angela molfetta

Stanca.
Si sentiva stanca e afflosciata come un sacco vuoto, come se avesse dato fondo a ogni energia residua senza possibilità di attingere a una fonte rinnovabile.
Quello che le era accaduto l’aveva duramente provata: se si guardava allo specchio si vedeva improvvisamente invecchiata, decaduta. Le rughe attorno agli occhi, un tempo brillanti e sfaccettati di luce e ora opachi e spenti, parevano solchi tracciati da un aratro di dolore che le lacrime avevano inaridito lasciandovi in superficie una crosta di sale. C’erano stati giorni in cui tutto le era parso inutile; anche cibarsi le era sembrato un vano tentativo di opporsi al nulla che avvertiva dentro e fuori di sé. In una settimana aveva perso un paio di chili che, nel suo esile corpo, facevano la differenza. Si trascinava stordita nell’inesorabile fluire dei giorni per puro istinto di sopravvivenza, atavico retaggio dell’essere animale. Le sue certezze erano state spazzate in un soffio, lasciandola spaesata a brancolare nelle stanze buie della sua mente, in cui l’interruttore della luce era tenacemente posizionato su OFF.Col tempo, dicevano, le cose si sarebbero sistemate e la vita avrebbe ricominciato a sorriderle, ma lei non era affatto sicura di avercelo, tutto quel tempo. Sentiva che dentro le si era frantumato qualcosa, impossibile da ricomporre.
Svogliatamente si mise a sfogliare la rivista che giaceva abbandonata sul divano dal giorno in cui l’aveva acquistata, nella speranza le tornasse almeno la voglia di leggere.A un tratto la sua attenzione fu attratta dall’immagine di un piattino di ceramica dalle strane decorazioni dorate. Le parve molto bello, prezioso. Si soffermò quindi sull’articolo che l’accompagnava.
Kintusukuroi, lesse, arte giapponese di riparare con l’oro il vasellame rotto, usando il prezioso metallo per saldarne assieme i frammenti, creando un intreccio di linee dorate unico ed irripetibile. Scoprì che la pratica era originata dall’idea secondo cui dalle imperfezioni e dalle ferite possa nascere una forma nuova di perfezione estetica e interiore.
Le parole le risuonarono in testa a scuoterla dall’anestetico torpore in cui galleggiava, squillando come una sveglia in un freddo mattino d’inverno.
Forma nuova.
Perfezione estetica.
Interiore.
Dalle ferite…
Perché celarle, allora? Perché vergognarsene? Perché chiudersi nello scrigno di una sofferenza di cui solo lei conosceva il valore?
D’impeto decise che avrebbe rimesso insieme i suoi pezzi, li avrebbe raccolti, ripuliti uno a uno e incollati con cura iniettandovi linfa nuova come polvere d’oro a risaltare le cicatrici, segni distintivi di un cuore che ha combattuto e forse anche perso.
Ma non per questo ha smesso di battere.

Molfy

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