Torna la rubrica dei racconti editi e inediti, con “Il lanciafiamme” di Marco Marchetta

Nonno Sam portò le sue fotografie ai ragazzetti e attaccò.

Qualcuno sollevò gli occhi imploranti verso Johnny e questi ricambiò con sguardi truci: che non si permettessero di far capire al vecchio che ne avevano piene le scatole di quelle rimembranze.

Aveva anche fatto loro la lezioncina:

“Ragazzi, se andiamo da me lo sapete che ci piomba addosso il nonno. Se succede ancora non fategli capire che le sue storie non le vogliamo sentire. Quello svede per me, mi fa i regali.”

Però, pure per Johnny, sciropparselo mentre raccontava della guerra…

Non capitava sempre, però, perché il vecchietto se ne stava quasi sempre nella sua camera a sonnecchiare. Era come giocare a dadi: una volta ogni tanto usciva la combinazione, ossia il nonno che, accortosi dell’uditorio si precipitava a tormentarlo.

“E questa era la Yamato, ragazzi” continuava, implacabile; “era una corazzata, sapete? La mandammo a fondo: se avesse raggiunto Okinawa, con i rinforzi … ”

Non se ne poteva più e le facce di tutti lo urlavano.

“E qui c’è il nostro tenente O’Kelly con Buckner, il generale. Vedete le alture in quest’altra immagine? tutti nidi di topo, come dicevamo noi, con le mitragliatrici all’ingresso; qui si vede un mio compagno col lanciafiamme. Con un coso così mi lanciai contro il nido… .”

…E ciaf, ciaf” fecero all’unisono Ellen e Franky, convinti di dir bene per averlo sentito più volte, “tutto il fiammone dentro, a bruciare i musi gialli.”

Nel silenzio creatosi si vide il vecchio Sam, consapevole che gli si faceva il verso, raccogliere le foto e riguadagnare la stanza.

Johnny rimase per un po’ dietro quella porta chiusa pieno di vergogna per la petulanza del nonno, di rabbia verso i compagni e di chissà che altro. Gli sembrava di continuare a sentire, ovattatamene, ‘ciaf ciaf’ e ‘musi gialli’; ma forse era la sua immaginazione.

Nonno Sam, in verità, gira e divaga finiva per parlare sempre di quella sua azione bellica. Non era così rimbambito da aver dimenticato altri fatti di una certa rilevanza. Forse quell’unico suo atto di coraggio, fosse anche dovuto a incoscienza o disperazione, riscattava un’intera esistenza piatta e vuota.

Johnny era troppo piccolo per riuscire a fare queste considerazioni però intuiva che se fosse riuscito a dirgli: “Bravo, nonno!” quel mediocre soldato di quella battaglia di tanto tempo fa si sarebbe sentito meglio.

Forse l’elogio di un piccolo familiare avrebbe sostituito validamente una decorazione mai ricevuta.

Johnny rimase in forse per un po’; ma gli amichetti se ne stavano andando e lui corse a raggiungerli.

“KINTUSUKUROI” di Angela Molfetta

Stanca.
Si sentiva stanca e afflosciata come un sacco vuoto, come se avesse dato fondo a ogni energia residua senza possibilità di attingere a una fonte rinnovabile.
Quello che le era accaduto l’aveva duramente provata: se si guardava allo specchio si vedeva improvvisamente invecchiata, decaduta. Le rughe attorno agli occhi, un tempo brillanti e sfaccettati di luce e ora opachi e spenti, parevano solchi tracciati da un aratro di dolore che le lacrime avevano inaridito lasciandovi in superficie una crosta di sale. C’erano stati giorni in cui tutto le era parso inutile; anche cibarsi le era sembrato un vano tentativo di opporsi al nulla che avvertiva dentro e fuori di sé. In una settimana aveva perso un paio di chili che, nel suo esile corpo, facevano la differenza. Si trascinava stordita nell’inesorabile fluire dei giorni per puro istinto di sopravvivenza, atavico retaggio dell’essere animale. Le sue certezze erano state spazzate in un soffio, lasciandola spaesata a brancolare nelle stanze buie della sua mente, in cui l’interruttore della luce era tenacemente posizionato su OFF.Col tempo, dicevano, le cose si sarebbero sistemate e la vita avrebbe ricominciato a sorriderle, ma lei non era affatto sicura di avercelo, tutto quel tempo. Sentiva che dentro le si era frantumato qualcosa, impossibile da ricomporre.
Svogliatamente si mise a sfogliare la rivista che giaceva abbandonata sul divano dal giorno in cui l’aveva acquistata, nella speranza le tornasse almeno la voglia di leggere.A un tratto la sua attenzione fu attratta dall’immagine di un piattino di ceramica dalle strane decorazioni dorate. Le parve molto bello, prezioso. Si soffermò quindi sull’articolo che l’accompagnava.
Kintusukuroi, lesse, arte giapponese di riparare con l’oro il vasellame rotto, usando il prezioso metallo per saldarne assieme i frammenti, creando un intreccio di linee dorate unico ed irripetibile. Scoprì che la pratica era originata dall’idea secondo cui dalle imperfezioni e dalle ferite possa nascere una forma nuova di perfezione estetica e interiore.
Le parole le risuonarono in testa a scuoterla dall’anestetico torpore in cui galleggiava, squillando come una sveglia in un freddo mattino d’inverno.
Forma nuova.
Perfezione estetica.
Interiore.
Dalle ferite…
Perché celarle, allora? Perché vergognarsene? Perché chiudersi nello scrigno di una sofferenza di cui solo lei conosceva il valore?
D’impeto decise che avrebbe rimesso insieme i suoi pezzi, li avrebbe raccolti, ripuliti uno a uno e incollati con cura iniettandovi linfa nuova come polvere d’oro a risaltare le cicatrici, segni distintivi di un cuore che ha combattuto e forse anche perso.
Ma non per questo ha smesso di battere.

Molfy

“La nemica” Di Brunella Schisa, edito da Neri Pozza. A cura di Monica Maratta

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Nella Francia del XVIII secolo una truffa ai danni della regina e del cardinale Rohan, fu un evento che sconvolse l’intera nazione e rimase impresso nella storia della monarchia francese.

Una giovane donna ossessionata dall’idea di rivendicare la sua nobile nascita e a trovare un posto nell’alta società, contribuì alla decadenza dei sovrani nel periodo turbolento e incubatore degli ideali rivoluzionari.

Brunella Schisa, nel suo romanzo “La nemica” edito da Neri Pozza, ha arricchito di sfumature affascinanti i personaggi storici e ne ha costruiti altri di pura fantasia, inserendoli con grandi capacità narrative, in un’opera che è un’armonia letteraria. Lo scopo di un buon romanzo storico, non è soltanto narrare i fatti in sé, ma creare con pennellate di diversi colori e sfumature la complessa psicologia, le fragilità, le passioni dei personaggi come in un quadro che ne compone l’insieme.

Chi era, dunque, Jeanne de la Motte?

Scopriamolo attraverso le parole dell’autrice.

 

“A perderla è stato il suo orgoglio. Voleva essere riconosciuta come una Valois e risarcita della vita grama patita nell’infanzia. Il padre è morto in miseria quando lei aveva sei anni. Ha fatto la fame, ha mendicato e, grazie al suo spirito e alla sua bellezza, è riuscita a risalire gradino dopo gradino. Però mirava troppo in alto. Sposa un piccolo nobile di provincia, Nicolas de la Motte, e avrebbe potuto accontentarsi di una vita borghese, invece si mette in testa di ottenere i beni confiscati alla sua famiglia. Chiede a un amico avvocato di scrivere una petizione per ottenere la restituzione delle terre dei suoi avi. Non ha una lira ma deve arrivare a Versailles per presentare la sua petizione. Ha bisogno di prendere una camera in albergo, di vestiti, gioielli, senza i quali non può entrare alla reggia. Si indebita ma non riesce a superare la cerchia della minuta borghesia della città. Deve inventarsi qualcosa.”

 

Ciò che ho trascritto è inserito in un dialogo che avviene tra Marcel de la Tache, giornalista alle prime armi e lo zio redattore di un giornale locale che inneggia la monarchia. È la passione che muove tutto, e sarà proprio lei a incuriosire il giovane Marcel, personaggio di fantasia, su quella donna indomabile.

L’opera si apre, infatti, con uno scenario suggestivo che subito fa comprendere di quale pasta fosse fatta la de la Motte.

 

Chi era quella tigre inferocita? Quale delitto orrendo aveva commesso per essere frustata e marchiata col fuoco? Il giovane lo ignorava. Per troppi mesi era stato lontano da Parigi, lo zio lo aveva spedito a Londra a fare pratica in un giornale diretto da un suo amico, ed era tornato a casa da meno di una settimana. Cercò tra la folla un volto noto da interrogare, ma non riconobbe nessuno. Accanto a lui, un uomo con le braghe linde, un giustacuore di raso e scarpini di velluto tremava di sdegno: “Coprite quella troia, ci sono degli innocenti!” berciò.

In effetti, la disgraziata aveva le vesti lacerate; i seni, le cosce e le spalle erano esposti alla curiosità morbosa degli spettatori. La frusta del boia le aveva squarciato i vestiti ma non lo spirito. Sembrava che la disperazione non riuscisse a degradarla. Adesso, in quattro cercavano di metterla in ginocchio ma lei, pur avendo le mani legate, con uno slancio repentino riuscì a liberarsi e scappare.

 

Quel qualcosa Jeanne riuscì a inventarlo e, come un tornado distruttore, trascinò con sé diversi sciagurati, incurante delle loro sorti pur di arrivare allo scopo che le consumava la mente e il cuore.

 Jeanne de la Motte ordì un piano con l’aiuto del Conte di Cagliostro. Entrò in contatto con il cardinale Rohan il quale, nonostante non fosse apprezzato da Maria Antonietta, aspirava con ardore alla carica di Primo Ministro di Francia. L’ingannevole Jeanne approfittò del sogno dell’uomo per fargli credere di essere amica della regina e, perciò, in grado di aiutarlo.

Come lo fece?

Orchestrando una falsa corrispondenza tra i due. In realtà, Jeanne voleva impadronirsi del denaro del cardinale con la scusa che sarebbe stato destinato alle opere di carità della regina. Con quei soldi l’astuta donna poté ritagliarsi il posto nella società tanto agognato. È qui che compare la famosa collana di diamanti, ma non racconterò oltre per non sciupare al lettore la scoperta di un libro così bello.

“La nemica” è una storia di rivalsa, di menzogne, di una donna losca che irretisce, come un’amantide, chi accetta di seguirla in buona fede, per poi staccargli la testa con un morso. Eppure, alla fine, proprio lei sarà vittima della sua ossessione.

“Evadne. La sirena perduta” di Diana Al Azem, dunwich edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

 

Sotto il sole della città di Tarifa, protagonista silenziosa del romanzo, scorrono le vite di tre adolescenti, Eva, Aurora e Miky. Amici da sempre, si sostengono nella normalità quotidiana. L’ignoto li circonda , senza mai essere percepito, fino al giorno in cui tutto cambia. Una nuova compagna si unisce al trio che si considerava solido e impenetrabile e le abitudini si spezzano.

La gelosia di Eva nei confronti della sensuale e prorompente Sophia, “colpevole” di allontanare Aurora da lei e Miky, innesca un susseguirsi di circostanze ed episodi difficilmente spiegabili. Le teorie di Miky sull’esistenza di un mondo sottomarino sembrano sempre meno assurde.

In questo turbinio di emozioni adolescenziali il reale si intreccia col paranormale, i mondi si scontrano, la logica si sgretola, le verità vengono scoperte, le conseguenze coinvolgono tutti.  Eva, protagonista indiscussa del romanzo, è una giovane donna ribelle e appassionata, fedele nei rapporti di amicizia, onesta con se stessa e con il mondo tanto da accettarne la realtà che le si disfa sotto gli occhi per ricomporsi in tutt’altra forma.

L’amore e l’amicizia, sentimenti cardine , sono descritti nella assoluta profondità propria dell’età. Un romanzo per i giovani che tratta con sincerità e delicatezza emozioni senza tempo, come la gelosia, la passione, la lealtà, il coraggio. Se scaviamo nella profondità delle righe non possiamo fare a meno di voler andare oltre alla storia che lega il mondo umano con il mondo sottomarino delle sirene.

La purezza dei sentimenti, la grande forza del perdono, il legame tra una madre single e la figlia, la mancanza della figura paterna, la consapevolezza che si è più forti insieme, sono colonne portanti della storia e tasselli fondamentali di un mondo adolescenziale tanto quanto di un mondo adulto.

La trama è originale, ben scritta e scorrevole. Lo stile fresco e piacevole. L’autrice tratteggia con abilità i tratti caratteriali di tutti i personaggi. Li vediamo, li sentiamo attraverso le pagine, li riconosciamo nei dialoghi e negli atteggiamenti.

Il ritmo è coinvolgente, scopre con sapienza le carte fino a chiudere un cerchio, tiene attaccato il lettore con la promessa di nuove avventure.

Il mondo sottomarino governato da Poseidone si intreccia con quello umano. Il normale si scontra con il paranormale, che in questo caso coincide con la mitologia greca.

L’autrice riesce a rinnovare e  rendere fresco e giovane un mondo sepolto nella leggenda, confinato in manuali di studio; ma questi personaggi, dei, semidei, sirene e gorgoni, non ne vogliono sapere di restare immobili e polverosi e qui splendono, nel nuovo abito cucito addosso che calza a pennello.