“Biancaneve zombie” di Elena Mandolini, Dario Abate editore. A cura di Alessandra Micheli

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Lo ammetto.

Ho sempre odiato Biancaneve.

Nonostante il mio interesse antropologico per le fiabe, la pallida principessa proprio non la sopportavo.

Cosi anonima, cosi vittima degli eventi.

Cosi totalmente inutile.

Cosa faceva di avvincente?

Nulla.

Restava rilegata in casa, in balia di una pazza fissata con il ritocchino, fissata con gli specchi e invasata più di una partecipante al reality del grande fratello.

E la dolce, svenevole Biancaneve?

Tutto il giorno a lavare e cantare, sognando il vero amore capace di trascinarla via con sé, un inetto a cavallo, con un’orrida calzamaglia. E mentre sognava un giorno migliore mi dicevo da bambina: tonta scavalca la torre, prendi un’iniziativa, una sola.

Insomma oltre a cantare cinguettando con i passerotti fa qualcosa!

E cosa faceva?

Nulla.

Accetta che un rozzo cacciatore, un altro tonto incapace di mettere due parole in fila, la porti in un bosco e lei lo segue. Docile come un baobab. Era una pianta, non un essere umano, portata dal posto A al posto B.

E quando resta sola nel bosco, invece di darsi una svegliata, cantava.

Di nuovo.

Neanche fosse la Callas rediviva.

Ma per fortuna incontra i sette nani che la salvano…mettendola a pulire, lavare, spazzare cucinare e rammendare.

E lei canta.

Invece di prenderli a badilate sulle gengive, canta.

E canta anche quando la matrigna, altro mirabile genio, passa per caso nel bosco, bussa alla casetta e le porge una mela cosi rossa da far impallidire quelle del miglior supermercato Conad.

Ma l’inetta canta ancora.

E la mangia.

Per fortuna lì c’è il colpo di scena tanto agognato e si strozza.

Finalmente un po’ di azione mi dico.

E resta nella bara di cristallo, circondata dai sette premi Nobel, con torsolo di mela ancora in bocca, bella e inutile più di prima.

Capite perché io speravo che entrasse in scena Godzilla e la divorasse intera lei, la mela e i geni che la circondavano?

Oppure speravo che il dandy vestito d’azzurro cadesse da cavallo o che so, fosse divorato da uno sciame di locuste carnivore?

Beh le mie preghiere di bambina sono state esaudite da Elena.

Infatti, il genio che è in lei (saremmo mica sorelle?) ha immaginato uno scenario totalmente differente e per nulla strano per il proseguo della noiosa favola, in grado di donargli un po’ di ritmo, di pathos e di azione.

La bella e inutile, e completamente inetta Biancaneve è morta.

Sta lì ammuffita nella sua bella bara. E aspetta il bacio del tonto la dovrebbe risvegliare .

La domanda che si pongono menti eccelse come le nostre è: come si risveglia?

Quale effetto avrà il bacio del sommo rincoglionito?

Come diventerà Biancaneve riportata indietro dai morti come una novella Euridice?

Che effetto avrà la morte sulla sua umanità?

Sparirà perché in grado di distruggere il tabù che separa la vita dalla morte, tabù infrangibile soltanto in una particolarissima notte, o diventerà…altro?

Perché chi contatta l’Ade, o l’altro regno non può tornarne indenne.

Quel mondo numinoso, descritto benissimo da tanti libri (ricordo Scilla con l’inganno della morte, o la Valente con la bambina senza cuore) è un mondo che ha leggi totalmente differenti dalle nostre, sfiora il mistero più grande, che vaga dalla nascita, alla fine alla rinascita. E chi è depositario di questo immenso segreto non può tornare come prima. È toccare il sacro e restarne folgorati, segnati e marchiati.

E infatti la bella principessa marchia.

Con denti affilati e con una fame di sangue e di vendetta che la rende…diversa.

Molto più bella e spaventosa.

Biancaneve vive in modo totale la maledizione della pazza, divenendo un revenants, un non morto, una divoratrice. Insomma quello che noi chiamiamo zombie.

Ed è in quel momento che la bella Neve diviene stranamente, donna.

Eh sì miei cari.

È nel momento in cui si risveglia e sente la fame, quella vera di carne e sangue che acquisisce la coscienza, quella negata dalla versione edulcorata della fiaba. Quella, seppur chiamata iniziatica, relega l’anima/donne a una figura subordinata. Essa è potenzialità inespressa, infatti è totalmente inefficiente. E le manca quella spinta che renda l’idea embrionale azione.

Biancaneve è abituata a essere comandata, sopraffatta, bullizzata se vogliamo dirlo con un termine moderno. È abituata a espletare la sola funzione materna o peggio, di bell’ornamento. Tanto che è cosi invisibile da non reagire alle angherie della donna crudele, la terribile Grimilde. E infatti, pur avendo una sorta di sesto senso, non lo usa per difesa. Lo sente vagamente quell’avvertimento che dovrebbe porla a difesa del suo regno, interiore e esteriore, ma non agisce.

E cosi si ritrova a dover ritrovare sé stessa e intraprendere un percorso di evoluzione rimettendo assieme i mille pezzi di un sé spezzettato. E lo fa perché alla fine deve poter tornare a una vera unità. Come ci riesce lo scoprite nelle ultime pagine. Vi ricordo solo due cose: l’importanza degli studi junghiani, e che i nani, che sono sette.

Se non ci arrivate siete degni eredi di Azzurro.

La sua vita inizia nel momento di una rinascita terrificante, perché alla fine la morte uccide la sua identità priva di quella parte guerriera, funesta e sanguinaria che, però per ironia della sorte, è necessaria a divenire donna.

Non fraintendetemi.

Non dovete certo divorare letteralmente il principe azzurro (oddio non che abbia pianto molto per quella scena) ma l’atto stesso di nutrirsi dell’altro ha una forte valenza simbolica. Il principe è la parte maschile quella che dona appunto, come raccontavo prima, la capacità di agire. Appropriarsene, “mangiandolo” significa acquisire dentro di sé e non all’esterno (lo sposalizio) la sua memoria. E non è un caso che, attraverso il nutrirsi delle emozioni altrui Biancaneve si risveglia davvero sviluppando nella sua ferocia, una coscienza. Addomestica la bestia che è in sé, e decide di porre la sua ira al servizio di quel modo desolato che è il suo regno governato, badate bene, non dalla vanità, ma dal semplice, orrido bieco potere.

E anche il male rappresentato da Grimilde ha qua nel testo un suo riscatto: non più la patetica donna che ha terrore di invecchiare, ma il potente tiranno che vuole semplicemente plasmare il mondo a immagine del suo cuore. Nero se è incapace di provare empatia, luminoso se invece, nonostante la sua indole violenta, sceglie come fa la zombie Neve. Ed è la sua scelta, dopo una lunga, tormentosa disperata accettazione del nuovo, che la rende…umana.

Strano ma vero.

Questa atroce Biancaneve è più umana della sua versione odiosamente canterina.

Umana perché consapevole del suo lato bestiale, umana perché accetta il diverso e lo sconosciuto.

Umana perché, nonostante il primordiale istinto sanguinario lei compassione la prova. Più di tanti personaggi politicamente corretti. Capace di farci vivere con la Dea Morrigan nelle vesti della candida principessa, una Kali versione occidentale, ogni suo intimo pensiero, ogni sua frustrazione ogni disperazione possibile e immaginabile, questa

Biancaneve affascina.

Perché muta, cambia, cresce e diventa, profonda. Capace di prendersi finalmente le sue responsabilità e riportare la giustizia in quella terra desolata, funestata dall’orrore di una notte senza mai una luce.

E forse a volte, la salvezza non è data da un modello dolciastro, innocente, mariano direi, incapace di agire e di pensare, ma dedito solo a impersonare i cliché, ma da una divinità primordiale padrona della morte, dei suoi sepolcrali segreti e capace di fare della sua atavica rabbia, strumento di giustizia.

E questo libro servirà, seppur apparentemente partorito da una mente diabolica, a svegliarci un po’ e imparare che essere donne non è soltanto annuire e sorridere.

Ma anche mostrare i denti e annientare chi ci impedisce di essere pienamente noi stesse.

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