received_1613500652065961.jpeg

 

 

 

Il testo in esame è ricco di elementi interessanti per ogni amante della storia. Oltre aiAgnese.jpg personaggi, ben delineati e alla ribellione quasi capricciosa che si avverte nella descrizione dell’infelice vita di Agnesi Visconti, importanza capitale per il contesto ma anche per lo svolgimento della storia la svolgono i luoghi. Non possiamo, dunque comprendere né il disagio della nostra eroina, né i successi eventi che porteranno alla sua sventura senza soffermarci sull’ethos del tempo che viene raccontato proprio dalla descrizione intensa e precisa dei luoghi. Mantova e Milano divengono gli emblemi della storia, della volontà viscontiana di imporsi e della frustrazione della Mantova dei Gonzaga nel tentativo di eguagliarla e nel superarla. E’ tutto racchiuso in quest’interazione tra potenti, in quell’incapacità di armonizzarsi e di collaborare che, però è anch’essa frutto dei tempi che furono, degli sconvolgimenti che portò un periodo spesso ignorato come fu il trecento e che, per le sue contraddizioni interne fu la spinta che portò lungo i secoli a intraprendere la strada della modernità.

Quindi mi scuserà il lettore se, oltre a cercare di raccontare i luoghi del romanzo, mi soffermerò anche su quel secolo particolare produttore e fruitore proprio dell’architettura che fa da sfondo al dramma descritto con maestria dalla Assini.

 

Il trecento. Tra contraddizioni e splendore

La prima parola che sfolgora nella mente a proposito del periodo suddetto è sicuramente crisi economica e demografica. Infatti, l’incremento demografico che aveva caratterizzato il secolo precedente, iniziò a mostrare i suoi negativi effetti. Il raccolto non bastava a sfamare la popolazione e, nell’ansia di sfruttarne il potenziale le terre divennero, per ironia della sorte, improduttive. E fu conseguenziale che, la scarsità delle deterrete agricole determinò la crisi di tutti i settori dell’economia. La diminuzione degli scambi commerciali causò il declino del lavoro artigianale e portò, quindi, alla conseguente crisi fallimento tare delle compagnie dei banchieri. Lo spettro della fama iniziava a dominare incontrastato questo secolo assurdo. In questo torbido contesto la peste diede il colpo finale, proprio quella immortalata dal Boccaccio nel Decameron. Ecco che la morte nera, con la sua lucida falce, diede una spunta la crollo demografico riducendo di un terzo il numero di abitanti dell’Europa. E ovviamente la regressione della produzione agricola tocco apici impensabili, di ridusse il commercio e quindi l’attività artigianale e manifatturiera. Come dire il classico cane che si morde la coda.

Accanto alla crisi economica si accompagna sempre una crisi sociale, come ben possiamo notare anche nel nostro postmoderno. Il trecento non fece eccezione. L’impoverimento esasperò le già drammatiche condizioni dei ceti più sfortunati, causando in varie regioni lo scoppio di rivolte contadine e cittadine creando un forte stato di tensione e conflittualità. E fu questo lo sprone che portò il Giangaleazzo Visconti ad aver gioco facile nello spodestare il nostro Bernabò. A complicare la già precaria situazione sociale e quindi politica ci pensò anche la crisi della chiesa. Bonifacio VIII, reo di aver rinsaldato e accresciuto il prestigio papale, entrò in conflitto con i sovrani dei nuovi stati nazionali in particolare con il re di Francia Filippo il Bello il più deciso a non accettare il patto di sottomissione all’autorità del pontefice. Ecco che seguirono amabili anni (72 per la precisione) in cui la sede papale venne spostata da Roma a Avignone (1309-1377). Tale confusione passò alla storia come cattività avignonese durante il quale il re francese impose il proprio controllo sui papi condizionandone l’elezione e determinando la loro politica a suo esclusivo vantaggio. Ciò portò a una divisione profonda all’interno della chiesa cattolica lo “scisma d’occidente” la prima grande lacerazione della cristianità occidentale, che pari le porte al successivo grande scisma di Lutero.

Ma le innovazioni o involuzioni a seconda dell’occhio osservante non finiscono qua. Altro dato importantissimo per comprendere il libro è quello che porto al passaggio dal comune alla signoria. Badate bene. questo fu un evento epocale e impose il proprio marchio su ogni elemento della vita civili compresa l’architettura e la cultura, di cui non sono altro che manifestazioni concrete.

Nel trecento iniziarono ad affermarsi i primi stati nazionali che composero o tentarono di comporre la sovranità dispersa e frammentata in una miriade di piccole signorie locali. Ecco che l’accentramento del potere divenne la vera rivoluzione scardinando però, modi di vita millenari. Ovviamente questo passaggio non fu indolore: gli stati stessi si trovarono lacerati da conflitti dinastici interni, difficili da sedare tanto che uno di questi (tra Francia e Inghilterra) sfociò nella guerra dei cent’anni.

E in Italia?

Ecco che arriviamo al fulcro del libro, quello che in fondo ci interessa davvero. In Italia, al contrario degli stati citati, si consolidarono, invece, le divisioni. Al centro lo Stato della Chiesa era diventato uno stato regionale. Il sud era diviso tra il regno di Napoli, dominato dai Francesi, e il regno di Sicilia, in mano agli Spagnoli. Ma è il centro nord che ci interessa davvero, laddove i comuni si tramutarono in signorie e successivamente in stati regionali. Tra i più importanti ritroviamo Venezia, Firenze e il nostro protagonista assoluto Milano. E indovinate chi dominò la vita di Milano fino al 400?

I Visconti. Mentre a Verona dominarono gli Scaligeri, a Urbino i Montefeltro a Rimini in famosi Malatesta e a Mantova i Gonzaga. Queste signorie non erano altro che la polarizzazione del dominio territoriale attorno a una città principale e forse, fu rea di spezzettare la sovranità in tanti piccoli frammenti autoreferenziali, dominati dalla personalità carismatica del signore di turno, instaurando più che una vera signoria una sorta di neo dittatura personalistica e una sorta di culto della personalità. Questo ovviamente non garantiva una vera successione, ma apriva la porta a una liberalizzazione della conquista: una volta che il vecchio leone perdeva ciuffi di criniera veniva sostituito dal giovane ruggito. Cosi come il libro ci mostra Bernabò gabbato da Giangaleazzo.

 

Architettura e cultura nell’epoca viscontea.

L’architettura non è solo la disciplina che ha come scopo l’organizzazione di spazio vitale dell’essere umano, ma anche depositaria di funzioni secondarie, come il senso del sacro, l’organizzazione del rapporto tra il microcosmo e il macrocosmo (religione) e  l’esaltazione del potere investito di sovranità: ossia partecipa attivamente alla cultura. Nell’architettura, infatti, convergono non soltanto armonie estetiche, ma soprattutto valori etici importanti. Quindi, possiamo asserire che, il fenomeno architettonico è parte della cultura e della civiltà umana e acquisisce caratteristiche, definizioni e funzioni (aspetti spaziali e costruttivi differenti o addirittura contrastanti da civiltà a civiltà ma soprattutto da epoca e epoca.

E che epoca fu, dal punto di vista culturale il trecento?

Anche in questo caso si assistette a una profonda trasformazione. Prima di allora, infatti, la cultura era stata esclusivamente religiosa. I maggiori centri di studio furono monasteri o edifici annessi alla chiesa. Nel trecento, invece, nacquero la prima università e i centri di studio gestiti da laici. Sì affermo l’uso del volgare scritto al posto del latino e aumentò l’interesse nei confronti delle discipline umanistiche come le scienze politiche e l’arte letteraria.

E al centro di tale rinnovamento chi troviamo?

Assolutamente l’Italia con Milano, Firenze, Verona Padova e Venezia che si arricchirono di numerosi uomini di cultura di artisti provenienti da altre parti richiamati dal generoso mecenatismo dei signori. E tutto questo in un’ottica prettamente politica ossia un elogio alla loro potenza, un lustro alla loro magnificenza che si estendeva, di contrappasso alla città e alla corte signorile.

Cita a tal proposito la Assini:

 

per un gentiluomo della taglia di Bernabò l’ostentazione della propria ricchezza non era un capriccio ma rispondeva all’irrinunciabile esigenza di riaffermare in ogni sede e in qualsiasi modo la forza e il potere che determinavano la sua inestimabile grandezza

 

E i Visconti erano la stirpe che mantenne la signoria della città dalla fine del 200 alla metà del 400 imponendo, pian piano, il proprio potere dinastico.

Chi erano davvero i Visconti?

Interessante le descrizioni sempre tratta dal libro della Assini:

 

i nemici definivano parva progenie la sua stirpe per via dei suoi antenati, originari di un minuscolo borgo affacciato sul lago di Garda. Eppure era stato grazie al valore di un pugno di uomini se da un paio di secoli il loro casato aveva ottenuto l’investitura, il feudo e il blasone.

Tuttora i mirabili affreschi della rocca di Angera testimoniavano la vittoria riportata da Ottone, il capostipite sui suoi nemici giurati, i Torriani.

 

Possiamo definire la Milano del trecento come il palco su cui il visconte Bernabò celebrava davanti a tutti nemici e sostenitori la sua immensa personalità convincendo tutti dell’inattaccabilità del suo ruolo istituzionale:

 

non di solo sfarzo viveva il signore di Milano, quel Bernabò Visconti che governava con pugno di ferro uno degli stati più estesi della nazione latina…autorevole, autoritario, ghibellino, impenitente il domunus mediolanum aveva fama di tiranno divorato dall’ombra

 

Perfetto esempio dell’uomo trecentesco cosi come lo racconta lo storico olandese Johan Huizinga in un testo storiografico che dà il titolo alla presente lezione: L’autunno del Medioevo:

 

L’uomo moderno non ha generalmente alcuna idea della sfrenata stravaganza e infiammabilità dell’animo medioevale […] mancavano nel Medioevo tutti quei sentimenti che hanno reso timido e oscillante il nostro concetto di giustizia: l’idea della semi-responsabilità, l’idea della fallibilità del giudice, la coscienza che la società è corresponsabile dei misfatti del singolo, la questione se non val meglio correggere il colpevole che farlo soffrire

 

L’uomo del trecento era un uomo ancora dominato dal senso di giustizia, mirabilmente espresso nella divina commedia: il giusto che prova compassione per il peccatore punito, si rallegra e gioisce di fronte allo spettacolo della giustizia divina che trionfa.

Passioni sfrenate, caratteristiche di un mondo in trasformazione pieno di furore, di rumore, di sangue cosi come è perfettamente affrescato dal testo della Assini. Si tratta di evidenziarne elementi importanti, come l’ansia verso la conoscenza, l’amore per le arti e per il bello:

 

dal canto so progettava di far affrescare una sala del palazzo con le storie del ciclo arturiano, consapevole di quanto la pittura ingentilisse le dimore, esibendo con garbo la cultura e la potenza dei committenti. Una diversa maniera per tenere in soggezione i rivali e ottenere ammirazione dai suoi pari.

 

Ecco che possiamo considerare l’architettura Viscontiana come un enorme operazione di antico marketing, atto a reiterare nelle menti altrui una sensazione di bellezza ma anche di rispettabilità. Il palazzo, l’affresco, la volta dovevano essere estensione fisica del carisma ora di Bernabò, poi successivamente dell’usurpatore Gian Galeazzo.

 

Eccoci ai luoghi del romanzo.

Come abbiamo accennato nel romanzo i luoghi rappresentano quasi un’estensione della magnificenza dei Visconti, paragonati al tentativo di emergere e in un certo senso sopraffare e sorpassare l’incanto di una sfavillante Milano e di un poderoso Benabò fiero e arrogante nel suo voler quasi emulare gli antichi imperatori romani. E questa opulenza è ben sintetizzata in questo passo:

 

ben lontano dalla frugalità cara ai filosofi il Visconti organizzava i convivi emulando Nerone

 

Tutta l’architettura descritta nel libro mira, quindi a rappresentare.

 

il simbolo del buon governo da lasciare ai posteri nei secoli dei secoli.

 

Ecco perché essere una visconti era un legame indissolubile con la città che li rappresentava:

 

Milano e i visconti erano una cosa sola, una combinazione antica e inseparabile

 

Milano con la sua assimilazione alle forme gotiche che trovarono ampia espressione nel duomo fatto erigere da Giangaleazzo,il quale appare sullo sfondo del testo come una regina dallo sguardo duro e minaccioso, una città moderna per l’epoca, una città ricca di simboli e di autorevolezza:

 

Milano era Milano anche grazie al suo imponente sistema idrico che attraverso oltre cento canali, fossati e navigli metteva in comunicazione le acque lombarde compreso il po’ consentendo a zattere, burchielli e galeoni di navigare senza intralci fino all’adriatico

 

Una signora di classe beffarda e quasi stizzita, una città orgogliosa di se stessa che rivendicava con spavalderia il suo primato:

 

abbracciata da una solida cinta muraria Milano abbondava di chiese, botteghe, palazzi e conventi

E su tutte le costruzioni spicca nel testo il palazzo di San Giovanni in Conca conosciuto come la Cà di Can.

 

San Giovanni in Conca

Là dove oggi si erge l’hotel dei cavalieri era situata la famosa abitazione di Benabò visconti la Cà di can. Ecco come ce la descrive la Assini

 

Di San Giovanni della Conca, un pezzo sacro della sua storia conosceva ogni minimo anfratto, scorcio e segretezza. Negli ampi giardini decorati con vasche piene di pesci, alberi e fiori, lei c’era cresciuta giocando a dare un nome alle rose. impossibile scordare quei mattini senza nebbia, quando cavalcava fino all’abbazia di Chiaravalle, dove la vegetazione spuntava rigogliosa e l’acqua delle risorgive non gelava neanche durante la Candelora.

 

La Can de Ca spuntava, dunque come la signora che gettava la sua ombra protettrice su una Milano imponente e aristocratica:

 

abbracciata da una solida cinta muraria, Milano abbondava di chiese, botteghe, palazzi, conventi. Ed era il suo piccolo Eden

 

si trattava di una casa fortificata da cui partiva un camminamento rialzato che portava all’attuale palazzo reale. Tramite vari altri passaggi la Cà era collegata alla porta romana (comunale, dedicata a S. Protaso) trasformata in fortezza a sua volta collegata a un’altra rocca, vicino alla porta di S. Barnaba e alla pusterla del Bottonuto.

Era nella Cà che risiedevano gli armigeri del signore, i castellani, i giullari e gli artisti tanto cari a Agnese. Nel cortile si tenevano giochi d’arme, addestramenti miliari per tenere il suo esercito sempre pronto a guerreggiare. Ma non solo di guerre egli si nutriva. Uno dei diletti del nostro Bernabò, infatti, era quello di divertirsi con beffe e lazzi dei giullari con sontuosi banchetti, dove avvenivano indescrivibili bevute e dove si tenevano scommesse e gare di forza e resistenza

 

Nel salone delle feste di san Giovanni della conca ceppi di quercia ardevano già nei camini; i servi finivano di montare le panche da lì a poco avrebbe avuto inizio un formidabile spettacolo e i cortigiani senza un posto fisso tentavano di accaparrarsi le posizioni migliori. La zona riservata ai castellani era stata addobbata con stoffe pregiate d’un rosso più vivo da messa o delle babbucce del papa. Il profumo lieve di rami d’alloro, fiori e pomi di stagione attenuavano l’aria dall’odore acre dei ceri, che bruciavano a fasci ai quattro angoli dell’aula

 

Il palazzo del Visconti veniva paragonato al serraglio di un sultano da un cronista dell’epoca. Amanti, cani mastini (i suoi prediletti) tutto sotto gli occhi della tollerante moglie Beatrice della Scala, donna intelligente e conscia che, un certo stato di cose era oramai diventato la norma

 

Alla sua destra Beatrice della Scala, ammantata di stoffe finissime, color delle perle e decine di fettucce inargentate che le decoravano i capelli. alla sua sinistra la stravagante donnina dei Porri ( l’amante NDR)con indosso una vistosa cipriana dalla scollatura disonesta e una ghirlanda di fiori freschi in capo, nemmeno fosse una donzella. Invero spiccava come una mucca in mezzo ai tori, ma forse era proprio ciò a cui ambiva. poteva sembrare un azzardo quella triade perché un conto erano le corna che non scandalizzavano nessuno, tutt’altra cosa le apparizioni in pubblico, fianco a fianco, di una legittima sposa e di un amante, una vera sconcezza sia per i preti che per i benpensanti. Alla corte milanese, però, tale andazzo non suscitava più scalpore

 

Attigua al palazzo visconteo è l’antica Basilica di San Giovanni in Conca un tempo basilica paleocristina dedicata a San Giovanni Evangelista. Con pianta a aula unica e abside semicircolare, viene ricostruita nell’XI secolo e di nuovo nel XIII secolo, dopo le distruzioni dell’imperatore Federico Barbarossa nel 1162. In questa fase la basilica, affiancata da un campanile di 24 metri e internamente divisa in tre navate, viene ampliata con un transetto e un tiburio centrale. Sulla facciata, una nicchia ospita il busto di San Giovanni Evangelista, rappresentato nel calderone di olio in cui, secondo la tradizione, lo avrebbe fatto immergere l’imperatore Domiziano, senza che il santo ne soffrisse. Una provvidenziale pioggia spense poi fuoco e calderone in cui era immerso il santo, che trovò il martirio in altro modo.

Nel XIV secolo i Visconti la inglobano nel recinto della loro signorile dimora, facendone la propria cappella gentilizia. Le pareti sono sontuosamente affrescate, ed ecco qui sulla sinistra una porzione degli affreschi che oggi vengono conservati nel Museo di Arte Antica al Castello Sforzesco: si tratta di un Angelo dell’Annunciazione, di fine XII – inizi del XIV secolo. Pregevole testimonianza di pittura lombarda, era collocato sull’arco trionfale della chiesa, le cui navate furono in seguito ornate con affreschi raffiguranti le storie di San Giovanni Evangelista.

Ecco come racconta la sala degli affreschi l’Assini:

 

Nel salone degli arazzi, allestito apposta per sbalordire gli ospiti era stata montata una tavola risplendente di coppe in peltro, saliere d’argento, catini con l’acqua odorosa di rose pere nettare le mani dall’unto…. non pago della masnada di buffoni e suonatori di flauti di stanza a corte aveva accolto anche un nugolo di chierici vaganti perché cantassero l’amore in cambio di un pezzo di pollastra e di buon vino.

 

Un’architettura creata ad hoc per riuscire a:

 

Barare con la morte rimandando sine die i conti con il padreterno

 

Per dimostrare tutta la sua autorevolezza tutto il suo carisma, e il suo indiscutibile ruolo di leader. Ambizione e necessità che dimostrò anche nell’occasione dell’infelice, come il tempo ha poi dimostrato, incontro con il futuro marito di Agnese, un Gonzaga che mai sarà trattato come suo pari, scatenandone un sentimento di vendetta e di rivalsa che condannò all’infelicità la bella Agnese:

 

entrarono in san Giovanni in Conca accolti da alti squilli di tromba e più furono annessi con mille onori nelle sue sale dipinte di fresco, profumate con petali di foir e finissimi aromi. Lo sfarzo degli arredi, il dispendio di ceri in pieno giorno, lo scintillio delle corazze tutto gridava al mondo della grandezza ineguagliabile di Milano, non a caso chiamata la seconda Roma.

 

Altri luoghi portano l’impronta del prode Bernabò, il castello. Il castello di Trezzo sull’Adda, il castello di Pagazzano, la residenza di caccia: il castello di Melegnano. Ma l’unica testimonianza rimasta oggi, che ci riporta indietro al tempo del buon tiranno, è senza dubbio il Monumento equestre a Bernabò Visconti di Bonino da Campione, maestosa celebrazione dell’uomo che fu. Ritratto a volto scoperto, con i corti capelli stretti sulla fronte a un cerchio di metallo (versione militare di una corona) la barba forcuta che scende sul collo. La sua figura intera indossa la tipica armatura del XIV secolo (un usbergo in maglia di ferro) e il suo pugno destro stringe il bastone del comando, mentre il fianco sinistro mostra il fodero della spada a due mani. Il suo stemma araldico del casato, occhieggia dal piastrone. E forse i suoi occhi oramai perduti tra le ceneri del tempo, ci sfidano a dimenticarlo, rilegandolo negli annali polverosi della fallace memoria umana.

Ma Bernabò resta una figura avvolta dalla leggenda, spesso alterata ad arte dai suoi detrattori, laddove la sua nomea di Satanasso si sposa con una figura al limite con il suo tempo che spicca per ribellione  o per presunzione come dir si voglia) con la sua intrigante stravaganza. Ed è questa aurea che ha contribuito a creare il suo fascino, ombroso, grandioso e crudele al tempo stesso, che la bravura di Adriana Assini ha saputo restituire in tutte le sue sfaccettature.

 

 

Annunci