Io ho solo la penna come arma. E continuerò a imbracciarla come un fucile. Di Alessandra Micheli

 

Oggi dovevo scrivere una recensione. Una giornata bellissima a Roma.

Entusiasmo e le vite che rigano ben dritto di fronte ai loro binari. Inquadrati, convinti sostenitori, a nostro malgrado di un sistema che non tentiamo neanche di guardare negli occhi. Facce di tristi burattini che sfuggono lo sguardo della coscienza, immersi in piccole idiosincrasie quotidiane, piccole ossessioni, ideali cosi fallaci da essere spazzati al primo vento.

Tifosi che discutono sull’eticità di un gioco venerato dalla borsa di Milano.

Animalisti convinti che la salvezza del mondo è nella liberazione animale. Ideologie che ancor ‘oggi si scontrano in vista di un idilliaco futuro che viri da destra a sinistra, a cento e centro destra. E basta questo per sentirci importanti rivoluzionari, pensare che un blog o un libro o la dicitura autore, possa farci essere protagonisti di una vita che, bene o male, è bella.

Bella perché soddisfa ogni nostro bisogno, che sia di essere il nichilista di turno, il radical chic che urla contro la decadenza della cultura e che, però in segreto, siede sulla poltrona di Mammona.

Gente che la sua rabbia, perché la vita non lo riverisce, la scaglia contro ogni fatto quotidiano, immolandosi sulla pira del politicamente scorretto.

Tranquillo caro urlatore. Sei perfettamente inserito perché il sistema ha bisogno di chi urla e sembra combatterlo ma che in segreto lo abbraccia.

E tutti noi in questo triste girotondo di voci, volti confusi, di eloqui da applauso, coroniamo una giornata perfetta.

Ma per me non è perfetta per nulla.

A me in questo aprile macabro non arriva il profumo del maestrale.

Ma del sangue.

E davanti a me non sfila il successo di un blog, scritti e liti tra autori, ma volti di bambini massacrati.

Ma perché interessarsene?

Non sono agnelli.

Non sono italiani che sono stati sventrati dalla logica finanziaria della droga.

Sono siriani.

Troppo lontani da noi.

Sono voci troppo flebili per essere ascoltate.

Sono lontani, troppo lontani da noi.

Sono mani che hanno smesso di giocare alle ombre cinesi sui muri. Sono volti che non sorrideranno più. Sono semplicemente fatti di cronaca.

Noi abbiamo altro da pensare.

La lotta contro lo sfruttamento delle galline. Contro l’orrore di un orso ucciso.

Contro tutto quello che in fondo è distante da noi. Ci fa stare bene. Ma non scuote nulla di questo oscuro mondo.

In fondo come dite voi?

Ce lo meritiamo. La terra si ribella. Dio ci punisce. Siamo una civiltà perduta.

E allora perché nessuna cazzo di bomba cade su di noi?

E non parlo di quegli atti di terrorismo che hanno la finalità di farci riunire attorno al populista di turno.

Parlo di missili, di eserciti, di puzza di carne bruciata.

Parlo di occhi fissi, di case distrutte, di speranze spezzate solo perché sei nato nella parte sbagliata dal mondo.

E’ vero.

Le tragedie sono terribili.

Ma sono naturali e frutto della vita di madre Terra.

Parlo di guerra, di una brutta guerra, fatto ben più orripilante.

Parlo di decisioni prese a tavolino, da gente che vede solo l’oro nero. Di gente che ride calpestando cadaveri. Di gente che un domani tornerà più amica di prima.

E allora oggi ninna nanna della guerra.

Per quei pochi che culleranno i cadaveri dei bambini e della nostra stessa civiltà.

Non scrivo per rabbia.

Ma per dolore.

Un dolore che non si cheterà mai.

Perché passano i secoli, ma noi continueremo a non capire un cazzo.