“WC Tales. Brevi storie per una sana e corretta attività intestinale” di Vincenzo De Lillo, Writers editori. A cura di Alessandra Micheli

 

In un mondo così caotico come quello letterario di oggi, spesso c’è una grande confusione tra cultura e evasione. E lo dimostra questa dicotomia assurda che scinde un libro in due parti originariamente totalmente unite una all’altra.

Evasione e cultura sono, infatti, profondamente connesse tanto da non poter mai esistere una senza l’altra. Questo perché il testo è sempre dotato di più livelli interpretativi: uno letterario, uno simbolico e uno nascosto. Ed è questa sua totalità che gli consente di parlare al lettore e di raccontare a ogni componente della psiche una storia uguale seppur diversa. Scindere le diverse anime del libro, crea mostruosi horcrux che lo mantengono in vita anche quando è fatalmente cadavere. Ecco perché un testo privato dell’integrità della sua anima diventa banale, insipido e…orrendamente muto.

Siamo noi a mutilarlo, siamo noi con la nostra fissazione per la categorizzazione selvaggia a snaturarlo e privarlo della sua anima. E al suo posto, al posto del libro creiamo ibridi inquietanti, libri che si ergono pomposamente dalla massa dei suo fratelli di serie B, pieni di paroloni, di aforismi importanti ma privi di anima. Un libro considerato colto alla fine è solo un libro di apparenza.

Un libro considerato di svago è altrettanto privo di sostanza. E siamo noi a creare questa differenziazione inesistente nella natura stessa del testo, tutto in offerta al Dio business. non prendiamoci in giro. Ogni categoria ha lo scopo di creare semplicemente pubblico, usando le stesse tecniche manipolatoria degli esperti di marketing. E quindi tiriamo fuori quello che al consumatore (non più lettore) serve in quel momento: la soddisfazione di un bisogno.

Un libro, al contrario, racconta la sua versione dei fatti. e questa versione non è detto che collimi con il nostro bisogno di redenzione, di assuefazione o di vanesia soddisfazione dell’ossessione del momento. Quando un testo racconta lo fa toccando punti inesplorati dell’animo facendoti dire alla fine del viaggio, “però non avevo pensato a questo”. E ti lascia interdetto ma sorridente, con quella volontà di tornare in quei luoghi nascosti, nel rio abajo rio di junghiana memoria (il nostro mondo interiore NDR) dove si trovano visioni incredibili, paesaggi mai visti e l’ignoto che tanto ci attrae e di cui abbiamo tanto bisogno.

E quando capita un libro cosi è un dono prezioso.

Questa noiosa premessa racconta in realtà, la genesi stessa del testo di De Lillo, un testo all’apparenza poco pretenzioso, un testo irrorato di humor nero e di grottesca lirica ma che, alla fine nasconde dietro la semplicità del linguaggio una nostalgia, una malinconia a volte tenera a volte crudele che non fa altro che svelarci la nostra società e al tempo stesso noi stessi. Un uomo immerso in un mondo frenetico che spesso ci lascia solo solitudine, solo un senso di acuto vuoto che non sappiamo come riempire. Un modo grottesco con le sue ossessive ipocondrie, rese tragicomiche da uno stile irridente e beffardo. Ma anche una riflessione su quel nostro eterno cercare, su quell’incapacità di trattenere dentro di noi il momento magico, quello che crea da un banale gioco l’incanto dell’avventura.

Un libro potente nella sua apparente banalità, anche sofferto, ma sempre con un tocco di spensierata leggerezza senza mai prendersi sul serio. Eppure, è proprio in quella comicità scanzonata che si nasconde il senso, il significato e la vera cultura, restituita a noi stessi senza fronzoli, orpelli inutili e la prosopopea che ammanta i significati con una cappa soffocante di aulico linguaggio. Ed è questa tendenza all’eccessiva ridondanza che, lungi dall’esaltare il messaggio, lo inquina di rumore e lo soffoca, rischiando di farlo sparire.

Questi racconti invece brillano, diamanti grezzi che oltre alla risata strappano una piccola preziosa lacrima che bagna la scoperta di quanto assurdi, inetti e soli siamo noi oggi. E andiamo a scoprire queste straordinarie e geniali WC tales. Non lasciatevi scoraggiare dal titolo, è soltanto uno specchietto per le allodole, che rassicura e invita a entrare in questo mondo al rovescio, senza impegno e senza essere soffocati dalla diatriba intellettualoide del saggio di turno. Prego, entrate e accomodatevi. lo spettacolo inizia.

Il primo racconto è di un’ironia struggente. Ridendo si assiste alla voglia tanto sentita da ciascuno di noi di sentirsi eroi. In un modo reso stantio, reso monotono con la quotidiana lotte per sopravvivere, manca quel senso eroico della vita, quello che ci fa divenire da banali cittadini probi e ossessionati, per un giorno potenti e utili. Fa ridere l’avventura notturna del protagonista. Ma fa anche invidia perché per una immortale, autentica notte egli non è il giovane adolescente, uguale a tanti altri ma colui che con coraggio affronta l’ignoto. quel mondo cosi scialbo diviene un autentico campo di battaglia dove il bene, per una dannata volta trionfa. trionfa l’altruismo, trionfa il coraggio, trionfa l’ardimento del cavaliere e non solo a livello di immaginazione. Con la fantasia quanti draghi sconfiggiamo per poi tornare nel nostro triste anonimato. Ma rendere reali le battaglie quella sì che è una grande impresa. E forse è tipico dei folli credere che, nel nostro super tecnologico mondo, ci sia ancora posto per il codice cavalleresco. E forse non è un caso che l’ardimentoso eroe in mutande, con una fierezza dignitosa che spicca nonostante la sua figura stramba, si scaglia contro quella tecnologia che ci riempie o ci imprigiona la vita. Si scaglia con l’ossessività che porta a identificare come fonte di benessere l’oggetto inanimato più che la vita. Si scaglia contro l’immobilismo di una proba notte borghese. E Wender in quella notte diviene per sempre eroe:

Quando ripensa a quella notte, pur ricordando poco e nulla, prova una strana sensazione di benessere. Un misto di fiero orgoglio ed esaltazione che lo fa sentire davvero bene con se stesso.

Lo stesso orgoglio che accompagna per tutta la vita gli eroi o quelli che si sono resi autori di gesta straordinarie.

Ed me lo chiamate solo racconto di evasione?

Il secondo racconto è già più inquietante. L’apparente normalità è interrotta da un incubo che, in realtà, svela una psiche malata è vero, ma soprattutto svela un rapporto finto. Ed è quello che succede sempre in ogni casa. Fuori la perfezione, dentro….un ingranaggio pieno di ruggine che, a lungo andare, si inceppa e non funziona più. E cosi questa coppia in fondo è come tante altre. Non funziona più. Manca la fiducia, manca l’onestà, si trascina lenta e annoiata. E forse solo con i sogni vive davvero la sua realtà. Il resto è finzione, un mondo inesistente portato avanti chissà per quale oscuro motivo

Il terzo racconto è ancora più agghiacciante. Il male, la devianza vissuta come normalità. È talmente scontata, talmente normale nella sua mostruosità da non essere per nulla compresa. È la routine, e essa non va modificata. Ci si concentra su piccoli dettagli che rendono ancor più alienante la consapevolezza di un’orribile verità: il male non terrorizza più. Interessano altri piccoli inutili dettagli. Non che tuo figlio sia ormai risucchiato nell’abisso.

Dopo l’orrore ecco che il genio di Vincenzo racconta qualcosa che è di una bellezza sconvolgente. Per ovvie ragioni di spoiler non vi dirò nulla di più, non vi svelerò cosa ha partorito questa straordinaria mente, ma leggetelo e beatevi perché questo racconto è un’avventura meravigliosa e magica. E La sensazione che lascia è stata provata da tutti almeno una volta nella vita, dimenticandoci poi il potere della creatività e dell’immaginazione.

E una volta concluso il racconto la nostalgia attanaglia il cuore e ti fa rimpiangere quei tempi passati dove…scopritelo voi…

Il racconto la supplente è una graffiante critica al sistema. e non solo scolastico ma direi gerarchico. Che il nostro mondo sia diviso ancora in caste è innegabile. Leggete queste parole

Marina, diplomatasi pochi anni prima in un liceo scientifico frequentato per la maggior parte da gente per bene, li guarda con affetto, lei sa che i ragazzi possono essere a volte anche casinisti, lo ricorda benissimo, ma il quadro che le hanno dipinto le sembra davvero troppo sproporzionato.

La convinzione di provenire da un ceto che la rende intoccabile è palese in ogni suo pensiero. Del resto chi ha avuto un percorso facile non riesce a non guardare dall’alto in basso le persone che considera “disagiate” o “inferiori”.

Sarò in grado di cavarmela, sono forte, intelligente, preparata… e di solito piaccio alle persone

Piena della stessa prosopopea di chi si sente privilegiato.

È così questi sarebbero i famelici demoni che mi hanno dipinto

quei professori? Non mi conoscevano e non si sono nemmeno lontanamente permessi di mancarmi di rispetto, nonostante sia poco più grande di loro… È evidente che gli altri insegnanti non sanno fare il loro mestiere, come me…

In questo caso avviene il ribaltamento. Non è l’insegnate a educare gli allievi. Sono gli allievi che, crudelmente ma in modo necessario, distruggono le profonde convinzioni della nostra snob. La destrutturano. La aiutano in maniera atroce forse, a fare il salto con il terzo apprendimento, quello che supera tutti gli altri compresa la consapevolezza di sé data da una sorta di appartenenza di casta. In quel frangente una risata spezzerebbe l’imbarazzo, l’umiliazione dovrebbe prendere il posto a una sana autocritica. Ma il salto non è ben visto. Togliere ogni certezza rende fragili e vulnerabili. E solo i degni sanno affrontarlo.

Il racconto più bello, più dolce e amaro è quello di Vincent e Albert. La storia di una profonda amicizia che neanche la morte riesce a distruggere ma anche l’orrore dell’ignavia. Assistere al bullismo alla violenza ci rende complici. E rei di appoggiare un sistema fatto di soprusi. E questa critica traspare dal testo con una frase terrificante:

Il personale di sicurezza del locale, ha visto tutta la scena

dalle telecamere di sorveglianza, ma non potendo intervenire

perché il parcheggio comunale di fronte al Triton’s non è sotto

la loro autorità, si limita solo a chiamare la polizia.

Quante volte abbiamo usato scuse per non intervenire, per non spezzare le catene dell’odio?

Non posso, ho da fare, ho la pasta sul fuoco.

E ci limitiamo a delegare ogni responsabilità, ogni azione e la nostra stessa esistenza. Per poi lamentarci della decadenza di una società allo sbando. Ma la società siamo noi stessi. Noi complici di quel male che ci fa l’occhiolino, perché sa benissimo che non muoveremo mai un dito. Ci fa fatica.

L’ultimo racconto è geniale. Una serie di eventi assurdi che mettono in luce un effetto farfalla disastroso. Ma al tempo stesso l’ignavia, la pigrizia di un protagonista banale viene scossa da piccoli inutili eventi. In quel momento a suo malgrado diviene protagonista e non più comparsa di quella patetica imitazione chiamata vita.

Esilarante e tragico.

Risate e un senso di vuoto.

Perché se una vita si risveglia solo davanti alla tragedia, forse abbiamo già perso. E il vero eroe è e resta un barboncino nano che ha più coraggio di ogni protagonista di questa strana raccolta. Certo un coraggio dato da una sorta di pazzia.

Ma in fondo, non è la pazzia la fonte del genio?

Ecco che questi racconti da me miseramente raccontati, possono essere letti da tutti, e ognuno di noi troverà il suo significato. Io voglio trovarci un’interpretazione del reale, beffardo e dissacrante.

Voi potete solo riderci su.

Ma il significato tanto agirà da solo, stuzzicando il vostro pigro cervello.

E magari scatena un pensiero.

Se così fosse, Vincenzo tu sia benedetto.

E detto tra noi, sei un fottuto genio.

“Un’altra vita” di Rita Angelelli, Mezzelane editore. A cura di Aurora Stella. Introduzione di Alessandra Micheli

 

Introduzione

Rita ha una grande dote: il ritmo. È un suono che sgorga direttamente da un’anima che sta in bilico tra tormento e estasi, tra continua volontà di trasgredire i confini della carnalità, e una voglia irrefrenabile di sentirli quei confini per divenire il pensiero incarnato. Leggere le sue poesie è un viaggio tra lacrime e sangue, ma anche tra bellezza e incanto. È un ristorarsi seduta sotto un frondoso albero millenario che racconta antiche storie con i suoi mistici fruscii. È un dissetarsi alla fonte della creatività stessa, quella che dà forma al mondo conosciuto. Ma anche uno stupirsi di fronte a un’essenza che la sua poetica rende manifesta, in ogni sua sfaccettatura dalla più cupa alla più luminosa. Redenzione e dolore, bellezza e orrore danzano assieme in un ballo che sa di vento, di mare e di salsedine.

Rita qua mostra tutta la sua fragile forza, ne fa un vanto non un impedimento. Affronta la noia e la sorpassa con la fantasia che lascia a briglia sciolta. Prende la morte e ne fa un canto, rendendola stranamente viva.

Rita è la donna che ognuna di noi cela nascosta dentro di sé, quella che come un’antica sciamana sa cantare sulle ossa sparse dei sogni infranti, delle illusioni rapite e crea costantemente nuove strabilianti forme.

Andiamo a scoprire assieme alla nostra Aurora questi versi.

Ascoltateli.

Assaporateli

viveteli in pienezza

Alessandra Micheli

 

 

E lunghi trasporti funebri, senza tamburi né bande, sfilano lentamente nella mia anima; vinta, la Speranza piange; e l’atroce Angoscia, dispotica, pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo.

(Baudelaire Spleen)

 

Si insinua tra i miei capelli e buca il cervello

(R. Angelelli)

 

Fin troppo facile paragonare la poetessa a Baudelaire. Angoscia, noia, depressione, noluntas, grigio, assenza di colore.

Il piccolo male che lento, ma inesorabile si insinua nei meandri della nostra testa e  a poco a poco ci sottrae i colori, i ricordi, le gioie per sostituirlo con un unico infinito immane grigio senza sfumature e senza ombre. Pesante come un giorno di pioggia, Né chiaro, né scuro.

Non ci sono ombre quando piove o quando il cielo è coperto ma non c’è consolazione perchè anche la luce non si distingue.

Tutto orribilmente piatto.

Ma non basta.

Nell’autore c’è di più.

 

Se questo momento durasse per sempre

varrebbe più della stessa vita

(R. Angelelli)

 

Dovevo cercare più indietro, più a fondo. Perchè anche se amo Baudelaire, resta solo un uomo. E un uomo pur profondo, sensibile percepisce il dolore e l’angoscia in maniera diversa da una donna.

Quando il grigio assale una donna lo fa dopo aver assorbito ogni singolo barlume di energia, dopo averle strappato l’anima e averla divorata senza che lei se ne accorgesse perché troppo presa a fare .

La donna, la made, la figlia, l’amante.

Così sono ricorsa alla mia amata Saffo e ho trovato questi versi di un’incommensurabile bellezza

 

La tu morta giacerai, e nessun ricordo di te ci sarà, neppure in futuro: tu non partecipi delle rose della Pieria. E di qui volata via, anche nella casa di Ade, invisibile ti aggirerai con i morti oscuri

(Saffo)

 

A cui non ho potuto non legare questi versi.

 

Fragile come una goccia di rugiada, aggrappata al bordo di una foglia.

(R. Angelelli)

Raccolgo i fiori caduti

spezzati da vento e parole

(R. Angelelli)

 

Ma c’era di più. Qualcosa di più profondo, di più letale. Un  legame con il mostro interiore. Alla fine i mostri nel cuore finiscono  a farci compagnia, e magari ci troviamo anche bene insieme.

Ed è cercando tra i demoni che ho trovato chi veramente, per stile e contenuto somigliasse alla poetessa.

 

È meglio che ogni fibra si spezzi

 e vinca la furia

e il sangue inzuppi

  divano,tappeto, pavimento

 e l’almanacco decorato con serpenti

 testimone che tu sei a un milione di verdi contee da qui,

che sedere muti,con questi spasmi

 sotto stelle pungenti,

 maledicendo, l’occhio sbarrato annerendo

il momento che gli addii vennero detti, e si lasciarono partire i treni,

ed io, gran magnanimo imbecille, così strappato dal mio regno.

Sylvia Plath

 

Un’altra vita

forse è meglio rimanere sola

tanto a che serve una compagnia

e sentire il vuoto?

(R. Angelelli)

 

 Perché alla fine

 

Le balene respirano senza la parola ossigeno

(R. Angelelli)

 

E noi dobbiamo imparare a convivere con noi stessi, con i nostri demoni, con l’illusione (triste rovescio della Speranza), con noi stesse e fare della noluntas, del nulla, del vuoto, un pozzo senza fondo da cui attingere anziché farsi svuotare.