“Petali liberi” di Leonardo De Virgilio. A cura di Frank Slade

 

Prima di conoscere questo straordinario ed introspettivo libro di poesie, chiariamo, per definizione cos’è la poesia e cosa rappresenta.

La poesia è una forma di scrittura artistica che crea, con la scelta e l’accostamento di parole secondo particolari schemi metrici, un componimento fatto di frasi, dette versi, il cui significato si lega al suono musicale dei fonemi. La poesia ha quindi in sé alcune qualità della musica e riesce a trasmettere concetti e stati d’animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa, in cui le parole non sottostanno alla metrica.

Ed è proprio quando un autore vuol trasmettere al mondo determinati concetti, in modo più forte e mirato, che intervengono le motivazioni dello stesso.

Ma vediamo cosa il Nostro De Virgilio ha da dirci sulle sue “personali” motivazioni che lo hanno spinto a scegliere i versi:

 

“ho scelto la forma dei versi in quanto più s’addice al mio modo di esprimermi; i miei versi sono istantanee, scaturite infatti da vita vissuta e percepita; sono pensieri, emozioni, empatie, che si trasformano, di getto, in versi. Un modo di comunicare ciò che sento, restituire al mondo, alla vita, ciò che da questa ricevo come fermo immagine.”

 

L’opera del nostro autore, racchiude in maniera sublime esperienze ed emozioni che spaziano su argomenti diametralmente diversi ma che in realtà sono legati da un sottilissimo filo che noi chiamiamo vita.

Per essere il più chiaro possibile, vi invito ad immaginare tante nuvolette, ognuna delle quali raccoglie in sè un emozione. Raccolte insieme, procurano una pioggerellina di argomenti che hanno l’obiettivo di bagnare la nostra anima e focalizzare le nostre menti su cose che, probabilmente, diamo per scontato.

Dal punto di vista strutturale, il libro raggruppa le poesie in quattro tronconi:

  • Guerra e bambini
  • Fede
  • Donna
  • Due, uno, mondo

Adesso, per ognuno dei paragrafi, analizzeremo, insieme in sequenza, una poesia, così da farvi rendere conto della reale importanza di quest’opera.

 

“Le matite colorate di un bambino

le matite colorate di un bambino

trasformano una lacrima in un arcobaleno

le matite colorate di un bambino

trasformano una sega in un violino,

le note in uccellini

le matite colorate di un bambino

trasformano una fossa comune

in un campo di riso, in un campo di grano

le matite colorate di un bambino

trasformano un filo spinato

in un filo di seta per tessere una sola bandiera.”

 

Con una ritmica dolce e semplice, questo testo descrive l’immensa potenza che i bambini possiedono in se, ovvero il superare con un semplice schiocco qualsiasi diverbio o controversia mondiale. Infatti, mettete in una stanza cinque bambini di nazionalità diverse e fateli disegnare, cosa accadrà, secondo voi? Continueranno a giocare in eterno, come appartenessero ad un unico ambiente, un unica grande famiglia.

Ecco che, il nostro autore descrive in pochi ma intensi versi, quello che in pochi hanno compiuto in una vita intera, cioè il vero miracolo della vita.

 

“Pasqua

ricorrente

liturgica

per non dimenticare

solo quel giorno

che il dolore potrà finire

dovrà finire

prima che finisca la vita

di chi ha già inzuppato le dita

nel sangue della terra

pasqua

saltuaria

profana

fuori da ogni liturgia

per non dimenticare

che un giorno

è uguale all’altro

quando soffri

e la speranza

è l’unica compagna fedele

oltre ogni ricorrenza.”

 

In questa poesia il nostro autore mette sotto la lente d’ingrandimento il periodo pasquale, rilevando che, dal punto di vista liturgico, una vera rinascita ha senso solo quando chi ha procurato per anni dolore a persone innocenti, si redima prima che sia irrimediabilmente tardi.

Invece oltre la sacralità della festa, questo testo mette a nudo una dura verità, ovvero che davanti a morte e distruzione, abbiamo un unica vera amica che ci accompagna: la speranza, unica ed indissolubile che viaggia sul filo della vita 365 giorni l’anno, a prescindere dalle ricorrenze classiche.

 

“Le gonne larghe

le gonne larghe

ti invitano ad entrare

nei cuori delle mamme

e ad essere buono

come già sei”

 

 

Questa poesia rappresenta l’icona ideale per la pace, quella di una mamma che accudisce la sua famiglia, andando ben oltre l’odio e la sofferenza del mondo ed invitando gli altri a generare la stessa bontà, ricordando che: non si nasce cattiva ma lo si diventa se scordiamo da dove proveniamo.

 

“Incontro

ci scontrammo sorpresi

perché nel buio

non c’eravamo visti avvicinare

sentii il tuo calore

che era come il mio

e mi fece coraggio

ci abbracciammo contenti

e sentii nel tuo petto

battere il mio cuore.”

 

Il sentimento tra due individui può sbocciare e svilupparsi ovunque, anche dove tutto quello che vi è intorno rappresenta l’antitesi dell’amore, cioè guerra, sangue e sofferenza.

Non voglio forviarvi troppo su questa poesia ma semplicemente farvi imprimere nella testa tutta la potenza che queste poche righe hanno in sé, facendovi riflettere sul fatto che, l’uomo possiede l’arma più potente contro la guerra ma che spesso dimentica di usarla, ovvero l’amore.

Adesso, letti questi magnifici esempi di ciò che troverete all’interno di questa straordinaria raccolta, cosa notiamo?

Innocenza, speranza, bontà e amore…

Elementi imprescindibili della vita, che si abbracciano come per formare una bellissima e preziosa collana, con all’estremità della stessa la chiave per la felicità del umanità intera.

Buona lettura a tutti e soprattutto a chi ha ancora voglia di sognare e mettersi in gioco…

 

“Eterni secondi” di Luca Bonaffini, Gilgamesh editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Scrivere la recensione del libro di Bonaffini è l’impresa più ardua di tutta la mia giovane carriera da blogger. Troppi ricordi, troppe emozioni, troppo nella testa, difficile da organizzare in modo coerente su carta. Eterni secondi ha il profumo della dolcezza nostalgica, ma anche il tanfo putrefatto dei sogni buttati all’aria, della libertà impiegata male, di quella generazione trovatasi a dover raccogliere i cocci del favoloso sessantotto. E cosi il Banza, Il professore e Andrea, eterno indeciso, rappresentano volti già visti, storie già sentite, e tentativi ininterrotti di lasciare un segno in questa baraccopoli chiamata vita. Eppure, nonostante le mille idee, nessuna si riusciva a manifestare su carta, nessuna aveva il potere negromantico di rendere vivo il testo. Un testo che, ironia della sorte, mi è entrato dentro. Ogni capitolo risuonava della stessa struggente melodia, arrabbiata e delusa di Vasco Rossi Stupendo, con quelle strofe che sono sempre state e resteranno, pugni in faccia, ma che da sole racconterebbero il libro

Ed ora che non mi consolo davanti una fotografia

Mi rendo conto che il tempo vola. E che la vita poi è una sola

E mi ricordo chi voleva al potere la fantasia

Erano giorni di grandi sogni sai. Erano vere anche le utopie

Ma non ricordo se chi c’era, aveva queste queste facce qui

Non mi dire che è proprio così. Non mi dire che son quelli lì

Ed ora che del mio domani, non ho più la nostalgia

Ci vuole sempre qualche cosa da bere

Ci vuole sempre vicino un bicchiere!

Ed ora che oramai non tremo, nemmeno per amore sì

Ci vuole quello che io non ho. Ci vuole pelo sullo stomaco

Però ricordo chi voleva, un mondo meglio di così

Sì proprio tu che ti fai delle storie ma dai

Cosa vuoi tu più di così

E cosa conta chi perdeva. Le regole sono così

È la vita ed è ora che cresci. Devi prenderla così

Si

Stupendo

Mi viene il vomito

È più forte di me

La ricordo ancora.

La cantavo con rabbia stretta alla mia kefiah, avvinta ai miei ideali, sperando con tutta me stessa di non diventare mai il classico radical chic che di rivoluzionario aveva solo il nome. E vedevo i miei compagni, stretti nei loro cliché, li vedevo come padri insoddisfatti di famiglia, come illusi in cerca di libertà, come dirigenti di partito ingozzati di privilegi o finti dissidenti in cerca del benessere facile con la delinquenza o solo, in fondo, in cerca di porre fine a una libertà che non potevano più gestire. O come Andrea, immerso in una vita di piaceri fino a ritrovarsi a 42 anni senza nulla, se non una manciata di ricordi.

No.

Io volevo essere la stessa diciottenne che sognava la rivoluzione, che sognava di combattere il sistema, che sognava di dire no. Non volevo finire in banca o in un bell’ufficio comodo e allinearmi e sentirmi che so, di sinistra solo votando un pc fallito. Non volevo ritrovarmi con un bel tailleur Chanel a parlare di diritti sognando che lo strazio cessasse, per ritrovarmi nella mia jacuzzi.

Volevo essere Ale. semplicemente Ale stretta alla sua kefiah

Non volevo diventare un fruitore del nulla:

Che bella scorpacciata di niente anche oggi.

Eravamo tre amici al bar che non volevano cambiare bar e infatti ci siamo riusciti.

È tutto come allora. Solo che gli amici sono rimasti in due.

Io, il bell ’Andrea, benestante e viziato, volevo indossare la tuta di Superman e volare ovunque: invece, hanno tirato via anche le cabine telefoniche e oggi non saprei nemmeno dove cambiarmi.

Fabio e Lidia volevano il PCI al governo e, proprio quando è arrivata la possibilità di andarci, il nucleo locale del Partito si è sciolto, dando vita a frammenti d’ideologia e a cellule morte di delusi riformati. Mauro non sapeva chi era, ma a suo danno e beffa, tutti sapevano chi era lui.

O almeno credevano di saperlo: perché noi non siamo ciò che vogliamo, siamo sempre quello che gli altri credono che noi siamo.

E durante gli anni di questi protagonisti, di eterni secondi ne ho incontrati a bizzeffe.

Io ho riposto la mia scialla a quadretti bianchi e neri nella cassapanca. Ho abbandonato i sogni di guerriglia e impugnato la penna.

E sono diventata, negli anni, la pecora nera, la dissidente, la strana.

L’inopportuna sognatrice.

Il fastidioso sassolino nella scarpa.

E leggere il libro, pagina dopo pagina, faceva male e dava quel senso di nulla che ho sempre odiato.

Mi verrebbe da dire che la nostra generazione è stata l’espressione di fragilità, di leggerezza e mancanza di volontà.

Mi verrebbe da dare una sberla al passato, autopunendomi e chiedere umilmente scusa al tempo,

così sacro per tutti, per averlo profanato con indigeste abbuffate di indifferenza e noncuranza.

No.

Non potevo leggere Luca.

Fa male, troppo male questo libro.

Ma al tempo stesso è dotato di un’oscura magia che ti lega alla lettura compulsiva.

E ti costringe a proseguire.

Ma se i sogni non si comandano e non vanno a gettone, le verità non vissute (ma semplicemente trasmesse o ereditate) non si rigenerano né a colpi di mouse, né con i neuroni.

Noi non siamo bolle di sapone, ma casseforti di valori dismessi.

Sogni abbandonati in un immondezzaio di parole mai rese fatti, di emarginazione e vigliaccheria, di chi ha chinato la testa davanti al potere che tentava di combattere. Perché alla fine, ci si stanca di ferirsi le mani e si fa un bel patto con l’oscurità.

In cambio?

La propria coscienza.

Addormentata, resa invisibile.

La voce di Luca continua accompagnata dalle note tristissime di Gli Angeli di Vasco Rossi

Qui è logico cambiare mille volte idea

Ed è facile, sentirsi da buttare via

Qui non hai la scusa che ti può tenere su

Qui la notte è buia. E ci sei soltanto tu

Vivi in bilico. E fumi le tue Lucky Strike

E ti rendi conto, di quanto le maledirai

E da qui e da qui

Qui non arrivano gli ordini a insegnarti la strada buona

E da qui e da qui

Qui Non arrivano Gli Angeli

E lacrime calde e bollenti scendono su di me, sul racconto di Luca, sulle nostre vite, sulla descrizione di una Milano che può in realtà essere ogni città. Cadono su un’anima smarrita, che non sa più volare, cadono sulla volontà che manca, sul nostro eterno essere secondi. Eppure…

A volte è stato quell’ambire al primo posto a spronare tanti cammini, tanti sforzi, persino il mio eterno impegno a non mollare, a non adeguarmi. Forse è stato quell’essere un secondo che ha permesso a Luca Bonaffini di creare melodie che ci ricordano come:

Perché noi siamo come bolle.

Ma possiamo scegliere se essere di sapone o di sentimento.

Quindi sparire o durare per sempre, affollando la memoria di chi ci ha offerto la grande opportunità di “essere umani”.

Ed ecco la magia.

Nell’ultimo capitolo.

Il senso del mio cercare in questo libro un sorso di acqua pura.

Acquea pulita, fonte del cuore…

E nelle ultime pagine le lacrime cambiano. Diventano emozione pura, in un lontano ricordo impresso a fuoco dentro di me, che ha più valore di mille kefiah, il simbolo di quello che sono oggi.

E lo devo a un grande autore.

Pierangelo Bertoli. E quel racconto spazza il dolore della sconfitta, quella frustrazione di essere eterna seconda.

Era il 1990.

Tutti di fronte a mamma RAI per l’ennesimo polpettone mediatico, che avrebbe riempito le nostre vuote teste di ritornelli monotoni e ipnotizzanti, trasformandoci in un gregge educato privo di bellezza.

Ecco che sul palco arriva qualcosa di strano, incongruente, come mi sentivo io.

Era un uomo, un cantautore che conoscevo, disarmonico nella sua anomalia fisica, eppure fiero con quello sguardo duro e senza vergogna. E tre uomini, dritti come fusi dallo stesso sguardo di granito. Indiani venuti da un passato, fierezza e coraggio di antichi Apache.

E iniziarono a cantare.

Una melodia dura, eppure armoniosa, con un ritmo cadenzato da ballata folk con assoli di puro strano rock. E parole, parole che sembravano pugni. E una voce, cristallina e piena di passione che cantava l’orrore di sentirsi emarginati, il dolore di essere diversi, ma anche la fierezza di non abbassare lo sguardo.

Ero li, affascinata.

Sedotta e avvinta da parole che avevano la forza di un tornado.

Li a urlare la stessa sensazione di ribellione che urlava Bertoli e i Tazenda.

Si alzarono tutti in piedi.

A spellarsi le mani. Io mi alzai dalla poltrona.

E da quel giorno non ho mai smesso di cantarla dentro il mio cuore.

Anche oggi che i due guerrieri Andrea e Pierangelo non ci sono più. Ma che sono rivissuti attraverso un ricordo che non è di Luca, ma anche un po’ mio.

In quegli anni in cui il senso di appartenenza era oramai sgretolato e ci avrebbe restituito un modo marcio, allo sbando, un postmoderno senza più fondamenta. Da ricostruire ma incapaci di farlo.

E noi abbandonati ancora oggi, dalla politica, dalla società, e persino da Dio lo cantiamo ogni volta che non vogliamo arrenderci. Perché arrenderci significa darla vinta alla tentacolare sistema.

Cos’è un mondo senza un senso di appartenenza a qualcosa?”

“Niente, caro Luca”.

Allora diventiamo alleati – inconsapevoli e ignoranti – di quel sistema che fa sì che le minoranze non possano mai dire la loro.

E, accettando tacitamente il sopruso dei prepotenti sui più deboli, ne diventiamo complici.

Meglio tacere che rischiare, no?

Nell’immondizia, allora, va a finire che ci anneghiamo anche noi.

Oppure, se ci stiamo già e non vogliamo venirne fuori, significa che tanto male non ci stiamo.

Ma la luna dal monte spunta.

Il cuore è ancora una

Fuente ‘ia, gradessida

Gai puru deo

Potho bier a sa vida

Cuore mio

Fonte viva, gradita

così anch’io

Posso bere alla vita

La speranza torna là, da dove viene tutto.

Alla fonte della vita, dove l’acqua gradita disseta il nostro cuore, che batte e combatte.

E ogni tanto, invece dei soliti libri, leggetevi qualcosa che è e resta memoria. Che è e resta forza. Che è e resta un canto di speranza, una rivendicazione politica, una critica sociale. O solamente un pugno in faccia per risvegliarsi alla vita.

Questa mia recensione la dedico a voi. A te Pierangelo che mi hai insegnato a affrontare la vita a muso duro:

affronterò la vita a muso duro

un guerriero senza patria e senza spada con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro

o se avrò soltanto luoghi sconosciuti

canterò le mie canzoni a tutti loro

e alla fine della strada potrò dire che i miei giorni li ho vissuti

E a te Andrea, voce di mille angeli, che mi hai dato una terra da cui tornare, un sogno a cui credere e un senso al mio disagio

perché anche nel dolore più orribile, quello che sembra annientarti e non farti respirare, arriverà sempre il Carnevale, a farti risvegliare la vita

Dio, sei nell’aria?

Dio reso ridicolo

Domani mattina vi lascio la vita e me ne vado

Domani mattina mando il mondo affanculo

Dio, esci di casa

Fammi morire adesso

Che muoia guardando

Gli agnellini saltare

Balla che adesso viene il carnevale

A scuoterci la vita

Allora potrai anche dimenticare

Le grandi preoccupazioni della settimana

E il cuore no, non si stupisce

E la morte no, non c’entra

E la notte sarà invasa dal vento della primavera

E ogni volta che mando affanculo Dio e la vita. È la tua voce a darmi la forza per risalire.

Grazie Luca. Fiera di essere un eterno secondo.

Lassa chi alen’ in pache,

lassa chi intret unu bicculu e’ luche.

Dedicata a Pierangelo Bertoli , e Andrea Parodi .

Adesso cantate agli angeli