Quando un libro bussa alla coscienza, non resta che aprirgli grati. Analisi del libro “Nora” Di Giacomo Ferraiuolo, dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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Da quando sono entrata nel mondo della “letteratura” tutte le mie convinzioni sulla lettura e sulla critica alla lettura sono crollate. E non perché fossero sbagliate, perché in quel caso non turberebbero me, ma le idee di autori oggi venerati. Umberto Eco, Italo Calvino o addirittura gli studi sulla semantica e sulla semiotica. Sono crollate perché, purtroppo, una recensione è stata snaturata dalla sua etimologia originale senza che la crusca abbia potuto valutare se fosse il caso. Per molti la recensione è un elogio sulla scia del gusto. E questo elogio ha, proprio perché pubblico e perché usa il magico potere della parola, un impatto sulla percezione altrui. Anche se non parliamo di grandi nomi, di grandi firme, leggere “mi fa schifo” “non mi è piaciuto”, viene adombrato da quel senso di autorevolezza, concesso solo dall’essere lettori che hanno speso denaro per un testo.

E quell’essere lettori, senza neanche chiedersi cosa significa davvero leggere, diviene una giustificazione e una legittimazione a dire cosa si pensa. Il problema è che non sempre il pensiero genera brillanti concetti. La mente è un contenitore, in cui possono ritrovarsi impulsi, emozioni, ricordi, ossessioni e persino idee distorte. Capite bene che, in quel caos, è necessario usare l’arma della categorizzazione critica, distinguendo il concetto dal suo refuso (uso la parola che tanto vi piace va).

Ecco che non tutti i pensieri sono leciti, che non tutti vanno espressi senza responsabilità e che non sempre si pensano alte astrazioni.

Personalmente il mio cervello, attivo e instancabile, produce anche tanta immondizia inutile.

Magari voi sarete geniacci.

E allora mi inchino alla vostra mente.

Ecco la parola chiave.

Responsabilità.

Nello scritto come nell’elucubrazione, nel giudizio, come nella recensione che è e resta, un’analisi critica del testo, finché la Crusca (e non quella che fa andare al bagno) non deciderà di cambiargli etimo.

E quando capiterà sarò la prima a prenderne atto.

Come si fa un’analisi critica?

La prima regola è rendersi conto che il gusto è un tuo problema. Alla gente, a meno che non te lo domandi, di cosa ti piace o no, non gli frega un cazzo. Ed è educazione comprenderlo.

E cosi un libro.

Il lettore non deve sapere da te se ti piace. Deve capire cosa contiene. Perché, se ci si avvicina alla recensione e non si segue il mio misero esempio, (che compro a genere o leggendo la trama, rendendomi conto che sono in grado di decidere cosa acquistare o no, senza avere  il promoter alle calcagna che mi assilla) significa che deve essere aiutato, o educato alla lettura consapevole. E qua entra il blogger che è e resta non un influecer ma un mediatore tra autore e lettore. Mediatore significa che, se il libro per me risulta ostico, io devo creare con la mia analisi un ponte affinché il soggetto possa attraversarlo e entrarci in punta di piedi.

Essere blogger non è uno status sociale, né un’evoluzione che vi renderà guru spirituali. Ma semplicemente “interpreti”.

Ecco il secondo punto.

La prima cosa si dovrebbe far capire di un libro il suo essere una creatura composita. Stile, trama, linguaggio e senso sono indissolubilmente legati uno all’altro, e sono gli elementi che intessono quella magia che, chi ama i libri ben conosce.

Non solo.

Ogni elemento della trama deve avere un collegamento con il messaggio e deve portare il semplice lettore, a assorbirlo piano piano. È un mosaico e non si può parlare del mosaico estrapolando un solo tassello e raccontandolo come se fosse il disegno completo. È la maledizione della cultura occidentale quella di segmentare la totalità non per un’agevolazione allo studio ma per giudicare e categorizzare i singoli pezzi. Il libro è un processo e come tale va letto, il libro è la mappa ma il territorio a cui si deve arrivare è il senso.

Questo oggi manca.

Manca la comprensione del perché un autore sceglie quel genere per rappresentare la sua idea e manca la capacità di leggere.

Vedete leggere non è solo decifrare il codice, ma interiorizzarlo, assorbirlo e andare alla fonte, oltrepassando la semantica (ossia la decifrazione delle regole e della logica interna al codice linguistico) e entrando nel campo della semiotica (ossia la trasmissione, l’interpretazione e il significato che il codice ha per una determinata cultura in un determinato periodo storico).

Ecco leggere deve unire le due scienze e solo allora il libro verrà svelato.

Questo non accade.

Non accade con i libri di svago. Non accade con i classici, non accade con i libri colti e ancor di più non accade con i libri dal profondo significato sociale, quelli che incidono profondamente sulla pelle della nostra civiltà.

Mi preoccupa, mi allarma e mi spinge a scrivere quando, tale incomprensione o meglio tale volontà di non voler comprendere per infimi motivi come la concorrenza, o per altri più profondi come alcune resistenze pregiudiziali al cambiamento, invadino libri che potrebbero avere un importante significato sociale.

E io alla società tengo in particolar modo.

Forse per colpa della mia formazione politica, ho una sorta di venerazione per quell’ibrido chiamato polis e che raccoglie sia il sistema istituzionale, sia quello valoriale che fonda quella compagine (la società appunto) che riveste un ruolo fondamentale nella nostra formazione come esseri umani, come cittadini e come persone, attraverso la socializzazione e l’acquisizione di un preciso sistema di valori. il problema grosso è che questo sistema spesso non è affatto etico ma morale, dipende, cioè, dal tempo in cui esso è nato e strutturato. Come dire la morale cambia come cambiano le epoche, l’etica, per fortuna, rimane.

Ed è però, sul valore morale che si può agire, qualora esso si rivolti contro l’uomo invece di aiutarlo a rapportarsi con l’altro e con l’ambiente stesso.

E per reagire a qualcosa che disturba, che degrada, o che presenta i sintomi del pericolo abbiamo uno strumento eccelso: la comunicazione.

E cos’è che da sempre comunica?

Toh che bizzarria…ma la scrittura ovviamente!

La parola è e resta la forma con la quale rappresentiamo sia il nostro io che la nostra società. Semplice, lineare, quasi scontato.

Se un atteggiamento di netta chiusura, si rivolge ha un libro che contiene dettagli che possono scuotere le coscienze, la mente assopita dal grande fratello, io mi sento in dovere di dire alt, parliamone. E non perché mi sta simpatico l’autore X. Imparate che a me, in fondo, non sta simpatico assolutamente nessuno. Piuttosto riesco a individuare cosa può serve a quel bene superiore che è per me il benessere della collettività.

E di questa collettività, visto che ingloba anche me, se ha delle distorsioni, dei rumori che confondono il messaggio, che creano devianti, io me ne sento altamente responsabile.

E qual è uno dei maggiori problemi della nostra società?

Il pregiudizio e lo stereotipo. È da quello che derivano le peggiori nefandezze di cui la civiltà si è macchiata oggi come nel passato. Femminicidio, sterminio, olocausto, bullismo derivano tutti da questa nostra insana falsificazione. E c’è un libro che lo racconta nel modo migliore. e non lo dico solo io ma ogni sociologo e soprattutto uno studioso che amo, Murray Edelman. Ecco leggetevi il suo “Come costruire lo spettacolo politico” e poi leggete Nora. O viceversa. E poi ne riparliamo.

Nora non è un semplice horror. Se così fosse non avrei speso tempo e energie a scrivere la mia protesta. Nora è un testo che può e anzi DEVE cambiare la nostra percezione.

E vi spiego oggi perché.

Ho avuto il piacere di incontrarlo alla fiera di Roma più libri più liberi ed è una persona di una dolcezza assoluta. Il problema è che la sua adorabilità sparisce o si eclissa quando scrive, per la sua immensa capacità di raccontare la parte meno bella, oscura e marcia dell’essere umano. E questa convivenza tra ombra e luce è già qualcosa di unico, che rende la sua personalità armonica e sfaccettata ma soprattutto sana. Giacomo ha trovato il modo di far parlare l’ombra in modo positivo, affinché essa gli narri una storia che lui potrà regalare al lettore, e questa storia busserà alla coscienza, alla psiche facendo emergere qui demoni che, se tenuti troppo chiusi divengono DANNOSI.

E cosi si comprende un primo elemento: questo non è un horror.

Ma come, direte voi anime innocenti, ci avevi detto il contrario.

Proprio cosi miei assetati lettori.

Dietro alla facciata di libro horror, quindi di evasione, il maestro ha inserito un valore sociale.

Ora ai veri amanti del genere non dovrebbe stupire. Chi si è abbeverato alle parole di Stephen King sa di cosa parlo. In tal caso eviterà di continuare a leggere il mio sproloquio e andrà a prendersi Nora.

Gli altri proseguiranno con me.

Giacomo non ci descrive mostri e spettri. Ma innesta su una trama classica un esperimento a dir poco strabiliante, coraggioso e azzardato: mette alla prova il lettore. E non lo mette alla prova come semplice fruitore di libri, ma come persona. Mette alla prova quei valori, che sembrano fondare il nostro civile vivere e che sbandieriamo contenti e felici come uno stendardo in grado di assicurarci il ruolo di persone perbene, perché vogliamo essere politicamente corretti, o perché forse ci crediamo davvero. E saranno le reazioni di tutti coloro che leggeranno Nora a farci capire se a questi valori noi crediamo davvero o li appoggiamo soltanto perché è così che ci si comporta, o perché sembra orribilmente poco elegante dar voce al nostro vero io.

Nora parla di stereotipi, dell’orrore che si cela in ogni società perfetta, del marcio che si nasconde tra gli anfratti più bui del perbenismo borghese e soprattutto parla di violenza sulle donne

E lo fa in un modo che lascia senza parole.

E perché dico cosi?

È molto facile provare empatia per le vittime quando esse stesse tendono a aderire al ruolo di vittima.

Cosa significa?

Purtroppo è oramai noto a psicologi e sociologi che esiste una sorta di oscura complicità tra il soggetto designato come vittima o capro espiatorio e la società che ha bisogno delle stesse. Che sia una donna, una minoranza, un’etnia, una categoria quasi senza accorgersene, inconsciamente (forse se ne avessero consapevolezza crollerebbe l’intero sistema valoriale che sorregge questo bieco meccanismo) accettano il loro ruolo di vittima sacrificale.

Non sto insinuando che la persona oggetto di violenza “se la cerca “anzi. La persona che subisce violenza fa parte di un sistema talmente manipolatorio che convince il soggetto stesso di essere privato di diritti, spersonalizzato da dover essere necessariamente sacrificato per il bene comune. La vittima in questo caso la donna diventa il mezzo con cui la perfezione tenta di redimersi dai suoi inconfessabili peccati e diventa lo strumento per cui si può essere effettuato quel rito apotropaico in grado di salvare la società dalla distruzione. In sostanza io sacrifico il male, affinché questo male stia lontano da me

E si mie adorabili testoline, tutto questo è in Nora.

Immagino sgraniate per lo stupore i vostri belli occhioni vero?

E per rendere evidente questo meccanismo la protagonista non rispecchia affatto il cliché della vittima. non è dolce, non è eterea, non è indifesa né aggraziata e soprattutto non è sottomessa. Nora viene caricata, invece, di tutti gli stereotipi, di tutti i pregiudizi sulla femminilità, di tutte le paure ancestrali dell’uomo. Nora è la strega, è Medea che uccide la stessa figlia, è circe che seduce e uccide gli uomini, è la gorgone che li pietrifica, è la menade che li tracina nella lussuria più sfranata solo per divorarli.

Freud fu il primo a raccontare l’ansia di castrazione proponendo la spaventosa immagine della vagina dentata. Questo “fenomeno” era ispirato da varie leggende riguardanti donne con vagine contenenti denti affilati o altre armi con le quali erano in grado di uccidere o peggio, evirare il partner.

Né è un esempio Le Sheela na Gig provenienti dall’Irlanda dove l’immagine del sesso femminile, vorace e minaccioso incuteva uno strano timore.

Peccato che le Sheela na Gig era semplicemente un inno alla fertilità e alla fecondità femminile e un’esaltazione della sacralità del sesso. Come stravolgere un mito positivo.

Ecco che la donna/strega diventa una fagocitatrice della virilità dell’uomo che lo priva della sua sovranità che gli spetta di diritto. Quale diritto non ci è dato di capire.

Nora il sesso lo usa. Lo usa, per circuire ma soprattutto per Essere. Per essere capite l’orrore terrificante?

io sono soltanto se copulo, se mostro il mio corpo, se accetto di soddisfare i biechi desideri. In quel caso sarai utile al mantenimento dell’equilibrio, tu donna troia e l’altra la santa.

Cosa accade quando al posto di una Biancaneve candida e pura, noi abbiamo una protagonista alla Nora?

Cosa succede se lei si carica di tutte le nostre paure più recondite?

Nora diventa il male. La perfidia maliarda la personificazione dei peggiori timori di quell’agglomerato di case che sono vicine fisicamente ma lontane anni luce a livello di solidarietà e di emozionalità.

Ed è così che il lettore si trova a un bivio. Se un lettore crede davvero, profondamente che la volenza non sai la risposta che nessun essere umano debba essere vittima di violenza tanto meno una donna, non in quanto donna ma in quanto essere umano, anche una Nora va difesa.

Se io credo all’universalità dei diritti, anche l’imperfetta, limitata Nora li possiede.

Perché nel momento in cui Nora viene picchiata a sangue (una scena orribile è quella in cui lei vaga in condizioni estreme, pietose per le strade del quartiere) nessun vicino la sorregge, la protegge e le apre la porta. Perché lei è soltanto una “puttana”. Lei usava il sesso in modo libero, lei per quella sua liberalità deve essere punita:

 

Nora si meritò tutte le botte che lui le diede,

ogni schiaffo, ogni pugno ogni costola incrinata.

si meritò tutto….. Una notte si presento qui nuda dicendo che lui la voleva ammazzare. io non le ho aperto, gli ho detto cosa pensavo. Si meritava tutte quelle botte

 

Nel momento in cui noi ci troviamo di fronte una donna che accetta un certo tipo di vita, dei valori quindi è sottomessa anche se non lo dimostra, appoggia tutte le nostre idee su come deve essere una donna allora la porta può essere aperta.

A Nora chiudono la porta.

In fondo non ha fatto altro che effettuare la scelta orrifica: ha deciso di usare il suo corpo.

Badate bene. Giacomo non è uno stupido. Inserisce la spiegazione profonda del comportamento di Nora, ma lo fa in modo soffuso, quasi distratto, beffardo e con un ghigno amaro. Perché sa benissimo, che nonostante il bandolo della matassa, il perché capace di chiudere il cerchio brilli li al centro delle pagine, non verrà mai colto. Esiste, lui ne parla, ma non la evidenzia.

E sapete perché?

Perché per noi sarà molto più semplice condannare. E questo ci toglierà ogni maschera rivelando il nostro fallimento.

Perché cosa se credi davvero che la violenza non si debba usare su nessuno a Nora tu devi aprire la porta.

Nora invece si merita le botte perché è scorretta.

È differente dall’immaginario lecito che dobbiamo avere della femminilità e della donna perbene. E’ relegata al ruolo di non essere umano. È un anatema, è una distorsione, è la creatura infernale è la Lilith con artigli sporchi di sangue.

Ora, la mia emozione nel leggere il libro scaturisce anche dal fatto che è scritto da un uomo.

Ma quest’emozione viene distrutta nel leggere beceri commenti da parte di donne, e me ne rammarico che dicono la stessa orribile frase

“e ma come posso provare empatia con Nora? E’ antipatica”

E dopo la mia lecita e colorita espressione alla romana, vi sovviene però un pensiero più coerente alla mente, ossia un suggerimento su come divenire empatici con Nora. No tranquilli miei adorati, non è una parolaccia ma una semplicissima verità

Sapete come si diventa empatici con Nora?

Credendo davvero, nel profondo di noi stessi, che violenza chiama violenza.

Credendo davvero che la società è malata e forse possediamo la cura, ossia la nostra capacità critica.

E questa capacità non può non renderci coscienti che in fondo siamo tutti complici, e che per spezzare l’orrida e marcia catena, bisogna solo esserne consapevole.

Io che voglio fare la vittima e tu che mi rendi vittima. Io che sono convinta di non avere diritti e tu che me li neghi. Gli esseri umani sono imperfetti, vivono di luce come di ombre e quelle ombre avvolgeranno alla fine tutto questo quartiere rivelandone il marciume. Anzi le ombre stesse si nutriranno delle loro assurde ossessioni.

La violenza va rifiutata non perché è il mezzo con cui si schiacciano le anime pure. La violenza va rifiutata perché a noi questo sistema non ci piace. Ne vediamo la decadenza, ne osserviamo le contraddizioni e desideriamo cambiarlo a favore di uno meno distorto e più armonico.

Quando definiamo vittima di discriminazione qualcuno in realtà lo stiamo imprigionando in una gabbia di pregiudizi e di aggettivi da cui sarà difficile se non impossibile liberarsi. Quando voi definite una persona vittima voi la rendete vittima.

Per sentirci perfetti, per viaggiare sui binari della stabilità noi abbiamo uno strano bisogno di educare alcuni individui tarati da una debolezza indotta o presunta a essere mostri, in modo da non affrontare quel lato oscuro presente in ciascuno di noi per esorcizzarlo in un atto quasi magico.

Il male a noi ci serve, ci serve per sentirci migliori.

Nora ci serve.

Ma nel momento in cui Nora, bussa alla nostra mente coperta di sangue nonostante le sue imperfezioni e noni gli apriamo la porta a noi della violenza non ce ne frega un cazzo.

Noi ogni volta che chiuderemo le porte di fronte a Nora, o attaccheremo il libro, o ne vedremo solo la scabrosità, stiamo semplicemente appoggiando un sistema, lo stesso che critichiamo, contestiamo magari partecipando alle conferenze, scrivendo un bel libro o sfilando per le piazze con indosso il fiore rosa. O postato su Instagram le foto delle scarpe rosse.

E quando leggo che si vede solo la violenza sessuale e mai la redenzione, mi prende un senso di sconforto. Perché quello è un simbolo ricco di significato: l’infermiere rappresenta tutti noi, quella società che finge di curare ma che inietta di veleno, ma che improvvisamente riesce a vederla come persona e non più come oggetto.

È un’utopia o una speranza?

E se una donna, sottolineo una donna non riesce a comprenderlo, allora tutti noi dovremmo piangere lacrime amare.

Dovremmo sentirci sconfitti. Dovremmo capire che la scommessa di Giacomo, sulla nostra umanità sulla sua fiducia spassionata e pura sull’umanità dell’uomo, è inesorabilmente persa.

In alcune recensioni la femminilità perde. Viene lacerata.

Ma io, come Giacomo, ancora ci crediamo che quel racconto possa sollevare un grido “no”

Io spero tanto e lo spero con tutta me stessa, che davanti a una Nora imperfetta e sbagliata, una Nora puttana, in cerca però di aiuto ciascuno di voi aprirà la porta. E se ne fregherà se è stata con mille uomini se ha tradito, se è andata contro la morale corrente. Io vorrei che Nora fosse accolta in quanto essere umano che ha il sacro diritto di sbagliare anche di essere una stronza. Noi non dobbiamo avere rispetto perché dolci e coccolose non devo oscillare tra la Maria e la Maddalena redenta. È un essere umano è soggetta a caduta.

L’importante è che si rialzi.

E Nora si rialzerà se ognuno di voi, invece che lasciare inutili e ipocrite recensioni su Amazon si immergerà nel libro e tenderà a Nora la mano.

“La terza metà del cuore” di Emanuele Cislaghi, giveMeAChange editore. A cura di Raffaella Francesca Carretto

 

Lui è un uomo sulla quarantina, molto riservato e introspettivo. Vive nel ricordo della moglie, che ha perso tragicamente in un incidente stradale. Nel tentativo di dare un senso alla propria vita intraprende un percorso dal grande spessore etico, la donazione di midollo osseo. Lei è una donna forte, riflessiva. La vita l’ha costretta a fare scelte difficili, ad allontanarsi dalla sua famiglia di origine e a crescere un figlio da sola. Insieme hanno condiviso il periodo della scuola, dell’adolescenza. Sullo sfondo di una realtà lievemente distopica due solitudini si ritrovano, si desiderano, vorrebbero scrivere una storia d’amore, ma il destino ha deciso per loro una strada diversa, forse l’unica possibile.

 

 

“La terza metà del cuore” è un libro che si muove a passo di danza, quasi ascoltando il ritmo delicato e potente, e perfino esigente, di  una musica del cuore che convoglia sensazioni e intime considerazioni, approfondendole in un vissuto che accarezza e accompagna il lettore durante lo sviluppo della trama di un’opera che Emanuele Cislaghi ha voluto condividere coi suoi lettori. Emanuele Cislaghi avvicina il lettore con la discrezione e riservatezza che gli sono proprie, ma altresì coinvolge con descrizioni e sentimenti sì delicati ma al contempo prorompenti e reali, il tutto con eleganza impareggiabile.

 

“Era indubbio che stesse nascendo qualcosa. Forse, era già nato. [..] Quella sera ho sfiorato il piacere sottile della scoperta, l’intuizione di essere riuscito a partorire una nuova emozione, dopo tanto tempo. Il cuore ci è arrivato prima della ragione, come è naturale  e giusto che sia.”

 

Il libro ci fa immergere in una realtà carica di sentimenti, in primis quelli del protagonista maschile per la moglie prematuramente deceduta ma ancora figura forte e viva nella sua sfera emotiva, a tal punto da condurlo alla fruizione di un “servizio di utilità sociale erogato dal SSN” ..il Cybersex

 

“Sei tu.

Incredibilmente.

Sono così colpito dalla meraviglia violenta della tua presenza viva e carnale che per qualche istante non riesco a respirare. Mi dimentico di farlo,…

Ed io, inebriato e senza più paure, perdo l’ultimo flebile contatto con la realtà ed entro nel sogno.”

 

ma vivere questa esperienza nel negozio di realtà virtuale è solo un input, per prendere consapevolezza di dover andare oltre.

Da qui si evolve poi la storia, in un susseguirsi di eventi e incontri ed esperienze.

E infatti il protagonista ha modo di vivere un’esperienza di forte impatto emotivo e di grande spessore etico attraverso un percorso che lo porta a divenire un donatore di midollo osseo,

 

“Sentivo il bisogno di alleggerire i pensieri, forse anche di non pensare. [..]  Volevo semplicemente che la mia mente non se ne andasse in giro, [..] …ero lì per qualcosa che meritava tempo e cuore…”

“Non c’era più paura, ansia da inadeguatezza, e neppure facile entusiasmo da gesto altruistico. Stava sbocciando qualcosa di gioioso e al tempo stesso timido, del tutto riservato. Stava nascendo dentro di me una gioia intima, sincera”

 

Ma durante l’intera narrazione, il protagonista ci fa entrare nei suoi pensieri più intimi e complessi,e  ci fa vivere le sue stesse emozioni e perplessità, anche quando nella sua vita, o almeno per un certo lasso di tempo, rientra casualmente una vecchia amica, una compagna di scuola, persa di vista ma ritrovata…e nel modo più inaspettato e casuale…ed è lei l’altra protagonista che, se pure donna forte e riflessiva, ha anche tante fragilità…

 

“Sono arrivato fino al Castello Sforzesco. [..] Era tutto tranquillo, ovattato, immerso in una dimensione assolutamente confortevole… [..] Sono rimasto lì, sospeso. Inerte e inerme. [..]  Ho sentito pronunciare il mio nome.  [..]  …era l’ultima delle cose che mi sarei aspettato, …  [..] è stato un soffio di vento piacevole, che ha accarezzato il mio nome con un velo di stupore”

 

Un incontro fortuito, o chissà, fortunato visto che da questo momento in poi, nei loro incontri, i due vivono le confidenze reciproche, forse alla ricerca di sostegno e di qualcosa di più…come è ciò che accade, solo una volta nell’unico incontro amoroso che viene descritto dall’autore attraverso la voce del protagonista, e lo fa in modo elegante e raffinato ma anche emotivamente coinvolgente.

 

“Mi guarda.  [..]  Accenna un sorriso, le labbra lentamente si dischiudono,si aprono morbide in un sospiro [..]  Mi avvicino, senza volere, senza sapere. Qualcosa di misterioso e astuto e sinuoso guida il mio corpo prim’ancora della mia mente, e quando me ne accorgo le sono già accanto… [..]

…alza lo sguardo verso di me.. [..] diventa profondamente femmina, adulta di emozioni, poi ancora bambina, quasi innocente ..  “

 

I personaggi che vivono questa storia sono anime alla ricerca…di una possibilità o di un riscoprire se stessi…

“La terza metà del cuore” è forse più specificatamente un viaggio introspettivo, soprattutto per il protagonista, che attraverso le descrizioni degli eventi, degli incontri e di ciò che vive nello spazio temporale, acquisisce consapevolezza delle sue paure e dei suoi bisogni e della sua capacità di saper ancora amare.

Ecco, tutto questo è “La terza metà del cuore”, una storia bella, viva e reale (se pure ambientata in una realtà non specificatamente contemporanea), un viaggio introspettivo, ma anche la seduzione di una narrazione attenta e coinvolgente.

Il romanzo non è facilmente classificabile a mio modesto parere; è certamente un romanzo di narrativa ma non nel senso stretto dell’accezione, di fatto lo stesso autore ci informa in una sua premessa che si è preso due libertà:

 

– “l’ambientazione non contemporanea, bensì collocata in un ambito temporale più evoluto dal punto di vista medico e tecnologico”

– “l’utilizzo a tratti acrobatico della punteggiatura”

 

Ma già nei suoi precedenti lavori, Emanuele Cislaghi ha dato modo di scoprire questa sua peculiarità, rendendo i suoi lettori realmente partecipi a quelle scene descritte dalla sua penna coi ritmi che sono dettati da “una punteggiatura atipica”, ma che è assolutamente necessaria perchè caratterizza il suo stile. E’ una lettura dal linguaggio raffinato ed elegante ma altresì fluente, intriso di sentimenti, i più disparati, ma tali da caratterizzare i personaggi e i loro vissuti.

Si trascorrono momenti dalle emozioni più contrastanti durante la lettura del libro; e, attraverso una narrazione così particolare e di estrema delicatezza e sensibilità, si viene accompagnati verso un finale che ci porta a comprendere che bisogna ritrovare se stessi, pur vivendo le proprie solitudini…un rinnovamento…un nuovo inizio.

 

“Perché le persone che amiamo sono sempre così distanti? Perché rappresentano sempre una realtà sfuggente, confusa? Le vorremmo vicine… invece… [..] prendono una strada alternativa, si allontanano, tanto da diventare una fotografia un po’ sbiadita… “

E’ un libro che tocca le corde del cuore, e quindi ne consiglio la lettura.

 

“Hai segnato un punto nel mio cuore” di Fina Sanfilippo. A cura di Monica Maratta

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“Hai segnato un punto nel mio cuore” di Fina Sanfilippo è il secondo volume della Serie del cuore. In ognuno di esso l’autrice  illustra la psicologia, le diverse sfumature interiori dei personaggi di cui racconta la storia e ora è il turno di Federica e James.

 

“Se mai avessi incontrato la donna della mia vita avrei fatto di tutto per averla.”

 

James lo ha capito subito: Federica è la sua anima gemella. Donne così non si incontrano tutti i giorni ed è disposto a lottare contro la reticenza di lei pur di farla aprire all’amore. Eppure Federica non riesce a lasciarsi andare a quello che potrebbe essere un magnifico sogno che si avvera perché c’è un mostro infame che la frega: la paura di amare. Ne è stata troppo ferita in passato al punto da condizionarle il presente.

 

Esistono due forze motrici fondamentali: la paura e l’amore. Quando abbiamo paura ci ritraiamo indietro dalla vita. Quando siamo innamorati ci apriamo a tutto ciò che la vita ha da offrire con passione, entusiasmo e accettazione. (John Lennon).

 

Qual è la causa della paura?

La mancanza di fiducia in se stessi, in fondo.

Federica l’ha persa a causa di un uomo che, con superficialità, ha distrutto tutte le certezze che erano le fondamenta a cui aggrapparsi per vivere, per pretendere una vita felice.

Federica è fragile perché sa che donare anima e corpo a un uomo significherebbe spogliarsi della corazza che ha indossato per difendersi, per proteggere il mondo rassicurante in cui si è rifugiata. Nel suo nido protettivo c’è l’amica Patty con la quale condivide la quotidianità, ma a infrangere il precario equilibrio ci pensa il destino, il franco tiratore che si diverte a tirare brutti scherzi, così, ecco che Federica sta per perdere la casa.

Lei e Patty non possono più rimanere a vivere lì e debbono cercare un nuovo appartamento. Sarà proprio James ad aiutare le due ragazze e per questo motivo i rapporti tra lui e Federica diverranno sempre più intimi.

James ha un compito arduo, ma lo sa. Ne è consapevole ancor prima di Federica. Anche lui porta un dolore atroce nel cuore, una cicatrice che ogni tanto si riapre e sanguina un poco. Sa cosa significa essere traditi dall’amore perché lui amava la sorella che la vita gli ha strappato dalle braccia.

Nonostante siano due anime tormentate, Federica e James si spoglieranno delle loro paure per mostrarle.

Ognuno assaporerà un poco la ferita dell’altro, ma sarà un processo lento e graduale ben gestito dalla scrittrice nel suo romanzo.

Riuscirà James a conquistare la fiducia e il cuore di Federica?

Scopritelo leggendo l’opera della Sanfilippo.