, di sogno e anche oggi è importante sognare

A. Casa editrice o self?

M. Per il momento seguo ancora le due strade, perché scrivo storie di diversi generi e amo anche una certa libertà di azione, ma trovare una CE che ti apprezza e ti segue è qualcosa cui ogni autore ambisce. E per ora la mia esperienza con Le Mezzelane, la CE che ha pubblicato Maga per caso, è assolutamente positiva.

A. Cosa deve avere uno scrittore per produrre un buon libro?

M. Ah, che domandona! Grammatica a parte, direi che bisogna saper sognare e riuscire a trasmettere emozioni. E poi, almeno per quanto mi riguarda, dato che amo scrivere chick-lit, saper prendere la vita con un sorriso e ironizzare anche su se stessi. Non per niente nelle mie commedie ci sono spesso episodi che ho vissuto davvero

A  Lasciaci con un estratto

M.

Sul suo viso brillano due occhi profondi come la notte e freddi come il ghiaccio, e un sorrisetto accattivante è l’ultimo tassello del puzzle “maschio pericoloso, stare alla larga”. Conosco il tipo: bello, certo, molto bello, ma con un’aria arrogante da primo della classe.

«L’olfatto conta molto nella seduzione. Non dico che lei non abbia successo con le donne, ma forse questo» proseguo con tono gentile ma distaccato e, spero, abbastanza sensuale, alzando la boccetta di profumo, «potrebbe aiutarla o almeno incuriosire qualcuna, chissà!»

Si gratta il mento. La barba appena accennata gli conferisce un aspetto terribilmente sexy. Non è solo un tipo da cui stare alla larga: è proprio da evitare del tutto.

«Per il momento l’unica cosa che mi incuriosisce sei tu. A proposito, che profumo porti? È molto buono.»  

È passato subito al tu e adesso si protende verso di me per annusarmi dietro l’orecchio, come se niente fosse. Io inizio a retrocedere, veloce come un gambero, andando a sbattere contro il mio banchetto e facendo ondeggiare tutte le boccette di profumo, che si scontrano tra di loro, tintinnando allegre in un’acuta melodia.

Beh, non proprio così veloce. Nei pochi secondi in cui il suo alito caldo mi ha sfiorato la pelle, i miei ormoni hanno intrapreso una marcetta a passo di danza e ora stanno ballando la rumba.

Mi sistemo gli occhiali che mi sono scivolati sulla punta del naso e riacquisto subito la mia aria professionale.

«Uso il nostro meraviglioso profumo per donna.» Mi riprendo da quel rapimento dei sensi e afferro una boccetta dell’essenza pour femmes dal banco. Poi torno alla carica. «Se volesse fare un regalo alla sua ragazza, questo sarebbe senz’altro apprezzato.» Sottolineo il mio consiglio con un sorriso a trentadue denti.

Da evitare, sì, ma dopo che avrà comprato almeno qualcosa.

«Non ho una ragazza.» Appoggia una mano sul bancone e mi ritrovo messa all’angolo. Ora siamo così vicini che, se solo respirassi più forte, i nostri petti si sfiorerebbero e, se mi spostassi appena di lato, gli toccherei il braccio.

Quindi non ha una ragazza? C’era da immaginarselo: uno così non è tipo da relazione stabile. Deglutisco a stento. Mi sto rincretinendo, forse? Scivolo dal lato opposto, sgusciando come un’anguilla e sul suo viso appare un’espressione delusa che si trasforma in un sorriso malandrino nel giro di pochi secondi.

«Lisa, quando stacchi?» chiede ruotando il dito verso il mio banchetto.

Possibile che ci stia già provando? E come…

«Come sa il mio nome?»

Inclina la testa indicando con lo sguardo la targhetta appuntata sul mio petto.

Mi sistemo la giacca e, con una mano, controllo lo stato del mio chignon. Ci ho messo due ore per assumere l’aspetto di una seria e professionale promoter di profumi, inguainandomi in questo austero e soprattutto ultrastretto tailleur, che su di me non ha alcun effetto sexy, ma sembra più una divisa da perfetta istitutrice e ora i miei ormoni surriscaldati stanno sfrigolando. Avrei solo voglia di slacciare la giacca, sciogliere i capelli e stringermi a questo esemplare di maschio. Lisa, fatti una doccia fredda!

 

****

Ringraziamo a e le Mezzelane editrice per quest’indimenticabile avventura.

E personalmente ringrazio Manuela per aver ridato onoere e dignità a uno dei generi più importanti che abbiamo, perché l’amore è e resta la nostra unica strada per essere pienamente noi stessi

 

All’unione di due anime costanti io mai porrò impedimenti.

Amore non è amore se muta quando scopre

un mutamento o tende a svanire quando l’altro si allontana.

Oh no! Amore è un faro, sempre fisso che sovrasta

la tempesta e non vacilla mai.

Amore non muta in poche ore o settimane,

ma, impavido, resiste al giorno estremo del giudizio;

se questo è errore e mi sarà provato,

io non avrò mai scritto e nessuno ha mai amato.”

William Shakespeare

 

 

Blog Tour “live &love”. Les fleurs du Mal presenta: “Maga per caso” di Manuela Chiarottino, Le Mezzelane editore. a cura di Ilaria Grossi e Alessandra Micheli

 

Introduzione. Il genere rosa e la sua interpretazione in Manuela Chiarottino. Di Alessandra Micheli

 

Nella mia lontana adolescenza, quando ci avvicinavamo titubanti ai misteri dell’amore,  esso sembrava in grado di svelarci ogni suo mistero e ogni enigma. Era la chiave in grado di aprirci le porte di quel mondo che affascinava e spaventava al tempo stesso, fatto di magici fili sottili, di sospiri e di sogni, di sguardi rivolti alla luna e di grandi aspettative. Eh sì, cari miei, l’amore è tutto questo e anche di più. Certo magari di quella frase in fondo non capimmo mai, se non dopo anni di lacrime e ferite, la parte oscura, quella che seduce, ma che è irta di spine e di sofferenti cammini. L’amore resta e deve restare sempre il punto, a cui tendere, a cui arrivare seppur attraversando vie tortuose, il bene supremo a cui tendere, l’aspirazione maggiore a cui la nostra misera anima umana deve poter aspirare. Ecco perché la narrativa rosa riveste un’importanza fondamentale per il nostro bistrattato mondo, perché ci avvicina come agente di socializzazione a questo mistero, aiutandoci a distinguere tra le sue molteplici sfumatura. Date ai giovani idee distorte sui sentimenti e otterrete solo burattini: uomini e donne a metà. E ricordiamoci che saranno loro a formare la polis, con tutte le conseguenze che essa apporterà al mondo. Responsabilità e attenzione, delicatezza e passione, quel senso di vertigine allo stomaco che ti prende solo davanti alla magnificenza meravigliosa dell’incanto o dell’enigma, di cosa è nascosto e forse proibito, ma cosi luccicante e cosi gustoso da dover per forza tentare di morderlo nonostante le somme altezze, a cui esso ci porta. E questo non è altro che l’Amore.

Per questo ho accettato con gioia di partecipare al blog tour su questo semplice ma potente libro, divertente e dal sapore dolce amaro in grado con un delicato sorriso, di farci riflettere sui più comuni e più minacciosi ostacoli su questo cammino che porta al cuore dell’emozione suprema.

E quali sono gli ostacoli che con ironia ci racconta la Chiarottino?

Le ferite quelle che ci condannano a indossare sempre la maschera non più come mezzo per vivere nella società costretta, ma non ingabbiata in precisi ruoli sociali. Intendiamoci. Non è indubbio che nello svolgere della nostra vita relazionale ci toccherà di volta in volta indossare un vestito adatto all’ occasione (il ruolo appunto). Un professore avrà delle linee guida ben precise, serietà, professionalità e rigore. Ma non è detto che, sotto il vestito accuratamente stirato del docente, non possa occhieggiare, che so, una bretella colorata di lilla senza che turbi la sua serietà. Non è indubbio che alla donna viene richiesta una parvenza di civiltà e compostezza, ma non è detto che sotto il rigido e elegante tailleur non possa spuntare indisponente una lunga coda da lupa. Insomma, non è detto che il vivere in società accettandone i diritti e i doveri ci limiti nella nostra vita interiore. Come dire seri al lavoro e scatenati sulla pista ondeggiando al ritmo di Brothersi in arms. Ben diverso è invece il caso delle maschere. Esse nascondo il volto, ci rendono involontari protagonisti anzi oserei dire comparse di una vita che non è la nostra, che non  è svolta al pieno delle nostre potenzialità. E tutto questo per paura di sentirsi inadeguati, inadatti e banali. O semplicemente per non rivelare il nostro cuore ferito e troppo fragile per un mondo irto di aculei. Ecco che di fronte agli stereotipi classici, lei buffa, lui macho e playboy, la Charottino ci svela semplicemente la bellezza di un essere umano imperfetto, insicuro e in cerca di un sorso di eternità, quella che si ritrova quando occhi vendono occhi e non lenti a contatto, quando labbra pronunciano nomi ma quelli veri non quelli che usiamo come muri per definire noi stessi. La deliziosa protagonista è di una bellezza abbagliante. Bella nella sua fragilità e bella nel suo ironico modo di sentirsi sempre un po’ estranea al mondo. Un mondo che corre e che pretende da lei un rigore che cozza e non può non cozzare contro quella ricca e strana vita emotiva che spesso si riflette in un reale fuori dalle righe. È un vero controsenso, un non sense di una moderna Alice che è giudicata stramba, poco omologata nel suo inadatto e sconveniente cercare la tana del bianconiglio. Eppure il suo mondo è colorato nel grigiore, è magico senza che la magia diventi davvero un altro oggetto di marketing  di commercializzazione. Lei è una fresca rosa in un modo di gramigna. È un lampo di luce in un oscurità senza fine. Si ride nel libro. E ci si commuove. Si respira un’aria fresca come di montagna e ritrova il senso autentico dei piccoli gesti, e soprattutto ci si ritrova. Non servono maschere, tinte o vestiti particolari per farsi amare. Servono solo occhi che brillano e luccicano, servono momenti in cui lacrime sono acqua da cui abbeverarsi per cantare sulle ossa spolpate dei nostri sogni, dei nostri desideri interrotti, perché essi come per magia di possano rivestire di piume e di carne e tornare a ballare fieri e liberi davanti a noi.  E quando amando tra il terrore e l’estasi ci chiederemmo chi siamo?

Chi sono io?

Cosa posso davvero dare?

 Vorrei che ripensaste a queste semplici ma bellissime parole.

Tu sei Lisa e sei Vivienne, sei una ragazza dolce e intelligente che crede nell’amore, ma sei anche una ragazza intraprendente e seducente. Sei sempre tu e, se gli piaci, non cambierà idea per il colore dei tuoi occhi.»

 

Tu sei Maria, Sabrina, Aurora Francesca, Ilaria, Enrica, Samantha Eleonora Chiara, Alessia, donne il cui coraggio non è in grandi e epici gesti, ma nel vivere ogni giorno e cercare di non spezzarsi di fronte alle difficoltà quotidiane.

 

 

E adesso andiamo a emozionarci con la delicata sensibilità di una grande blogger, una donna che entrerà davvero in questo testo e lo racconterà con la sua delicata eleganza a te lettore.

 

 

 

Dentro l’anima del libro. Il racconto di maga per caso attraverso la delicata voce di Ilaria Grossi

 

Lisa, 26 anni e un lavoro precario, mutevole.

Lisa non ha ancora trovato il suo posto nel mondo perché da eterna romantica aspetta qualcosa che la renda orgogliosa e realizzata nel lavoro come nella vita privata, un amore vero, sincero e non troppo sdolcinato.

Durante il suo ultimo lavoro da promoter di profumi in un centro commerciale incontra lui, Brando. Il classico bello e affascinante che suggerisce “stammi lontano o ti farò soffrire” e pure tra i due nasce una sinergia che non lascia indifferenti entrambi. Concluso il lavoro in un vero disastro, Lisa “per caso” incontra una maga convinta di essere lì come sua sostituta, le spiega cosa deve fare.. una finta maga che oltre a dare consulenza deve dirottare i clienti al negozio adiacente che vende amuleti e oggetti esoterici.

Lisa si trasformerà in Madame Vivienne, cambiando colore dei capelli e indossando lentine a contatto colorate, si cala nel ruolo di finta maga, anche se infondo inizia a piacerle, misteriosa e più sicura di sé dispensa consigli per aiutare davvero chi confida e spera risposte nella lettura delle carte.

Questa doppia identità sarà dura da gestire, soprattutto quando Brando mostrerà un particolare interesse ed una forte attrazione per Madame Vivienne.

Lisa è innamorata chiaramente di Brando e su consiglio dell’amica Greta e della stravagante zia Enrichetta decide di non aspettare troppo per svelare la sua vera identità.

Dire la verità ha sempre il suo esito positivo?

Quanto pesano le bugie e le cose non dette per paura di non piacere e di essere rifiutati?

Spesso insicuri e troppo consapevoli dei nostri difetti e delle nostre debolezze, ci preoccupiamo più di come gli altri ci guardano e giudicano.

Essere se stessi è davvero così difficile in una società come la nostra?

 Si tende a stereotipi troppo perfetti, chi giudica ha sempre un metro di giudizio superficiale.

Troppi cuori spezzati, delusioni, tutti hanno paura dell’amore e alla fine tutti cercano il per sempre, come essenza di vita, come balsamo per le nostre piccole e grandi ferite della vita.

Ho letto il romanzo in poche ore, una lettura piacevole e divertente, suppurtata da protagonisti ironici e credibili.

La mia preferita è la zia Enrichetta, anticonformista confidente, libera e ottimista, un personaggio che vi piacerà sicuramente perché trasmette una gran gioia per la vita.

Anche su Brando cambierete idea e capirete leggendo perché.

Lo stile dell’autrice è fluido, scorrevole ed è un romanzo che lascia davvero un gran sorriso al lettore e oggi ne abbiamo bisogno più che mai.

Buona Lettura

 

“Will Shakespeare, la tua volontà” di Cinzia Pagliara, Haiku edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Anche io come Cinzia Pagliara ho un amore ossessivo e immenso per William. Non so da dove sia nato, né ho avuto la volontà (ecco la parola chiave) di cercare nei meandri del mio passato, la fonte di quest’amore.

Credo derivi davvero da un immenso attaccamento alla parola, al suo ritmo interiore, una sorta di venerazione estatica del suo potere. La parola e sarà sempre, una porta con cui poter accedere all’abisso o al paradiso.

O a entrambi.

La parola è magia e manipolazione, ha significati diversi, crea e distrugge. È l’incantesimo da sempre usato come legamento o come muro per distanziarci dagli altri. Pasta una parola per scatenare una guerra, basta la stessa per portare la pace. Può decidere il futuro di miliardi di persone soltanto ingabbiandoli in sé stessi, divorandoli, mangiandoli, consumandoli.

Al tempo stesso può suscitare grandi ideali, spingerci alla ribellione.

La parola è l’inizio e la fine.

Da un verbo nacque il mondo, e forse da un verbo morirà lo stesso mondo. Fine e inizio, bellezza e distruzione. Ecco cosa ci affascina di quei versi che il mio, anzi il nostro Will, fa scorrere liberi sulle bianche pagine, con quell’inchiostro che assume il religioso significato di sangue dell’anima, nero, come spesso è nera la nostra profondità istintuale. E lo stesso nero è foriero non di morte ma di vita, poiché assorbe ogni colore, cosi come la parola assorbe le nostre emozioni, e se ne nutre, come il vampiro Carmilla, bellissimo e terribile.

E la parola in questo testo è la padrona. Frasi, aggettivi, e un solo filo conduttore To Will. Non è solo il nome del nostro mentore, ma anche il sinonimo di volontà. E mi sono resa conto, leggendo Cinzia, che ogni sua opera è volontà. Volontà di ribellarsi al femminicidio nella storia, inquietante e tragica, di Desdemona, tradita dall’amore. Ma a sua volta capace di esercitare la volontà di non cedere sotto le mani crudeli del suo carnefice salvando di Sua Volontà quel grido di vita, che la porta a restare fedele non al suo uomo, ma all’amore che essa stessa salva fino all’estremo sacrificio. Desdemona non ammette una colpa che non ha. Non chiede perdono, chiede solo un ultimo istante in cui inondare il suo attimo di parole. Non ammetterà mai l’errore perché chi ama non erra. Chiede solo un minuto per tornare a colorare il sentimento di bellezza tale da sconfiggere una morte ingiusta.

E cosi il primo femminicidio si colora di poesia, quasi a rendere più evidente la bestialità di un amore malato.

Cinzia e forse io siamo Desdemona quando non nascondiamo la nostra alterità al mondo, senza giustificarci per quegli attimi in cui non siamo presenti ma viviamo in una dimensione irraggiungibile, dove possiamo essere demiurghi della nostra esistenza. E siamo Ofelia che davanti alla vergogna, davanti alla privazione di ciò che abbiamo di più caro, decide non di rivestire la pelle scomoda della Maddalena redenta, ma di poter dire ancora una volta la sua ultima parola:

Ricorda.

Ricorda il male che ci fai uomo quando tradisci i nostri sogni. quando invadi la purezza del nostro virgineo candore con la lordura delle tue ossessioni e fragilità. Quando rubi l’innocenza e te ne vanti. E noi non saremo lì a piangere, urlare, prostrarci davanti alla vergogna. Noi preferiamo morire ma morire con dignità. Preferiamo abbracciare la pazzia e essere scomode, derise, piuttosto che cedere. La volontà di essere fino all’estremo sacrificio.

E siamo Giulietta.

Seduttiva e candida. Decisa bere l’amaro calice e a portare dentro di sé tutto il peso della scelta, quella che la spinge a amare per due, perché Romeo non riuscirà mai a farlo meglio di lei. Perché in fondo Romeo non rinuncerà mai a essere uomo, un Montecchi, un dominatore. Sarà Giulietta la protagonista, quella che eserciterà il diritto di scelta, e anche quello di sbagliare.

La volontà.

Ed è quella che accompagna questo libro, la volontà di una donna di non rinunciare mai a essere se stessa, strana, anacronistica, originale, ma profondamente dedita all’io.

E in questo libro femminile e eterno, io danzo tra le parole e la loro bellezza assieme a Cinzia, ringraziandola di avermi reso partecipe di quel mondo incantato, forse un po’ al rovescio, una tana del bianconiglio dove uno scoglio è un castello e dove un cielo è semplicemente il nostro regno.

 

 

Intervista di Alessia Mocci a Giancorrado Barozzi: vi presentiamo Altruismo e cooperazione in Pëtr A. Kropotkin. A cura di alessia Mocci (http://oubliettemagazine.com/2018/04/16/intervista-di-alessia-mocci-a-giancorrado-barozzi-vi-presentiamo-altruismo-e-cooperazione-in-petr-a-kropotkin/)

 

[…] Ogni corporazione d’artigiani praticava in comune sia la vendita dei prodotti che gli acquisti in comune delle materie prime, e i suoi membri erano al tempo stesso mercanti e lavoratori manuali. Perciò il predominio raggiunto dalle antiche corporazioni, nella fase iniziale di vita della libera città, assicurò al lavoro manuale l’alta posizione che occupò in seguito nella città stessa. Infatti, in una città del Medioevo il lavoro manuale, stando a uno dei ‘misteri’, era considerato come un pio dovere verso i cittadini, una funzione pubblica, e, qualunque fosse, era sempre onorevole.” ‒ “Il Mutuo Appoggio” ‒ Digest”

 

Storico di formazione, Giancorrado Barozzi dal 1986 al 2000 ha diretto l’attività scientifica dell’Istituto Mantovano di Storia Contemporanea.

 

Per conto della Regione Lombardia e di altri Enti ha realizzato ricerche nei campi della storia sociale, delle tradizioni del lavoro e della narrativa orale.

È direttore della collana “Il Pasto Nudo, assaggi di antropologia” per la Negretto Editore con la quale ha pubblicato “Cartiera Burgo. Storie di operai, tecnici e imprenditori nella Mantova del Novecento” e nel 2013 “Altruismo e cooperazione in Pëtr A. Kropotkin”, saggio che presenta il Mutual Aid del filosofo e scienziato russo Kropotkin ed il Digest della scrittrice americana Miriam Allen deFord.

Giancorrado Barozzi è stato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande che ci mostrano la sorprendente modernità delle teorie di Kropotkin.

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A.M.: Ciao Giancorrado, vorrei iniziare congratulandomi per la pubblicazione di “Altruismo e cooperazione in Pëtr A. Kropotkin”, opera di divulgazione del pensiero del filosofo e scienziato russo Pëtr Alekseevič Kropotkin. Il saggio è stato pubblicato a centosettant’anni dalla nascita del filosofo russo (Mosca, 9 dicembre 1842 ‒ Dmitrov, 8 febbraio 1921) per commemorare questo grande intellettuale ormai quasi del tutto sconosciuto in Italia. La mia prima domanda ci porta alla genesi del libro: quando hai conosciuto Pëtr Alekseevič Kropotkin e perché nasce la necessità di divulgare il suo pensiero?

Giancorrado Barozzi: È una lunga storia. Tra i sedici e i diciotto anni d’età (quindi tra la fine del 1966 e il 1968, essendo nato nel 1950) avevo letto per la prima volta, o meglio “divorato”, molti libri di Kropotkin, credo tutti quelli che allora erano già tradotti in italiano, da Memorie di un rivoluzionario a La conquista del pane, da Campi, fabbriche e officine ad, appunto, Il Mutuo Appoggio, e così via. A quel tempo, frequentavo il liceo e, nel tempo libero, collaboravo assiduamente alle attività di un circolo culturale della mia città, intitolato alla memoria dell’avvocato e conferenziere anarchico del XIX sec. Luigi Molinari. Dopo l’alluvione veneziana (oltre che fiorentina) del 4 novembre 1966, la minuscola bibliotechina circolante del “Molinari” si trovò di colpo arricchita per l’arrivo di numerosi volumi di saggistica libertaria, provenienti dal circolo anarchico di Venezia, i cui locali erano stati completamente sommersi. Gli autori di quei libri salvati dalle acque, alcuni piuttosto malconci e in edizioni dei primi del Novecento, erano, in prevalenza, Malatesta, Bakunin, Herzen, Arscinov e, appunto, Kropotkin. Negli anni a seguire, quelle letture costituirono per la mia mente un cibo essenziale. In particolare, su tutti gli altri autori, Kropotkin mi parve offrire, ne Il Mutuo Appoggio, un’interpretazione realistica e costruttiva delle società umane e della loro storia. Visione per nulla “utopistica”, basata sull’esercizio della cooperazione e della reciprocità: valori che, in quella stessa stagione, di fatto, io vidi messi in pratica da parte delle tante squadre di giovani volontari che, come me, si recarono a Firenze, convenuti da ogni parte d’Italia, per aiutare la città alluvionata a risollevarsi. Si trattava insomma di quella generazione di nati nel dopoguerra che il regista Giordana, nel titolo pasoliniano dato al suo film, ha poi voluto chiamare La meglio gioventù. Col passare degli anni, mi stupii notevolmente nel ritrovare, nel corso dei miei studi storici e filosofici, la presenza delle idee mutualistiche di Kropotkin, espresse quasi sempre senza alcuna indicazione della fonte, nelle opere di altri autori di culto, dal Saggio sul Dono dell’antropologo Marcel Mauss sino agli scritti recenti della brillante saggista statunitense Rebecca Solnit. Segno che il pensiero di questo vecchio scienziato russo non era affatto cosa morta, ma anzi doveva essere riuscito a penetrare in profondità, sia pure (come ho detto) quasi sempre in incognito, in quelle che consideravo, e tuttora considero, le più avanzate manifestazioni del pensiero e della pratica sociale del nostro tempo. S’imponeva dunque con urgenza, a mio parere, il compito di ridare “a Cesare quel che è di Cesare”, ossia rivelare ai lettori del nostro tempo il peso dell’effettiva influenza esercitata dal pionieristico, quanto purtroppo ‒ qui da noi ‒ misconosciuto, pensiero di Kropotkin su una vasta schiera di epigoni. Inoltre era per me un obiettivo indispensabile contrapporre all’effimero trionfo dell’egoismo, che sembra pervadere ogni angolo della nostra società, i valori perenni e duraturi (ma che non fanno notizia sui media) dell’altruismo e della cooperazione, senza i quali l’intero nostro mondo crollerebbe all’istante.

A.M.: Nel primo capitolo “Egoismo o altruismo” rifletti sul contrasto tra angelico e diabolico portando avanti la tesi della vittoria dell’altruismo sulla sopraffazione ‒ seppur quest’ultima esistente e continuamente visibile ‒ con il ragionamento per il quale nonostante guerre, cataclismi ed ingiustizie di ogni tipo l’essere umano abita ancora la Terra ed è alla continua ricerca di soluzioni per il quieto vivere. “Altruismo e cooperazione in Pëtr A. Kropotkin” è stato pubblicato nel 2013, dunque a distanza di cinque anni hai modificato il tuo pensiero oppure continui a vedere la vittoria dell’altruismo?

Giancorrado Barozzi: Di primo acchito, potrei cavarmela col dire: dipende dai punti di vista. C’è chi, ad esempio, vede il bicchiere che tiene tra le manimezzo vuoto e chi invecegiudica il medesimo bicchiere mezzo pieno. Ma, considerando la questione fuori di metafora e nel suo insieme, non si tratta di far prevalere, attraverso scelte infondate, il pessimismo o il suo contrario: l’ottimismo. Il mondo non va nel modo in cui noi lo percepiamo o come vorremmo che andasse. C’è da essere consapevoli delle gravi deformazioni soggettive imposte alla realtà dal lavorìo della psiche umana e delle mistificazioni dicoloro cheriducono l’intera storia dell’umanità a un perenne contrasto tra il “bene” e il “male”. A tale proposito i miti e le religioni avevano offertoall’umanità degli splendidi tentativi di soluzione del problema, o meglio dei suggestivi appigli per la rassicurazione collettiva. Credenze campate in aria, poiché basate su argomenti di fede del tutto privi di fondamento scientifico. La questione va impostata diversamente, facendo appello alla scienza e superando le suggestioni culturali, psichiche e religiose, che hanno condizionano l’umanità nel passato e, credo, continueranno a farlo anche in futuro, perché l’essere umano preferisce le illusioni alla realtà. Un valido punto di partenza per uscire da questa empasse ci è dato dagli studi sull’evoluzionismo compiuti nel XIX secolo da un naturalista inglese, Charles Darwin. È a partire dalle sue acquisizioni, ormai pienamente assodate in campo scientifico, ma purtroppo ancora insufficientemente metabolizzate dalla cultura dominante, che gioverà muovere i passi per rispondere al grande dilemma morale “egoismo o altruismo” che ha tenuto impegnate le menti più acute di questi ultimi due secoli. Le quali, a loro volta, hanno finito però col dividersi in due grandi fazioni: da una parte i fautori del cosiddetto “darwinismo sociale”, fondato sulla legittimazione dell’“egoismo” (Dawkins), ossia della supremazia del più “adatto” e/o del più “forte” sulla massa degli “inetti”, e dalla parte opposta i sostenitori del “mutualismo”, della cooperazione di gruppo, della disponibilità a mettere al servizio degli individui della stessa specie le proprie doti e capacità, in vista del conseguimento di un bene comune. Posizione, quest’ultima, compiutamente formulata, forse per la prima volta, in virtù dei suoi studi compiuti in campo zoologico e sociologico, da Kropotkin, e in seguito convalidata, attraverso un’ininterrotta catena di osservazioni scientifiche realizzate da studiosi di enorme valore (Hamilton, Price, Gould). Dopo la lettura del Mutual Aid di Kropotkin, è stato proprio lo studio delle opere degli scienziati che ho qui menzionato, appartenenti alla seconda corrente del darwinismo, ad avermi pienamente convinto (come lo sono tuttora) a schierarmi dalla loro parte e a prendere invece le distanze dalle teorizzazioni sul “gene egoista” formulate dallo zoologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins, il quale, in ultima analisi, non ha fatto che riproporre la vulgata del vecchio “darwinismo sociale”, posizione scientificamente assai debole, oltre che politicamente reazionaria (sebbene, sul piano scientifico, essa sia pur sempre preferibile ai vaneggiamenti dei “creazionisti”, i quali respingono in blocco la teoria darwiniana dell’evoluzionismo).

A.M.: “The Mutual Aid, a factor of evolution” è stato pubblicato a Londra nel 1902 ed è ancora di grande interesse per le teorie portate avanti sul mutuo appoggio eppure risulta arduo aver in mano una copia del libro malgrado le numerose ristampe che si sono susseguite non solo in Italia ma in tutto il Mondo nel corso del XX secolo. Come spieghi questa difficoltà?

Giancorrado Barozzi: Come ho già detto, dagli inizi del Novecento sino ad oggi, l’idea del “mutualismo” si è venuta radicando sempre più presso certi ambienti scientifici e culturali, e il risultato delle ricerche di Kropotkin è stato plagiato e saccheggiato a man bassa da illustri studiosi, che se ne sono appropriati, spesso senza renderne però il giusto merito al loro principale ispiratore. Le motivazioni di questa sorta di congiura del silenzio, in ambito scientifico, sul nome di Kropotkin dipendono dal fatto che l’autore russo fu, oltre che un valente scienziato, anche un acceso propagandista dell’anarchia che, ritengo a torto, era considerata dai benpensanti un’utopia politica. Ammettere, da parte degli scienziati accademici appartenenti alla cultura ufficiale, che il padre della corrente mutualistica del darwinismo era un “utopista” in politica, avrebbe, stando a loro, finito col compromettere anche la parte “buona” del suo pensiero, quella basata sulla ricerca sperimentale che aveva portato alla scoperta delle teorie espresse nel Mutual Aid. Per questo motivo gli scienziati evoluzionisti, per lungo tempo, hanno preferito evitare di fare il nome di Kropotkin, ponendo una sorta d’interdetto su di lui, pur ponendosi, d’altra parte, nel vivo delle loro ricerche, tacitamente sulle orme di questo stesso autore. I libri di Kropokin, incluso il Mutual Aid, hanno avuto quindi una diffusione esclusivamente interna al circuito dei lettori interessati all’anarchismo, che ‒ com’è noto ‒ rappresenta una nicchia fortemente ristretta di lettori, oltre che fortemente ideologizzata, quando addirittura non settaria. Ecco perché il Mutual Aid, pur circolando in varie traduzioni in tutto il mondo, ha avuto una circolazione minoritaria e semiclandestina, affidata quasi esclusivamente a piccole case editrici legate alla propaganda del pensiero anarchico. Nel caso dell’Italia, ad esempio, il Mutual Aid fu tradotto, nei primi decenni del Novecento, un paio di volte, per merito, non a caso, di due esponenti dell’anarchismo italiano: Gaetano Panazzabe Camillo Berneri. Anche se va detto che, in un primo momento, tra il 1890 e il 1896, quando il pesante interdetto nei confronti di Kropotkin non si era ancora manifestato, la sua opera aveva cominciato a diffondersi, a puntate, attraverso il massimo organo ufficiale del darwinismo, la rivista londinese «The Nineteenth Century». Di lì a poco però, su diretta istigazione del suo più accanito avversario in campo scientifico, il “darwinista sociale” Thomas Henry Huxley, che lo tacciò di “utopista”, Kropotkin fu ostracizzato dalla società scientifica londinese ed estromesso dalla loro rivista. Da quel momento in poi il suo nome rimase confinato unicamente entro la ristretta cerchia dei suoi estimatori politici. Il che finì col nuocere gravemente, nei confronti dell’opinione pubblica, alla sua popolarità.

A.M.: Il 1900 è stato alimentato da un’accesa discussione sulle origini dell’altruismo e le tesi di Kropotkin sono state al centro dei salotti di tutta Europa ed America. Qual è il maggior oppositore del filosofo russo?

Giancorrado Barozzi: Come ho già detto, l’evoluzionismo mutualistico di Kropotkin riscosse, sin dal primo momento, un notevole interesse presso gli ambienti scientifici dell’epoca, in quanto esso veniva a inserirsi nel contesto più ampio del dibattito, allora in auge, intorno alle interpretazioni delle teorie darwiniane. Gli articoli di Kropotkin pubblicati alla fine del XIX secolo sulla rivista «The Nineteenth Century», che costituirono il primo abbozzo del Mutual Aid, si ponevano infatti in stretta sintonia con l’opera di Darwin, in particolare col libro The Descent of Man (L’origine dell’uomo), dato alle stampe nel 1871, nel quale il padre dell’evoluzionismo mitigò la componente “egoistica” della propria teoria dell’“adattamento”, così come lui stesso l’aveva in precedenza espressa ne L’origine della specie (1859), riconoscendo nella sua nuova opera il valore effettivodella cooperazione e dell’altruismo. Valore invece ostinatamente negato, ai fini evolutivi, negli scritti di Huxley, il quale, dopo la morte di Darwin, si autoproclamò custode assoluto del “verbo” del maestro, meritandosi l’appellativo di “mastino di Darwin”. Nel Mutual Aid Kropotkin polemizzò in tono esplicito contro Huxley e la sua rigida interpretazione del darwinismo, fondata sulle opere del primo Darwin, senza tenere in debito conto le integrazioni contenute ne L’origine dell’uomo. La polemica tra i due contendenti, avviata sulle pagine della rivista londinese, finì col travalicare i confini disciplinari, trasformandosi da scientifica in politica. Alla fine Huxley, in quel contesto, ebbe la meglio, bollando come “utopista” il proprio rivale, senza peraltro riuscire a confutarne le osservazioni di carattere squisitamente scientifico. A ben vedere, la polemica si è venuta a protrarre per oltre un secolo, ben oltre le morti dei due rivali (nel 1895 Huxley e nel 1921 Kropotkin), coinvolgendo alcune delle le migliori menti sia al di qua che al di là dell’Atlantico. Durante questo periodo, nel prosieguo della polemica scientifica, il nome di Kropotkin venne tuttavia a eclissarsi, per le motivazioni che precedentemente ho già esposto. E fu soltanto nel 1988, in un articolo comparso su «Natural History», poi ripreso in un fortunato libro del 1991, che il paleontologo e noto divulgatore scientifico Stephen Jay Gould osò rompere la congiura del silenzio e proclamare i reali meriti dello scienziato russo, individuando (giustamente) in lui l’autentico capostipite della corrente evoluzionistica che, per semplificare, potremmo definire “sinistra darwiniana”. Così anche il mio libro prende le mosse dalle “rivelazioni” fatte da Gould sui meriti scientifici di Kropotkin. L’obiettivo principale del libro che ho scritto, proseguendo sulle orme di Gould, è infatti quello di riscoprire più a fondo il ruolo di primo piano avuto da Kropotkin in campo scientifico; ruolo troppo spesso offuscato da una considerazione unilaterale (sia da parte dei suoi seguaci che dei suoi detrattori) della attività da lui svolta in campo politico. È insomma il Kropotkin scienziato che, in primo luogo, ho voluto ricollocare al posto d’onore nei confronti dell’umanità intera, e non più celebrare solo il profeta politico unicamente apprezzato dai seguaci dell’anarchismo. Anche se, va detto, non è possibile scindere in due parti nettamente distinte e non compenetrabili tra loro, la complessa personalità (scientifica e politica) di quest’uomo di genio. 

A.M.: Nel settimo capitolo del tuo saggio, “Il dono: Mauss e Bataille”, tratti delle documentazioni di Kropotkin sui “selvaggi” con un passaggio sugli eschimesi, i quali esercitando l’uponcommunism ponevano rimedio all’accumulo di ricchezza con la distribuzione collettiva dei beni. Come e perché avveniva questa concessione? Ed attualmente ci sono popolazioni ‒ sebben ridotte ‒ che attuano la suddivisione delle ricchezze?

Giancorrado Barozzi: Nel secondo capitolo del Mutual Aid, dedicato al Mutuo Appoggio tra i Selvaggi, Kropotkin affronta il tema del “dono”. Come tu hai detto, in alcune pagine della mia introduzione ho segnalato le fonti da lui utilizzate per la stesura di quella parte del libro che tratta della reciprocità e della cooperazione presso quelle popolazioni che oggi definiremmo “d’interesse etnologico”. Ho inoltre rivelato i numerosi “prestiti” da Kropotkin realizzati da alcuni autori, anche di chiara fama, che hanno ripreso (come al solito senza citare la fonte) le considerazioni sul “dono” già esposte nel Mutuo Appoggio. Kropotkin attinse, a sua volta, le notizie per la stesura di questo capitolo dal libro di un antropologo suo carissimo amico, oltre che stretto collaboratore in campo politico: Élie Reclus, fratello del geografo Élisee Reclus, anch’egli anarchico. Nel 1891 Élie Reclus pubblicò a Londra una raccolta di studi etnologici, dal titolo Primitive Folk, nei quali descrisse le usanze di alcune popolazioni “primitive”, tra le quali gli Inuit (uno dei gruppi etnici in cui sono divisi gli Eschimesi) del circolo polare artico e i pellerosse del Nord America. Egli osservò che presso questi popoli vigeva una curiosa pratica di sperpero delle ricchezze che contraddiceva i principi fondamentali dell’accumulazione capitalistica, dominanti invece nel mondo Occidentale. Una volta raggiunto un certo livello di ricchezza, le famiglie Inuit disperdevano tutti quanti i loro beni a beneficio dei membri più poveri della comunità, tramite doni e feste rituali. Una pratica analoga era in voga anche presso alcune tribù native della costa nord-occidentale del Pacifico. Nei secoli scorsi quest’usanza, definita a livello locale in vari modi, ma ben nota presso gli antropologi del giorno d’oggi col termine Potlach (tradizione ora, credo, non più in uso a causa dell’avvenuta distruzione delle culture indigene da parte dell’uomo bianco), fu osservata dal vivo e minutamente descritta da una vasta serie di viaggiatori europei del XVIII e XIX sec., rigorosamente citati nel libro di Reclus. Fonti che ricompaiono intatte, guarda caso, anche nelle note del Saggio sul Dono pubblicato negli anni ’20 del Novecento dall’antropologo francese Marcel Mauss, in cui viene ripresa, pari pari, anche la teoria della reciprocità tra i “selvaggi” già esposta da Kropotkin nel secondo capitolo del Mutual Aid. Guarda caso, Mauss non cita affatto però, tra le numerose fonti del proprio contributo scientifico, né il nome di Kropotkin né quello di Élie Reclus. Poiché questo scritto di Mauss è ritenuto, giustamente, un autentico classico del pensiero antropologico, mi sono sentito in dovere di richiamare l’attenzione dei lettori di oggi sulle fonti principalidi quel libro (appunto, le opere di Kropotkin e di Reclus) totalmente, quanto inspiegabilmente, passate sotto silenzio dall’antropologo francese.

A.M.: Ci sono altri autori che stimi profondamente e di cui vorresti divulgare il pensiero?

Giancorrado Barozzi: Dato che Kropotkin, per le sue prese di posizione politiche libertarie fu tacciato, sia da destra che da sinistra, di essere un “utopista”; dopo lo studio che ho condotto sulla dimensione scientifica, a mio parere (ma anche di S.J. Gould e di altri naturalisti) tuttora pienamente valida, della sua opera, ho preso a orientare i miei principali interessi in due diverse direzioni, sempre pronte però a contaminarsi l’una con l’altra. Una parte delle mie ricerche si è dunque focalizzata sull’eredità del “mutualismo”, fondato da Kropotkin, in campo scientifico, privilegiandole opere di due grandi scienziati, purtroppo in Italia ancora poco noti al grande pubblico. Mi riferisco a George Price e a William Donald Hamilton, ai quali si deve, tra l’altro, la formalizzazione algebrica della cosiddetta “legge dell’altruismo”. I lettori che conoscono The Selfish Gene (Il Gene egoista) di Richard Dawkins, un fortunato libro di divulgazione scientifica che risale a qualche decennio fa, e che ha avuto una discreta diffusione anche in traduzione italiana, avrà già sentito i nomi di questi due scienziati. Va detto però che Dawkins, dichiaratosi un seguace del “darwinismo sociale” propugnato da Huxley, pur avendo dovuto citare (per il loro valore scientifico) Price e Hamilton, cercò tuttavia nel suo libro di sminuire la portata delle loro scoperte. La cultura italiana misconosce ancora, in gran parte, gli studi di questi due ricercatori, entrambi ahimè passati ormai a miglior vita. Per quel che mi sarà consentito di fare, vorrei perciò contribuire a divulgare la conoscenza delle loro vite (assolutamente esemplari) e dei loro studi presso il pubblico italiano. L’altro filone di ricerca che sto seguendo e che trae anch’esso origine dai miei studi su Kropotkin, si occupa della dimensione “utopica” del pensiero umano nei suoi molteplici aspetti: artistico, sociale e politico. Quale punto di partenza per affrontare questo viaggio nel mare magnum dell’utopia ho scelto di concentrarmi sull’opera di un autore sudamericano del Novecento, Darcy Ribeiro, che, proprio come Kropotkin, ha compiuto anch’egli poliedriche ricerche e sperimentazioni in vari ambiti dello scibile umano: dall’antropologia all’impegno politico, dalla pedagogia alla creazione letteraria, e altro ancora. Per le edizioni Negretto sto, proprio in questi giorni, curando la riedizione, in una nuova versione affidata a una valente traduttrice (Katia Zornetta), di un visionario romanzo scritto appunto da Ribeiro negli anni ’80, Utopia selvagem (Utopia selvaggia). In questo suo libro l’autore ha condensato, in forma giocosa e carnevalesca, i punti chiave di un suo originale progetto di trasformazione della realtà sociale, con particolare riferimento al contesto culturale afro-brasiliano, all’interno del quale egli stesso ebbe a operare in concreto, per la rinascita del proprio paese e per il miglioramento delle condizioni di vita dei ceti diseredati della sua terra. Salvo imprevisti, il libro, che ha il patrocino della «Fondazione Ribeiro» con sede in Brasile, dovrebbe uscire entro quest’anno. Dopodiché, assieme all’editore Negretto, penso di mettere in cantiere qualche altra pubblicazione, non più di genere narrativo, riguardante sempre il tema dell’utopia. 

A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?

Giancorrado Barozzi: È ormai da una decina d’anni che collaboro con questa casa editrice che è in prevalenza orientata alla pubblicazione di opere saggistiche d’argomento filosofico e di testi riguardanti i temi della prevenzione delle disabilità e del disagio sociale, della solidarietà e del cooperativismo. Ciò che più apprezzo in questo editore, che tra l’altro ha avuto il sangue freddo d’andare controcorrente decidendo di avviare la propria attività esattamente nel momento in cui ha avuto inizio la grave crisi economica mondiale che tuttora affligge l’Italia e il mondo intero, è la sua assoluta coerenza nelle scelte dei testi da pubblicare. Negretto mette in cantiere e realizza pochissimi libri all’anno, punta quindi sulla qualità e non sulla quantità delle proposte, non è (come invece molti altri suoi colleghi) un editore a pagamento, ma sceglie personalmente e con la massima cura le opere da inserire nel suo catalogo, coadiuvato ovviamente, nelle scelte e nella cura dei volumi, dai direttori delle sue collane editoriali. Il Pasto Nudo, la collana di storia sociale e antropologia, che ho l’onore di dirigere, presso le edizioni Negretto, si propone di avvicinare nuovi lettori a interessarsi delle scienze umane. I libri della collana toccano temi d’attualità o argomenti rimossi, quali i sogni, l’inconscio, il mondo magico, le paure e le utopie. A tutt’oggi la collana ha al suo attivo l’edizione di tre volumi, più uno in preparazione (Utopia selvaggia di Darcy Ribeiro). Non vorrei passare per quell’oste che dichiara di avere sempre e solo del buon vino, ma in coscienza mi sento di consigliare ai lettori, sia che essi siano lettori forti e cultori d’antica data delle scienze umane, che principianti assoluti di queste discipline, di accostarsi con fiducia ai testi della nostra collana, la quale ha almeno tre pregi: l’originalità e notevole interesse scientifico delle sue proposte tematiche, l’assoluta chiarezza e comprensibilità della scrittura che aspira a rendersi accessibile a ogni genere di lettore, e infine l’estrema cura della veste editoriale (dalla grafica delle copertine, alla scelta dei caratteri e corpi di stampa, ecc.). Voglio infine cogliere l’occasione per lanciare qui un appello agli autori d’inediti che riguardino i temi specifici di questa collana, che è interdisciplinare, ma ha una sua interna coerenza: la collana Il Pasto Nudo è alla costante ricerca di nuove “voci” da inserire nel proprio catalogo. Per sottoporci, in valutazione, una proposta di pubblicazione raccomando di rispettare i seguenti criteri: inviare all’editore Negretto, in formato digitale o cartaceo (a scelta dell’autore), una sintetica sinossi del proprio libro, purché inedito, assieme a un breve specimen del testo (max10 pagine), non inviare manoscritti completi, e astenersi dal proporre la riedizione di testi già in precedenza pubblicati da altri editori. Nella collana da me diretta si pubblicano solo saggi inediti, o nuove traduzioni di autori stranieri, su originali temi d’antropologia e di storia sociale.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Giancorrado Barozzi: Il bello della vita è sorridere‒ Darcy Ribeiro, Utopia selvaggia, XV capitolo

A.M.: Giancorrado ti ringrazio per questa interessantissima chiacchierata augurandomi che i lettori possano iniziare a prendere in considerazione le teorie di Kropotkin. Ti saluto con le parole di Carl Gustav Jung: “Si sopravvive di ciò che si riceve, ma si vive di ciò che si dona.

Written by Alessia Mocci

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Fonte

http://oubliettemagazine.com/2018/04/16/intervista-di-alessia-mocci-a-giancorrado-barozzi-vi-presentiamo-altruismo-e-cooperazione-in-petr-a-kropotkin/