“Un’altra vita” di Rita Angelelli, Mezzelane editore. A cura di Aurora Stella. Introduzione di Alessandra Micheli

 

Introduzione

Rita ha una grande dote: il ritmo. È un suono che sgorga direttamente da un’anima che sta in bilico tra tormento e estasi, tra continua volontà di trasgredire i confini della carnalità, e una voglia irrefrenabile di sentirli quei confini per divenire il pensiero incarnato. Leggere le sue poesie è un viaggio tra lacrime e sangue, ma anche tra bellezza e incanto. È un ristorarsi seduta sotto un frondoso albero millenario che racconta antiche storie con i suoi mistici fruscii. È un dissetarsi alla fonte della creatività stessa, quella che dà forma al mondo conosciuto. Ma anche uno stupirsi di fronte a un’essenza che la sua poetica rende manifesta, in ogni sua sfaccettatura dalla più cupa alla più luminosa. Redenzione e dolore, bellezza e orrore danzano assieme in un ballo che sa di vento, di mare e di salsedine.

Rita qua mostra tutta la sua fragile forza, ne fa un vanto non un impedimento. Affronta la noia e la sorpassa con la fantasia che lascia a briglia sciolta. Prende la morte e ne fa un canto, rendendola stranamente viva.

Rita è la donna che ognuna di noi cela nascosta dentro di sé, quella che come un’antica sciamana sa cantare sulle ossa sparse dei sogni infranti, delle illusioni rapite e crea costantemente nuove strabilianti forme.

Andiamo a scoprire assieme alla nostra Aurora questi versi.

Ascoltateli.

Assaporateli

viveteli in pienezza

Alessandra Micheli

 

 

E lunghi trasporti funebri, senza tamburi né bande, sfilano lentamente nella mia anima; vinta, la Speranza piange; e l’atroce Angoscia, dispotica, pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo.

(Baudelaire Spleen)

 

Si insinua tra i miei capelli e buca il cervello

(R. Angelelli)

 

Fin troppo facile paragonare la poetessa a Baudelaire. Angoscia, noia, depressione, noluntas, grigio, assenza di colore.

Il piccolo male che lento, ma inesorabile si insinua nei meandri della nostra testa e  a poco a poco ci sottrae i colori, i ricordi, le gioie per sostituirlo con un unico infinito immane grigio senza sfumature e senza ombre. Pesante come un giorno di pioggia, Né chiaro, né scuro.

Non ci sono ombre quando piove o quando il cielo è coperto ma non c’è consolazione perchè anche la luce non si distingue.

Tutto orribilmente piatto.

Ma non basta.

Nell’autore c’è di più.

 

Se questo momento durasse per sempre

varrebbe più della stessa vita

(R. Angelelli)

 

Dovevo cercare più indietro, più a fondo. Perchè anche se amo Baudelaire, resta solo un uomo. E un uomo pur profondo, sensibile percepisce il dolore e l’angoscia in maniera diversa da una donna.

Quando il grigio assale una donna lo fa dopo aver assorbito ogni singolo barlume di energia, dopo averle strappato l’anima e averla divorata senza che lei se ne accorgesse perché troppo presa a fare .

La donna, la made, la figlia, l’amante.

Così sono ricorsa alla mia amata Saffo e ho trovato questi versi di un’incommensurabile bellezza

 

La tu morta giacerai, e nessun ricordo di te ci sarà, neppure in futuro: tu non partecipi delle rose della Pieria. E di qui volata via, anche nella casa di Ade, invisibile ti aggirerai con i morti oscuri

(Saffo)

 

A cui non ho potuto non legare questi versi.

 

Fragile come una goccia di rugiada, aggrappata al bordo di una foglia.

(R. Angelelli)

Raccolgo i fiori caduti

spezzati da vento e parole

(R. Angelelli)

 

Ma c’era di più. Qualcosa di più profondo, di più letale. Un  legame con il mostro interiore. Alla fine i mostri nel cuore finiscono  a farci compagnia, e magari ci troviamo anche bene insieme.

Ed è cercando tra i demoni che ho trovato chi veramente, per stile e contenuto somigliasse alla poetessa.

 

È meglio che ogni fibra si spezzi

 e vinca la furia

e il sangue inzuppi

  divano,tappeto, pavimento

 e l’almanacco decorato con serpenti

 testimone che tu sei a un milione di verdi contee da qui,

che sedere muti,con questi spasmi

 sotto stelle pungenti,

 maledicendo, l’occhio sbarrato annerendo

il momento che gli addii vennero detti, e si lasciarono partire i treni,

ed io, gran magnanimo imbecille, così strappato dal mio regno.

Sylvia Plath

 

Un’altra vita

forse è meglio rimanere sola

tanto a che serve una compagnia

e sentire il vuoto?

(R. Angelelli)

 

 Perché alla fine

 

Le balene respirano senza la parola ossigeno

(R. Angelelli)

 

E noi dobbiamo imparare a convivere con noi stessi, con i nostri demoni, con l’illusione (triste rovescio della Speranza), con noi stesse e fare della noluntas, del nulla, del vuoto, un pozzo senza fondo da cui attingere anziché farsi svuotare.

 

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