“La guerra dei grandi tumuli” di Mara Fontana. A cura di Alessandra Micheli

 

L’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni, e le decisioni comportano rischi.

Erich Fromm

 

Il fantasy è stato uno dei primi generi che ho letto.

Affascinata dai racconti del Graal, dalle storie arturiane, mi innamorai perdutamente di Marion Zimmer Bradley e della sua ricostruzione di Avalon e dei miei amati personaggi di quell’intricata vicenda che coinvolgeva Artù, Ginevra, Morgana e Lancillotto. E devo ringraziare la mia Marion se oggi, sono la donna che sono.

Perché vedete, crescere con quelle donne significava compiere insieme a loro un percorso indispensabile per la crescita umana non solo femminile ma personale. Era il perfetto modello per imparare a comprendere il mistero della nostra femminilità, e forse avere il coraggio di lasciare il ruolo precostituiti che la società imponeva alla donna. Ed è il fulcro e il succo dello scontro eterno tra Ginevra e Morgana, due stesse immagini di una ragazza/donna alle prese con il contesto sociale rigido e la sua volontà di abbracciare una “fede” diversa. Pertanto mi spiace che, tra duelli, avventure, guerre e incanti, le ragazze di oggi si trovino prive di queste meravigliose guide.

Dopo le ricostruzioni gloriose della Bradley, ma anche di Brooks o di Guy Gavriel Kay, e persino con l’irriverenza bastarda di Robert Zelazny (indimenticabile il suo voglio la testa del principe azzurro con una protagonista femminile astuta e indipendente) ho smesso di leggerli. Perché sono pochi i testi che conservano quello spirito originario, ribelle e anticonformista, che faceva delle protagoniste femminili delle vere icone rivoluzionarie. Fragili e “impedite”, vanesie e piagnucolose, concentrate non tanto su loro stesse e i loro diritti, quanto sull’ossessione della ricerca del salvatore di turno. In cambio, come sempre, la propria unica individualità.

Alla fine tutto ruota attorno all’accalappiamento del macho di turno, no?

E poi, quasi per caso mi imbatto nel libro di Mara Fontana.

E inizio a leggerlo.

E da lì nasce un sorriso radioso: ecco che tornano i valori di Marion, rinnovati forse, diversi a causa della potenzialità originale dell’autrice, ma sono loro quelli che conducono l’eroina lungo la strada della riscoperta di sé stessa. E questa riscoperta segue un preciso percorso. Abbandono, tentativo di adattamento, crisi, ribellione e scoperta, finalmente, del proprio unico destino.

Ethain, come Morgana prima di lei, scopre presto l’orrore più grande di una fanciulla: la non conquista del cuore di un padre troppo preso a custodire indicibili segreti, troppo immerso in un mondo di complotti e tentazioni per poter volgere un occhio benevolo a una figlia cosi particolare. Fin dalle prime pagine Ethain si rivela sicura, intelligente, ma soprattutto dotata di un acuto spirito critico, capace di mettere in discussione non tanto gli assunti culturali della società nuova dove viene trapiantata, quanto la loro applicazione. E qua, la nostra Fontana fa un profondo ma per nulla pesante discorso sociologico: non sono i valori etici a essere contorti, perché essi appartengono al regno immutabile e eterno delle idee.

Esse, le idee, discendono come lampi di grazia sull’uomo che se ne appropria, rendendoli non più potenzialità, ma parole e dalle parole azioni. Ed è nell’applicazione di queste idee eterne, le stesse tanto amate da Sant’Agostino che si costruiscono le società. E la società delle Kore si basa su perfetti valori, resi però, rigidi e contorti dalla mancanza di libero arbitrio. Essi non vengono modellati e resi attinenti alle specifiche condizioni e allo specifico contesto laddove si trovano a brillare. Ma sono racchiusi in rigidi gusci che ne smorzano la luminosità. Ethain è speciale, destinata a grandi azioni perché riesce a vederne lo splendore anche attraverso lo spesso guscio di divieti. E trascina con sé tutti, grazie alla sua capacità da leader di coniugare istinto e ragione, intuito e razionalità. È un grande potenziale Ethain, uno degli esempi più puri e perfetti dell’intera costruzione troppo ideologica e poco idealistica di quella strana società.

Chi sono le kore?

Depositarie della storia umana, della tradizione da essa scaturita e in sostanza di ogni conoscenza. Sono o dovrebbero essere esempi di femminilità completa, laddove bellezza, grazia compassione si sposano in un perfetto connubio con forza, aggressività e capacità guerriera. Una donna/lupo come direbbe la psicologa Clarissa Pikola Estes in grado di indossare la corazza dell’eleganza senza rinunciare, se il contesto lo richiede al ringhio feroce del lupo e a un attacco ferino. Al tempo stesso l’attenzione alla compassione riesce a frenare la sua aggressività facendo di lei sia uno strumento di difesa delle leggi, sia uno strumento di guarigione capace di alleviare sofferenze.

La kore ripudia la guerra, ma al tempo stesso sa che può ergersi a difensore della purezza, qualora essa venga minacciata. Ecco che c’è un inno al fuoco sacro, inteso come rabbia giusta, come azione correttiva di un torto o semplicemente come capacità di difendere semplicemente sé stessa. L’aggressività può essere, infatti usata sia contro la vita o a difesa della vita, qualora qualcosa, persone o emozioni, o ideali vanno a minacciare l’interezza e la sanità della psiche.

Ma come ogni donna, Ethain ha la sindrome dell’abbandono. E questa debolezza rende le sue doti meno brillanti lungo il tempo perché le fa perdere di vista il suo destino. Ed è questa la storia che si snoda attraverso pagine di una bellezza indiscussa: la conquista, pagina dopo pagina, di una totale libertà dalla dipendenza, fino all’atto finale laddove la vecchia Ethain muore per poter essere sostituita con una donna nuova. Non a caso la Fontana, sicuramente esperta di simboli, usa il cavallo. Animale tra i più sacri, tra i druidi erano importantissime guide spirituali in grado di aiutare gli uomini o le donne nella loro esperienza terrena.

E come?

Il simbolo legato a questa storia è quello del Rinnovamento. Grazie al cavallo Ethain sperimenta quello che è considerato il processo più alto di un’esperienza spirituale ossia la morte del sé, depositario di idee e concetti che non ci appartengono ma che ci vengono instillati dalla cultura o peggio dalle nostre paure (nel caso della protagonista è il vuoto derivato da una mancanza di amore) e la rinascita di un io più stabile in grado di trovare dentro la propria anima ogni energia, ma soprattutto ogni segreto bisogno. Ethain rinasce quando inizia ad amarsi tanto da decidere di lasciare, finalmente, quella considerata come una prigione. Ossia la sua ossessione relativa alla richiesta di “amore.”

E non è un caso che il cavallo fosse legato alla Dea Madre nella sua figura di potere chiamata Epona, signora della vita e della morte (concetto che Ethain dimostra personalmente: ella riesce a far vivere ma è in grado anche di spezzare vite). Conoscendo quindi la luce e le tenebre, la creazione e la distruzione, Ethain diviene pienamente una kore nel significato più ampio di quello consuetudinario.

E sapete chi è davvero la Kore?

Ma ovviamente una grande dea, la sposa di Ade, ossia l’ignoto, il mistero e in termini psicologici l’impulso profondo, fonte di redenzione cosi come di abissi indicibili. Ed è la kore che governa quegli strati importantissimi per una vita creativa, feconda ma soprattutto libera. Ed una volta libera diviene una Moran ossia una delle Dee del destino, impersonificando essa stessa le arcane leggi del fato.

Ed è ancora un caso che la runa di Ethain sia il wird, la runa bianca?

Ed è la runa che contraddistingue il perfetto primo libro, dove tutto deve essere ancora compiuto, dove ogni nuovo inizio è in attesa, dove ogni giorno è una pagina bianca che sarà colorata solo dalla nostra creatività e dalla volontà di accettare i doni che la Madre ci elargisce.

L’importanza di queste figure femminili a partire da Brigit, da Maeva o dalla Mab Geneid, andrebbe a riempire un intero saggio. Donne in grado di cavalcare gli eventi, di ribellarsi di fronte all’ingiustizia senza temere alcunché, il tentativo di cambiare totalmente le società ingiuste. In questo caso vi invito a assorbire la storia nella storia della Mab costretta da un inganno a essere finta sovrana di un mondo così ingiusto, cosi squilibrato da ricordare il nostro. E i fatti di oggi ci parlano di caste, di pregiudizi, di gerarchie sociali, di sopraffazione.

E magari chissà, leggendo questo libro potranno nascere cento, mille Geneid scagliate contro lo sfruttamento e la schiavitù, intesa non solo come condizione fisica ma soprattutto mentale (schiavo è colui convinto di non aver diritti), e tante Ethain in grado di usare sia la spada che mani gentili in grado di curare le ferite. E non solo quelle reali ma le orrende cesure che rendono la nostra civiltà molto meno credibile di quella di un grandioso, maestoso fantasy.

Grazie Mara per aver dato voce a antiche sapienze e per far nascere dentro quella volontà di libertà che Ethain rappresenta.

 

La libertà è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di esperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità, letteraria artistica filosofica religiosa sociale, e anche politica.

Ignazio Silone

 

 

” Se un giorno si vuol essere una persona, bisogna tenere in onore anche la propria ombra. Friedrich Nietzsche”Incontro con l’autore: Luciano Dal Pont e Emily Hunter. A cura di Alessandra Micheli

Intervistare un’artista come Dal Pont non è facile. Questo perché è uno scrittore che tende a uscire fuori dai soliti cliché, dalle immagini stereotipate dell’autore per riesumare antiche immagini che lo rendono una sorta di ibrido tra i poeti maledetti, Sartre con la sua vena critica quasi nichilista e un Pasolini che con la sua ardente spada si scaglia contro il perbenismo “borghese”. Essendo quasi un outsider è un grado di affrontare senza la pesantezza che connaturava i suoi egregi predecessori temi scottati, rendendoli vivi come un novello negromante di una parola che, senza quella linfa vitale resta muta e morta sul foglio. Con Dal Pont no. Riesce a creare immagini vivide di orrori e di decadenza, senza perdere una certa vena educativa. Il suo pugno serve a risvegliare le coscienze assopite, stimolando il cervello alla riflessione e avviandolo alla scoperta dell’arte della domanda. Ed è la capacità di porsi il quesito giusto che riesce ad aprire le porte oscure della nostra psiche donandoci il coraggio di fissare con ardore il marcio che vi troviamo e provare a nettarlo. Sicuramente i suoi libri non sono le fiabe che ci aspettiamo. Ma quando mai le fiabe ci hanno davvero restituito un’immagine edulcorata della società e del mondo?

Abituati all’annichilimento dello spirito critico operato dai censori dell’orrore (ricordo le proteste contro le scene più scioccanti della Walt Disney) ci culliamo nella fallace speranza di vivere in un mondo controllato e controllabile, organico e logico ma soprattutto, politicamente corretto. E Dal Pont non ci sta. Qualcosa dentro di lui lo morde con denti intrisi di veleno, spingendolo a sciogliere le sue serpentesche spire e avvolgere il lettore portandolo in un modo che appare dark o gotico ma che è terribilmente reale. Del resto per illuminare l’ombra bisogna conoscerla, sporcarcisi e esserne avvolta. Mai togliere la tenebra dalla luce, spezzettare l’unità perché solo avvolgendola di ipocrita invisibilità la si rende dominatrice. E se la tenebra domina la luce viene sistematicamente annientata. O semplicemente spenta.

Ecco l’orrore, per ironia della sorte accende la luce. Ridona consapevolezza. Risveglia. E in questo caso Dal Pont si comporta da gnostico nella sua affannosa e difficoltosa ricerca della consapevolezza.

La sua arte cosi sfaccettata, inoltre, rivive e brilla nelle parole di un’altra grande autrice che con lui condivide una certa passione per la verità Emily Hunter. Entrambi guerrieri di un’armata che al posto di armi e spade porta con sé soltanto una mente allenata a rifiutare le spiegazioni più facili. attraverso le parole dell’artista e della sua editor noi possiamo ricostruire una personalità dirompente, fastidiosa ma assolutamente necessaria in questi tempi che rendono gli ignavi gli eroi assoluti del nuovo millennio

Alessandra Micheli

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Luciano Dal Pont

Luciano Dal Pont è nato a Milano nel 1956. Attualmente vive in provincia di Pavia.

Poliedrico e irrequieto avventuriero scavezzacollo un po’ folle e un po’ sognatore, irriducibile guerriero della vita, corridore automobilistico e pilota d’aerei leggeri, scrive fin da quando era bambino, anche se soltanto in anni più recenti ha iniziato a farlo con l’obiettivo di pubblicare e di affermarsi come scrittore. Ha esordito nel 2014 con Il comandante e la bambina, una sorta di favola moderna, metaforica e surreale, inizialmente pubblicata da Edizioni La Gru. Nel 2016 ha auto pubblicato una prima versione dell’horror Arrivederci all’inferno. Una nuova edizione di questo romanzo, riveduta e ampliata, è uscita nel 2017 con Eroscultura Editrice. Sempre nel 2017, e ancora con Eroscultura Editrice, è uscito Oltre la perdizione, romanzo erotico in chiave BDSM. Nel dicembre dello stesso anno pubblica Il dubbio, un racconto di genere thriller erotico inserito nella raccolta di autori vari Due, Ombre d’animo e piacere, della collana Il principe e la cacciatrice, della quale ha anche curato l’editing e la prefazione. Ha inoltre pubblicato un racconto erotico a puntate, dal titolo Sibilla, su un gruppo Facebook, ha curato l’editing e la prefazione della raccolta di racconti Due vite, di Emily Hunter ed Emanuel d’Avalos, e l’editing del racconto Bianco, di Emily Hunter. Per un breve periodo ha collaborato con il blog Mare d’inchiostro in qualità di recensore. Nel 2018 esce L’ultima stazione, racconto horror per la collana Follia e Paura, che a sua volta fa parte dell’etichetta editoriale indipendente Progetto Parole, della quale è anche uno dei promotori.

 

 

Emily Hunter

Emily Hunter… uno pseudonimo? Sì, perché dentro ognuno di noi c’è un “cacciatore di libri”. Le parole sono le nostre prede, ne seguiamo le tracce fino a perderci nel loro fascino. Le facciamo nostre cercando di dominarle per il nostro piacere, ma in fondo siamo noi ad essere schiavi della loro dominazione dal basso. Milena Cazzola, scultrice laureata all’Accademia delle Belle Arti di Carrara, nasce a Pisa nel 1970. Cresciuta a Viareggio, oggi vive in Maremma assieme agli adorati GattoUno e marito Lorenzo. Fin da piccola fa a braccio di ferro con la dislessia e la disgrafia, e ogni volta vince: scrivendo in barba ai refusi e leggendo di tutto e di più, anche il manuale d’uso del tostapane. Cultrice da sempre del genere erotico, non può che ringraziare autori come Almudena Grandes, Erica Jong, Anaïs Nin, Alina Reyes, Marguerite Duras, David Herbert Lawrence, Henry Miller (giusto per citarne alcuni), per le loro opere indimenticabili. Segue umilmente il loro esempio, scrivendo di emozioni reali che chiunque può vivere sulla propria pelle a ogni parola letta. Ha pubblicato, con lo pseudonimo Emily Hunter e con il proprio nome, alcune antologie di racconti e il suo primo romanzo “The Braid (La treccia)” (prima edizione Maggio 2014) con Damster Edizioni . In self publishing sono usciti la sua prima raccolta di racconti erotici “Reazioni” (Ottobre 2016), per la collana Attimi Infiniti il racconto erotico “Le parole vissute” (Febbraio 2017), il breve racconto erotico BIANCO (Settembre 2017). In collaborazione con Emanuel d’Avalos è promotrice della collana Il Pincipe & la Cacciatrice e ha pubblicato gli ebooks  erotici “Un Natale per due” (Dicembre 2016), “Due come noi” (Febbraio 2017) e Due vite (Agosto 2017). Sempre per la stessa collana ha pubblicato con Emanuel d’Avalos, A.S.Twinblack, Luciano Dal Pont, Simona Salvatore la raccolta di racconti erotico trhiller Due – Ombre d’animo e Piacere (Dicembre 2017). Con Luciano Dal Pont e Simona Salvatore ha dato vita alla collana horror thriller FOLLIA e PAURA madness storiers. In questo periodo sta lavorando alla stesura del suo secondo romanzo e a un importante progetto letterario in collaborazione con autori emergenti del panorama italiano: Luciano Dal Pont, Simona Salvatore ed Emanuel d’Avalos.

I miei contatti social Facebook Page: @emilyhunterbooks – Twitter: @EH_Books – Instagram: @emilyhunterbooks

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A. Luciano, nei tuoi libri troviamo temi scottanti e spesso tacciati di essere borderline. Come mai questa scelta?

L. Quando scrivo un romanzo o un racconto, se ci sono le condizioni per poterlo fare mi piace spingermi oltre la storia per lanciare dei messaggi o per far emergere delle tematiche sociali sulle quali poi i lettori possano riflettere, porsi delle domande e magari darsi delle risposte. Ovvio che non tutti i generi si prestano a questo tipo di operazione, l’erotico per esempio viene percepito come un genere di puro intrattenimento che mal si adatta a contenere analisi sociologiche o quant’altro, ma io cerco comunque di dare un senso, un significato profondo a tutto ciò che scrivo. E poiché spesso nella realtà della vita vera e vissuta il male vince sul bene, ecco che, nonostante il mio ottimismo caratteriale, i contenuti dei miei libri sono spesso tragici.

A. Emily, perché secondo te Luciano sceglie proprio questi argomenti?

E. Penso che Luciano non abbia volutamente scelto questi argomenti scottanti e ostici solo per destare il clamore dei lettori, anche perché poteva ottenere l’effetto contrario e finire per essere “guardato male.” Le idee nascono da sole e si concretizzano nella mente dello scrittore che va dietro le parole, per me è così e credo valga anche per Luciano.

A. Luciano, spesso parli del male nei tuoi libri. Cos’è il male per Dal Pont?

E. Sono piuttosto drastico e molto poco buonista in questo senso. Io penso che, come esiste il bene, così esiste il male. E questo è un dato di fatto. E sono convinto che il libero arbitrio e la capacità di discernimento che ciascuno di noi possiede ci permette sempre di distinguere e di riconoscere le due diverse entità, e di scegliere di abbracciare quella da cui ci sentiamo più attratti. Il problema è che molto spesso, come dicevo prima, il male vince sul bene e questo accade perché si presenta come più attraente, seducente, appagante. In assoluto non nego l’esistenza di talune patologie mentali che possono talvolta offuscare questa capacità di discernimento e di scelta, ma resto dell’idea che troppo spesso si abusi della classica formula “incapace di intendere e di volere” per assolvere i peggiori criminali e per giustificare i loro orrendi delitti, spesso compiuti con il solo movente del sadismo.

A. Emily, secondo te come lo affronta Luciano questo tema scottante?

E. Egregiamente. Luciano, con il suo stile e la sua capacità letteraria, riesce a farti provare la sensazione terrificante di quanto il male sia vero, vivo e presente nella nostra vita. La cosa ancora più bella è che la stessa sensazione di reale la provi leggendo qualsiasi cosa scriva, anche se il testo non tratta argomenti horror.

A. Luciano, in Arrivederci all’inferno descrivi in modo crudo e quasi distante appunto il sadismo di chi deturpa l’innocenza. Come mai la scelta di raccontare una delle peggiori distorsioni della mente umana, cioè la pedofilia?

L. Avevo in mente questa storia da molti anni e a un certo punto, quando ho percepito che fosse abbastanza matura dentro la mia testa, mettersi al computer e iniziare a scriverla è stato un fatto spontaneo a naturale, non premeditato. Ora non vorrei anticipare nulla della trama, però ho cercato di dare al personaggio del serial killer sadico e pedofilo una connotazione del tutto particolare ma che secondo me rispecchia molto bene la personalità di tante cosiddette “menti malate” che poi in effetti tanto malate non sono. Ci vuole invece una grande lucidità e un’intelligenza acuta e brillante per studiare e preparare fin nei minimi dettagli il rapimento e la segregazione di tante giovani vittime senza farsi beccare per oltre dieci anni, e in effetti è lo stesso serial killer che… ma sto andando troppo oltre, sto svelando troppo, meglio che mi fermi qui.

A. Emily, secondo te perché proprio quello stile e quel tema?

E. L’argomento trattato in Arrivederci all’Inferno non poteva che essere rappresentato con stile cruento, non c’è amore, non c’è rispetto, non c’è debolezza se non quella delle vittime, perché il killer non sa cosa siano questi sentimenti. Non li ha vissuti sulla sua pelle, non li ha mai fatti suoi. Lui conosce il terrore, il dolore, e si rende conto di essere vivo nel momento stesso in cui sa di avere in mano la vita di altre persone.

A. Luciano, credi nella redenzione

L. Se ti riferisci a quella terrena, credo nella possibilità di redenzione di chi commette reati di lieve entità, oppure, al limite, anche di chi commette un omicidio ma sull’onda di una reazione d’ira indotta da una grave provocazione, o durante una rissa, insomma, in maniera non premeditata. Non credo invece nel pentimento di chi ha ucciso dopo avere attentamente studiato e preparato il delitto, quindi con una deliberata volontà di commetterlo, quali che siano stati i moventi che lo hanno spinto, ma in modo particolare se a ispirarlo è stato il sadismo. Allo stesso modo non credo alla redenzione di stupratori e pedofili, anche se non hanno ucciso. Se invece parliamo di redenzione divina, be’, io non sono credente, non nel senso comune del termine almeno, quindi per me la questione non si pone neppure.

A. E tu, Emily?

E. No. Nel momento in cui si fanno delle scelte comportamentali ben precise, si è sempre consapevoli delle loro conseguenze. Non credo a chi dice “l’ho fatto ma non sapevo che poi…” Hai un cervello pensante, quindi sei responsabile delle tue azioni. La redenzione è solo una facciata di comodo.

A. Luciano, l’impegno civile, la volontà di denunciare, oggi hanno ancora senso?

L. Assolutamente sì, hanno sempre un senso, anche in un’ottica di prevenzione, perché è proprio su questo aspetto che ci si dovrebbe impegnare di più. Ma mi rendo conto che è un’utopia, in realtà non si potrà mai estirpare del tutto il male perché ci sarà sempre chi dal male trarrà il proprio godimento e per questo lo compirà senza provare rimorso, pur avendo la possibilità di scegliere di non farlo. E allora che almeno per costoro ci sia la giusta punizione. La costituzione italiana sancisce che il carcere debba avere una funzione rieducativa, io invece, a prescindere dal fatto che ciò non si verifica viste le mostruose condizioni in cui versano le nostre carceri, ricollegandomi a quanto espresso prima ritengo che la rieducazione vada bene per chi ha commesso reati lievi o anche omicidi non premeditati o comunque con delle attenuanti, non certo per chi ha ucciso, torturato o stuprato per appagare i propri istinti rivolti al male. Per questi non ci può essere alcun perdono.

A. Emily?

E. Assolutamente sì. Non possiamo stare a testa bassa e subire. Se non denunciamo il torto subito, o che abbiamo visto infliggere, facciamo solo del male a noi stessi e alle presone che ci stanno accanto.

A. Nel libro L’ultima stazione si parla di bullismo. Luciano, quali sono gli elementi che vuoi evidenziare nel testo?

L. Oggi si parla tanto di bullismo e si cerca di farla passare come una piaga del nostro tempo, ma in realtà è sempre esistito, ne sono stato io stesso testimone all’inizio degli anni settanta, quando frequentavo le scuole superiori, ma anche prima, alle medie. Non ne sono mai stato vittima soltanto perché ho sempre reagito usando con molta efficacia le mani e i piedi in risposta ai tentativi di sopraffazione nei miei confronti, dovuti al fatto che mi sono sempre rifiutato di uniformarmi alla massa, ma ho visto ragazzi più deboli soccombere ineluttabilmente alle prepotenze e alle violenze del gruppo. Nel mio racconto ho cercato di porre l’accento sul fatto che in realtà tutti parlano ma nessuno fa nulla di concreto per porre fine a questo orribile fenomeno, non fa nulla la scuola, che, bene che vada, si limita a qualche sospensione, non fanno nulla le famiglie dei bulli, preoccupate soltanto di difendere e giustificare i loro innocenti pargoletti, non fanno nulla gli stessi professori che sono tutti i giorni testimoni delle violenze, anzi, spesso sono persino loro stessi a essere presi di mira e tuttavia non hanno le palle e credo nemmeno gli strumenti per reagire. Non sono certo qui ad auspicare degli insegnanti in stile Clint Estwood nei panni dell’ispettore Callaghan con la 44 Magnum nella fondina, ma insomma… la professoressa personaggio secondario di L’ultima stazione risponde proprio a quelle caratteristiche di persona inerme e passiva nei confronti dei bulli, infatti assiste senza mai intervenire a una situazione che si perpetua nel tempo fino a… ma anche in questo caso mi devo fermare, per non fare auto spoiler.

A. E secondo te, Emily, quali ha evidenziato?

E. Personalmente ho percepito il rimorso del bullo per quello che aveva fatto, non tanto perché chiede perdono o cerchi la redenzione dai suoi peccati ma perché si rende conto di aver vissuto una non vita, come quella che non ha vissuto il compagno di scuola e gli altri amici bulli.

A. Emily, tu sei l’editor di Luciano, come si riesce a editare l’orrore? Sei stata empatica o distaccata?

L. Si edita male… perché il dolore che leggi nelle parole di Luciano lo percepisci come reale, quindi in alcuni momenti non si riesce a essere distaccati.

A. Quali sono state le vostre reazioni di fronte alla parola fine del romanzo?

Luciano?

L. Non ho mai reazioni particolari quando finisco un mio lavoro, anche perché in genere scrivo più romanzi in contemporanea e a un certo punto uno di questi deve pur finire, dopodiché continuo a dedicarmi agli altri e magari metto in cantiere qualcosa di nuovo. Diciamo che sento dentro di me la soddisfazione di avere portato a compimento un’opera che spero sia apprezzata dai lettori non solo per la storia in sé stessa ma anche per i messaggi che vuole lanciare.

A. Emily?

E. Contrastanti… da una parte sono felice perché è gratificante vedere un’opera finita, dall’altra entro in paranoia perché so che mi ci vorrà del tempo per potermi concentrare su di una nuova storia.

A. Emily e Luciano, siamo davvero una società diretta all’ultima stazione? Che ne pensi, Luciano?

L. Non lo so, io per carattere sono un inguaribile ottimista e, anche se sotto certi aspetti tutto indurrebbe a pensare di sì, tuttavia fenomeni come quello del bullismo ma anche della droga, della violenza sessuale, della pedofilia e di quant’altro non sono certo frutto della società di questi anni ma, come accennavo prima, sono sempre esistiti. Oggi forse tutto si è accentuato, o magari ha solo più visibilità mediatica, ma in sostanza non credo sia cambiato molto rispetto al tempo in cui ero un ragazzo. Non sono un nostalgico dei bei tempi andati, e a chi mi dice che una volta c’era più rispetto e maggiore educazione, rispondo che se avessi una macchina del tempo li spedirei dritti all’inizio degli anni settanta, in una classe del Settimo ITIS di Milano, l’istituto tecnico industriale che ho frequentato in quel periodo, così si renderebbero conto di quanto questa loro valutazione sia inesatta. Quello che invece mi fa più paura della società di oggi, è che mi sembra di assistere al ritorno di un certo tipo di becero e squallido moralismo bigotto, integralista e perbenista che pensavo fosse stato ormai relegato in un angolo del dimenticatoio, e che invece sta purtroppo riemergendo in maniera preoccupante quanto prepotente. E a questo proposito ti do una news: molto presto, diciamo entro aprile, uscirà un mio libro proprio su queste tematiche, un libro che per una volta non sarà un romanzo o un racconto e che spero farà inc… cioè, arrabbiare un po’ di gente. Vuoi il titolo? Okay: Satana buono.

A. E tu, Emily?

E. Si spera di no, anche se in questo caso sono parzialmente in disaccordo con Luciano perché penso che in questi ultimi anni le cose siano peggiorate in questo senso, e che la società in cui viviamo abbia minato ancora di più le fondamenta dei principi su cui una volta era basata: rispetto e collaborazione.

A. Luciano, cosa possono dare i tuoi libri al lettore?

L. Spero diano emozioni forti, coinvolgenti, e spero che possano indurre alla riflessione.

A. E tu, Emily, cosa pensi in proposito?

E. La consapevolezza che non si deve mettere la testa sotto la sabbia, bisogna parlare del male tanto quanto si parla del bene… perché se il male non lo conosci non sai nemmeno come evitarlo.

A. Luciano, tu cosa vuoi comunicare o lasciare ai tuoi lettori?

L. Ovviamente dipende dalla storia, ma in generale cerco sempre di lanciare dei messaggi che spesso sono controcorrente rispetto al comune pensare, ed è su quest’ultimo aspetto che spero di indurre i lettori alla riflessione, al di là del piacere della lettura intesa come godibilità delle trame proposte.

A. La funzione dell’horror per Luciano e per Emily

Luciano?

L. Insieme all’erotico è uno dei generi letterari in cui forse, più che in altri, è necessario saper scrivere in maniera tale da suscitare emozioni intense e profonde nel lettore, che deve essere trascinato quasi a forza dentro la storia e non deve più poterne uscire fino a quando non avrà girato l’ultima pagina. Non è facile, ma proprio per questo rappresenta una bella sfida per un autore.

A. Emily?

E. Non è un genere che scrivo e tendo a non leggerlo molto, anche perché di fondo l’horror spesso ha dei contenuti paranormali che io percepisco con distacco perché non sono realistici, anche se Luciano riesce a farteli sentire veri.

A. Cosa pensate della censura ai danni di Arrivederci all’inferno?Luciano?

L. Tutto si ricollega alla mia risposta di prima, quando parlavo del ritorno aggressivo di un demenziale moralismo di facciata. Arrivederci all’inferno non fa altro che raccontare una vicenda di fantasia che però potrebbe essere accaduta davvero, o che potrebbe accadere, perché rispecchia un fenomeno realmente esistente. I serial killer sadici e pedofili non piacciono a nessuno, ma purtroppo esistono. Non se ne deve parlare? Anche la guerra non piace a nessuno, però esiste e si sono scritti e si continuano a scrivere romanzi e si continuano a produrre dei film su questo tema, e nessuno si sogna di censurarli nonostante si parli di morte e di sangue versato a ettolitri. E allora? Allora il problema è che nel mio romanzo ci sono dei contenuti sessuali, sia pure deviati e malati, che oltretutto coinvolgono vittime minorenni, e questo pare che non vada bene a prescindere.

A. Emily?

E. Ipocrisia pura. Anche se tratta un argomento tragico e terribile è una storia inventata, nulla a che vedere con le confessioni allucinanti del tristemente famoso Marchese De Sade, che si sanno essere vere.

A. Luciano, perché si scrive?

L. Credo che ogni autore abbia motivazioni personali. Per quanto mi riguarda, scrivo perché mi piace, perché mi appassiona, in effetti ho sempre scritto, fin da bambino, anche se solo in anni più recenti ho iniziato a farlo con l’obiettivo di pubblicare e di affermarmi. Ecco, proprio questo, cioè l’ambizione di affermarmi come scrittore ai massimi livelli che è nata in me a un certo punto della mia vita, rappresenta una fortissima motivazione che va ad aggiungersi al puro piacere dello scrivere e rende il tutto più eccitante. E dato che affermarsi, specie in Italia, è difficilissimo per tanti motivi, ecco che a tutto ciò si aggiunge il piacere della sfida.

A. Emily?

E. Perché non se ne può fare a meno. Perché è bello giocare con le parole e regalare emozioni al lettore e a noi stessi mentre vediamo le nostre idee concretizzarsi in storie.

A. Emily, cosa rappresenta a livello artistico Luciano per te?

E. Un grande accrescimento. Con le sue indicazioni, i suoi suggerimenti e il continuo confronto mi accorgo ogni giorno che il mio modo di scrivere cresce e si rafforza.

A. E per te, Luciano, che valore ha Emily nel tuo percorso artistico?

L. Anche se ci conosciamo solo da poco più di un anno, per me ha un valore enorme. A parte la grande e bellissima amicizia personale che è subito nata tra noi in maniera del tutto spontanea, quasi ci stessimo reciprocamente aspettando da una vita senza sapere dell’esistenza uno dell’altra e viceversa, ma a livello professionale e artistico è per me un punto di riferimento ormai irrinunciabile. Lei è la mia editor, come io sono il suo, ma oltre a questo abbiamo moltissimi progetti in comune che riguardano non soltanto la scrittura in senso stretto, ma anche una nuova realtà editoriale che sta nascendo proprio in questi giorni e della quale darò notizie dettagliate nei miei prossimi video.

A. Lasciateci con un aforisma che vi identifichi. Cominciamo da Emily

E. Il bicchiere è mezzo pieno perché il resto del prosecco me lo sto gustando.

A. Luciano?

L. Un aforisma mio, che tra l’altro è inserito in un dialogo di Il comandante e la bambina, il mio romanzo d’esordio di quattro anni fa che ora sto per ripubblicare in una nuova edizione: “I sogni sono irrealizzabili solo quando noi crediamo siano tali. Gli ostacoli più impervi che possiamo incontrare sulla strada della loro realizzazione sono quelli che noi stessi edifichiamo dentro di noi, nella nostra mente.”

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Quando le interviste non sono solo parole lasciate per autoglorificarsi o per pubblicizzarsi, diventano davvero un’opportunità di crescita. In queste poche domande è racchiuso un mondo e una porta. Vi invito a aprirla per tornare, finalmente ad essere umani:

La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi profondamente e significativamente in comunicazione con un’altra coscienza, in una maniera del tutto diversa da quanto riescano a fare altre forme d’arte.

David Forster Wallace