“Il commercio degli angeli rosa” di Dalila Speziga, Mauro Miotti editore. A cura di Alessandra Micheli

 

A tutte coloro che considerano romantica la violenza, poetico il maschilismo assoluto di un uomo che vede in te soltanto un corpo di possedere, consiglio di leggere il romanzo denuncia di Dalila. Se ne escono ancora convinte che il masochismo, il sesso estremo sia una ventata di freschezza allora sono completamente irrecuperabili.

E’ facile amare la trasgressione quando non si è vittime, ma questa superficialità nei rapporti è un insulto a quello che vivono milioni di bambine sfruttate, rapite private dell’innocenza. Qua, in questo romanzo è scritto nudo e crudo tutto l’orrore che una distorta concezione del femminile causa. Perché la vicenda di Wendy è responsabilità non soltanto di barbare usanze, di schifosi commerci, che usano la lussuria come la nuova frontiera dell’imprenditorialità.

Ma è responsabilità del modo con cui ogni cultura e sottolineo ogni, dalla più degradata alla più sofisticata, ancora considerano la donna. E ne sono testimoni i libri, gli spettacoli TV, i giornali che ancora reiterano la concezione che, in fondo la donna è materia e soltanto uso e manufatto a favore della bestialità umana.

E invece Dalila dice no. Un no coraggioso e sofferto che si evince da ogni pagina, con la forza indomita di descrivere situazioni al limite dall’orrore senza cedere al disgusto che si avverte in ogni riga. Si perché la nostra giovane autrice partecipa davvero alla vicenda. La racconta con toni che oscillano tra il dolore e l’indignazione perché sa che è un caso del fato che lei si trovi dall’altra parte. E diventa una missione il poterlo denunciare; anche nel suo piccolo può modificare la vita di ogni bambina sfruttata.

Dalila sa che scrivere è potere e usa questo potere non per guadagnare, ma per plasmare un alternativa valida a un mondo che continua imperterrito a sottomettere la donna. E Dalila tratteggia una realtà, a volte le costa lacrime e sangue, non solo per la fatica fisica ma per il pathos morale di certe descrizioni, perché sa che esistono che sono attendibili che accadono sempre e accadranno ancora se non si alza la voce, se no si dice no.

Eppure riesce a dare un soffio di speranza con l’amore che illumina vite distrutte, con l’attenzione all’altro, con la solidarietà, quasi come se sussurrasse che a volte basta una mano tesa per non soccombere al male. E qua, il male, non è una sorta di demone cornuto, il male è tangibile, si presenta sotto forma di sete di denaro che porta a un irrispettoso agire di chi non vede oltre gli stereotipi di genere. Dalila piange descrivendo, con toni lievi e rispettosi, lo stupro come non soltanto una violazione del corpo ma dell’anima, atto schifoso, che desidera fortemente annullare la persona con una ferocia senza significato se non quella di un lontano rancore territoriale.

Come se Wendy, spersonalizzata e considerata un mero numero tre, fosse il capro espiatorio di ogni stupido contenzioso territoriale e economico. Come se l’essere umano valesse di meno di una moneta, di uno stato o di una bandiere.

E’ questa la libertà?

Il rivendicare la propria cultura spezzando vite?

Spezzando sogni?

No.

Dalila lo dice chiaro: la presunta pretesa di combattere in quel caso l’occidente e ogni nemico, è una scusa.

L’intento vero  è stabilire un ordine sociale di vittime e carnefici, di esseri superiori che decidono la vita del diverso come se fossero loro Dio. Una bestemmia verso la vita, verso la donna che è stata relegata da angelo a utensile.

La donna come proprietà in cui conta solo la bellezza, l’attrattività, la disponibilità estorta con la coercizione. E Wendy si perde in quel labirinto di oscurità sottomettendosi soltanto per poter conservare la lucidità mentale, come se il suo animo le desse la resistenza necessaria per non cedere. Cedere significherebbe far vincere quel mondo osceno che è stato instaurato per paura e debolezza. Si perché i carnefici di questa ragazzine sono esseri deboli, esseri che sostituiscono la sicurezza di se con la brutalità, schiavi essi stessi, di impulsi bassi e beceri, incapaci di partecipare alla vita conquistandosi un loro esclusivo posto al sole.

 Una cultura impregnata di questo tipo di fragilità si rifà a spese di anime sognanti, piene di possibilità come se distruggere bambine fosse un modo vampiresco di succhiarne le energie. Descrive tutto questo orrore Dalila senza rinunciare alla delicatezza, senza indugiare nella morbosità, un rispetto per le vittime, per quel dolore che è una voragine di abisso nel cuore di donne coetanee o addirittura, più piccole. Lo fa a volte con un mormorio, come a voler rassicurare le vittime durante quegli orrendi attimi. Eppure non può non piangere con loro, arrabbiarsi, disprezzare, urlare che il suo racconto è orribile, non orribile per la scrittura ma per l’argomento trattato.

E per dare un senso a questo “raccapriccio” ecco che l’autrice mette un raggio di speranza in quel buio oscuro: l’amore. Un amore che è reale e curativo, che lenisce ferite ma che, soprattutto dona coscienza.

E’ grazie all’amore per Wendy che Darehes rompe il legame con la sua famiglia, con un’eredità scellerata e sceglie finalmente una vita diversa. E’ l’amore che non permette a Wendy di morire dentro, ferita, sporca ma non del tutto annientata.

Un libro forte, nonostante la delicatezza di una giovane autrice che ha il coraggio di imporsi diversamente sulla scena letteraria, diversa dalle sue coetanee perse in un rincorrere la scabrosità scenica dei testi , un libro che a tratti è cosi forte da toglierti il respiro ma che leggi senza sosta, accompagnata dalla mano forte seppur a volte tremante di una ragazza come loro, che si fa portavoce di tutti quei gridi inascoltati. Non so perché un libro del genere non è alla prime classifiche. So che è diventato parte nella mia anima, il libro che darei a mia figlia, che farei leggere nelle scuole perché la voce di Dalila, di Wendy di Savannah racconti e non smetta mai di raccontare l’orrore. Perché soltanto raccontandolo lo si può sconfiggere:

 

Raccontai tutto quello che mi era successo senza battere ciglio, erano la mia lingua e la mia bocca a parlare, non il mio cuore. Una volta che si riesce a non far parlare il cuore, si soffre meno e si dice di più.Non avrei mai creduto che ripercorrere passo per passo i miei anni passati in quell’incubo potesse essere così liberatorio, mi sentivo più leggera, anche se mi sentivo ancora sporca,con la consapevolezza che non sarei più potuta tornare pulita proprio come quando era ancora attaccata alla gonna di mia madre.

 

Con le lacrime che ho versato nel avventurarmi in un luogo orribile, ma esistente emozionandomi,  sbraitando la mia indignazione, ringrazio questa piccola grande donna, perché è grazie a scrittrici come lei, che la letteratura torna a reclamare il suo posto non soltanto nelle arti e nella bellezza, ma anche nella responsabilità e nell’impegno sociale.

 

“La condizione della donna nel Medioevo” di Giovanna Barbieri ( Fonte http://www.italiamedievale.org/sito_acim/contributi/condizione_donna.html)

 

Fisicamente deboli e moralmente fragili le donne nel Medioevo erano viste come esseri da proteggere, sia dagli altri che da se stesse. Nobili, lavoratrici cittadine, o religiose di un convento erano sottoposte alla sorveglianza e guida degli uomini. Non potevano sostenere un’attività in proprio, neanche dopo una vedovanza, infatti l’universo femminile era limitato dalla legge della corporazione, la quale stabiliva che ogni amministrazione doveva essere integrata da un uomo.

 

Contadine

Le contadine lavoravano pesantemente per mantenere la famiglia, spesso numerosa. Sposate in età fertile e giovanissime, spesso contro la loro volontà, mettevano al mondo dagli otto ai dieci figli, da accudire, nutrire, educare, molti dei quali morivano di malattia, malnutrizione o incidenti. Non avendo balie per la tutela dei bimbi più piccoli, questi erano lasciati in custodia a figlie in età della ragione (sei-sette anni) o suocera. Tuttavia molto spesso incidenti li menomavano o uccidevano: morsi di animali selvatici, annegamento, ustioni o cadute ponevano fine alla vita di bimbi dall’anno ai quattro. La preparazione del cibo quotidiano occupava molto tempo. Il camino, come lo intendiamo noi, non esisteva, c’era solo un focolare privo di canna fumaria, il fumo usciva dal tetto. I treppiedi, dove collocare padelle e paioli di rame o ferro, erano molti diffusi, la catena del focolare era per ricchi. I bimbi più piccoli l’aiutavano nel prelievo di acqua da bere e cucinare. Questa non si beveva mai pura, ma aromatizzata con spezie, frutta, erbe e aceto, l’unica possibilità d’evitare infezioni, considerando le grossolane tecniche per l’estrazione e la creazione di pozzi. La raccolta della piccola legna, l’accensione del fuoco e la sua sorveglianza spettavano sempre a loro. In casa erano responsabili anche della pulizia degli abiti (se di tessuto con cenere, altrimenti la lana veniva semplicemente spazzolata), casa e della tessitura.  All’esterno si occupavano principalmente della mietitura, fienagione, essiccazione del fieno, creazione di covoni di paglia, areazione del foraggio, potatura delle vigne e spremitura dei grappoli. La raccolta degli ortaggi, erbe medicinali, frutta spettava a loro, come pure la loro conservazione o lavorazione. Se la famiglia possedeva animali (galline, maiali e capre), spesso il nutrimento di questi era compito femminile, così come la creazione di burro e formaggio. Spesso in età tardo medioevale le donne gestivano la vendita di uova, prodotti conservati, tessuti, utensili d’artigianato prodotti dal marito.

 

Nobili

Nell’aristocrazia le donne vivevano sin dalla più tenera infanzia nel gineceo, occupandosi di lavori femminili, principalmente tessitura e ricamo, erano concesse in sposa molto giovani (a partire dai sette anni) e secondo la consuetudine dell’epoca costrette a vivere con la famiglia del fidanzato, in attesa dell’età consentita per maritarsi. Le nozze infatti erano considerate dai padri un mezzo per ottenere, mantenere potere. Il genitore si assicurava la loro sottomissione e obbedienza con promesse precoci di sposalizio, persuasioni e uso della forza, impedendo alle giovani generazioni, sia femminili che maschili, ingerenze di qualsiasi tipo. Inoltre il corpo femminile, prima e durante il matrimonio, doveva essere controllato e custodito, non solo dal marito, ma anche dalla suocera e domestiche, per assicurare alla casata legittimi eredi. La donna adultera era punita con la morte, mentre i mariti scoperti in tale reato ne uscivano impuniti. Molte volte accadeva che l’amante e i figli illegittimi vivessero nello stesso castello con la moglie, senza che questa potesse dissentire. Tuttavia non erano deboli, le nobili, una volta convolate a nozze, avevano il potere di comandare un’intera schiera di persone e tenere in mano le redini del feudo: controllavano il capocuoco per i pasti quotidiani, cuochi, panettieri, cameriere, ordinavano le spezie orientali per tempo, ispezionavano le lavanderie, la preparazione del burro, formaggio, vino e salatura della carne. Infine dedicavano molte ore della giornata alla tessitura, ricamo e cucito di capi di vestiario per l’intera famiglia, spesso molto numerosa. Tali matrimoni non duravano quasi mai più di dieci-quindici anni, in quanto erano condizionati dalle uccisioni in guerre per gli uomini e dalla pericolosità dei parti per le donne, le quali, nell’arco delle loro fertilità, mettevano al mondo circa otto-dieci figli, lasciandoli spesso orfani. Questa situazione favoriva il desiderio maschile di mogli  giovani, con grandi differenze d’età all’interno della coppia.

 

Borghesia cittadina: le commercianti

Anche nelle città, specialmente nell’alto Medioevo, le donne comandavano servitori di ogni sorta, numerosi quanto nelle campagne, a seconda della ricchezza e attività della famiglia. Si occupavano sempre di aiutare i mariti nella vendita di prodotti artigianali creati dalla famiglia: manici di balestre, tasche da sella, cinture di cuoio, speroni, saponi, pergamene, spezie importate dall’Oriente, lavori di tessitura e creazioni di filati di lana. Molti mestieri specializzati riguardanti la fabbricazione di pezze di lana venivano eseguiti nelle città: cardatura, pettinatura, filatura utilizzando rocche o fusi, tessitura su telai, eliminazione d’impurità con acqua bollente e sapone (eseguita dal lanaiolo), tintura (eseguita sempre dal lanaiolo), passaggio nella gualchiera per tirare e battere i tessuti in modo tale da renderli impermeabili e infine vendita del prodotto finito (eseguita dal lanaiolo). Nel XIII secolo gli affari dei commercianti nelle gilde o fraglie (in Veneto), comportavano calcoli spesso complicati ed era necessario sapere leggere, scrivere e far di conto, nacquero così scuole per ragazze borghesi tenute da beghine o suore dei diversi ordini che desideravano rompere il monopolio ecclesiastico e maschilista della cultura.

 

fonte http://www.italiamedievale.org/sito_acim/contributi/condizione_donna.html

“La foresta assassina” di Sara Baledel, Fazi editore. A cura di Ilaria Grossi

 

“ Metti un piede su una fessura, finirai in una valle oscura”

Hvalso, ai piedi di una quercia sacra si sta svolgendo un rito di iniziazione tra fratelli che hanno giurato col proprio sangue e il giovane Sune, il quale dovrà dare prova della sua virilità con una donna scelta per il rito, dinanzi alla confraternita e a suo padre.

Sune non accetta, scappa via impaurito, incredulo e smarrito.

Consapevole di aver assistito ad una tragica fine per quella giovane donna, Sune sembra essere stato inghiottito dalla foresta.

Un nuovo caso si prospetta per il detective Louise Rick, dopo un periodo di pausa dalla dolorosa vicenda che l’ha coinvolta a Corte Tiratore e la dura confessione di Renè Gamst.

La scomparsa di Sune riapre un vaso di pandora, ritornare in quei luoghi ben conosciuti da  Louise e guardare di nuovo in faccia gli “amici” di Klaus, il suo fidanzato, tutti complici di un omertà che minaccia guerra nei confronti di chi è pronto ad ogni costo, pur di scoprire la verità.

Renè Gamst è il primo a spezzare il silenzio, mettendo sul tavolo da gioco ogni carta al suo posto, solo che non si tratta di un gioco, ma di vita vera e persone scomparse e di cui non si hanno più notizie, persone morte in circostanze misteriose.

E persone che abilmente e in nome di un patto di fratellanza, hanno aiutato altri a nascondere.

 Neopaganesimo, riti sacrificali, patti di sangue, giuramenti di fedeltà sono la cornice di un quadro che ha come sfondo una foresta assassina, teatro di eventi tragici e concatenati tra loro.

Louise Rick, emerge dal velo di omertà che ha nascosto per anni una triste e dura verità dei fatti. Fondamentali accanto al caro collega Eik, sono Camilla e suo marito Friederick, vittime di minacce da parte di chi li considera scomodi.

Il passato ritorna come un fiume in piena ed è giunta l’ora di sfidare i propri demoni, la verità non avrà più motivo di nascondersi, crolla il muro di bugie e false convinzioni, perché la verità è solo una.

Con la foresta assassina, ogni tassello ritorna al suo posto, riscattando in parte un pezzo di vita della tenace detective Louise Rick.

Riconfermo con piacere, la bravura e il talento ipnotico di Sara Blaedel, la trama è ricca e ogni personaggio ha un suo ruolo ben preciso, tra fantasia e riferimenti reali è stata capace di plasmare una storia avvincente e di cui non si ha mai abbastanza, con forte tensione degli eventi e la giusta suspance.

Buona lettura

Ilaria

per Les fleurs du mal blog letterario