“L’evocazione” di Marco Garinei, Il Terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

 

L’evocazione di marco Garinei è un libro che, nonostante la sua brevità, è dotato dell’aspetto necessario a ogni fantasy: ossia la possibilità di essere letto a più livelli. Quindi avremo un senso letterale l’avventura, uno simbolico l’evoluzione dell’eroe in questo caso della maga Luvie e esoterico ossia il significato più profondo, quello che può invadere sia la sfera sociale che privata, divenendo rappresentazione a volte critica della polis intesa come compagine sociale dotata di bisogni, di convenzioni, di personalità individuali spesso troppo incentrate sul mero interesse personale.

Ed è su questo ultimo aspetto che intendo soffermarmi: l’evocazione come fantasy che pone l’accento su un intricato e annoso problema di gestione del potere, dei suoi limiti e della sua eticità perfettamente rappresentato dallo scontro da due diverse concezioni della magia.

Ed è essenziale per comprendere le intenzioni dell’autore, soffermarsi sulla modalità strutturale con cui ha deciso di introdurre l’argomento: il testo, infatti, non si apre con prologhi o con una lunga premessa ma con il fatto nudo e crudo che è essenzialmente l’intenzione di un divieto, di un tabù. Questa tecnica permette di piombare direttamente in un’atmosfera di profonda tensione, in cui si percepisce istantaneamente il dramma in atto, e ci si concentra non solo sull’infrazione vera e propria ma sui motivi per cui essa è stata compiuta. E il tabù è quello, come dice il titolo, dell’evocazione di un tremendo potere chiamato Elementale. Questi poteri o questi esseri dimensionali hanno una diversa concezione del tempo, dello spazio ma soprattutto delle regole. Il nome stesso li denota come pure forze naturali non limitate o controllate dalla ragione. Da sempre l’elementale è stato percepito come un’entità a se stante, oserei dire inerte che si attiva tra le mani del mago che ha finalità di servirsene. Essendo però, una forza “neutra” essa è dotata di potenzialità illimitata ma anche profondamente dipendente dalle disegni dell’evocatore.

Vediamo cosa dice la semantica.

Di elementale la mia venerata Treccani sentenzia:

[der. di elemento]. – 1. agg. a. ant. Elementare, che ha cioè carattere di elemento o è costituito di elementi

b. Che riguarda gli elementi o la loro natura; è forma usata talora (invece di elementare) nel linguaggio scient.: analisi e. di una roccia. 

2. s. m. Entità di ordine extra-umano (detta anche elementino) che, secondo l’interpretazione teosofica, si manifesterebbe nelle sedute spiritiche al posto delle anime dei defunti, e il cui intervento sarebbe sempre a danno di coloro che la evocano.

 

E se andiamo a fondo scavando nel senso della parola troviamo:

Un elementale è un essere mitologico presente in diverse tradizioni spirituali e animistiche. La parola è un aggettivo nato nell’ambito teosofico, indicante la peculiare caratteristica di tale creatura di appartenere ad uno solo dei quattro elementi classici: acqua, aria,terra e fuoco.

Pertanto un evocatore è colui che compie l’atto di evocare ossia

 L’atto di evocare.

a.Rito diretto a chiamare, per virtù magica, un’anima dall’oltretomba, per lo più a scopo divinatorio, quale fu in uso specialmente presso gli antichi Caldei, Ebrei, Ittiti, Greci, Romani. 

E questo atto lo possiamo meglio comprendere se analizziamo la tradizione dei popoli sopracitati in particolare i romani

Nella religione romana, l’azione rituale con la quale, in prossimità della fine di un assedio, quando l’esercito romano stava per conquistare una città nemica, le divinità tutelari di questa erano invitate ad abbandonare la loro sede di culto, con la promessa di onori uguali o maggiori nell’ambito del culto romano. 

Quindi il fulcro centrale del testo non è soltanto l’uso, oserei dire perfetto, delle credenze popolari e magiche proprie del paganesimo, dei riti animisti, o dell’antica Grecia a dei tentativi magici del medioevo e del rinascimento, ma qua rappresenta un atto peggiore, ossia il tentativo di rovesciare semplicemente, un regime.

E, infatti, è subito chiaro fin dalle prime pagine che tale atto, è essenzialmente contro le convenzioni sociali stabilite da un nuovo ordine che ha messo da parte, o meglio surclassato le vecchie divinità. Il paese di Brask è un avamposto di questo rifiuto del nuovo culto, arroccato in una valle circondata da montagne decisa a opporsi strenuamente e in modo altamente trasgressivo (nel senso di disubbidire le regole) all’avanzata della nuova dominazione del consiglio. Questa violazione ha, ovviamente, conseguenze molto disastrose (non vi svelerò nulla) ma come in ogni storia che si rispetti genera dubbi nei suoi esecutori.

È giusto sottomettere, distruggere e annullare qualcosa o qualcuno solo per delle idee?

Lazard, il mago si trova di nuovo a dubitare della liceità o meglio dell’eticità di un atto che dovrebbe avere come suo obiettivo la difesa dell’equilibrio.

Ma di quale equilibrio?

Quello naturale o si tratta di un mero equilibrio politico?

Le due fazioni in guerra hanno la loro ragione di esistere o entrambe sono frutto di una distorsione del pensiero?

Il richiamo che questa scena ha avuto nella mia psiche è di tipo storico. Non posso non leggere tra le righe del racconto un’altra atroce pagina di storia, quella che vide la nuova religione il cristianesimo, scagliarsi con ferocia sul catarismo, reo di violare le nuove regole di convivenza. O come le definisco io, di natura gerarchica.

E non posso non ricordare la Linguadoca nella descrizione della toponomastica del luogo raccontato da Garinei, montagne, e grotte in cui si consumano riti innominabili e non paragonarli con la regione dell’Aude. Anche in quelle regioni come nella città di Brask la resistenza al cambiamento era connessa con la convinzione che, perdere i propri dei avrebbe condannato alla povertà e alla decadenza.

 

Noi non riconosciamo la giustizia dei maghi, ma soltanto quelle dei nostri dei

 

E qua presente la stretta unione tra religione e giustizia come se il sistema di credenze fosse il primo responsabile dell’evoluzione di un paese. Un’idea che frulla nella mente di studiosi da secoli, e che produsse il bellissimo saggio di Max Weber ‘Etica protestante e lo spirito del capitalismo”. Questo saggio assume come concezione che sia proprio il sistema valoriale della religione (ossia del legame tra noi e la divinità, ma anche la concezione stessa dell’universo) a determinare la ricchezza o meno di un paese, di una nazione o di un clan.

Nonostante la mia noiosa digressione a voi la scelta, Potrete leggere il testo solo come un racconto fantasy fatto di battaglie e di magia. Oppure potrete lasciare spazio alla domanda che fa da sfondo all’intera vicenda:

 

Qual’era il confine tra ciò che era o non era accettabile?

Gli dei?

Gli uomini?

 

È da questa risposta che nasce la società che sogniamo, quella che abbiamo o quella che vorremmo.

“Finzioni di poesia” di Giorgio Montanari, Bertoni Editore. A cura di Aurora Stella

 

Chi non ricorda l’epica scena de l’attimo fuggente dove un Robin Williams, nei panni di un anticonformista professore di lettere, fa strappare le pagine del libro di letteratura?

Penso tutti.

Comprendere la poesia” si intitolava l’introduzione.

Per comprendere appieno la poesia dobbiamo innanzitutto conoscere la metrica, le rime e le figure retoriche e porci due domande: uno con quanta efficacia sia stato reso il fine poetico e due quanto sia importante tale fine..”

Dopo di che Keating-Williams si adoperava a disegnare il grafico e infine invitava gli studenti a stracciare e gettare nei rifiuti tutto.

E con le parole di Thoreau:

Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto.”

 

li invita ad assaggiare la poesia, a nutrirsene, a farla propria.

Vi chiederete perchè io abbia fatto questo preambolo.

È presto detto: ho avuto la fortuna, in quinta elementare, di avere un insegnate di musica (nonostante fossimo in una scuola pubblica) che, oltre ad insegnarci canto (dagli inti-illimani ai canti legati alle mondine) ci faceva ascoltare musica classica chiedendo di disegnare prima e scrivere poi, le immagini che la musica creava in noi. Conobbi e apprezzai in questo modo Ravel, Smetana, Vivaldi ecc.

E mi convinsi che per apprezzare ogni forma di arte occorresse semplicemente lasciarla parlare, fluire in noi. Almeno fino a quando non frequentai il liceo e là mi insegnarono che la poesia non era solo un vaneggiamento del cuore, ma frutto di una ricerca “pensata”. Di un lavoro certosino fatto di metrica, rime e figure retoriche. Che queste tre signore danzavano dal cuore alla mente del poeta per finire poi impresse nei fogli bianchi.

Illuminata da questa nuova esperienza, ogni volta che vedo una poesia sono tentata di sviscerarla, sminuzzarla, triturarla, spremerla per carpire fino all’ultima metonimia. Per capire se realmente il sonetto che mi propongono abbia due quartine e due terzine e i versi siano endecasillabi. Poi prendo il foglio bianco con il conteggio delle dieresi , sineresi sinalefe e dialefe, sineddoche e rime baciate alternate e… butto tutto. E di nuovo:

leggo la poesia, l’assaporo e lascio che fluisca in me. E la prima immagine che vedo è quella buona.

E nelle poesie di Giorgio Montanari io vedo pennellate di parole.

Se il bacio di Klimt potesse parlare lo farebbe con questi versi

l’intensità di uno sguardo

il calore di un abbraccio

due voci dolcissime,

su cuori all’unisono

un bacio.

Pochi tratteggi

semplici, mistici,

conquistano una tela nuda,

Come un quadro perfetto, mai realizzato.

Un bacio”

O ecco come lo farebbe la “notte stellata” di Van Gogh

dalla tavolozza di pensieri,

cerco l’espressione di gesti veri.

Divido il respiro con questa stanza.

Guardo oltre il vuoto e vedo

le stelle,

la notte,

le luci.

Il colore blu

Riflessa

nel cielo la luna;

Il colore blu.

Lo so sono scorretta. Dovrei parlarvi di arte pittorica, dell’impressionismo, dell’espressionismo, di Picasso ( al limite di entrambe le correnti) della secessione viennese e via dicendo. Del cubismo come espressione di una pittura temporale, o del celebre “Urlo di Munch”.

Ma preferisco dipingerlo con le parole del Montanari.

Non smettere di sognare

La mente

vive

nella notte.

Non smettere di sognare

Si sente

l’urlo dell’inconscio.”

Vi ho parlato di Picasso. Adesso vi illustrerò Guernica

Dinamite e vetriolo

hanno occhi per guardare

tutto ciò che compie l’uomo

per poi, infine, giudicare.”

Potrei continuare per ogni poesia, ma preferisco che siate voi, con la vostra immaginazione, con i vostri ricordi, con quello che volete a ravvisare nelle poesie di Giorgio Montanari le pennellate di parole, magari contraddicendomi se preferite.

Buona visione.

 

“Bucaneve nel regno sotterraneo” di Paolo Fumagalli, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Avete mai sentito parlare dei quadri denominati Danza Macabra?

È uno dei temi iconografici più famosi tipico del tardo medioevo. Inquietante, assurdo, stravagante, incarna la volontà di mostrare un girotondo di scheletri, spettri, figure mostruose, demoni ed esseri umani, tutti impegnati in un folle ballo, grottesco, stridente per la diversità delle figure partecipanti, ma non per questo meno affascinante. Le spiegazioni degli esperti sulle motivazioni e sulla genesi di questa produzione artistica, che non stona assolutamente in un libro dalle sfumature gotiche o in un film di Tim Burton o Alfonso Cuaron, sono molteplici e discordanti.

C’è chi propone la spiegazione moralista, come un memento mori (ricordati che devi morire), visto che gli scheletri sono rappresentazioni della morte, e chi propende per una più sociale e politica, che ricorda molto il significato della poesia della livella di Antonio De Curtis (il nostro Totò nazionale) visto che gli uomini che sono ivi rappresentati sono abbigliati in modo da rappresentare le diverse categorie sociali dell’epoca artigiani, contadini, commercianti, prelati e nobili.

E un intento volto, forse in modo rivoluzionario per l’epoca, a dileggiare le vanità mondane, in vista della vera uguaglianza, quella della tomba.

Vai cercando qua vai cercando là

Ma quando la morte ti coglierà

Cosa resterà delle tue voglie

Vanità di vanità

Braduardi

Eppure, se si osserva attentamente almeno uno dei quadri citati si nota un dettaglio che stona con le più colte spiegazioni e che li avvicina di più all’atmosfera a tratti festosa, leggiadra e scanzonata della canzone di Angelo Branduardi Ballo in fa diesis minore, dove l’imponente terrore della signora–morte viene sconfitto e esorcizzato tramite un ballo quasi irreale, una sorta di seduttivo tango che scioglie la maschera di freddezza, quell’alone di terrificante orrore che da sempre è connesso con l’altro lato dell’esistenza.

E infatti, come ho già accennato, nei quadri si avverte un pizzico di sana follia, un sorriso quasi sarcastico che si fa beffe di ogni moderna concezione quasi soffocante, che dà il pensiero di quel necessario e tanto aborrito passaggio della nostra misera esistenza mortale:

Sono io la morte e porto corona, io Son di tutti voi signora e padrona e così sono crudele, così forte sono e dura che non mi fermeranno le tue mura.

Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo. Posa la falce e danza tondo a tondo . Il giro di una danza e poi un altro ancora . E tu del tempo non sei più signora

Esiste una sorta di oscura allegria in quei dipinti, lieve eppure sfacciata, anacronismo in un’idea, in un contesto dal quale è per tradizione bandita.

Morte è dolore e pianto.

È dramma e perdita.

È vuoto e terrore.

Non esiste sorriso, non esiste giubilo, non esiste che un tetro, inevitabile, soffocante cordoglio.

Non può esserci che orrore e sangue, che superstizione e fuga.

Pertanto, associare il ballo che noi oggi consideriamo atto puramente ludico, appare quasi blasfemo ed eccessivo, una trasgressione che resta oscenamente impunita. Eppure Branduardi lo racconta: la morte è connessa con la sacralità del movimento ritmato, che sembra quasi richiamare il suono originario da cui tutto è disceso a da cui tutto, forse deve tornare.

Ed ecco che, privata del moralismo tipico di un’epoca altamente credente (e cattolica), quell’iconografia risultava ancor più scomoda perché ricordava in quell’epoca di grettezza e chiusura, la poeticità e lo splendore oscuro della Morte, privata dall’eccesso di vita, dalla sfrenata volontà di esistere, della sua armonica bellezza.

Perché questo lungo prologo?

Perché Bucaneve è parte di quella ribellione.

Nasce come volontà pedissequa di ribellarsi alla versione limitante della fine come punizione.

Priva della sua falce, la signora velata diviene custode bellissima dall’avvenenza diversa di un portale che semplicemente accoglie, in un regno forse distorto, ma non per questo meno inebriante, viventi privati delle pastoie limitanti della mortalità. Essi divengono esseri numinosi, degni eredi di quel mondo ultraterreno presente nelle nostre sacre tradizioni etnologiche, che lo appellano con molteplici nomi: Regno dei Faerie, Anwn, Altromondo, Ade, Agharti e così via.

Bucaneve richiama i lontani racconti celtici ricchi di creature assurde, magiche eppur tetre, abitanti a volte dispettosi, a volte benevoli delle regioni denominate Regno dei Faerie.

Questa era una dimensione parallela alla nostra a cui si giungeva attraverso il Sogno, attraverso varchi particolari (come il dormire sotto le fronde di una quercia o all’ombra del biancospino, o attraversare un cerchio di pietre), ma anche attraverso cunicoli sotterranei, sotto quelle collinette misteriose chiamate Tumuli, laddove abitava lo spirito eterno del Weird.

Un mondo diverso eppur simile al nostro, laddove il controsenso (o per dirla in modo anglofono, il nonsense) regnava sovrano, dove la logica era totalmente stravolta, dove i valori, le convezioni, le regole trovavano nuove formulazioni. È da quel substrato mitico che il buon vecchio Carroll trasse l’ispirazione per il libro di Alice, manuale edulcorato seppur grondante di quella particolare vena folle dell’Anwnn per ogni bambino e ogni adulto che agognava il ritorno nelle regioni fiabesche.

In Alice, i personaggi sono presentati come amabili, eppure a un’attenta analisi essi risultano pieni di strane e pericolose (per la morale corrente) idiosincrasie, che sono trasmesse attraverso i giochi logici, le frasi assurde e quel senso velato e seducente di pericolo. Si pensi al ghigno dello Stregatto, alla pazzia del Cappellaio o alla instabile Regina di cuori.

Ogni personaggio lo ritroviamo in Bucaneve liberato da quella patina di perbenismo che Carroll fu costretto a inserire, e si rivela a noi in tutta la sua ammaliante seduzione.

Una piccola digressione.

Ho usato il temine luminosa oscurità non a caso.

In una bellissima descrizione Bucaneve appare vestita di un candido abito, quasi dark ma brillante.

Ora i folti capelli e gli occhi allungati sembravano splendere nelle nebbie grigie come pietre preziose lasciate tra braci ardenti di un cammino. Le membra candide somigliavano già a quelle di una donna adulta…anche il vestito pareva accendersi dei bagliori delicati di perle e sete finissime cosi come facevano le scarpe lucide e ripulite dalla polvere

E questa bellissima descrizione ricorda un brano tratto dal Peredur, presente nella raccolta del Mabinogion:

era caduta la neve durante la notte

un falco aveva ucciso un’anatra…

un corvo si abbatté sulla carne dell’uccello.

Peredur si fermò e vedendo la nerezza del corvo, il biancore della neve, il rossore del sangue

pensò alla chioma della donna che amava di più, nera con il corvo

alla sua pelle bianca come neve

ai pomelli delle sue guance

rosse come il sangue

Lo stesso archetipo di beltà lo ritroviamo in Chertien de Troyes con il suo Perceval, dove tre gocce di sangue sulla neve:

gli rammentano i colori vivi della sua amica bianco fiore…

il vermiglio risaltava sul bianco, cosi le tre gocce di sangue si stagliano sul biancore della neve

Questo perché nel mondo celtico il termine bruno non significa solo scuro, ma anche brillante. Infatti la divinità oscura, la Cailleach, è dotata di un fulgore che non si altera in nessun momento, né all’alba, né al crepuscolo, né di notte.

Lo si vede piuttosto accrescere, risplendere trattenere e diffondere luce. Pertanto, Bucaneve, nella sua veste di divinità sotterranea nella forma di fanciulla, si comporta nel regno sotterraneo come una divinità solare in conformità con l’antica tradizione, diviene così una Dea brillante che non trova contraddizione con l’oscurità, con il nero, con il “dark”.

E tutta questa soffusa luce adombra ogni passo di un testo che, seppur crepuscolare, non manca di una certa lucentezza.

Queste considerazioni divengono ancor più interessanti se si collega il mondo sotterraneo alla morte e al sogno, e sono questi due tratti distintivi che che ne elogiano la natura non distruttiva, corrosiva, a (quella, invece, tanto celebrata da poeti come Edgar Allan Poe) rendendoli semplicemente luoghi di passaggio, laddove il misero velo che nasconde la realtà mistica ai nostri occhi cade e ci mostra una verità diversa dalla quale inevitabilmente veniamo rapiti, affascinati dalla brumosa quasi lunare meraviglia.

Morte e oscurità erano anticamente venerate, non provocavano il terrore cieco che oggi ci pervade, ma semmai meraviglia, stupore e senso di infinita appartenenza.

Bucaneve è fondamentalmente questo.

La capacità di ricordarci come luce e tenebra siano facce della stessa medaglia, che devono essere fuse assieme e mai isolate, devono essere invitate a DANZARE con noi, uniti nella celebrazione dell’armonia, della magnificenza dell’incanto dell’Oscura signora.

Gotico, struggente a tratti stravagante, caliginoso ma garbato, tenero e seducente, la mia Bucaneve riesce regalarci non solo l’immaginazione creativa, tanto amata quanto oggi perduta, ma riesce a sdoganare signora morte e ce la fa abbracciare e perché no, riverire.

Perché la piccola avventuriera trova la strada verso l’altro mondo. E questo altro ci serve proprio perché rovesciato, inquietante, ma profondamente nostro, così vicino all’anima imperitura, come il fiore di cui porta il nome, che Fumagalli omaggia nel suo meraviglioso libro.

Il mio cuore resta rapito da Bucaneve e le sue avventure tanto che l’ultima pagina è stata arricchita da lacrime di nostalgia e da sorrisi incantati. Lasciare il becchino, il gatto del focolare, le streghe e la regina è stato un piccolo dolore. Ma so che rivivranno nei miei sogni, balleranno ancora dinnanzi a me, in attesa di avermi con loro in una partita a “palla morta”.

Intanto le loro voci si intessono con le mie parole… Ascoltate. Non sentite i loro sussurri lievi che vi chiamano?

Non sentite il loro canto che sta intessendo uno stregato arazzo?

Sono loro che vi chiamano… affrettatevi a raggiungerli….

 

 

“Wihte lies” di Isabel Del Greco, Eroscultura editore. A cura di Raffaella Francesca Caretto

 

L’uomo si differenzia dal resto della natura soprattutto per una viscida gelatina di menzogne che lo avvolge e lo protegge. (Hermann Hesse)

Vivere la propria sessualità alla luce del sole e senza inibizioni, le proprie pulsioni e le passioni in modo equilibrato, appagante e soprattutto libero, sciolti da quelli che sono i vincoli che ci siamo imposti per preservare l’immagine “limpida” che gli altri hanno di noi.

Ma qual è la chiave adatta, quella che consente di avere una buona consapevolezza, una visione positiva della propria sfera erotica, che consente di sentirsi a proprio agio, con se stessi in primis e poi con gli altri?

Abbiamo tutti questa capacità? Ne siamo tutti dotati?…o è qualcosa che va fatta solo emergere? E come farlo?…

Tanti perché, e forse qualche risposta o qualche riflessione, possono emergere, in modo forse anche prepotente, leggendo questo romanzo erotico “targato” ErosCultura e scritto dalla penna interessante e intrigante di Isabel Del Greco.

Ma iniziamo con qualche domanda, che sin da subito può sorgere al lettore:

White lies… “Bugie bianche”…quante ne abbiamo pronunciate, e quante volte abbiamo omesso di dire qualcosa riferendo, o comunque confidando solo parte di ciò che in realtà avevamo da dire…e per cosa?

“per non far soffrire gli altri”, ci siamo detti, “tanto è solo una piccola bugia innocente, che serve a procurare la minor sofferenza possibile”…

Piccole innocenti bugie che non fanno male a nessuno… se non ai nostri sensi di colpa

Ma crediamo realmente a ciò che stiamo propinando?

E poi, una bugia non è mai a fin di bene perché, prima o poi, tutto viene a galla.

Quante piccole falsità che ci costringiamo a dire a fin di bene; ma poi, il bene di chi?

Quanti cliché in queste mie parole vero?

Eppure …

Quanti interrogativi emergono, anche a seguito di una semplice lettura, come quella di un romanzo erotico ad esempio, la quale non solo prevede un “vivere” la storia narrata, ma produce degli spunti di riflessione attraverso cui il lettore riesce a osservare la realtà da un diverso punto di vista, nuovo, forte…in grado di farci mettere in dubbio tutto, anche le nostre sicurezze, soprattutto quelle che ci siamo cuciti addosso attraverso il velo di “morale”, o falsa morale, che ci ricopre.

Ciò che proteggete è l’immagine che gli altri hanno di voi, cosicché possano continuare ad amare chi fingete di essere

White Lies” è una lettura da affrontare senza preconcetti e con la mente aperta per poter entrare appieno nella testa dei personaggi, vivendo i loro stessi dubbi, le loro stesse sensazioni, le paure che emergono quando si inizia ad affrontare un viaggio verso la conoscenza di sé, del proprio io, liberandosi da quei veli di perbenismo e ipocrisia usati per vestirci agli occhi inquisitori di chi abbiamo vicino o di chi non potrebbe comprendere quella “spregiudicatezza”, perché mentalmente chiuso, bigotto, o che comunque non riesce a vivere la propria sessualità alla luce del sole e senza costrizioni morali…conducendo tutto nei limiti del rispetto delle libertà altrui…

Le chiamano White Lies, bugie bianche, perché sono piccole, innocenti deviazioni dalla realtà, create al solo scopo di non ferire le persone che ami, e in teoria non dovrebbero lasciare il segno. Ora vi svelerò un segreto: le bugie bianche non esistono, la menzogna non è mai innocente.

Si può avere un talento innato per la menzogna(come la protagonista del libro, Annalisa)…che quasi diviene una droga,

…prima che me ne rendessi conto la menzogna mi scorreva nelle vene, velenosa e irrinunciabile come eroina non tagliata.

un qualcosa di cui non riesci a fare a meno, che ti porta a creare nuove bugie a sostegno delle precedenti, in un circolo vizioso quasi asfissiante e soffocante… ma poi, alla fine , scatta sempre qualcosa che fa crollare il castello di bugie che si è costruito, vuoi per i sentimenti, per un senso di oppressione, ma anche la semplice presa di coscienza di sé che conduce a fare delle scelte vincolanti, o meno, il proprio futuro, la propria esistenza, la propria coscienza.

Eppure ciò che dovremmo chiederci sin da subito è : “Perché sentirsi oppressi da qualcosa che non ci appartiene, come l’immagine che gli altri hanno di noi, creata a dovere per non deludere le aspettative o le illusioni degli altri?”

White lies ci conduce nella vita di Annalisa, che può essere la vita di una qualsiasi giovane donna (o anche non più giovane, ma che attraverso l’autocoscienza si riappropria di sé e della propria vita, percependo nuovi punti di vista, libera da costrizioni, catene e vincoli morali ed emotivi…) che è alla ricerca di sé stessa, e lo fa attraverso tappe di un’evoluzione che la conduce a liberarsi da tutte quelle maschere che avevano coperto la sua anima, a scavare sotto la coltre che le convenzioni sociali hanno costretto a vestire, liberando la sua vera essenza, fino a condurla all’accettazione di sé.

…ogni mia bugia non aveva fatto altro che scavare solchi nella mia anima, liberandola a poco a poco dalle sue maschere fino a rivelare una me stessa più autentica.

L’eros prende forma e aiuta Annalisa ad aprire la propria mente alla presa di coscienza di sé…impara ad assecondare le sue pulsioni i suoi desideri la sua sessualità, cresce e conosce il proprio intimo e il desiderio di piacersi, piacere e compiacere, ma non come mera sudditanza o sottomissione, ma scelta di appagare il proprio io sessuale, le proprie pulsioni, sceglie di amare me stessa anche attraverso il sesso e la voglia di un uomo e l’eccitazione nel vederlo soddisfatto e nel sentirsi soddisfatta.

Per la prima volta nella mia vita, mi ero scoperta affamata e, alla luce di quella fame, tutto il mio mondo era cambiato.

Annalisa inizia a porsi domande, e a darsi risposte; ad ascoltare ciò che emerge dal profondo, che non è la coscienza ma è istinto, pulsione, voglia, è ciò che lacera nell’intimo se non ha soddisfazione, che non può esser messo da parte, acquietato, perché è più forte il desiderio di soddisfarlo…sino a giungere a una verità che, sino a quel momento, era latente …

Avevo conosciuto un universo parallelo che esisteva e pulsava fianco a fianco con la cristallina mediocrità del mondo in cui ero sempre vissuta. [..] Io ero andata a fondo, trascinata dalle mille bugie che avevo intessuto, e ne ero riemersa con un’unica verità. Ora sapevo chi ero e che cosa volevo.

Il linguaggio è forte, diretto e senza veli, e comunque ricercato; lo stile dell’autrice è fluido ma mai banale, certo non lesina a scene forti ed eroticamente accese, liberando le fantasie anche più spinte e intriganti che stuzzicano la mente della protagonista, Annalisa; l’autrice ci pone dinanzi a una concezione dell’erotismo molto provocatoria, che può creare un diverso senso di apprezzamento a secondo della percezione del lettore, ma non può essere diverso visto che noi fruitori abbiamo concezioni e modalità differenti di approccio alla lettura…ma lo fa con uno stile accurato e ricco di dialoghi tra i vari personaggi.

Annalisa si auto-presenta sin da subito, e lo fa descrivendosi in modi schietto, quasi disarmante,

Mi chiamo Annalisa, e sono una puttanella bugiarda…

…ora che mi trovavo a risiedere in pianta stabile nell’emisfero delle canaglie, dei bugiardi e delle
puttanelle, mi sentivo attratta dai buoni più che mai

così pure vengono presentati i vari personaggi, non secondari ma tutti ben caratterizzati e mai banali, alcuni delineati in modo più strutturato, sempre rispettando le figure che rappresentano e il loro peso nella narrazione.

Tutti rientrano, se pure ognuno in modo differente, a rappresentare, attraverso l’intreccio della loro storia con quella di Annalisa, quelle tessere del puzzle che compone l’evoluzione, la crescita interiore della ragazza.

Le scene narrate sono molto coinvolgenti, ma non poteva esser diversamente, perché è tangibile e vivida la passione e la carica erotica nell’intera opera, ma al detta dei tempi di riflessione importanti, sia per la stessa protagonista che per il lettore che imprescindibilmente si lega al personaggio e lo sente suo.

L’amore nella sua visone romantica viene messo da parte e si mette in luce un nuovo aspetto della sessualità, che sino a quel momento Annalisa aveva usato in modo fine a se stesso.

Un nuovo modo di essere, una nuova essenza… forse la sua vera essenza… qualcosa da cui non si può tornare indietro

Per quanto mi fossi sforzata, nei giorni seguenti, di tornare alla mia vita di prima, sentivo che un sigillo
dentro di me si era rotto una volta per tutte, lasciando scaturire qualcosa di recondito e sconosciuto. Ero
una giovane vampira che si risvegliava alla notte.

Tutto il mondo, la sfera emotiva ed emozionale, di Annalisa viene sovvertito quasi, sino a far emergere la sua vera personalità. Annalisa da giovane studentessa modello e giovane donna della Milano bene, vive la sua vita fatta di aspettative e agi, è una ragazza forte, intuitiva, agli occhi di tutti un modello; ha una famiglia che la ama, un fidanzato, pochi amici scelti nella sua cerchia, è prossima alla laurea…ma il mondo perfetto dell’elegante e fredda Annalisa, inizia a esser piccolo, ad andarle stretto, perché si rende conto che qualcosa manca…

Tutto inizia quando la sua amica Federica la invita a trascorrere con lei e due amici una serata in un locale, e qui Annalisa assiste casualmente a una scena dal forte tasso erotico tra estranei; questa esperienza le provoca piacere e la coinvolge, seminando in lei il germe di nuove emozioni e mettendo in luce il suo istinto voyeuristico e “perverso”.. Da questo momento in lei scatta una nuova esigenza, che la spinge a guardare oltre il suo piccolo mondo, e la porta alla ricerca di qualcosa di più, che la faccia sentire viva e che le faccia sentire il sangue ardere nelle vene…

Annalisa si fa quasi inghiottire da questo profondo e quasi oscuro desiderio che la allontana sempre più dalla sua vecchia immagine di ragazza perfetta, e le fa conoscere una nuova Annalisa, carica di desiderio e pulsioni. E lei accetta questo nuovo status; attraverso questa nuova consapevolezza, questa nuova Annalisa non si nasconde, o meglio non si maschera, ma consente a sé stessa di scegliere il proprio destino, seguire la propria indole, i propri impulsi, facendosi anche trascinare dagli eventi. É finalmente sincera con se stessa e decide di riscoprirsi attraverso la conoscenza di quello che si potrebbe definire il suo lato oscuro.

Accetta di vivere il “proibito”, rappresentato anche da un uomo che conosce da sempre e che inizia con lei un gioco di seduzione e perversione, e che lei accetta di buon grado, con tutte quelle che sono le possibili conseguenze, ma al contempo in Annalisa ha vita un dialogo interiore forte e sofferente, che mette in luce tutte le difficoltà che emergono a seguito di questa lotta interiore nel contrasto tra realtà e bugie.

Le bugie bianche di Annalisa toccano tutti i personaggi del racconto, e le loro vite. E colpiscono in modo irreversibile anche il suo fidanzato, Andrea…è lui un altro personaggio che “fiorisce”, e mostra una nuova immagine di sé e una sua evoluzione; anche Andrea apre gli occhi alla realtà, e lo fa in seguito all’allontanamento da Annalisa

È così che mi sono accorto di amarti, perché le tue bugie hanno smesso di farmi stare bene e hanno iniziato a farmi stare male.

Forse inizialmente i due ragazzi si perdono, ma questo li aiuta a crescere e a ritrovare sé stessi.

E così continua la narrazione, con un crescendo di eventi e incontri e giochi sessuali che Annalisa vive insieme al maturo Luciano, quasi incuranti anche di ciò che li circonda e di ciò che può accadere…e di chi sa.

È molto giovane Annalisa, e questa sua ricerca richiede tempo e forse qualche vittima…ma la sua personalità si fa strada prepotentemente in un crescendo di situazioni forti e dal pesante carico emotivo, sino a un epilogo che, se devo essere sincera, mi ha stupita ma si è rivelato coerente con la personalità della protagonista e con la sua voglia di crescere e aprirsi a nuovi orizzonti.

Il racconto mi ha presa a tal punto che ho continuato la lettura senza interruzioni sino alla conclusione della storia, che se pure intensa e ad alto tasso erotico, in un crescendo coinvolgente, ha presentato siparietti esilaranti che mi hanno fatto sorridere e dato anche un’idea di leggerezza…

Ma a onor del vero ciò che colpisce è la capacità di instillare nel lettore degli interrogativi che consentono riflessioni profonde…

Questa storia porta il lettore ad affrontare, forse senza che ci si renda conto da subito della cosa, un viaggio interiore alla scoperta di sé stessi, anche col rischio di perdere quella che può essere la via maestra, quella che si crede essere quella giusta…ma qual è realmente la strada corretta da intraprendere?

Ecco, la storia di Annalisa ha molto da comunicare e da dare…a chi sa leggere senza pregiudizio ed ascoltare la voce interiore.

Ultimo pensiero: vogliamo di più? proviamo ad abbandonarci all’istinto, infrangiamo le regole che ci hanno incatenato, apriamoci a nuove esperienze, relegando la ragione in un angolo ma lasciandole sempre la possibilità di intervenire…proviamo a togliere la maschera che ci opprime e ad afferrare ciò che vogliamo, e poi ascoltiamoci.

Proviamo a vivere anche noi questo viaggio introspettivo, e…

Buona lettura!

“Le dodici porte. L’erede” di Veronica Pellegrino. A cura di Alessandra Micheli

 

Ho avuto il piacere e l’onore di leggere in anteprima Veronica e di essere stata scelta per scrivere l’introduzione al secondo libro della sua saga Le dodici porte, l’erede

Voglio precisare che la scelta di Veronica nel consultarmi è stata ardita e coraggiosa perché era cosciente che, avendo apprezzato il primo testo, avrei proceduto alla lettura con un cipiglio sicuramente più puntiglioso e severo. La sua prima fatica era dotata di un alone di straordinaria maturità; sia nella trama che evocava un Egitto nebuloso appartenente alla intrigante era dello Zed Tepi (per comprendere le mie parole di invito a andare a rileggere la mia recensione del primo libro) sia nello stile che spiccava rigoglioso nel mondo, a volte tentennante, dei self e degli emergenti riuscendo a diveniregemma rara e preziosa nel panorama letterario odierno. Questa sua caratteristica, però, poteva rivelarsi un’arma a doppio taglio nel caso in cui, il secondo testo, si sarebbe rivelato o di minor impatto o non all’altezza della musicale bellezza del primo. Che la stesura di un romanzo sia dono eccelso elargito dalle muse è cosa oramai risaputa. Che un libro, esordiente o non, debba essere un organismo interconnesso dotato di volontà propria in cui stile, sintassi, semantica ma sopratutto quella capacità comunicativa in grado di raggiungere il fulcro mentale del lettore, è un dato scontatissimo, ma non ovvio. Perché è quest’armonia tra struttura e patto interpretativo che oggi scarseggia in molte rispettose fatiche letterarie e rende alcuni generi penosamente carenti di significati. E questo, purtroppo, tocca in particolare il fantasy. Genere di profondità indiscussa, erede di leggende, di miti e persino di quelle storie graaliane e celtiche che in fondo rappresentano un po’ la nostra tradizione etnologica, il fantasy è e deve restare un racconto iniziatico che ponga al centro del suo discorso stilistico e strutturale l’evoluzione dell’eroe. Ce lo racconta perfettamente Campbell nel suo eccelso saggio “Il viaggo dell’eroe” e lo dobbiamo ritrovare in ogni testo che viene posto alla nostra critica e analitica attenzione.

Il fantastico non scaturisce, dunque, soltanto dalle regioni impervie della creatività e dell’immaginazione umana, ma trova la sua giustificazione di senso nel panorama culturale, laddove valori, consuetudini, timori e interpretazione del mondo, divengono favolosi e sfavillanti archetipi. E senza la capacità di abbeverarsi a questo ribollente calderone “popolare”, un fantasy non avrà quella forza trascinante capace di raccontare sì altri mondi, ma non soltanto per diletto, ma per poter comprendere e interagire con il nostro. Che siano universi tolkeniani, arturiani, o eredi della saga di Shannara, non sono altro che immagini speculari della nostra società odierna e passata, celebranti quel legame tra noi immersi nella realtà e il mondo delle idee, dove traiamo quel patto indispensabile che fonda e deve continuare a fondare la nostra civiltà.

Pensiamo a Hobbes, per esempio, che si rispose sulla genesi della compagine statale nutrenodosi di archetipi come ad esempio il leggendario stato di natura. Altri usano la fantomatica e favoleggiata età dell’oro che la polis (e la politica) deve ricreare. E cosi dicendo.

Un fantasy, dunque, non fa che inserire nel nostro percorso evolutivo come agglomerato sociale, piccoli, importanti tasselli in grado di rinvigorire e rinnovare il nostro modus vivendi.

Ogni autore, degno di usufruire di quest’aggettivo si deve rendere conto della portata ontologica anche nella più misera delle opere, e dell’importanza di scovare, all’interno del calderone del mito e del senso, elementi utili non solo alla scorrevolezza della trama, ma anche alla società che leggerà e assorbirà le parole impresse come un’arcana magia, tra bianche e candide pagine. Trovare elementi consoni alla propria e unica personalità, cercare quelli che possono rinnovare la cultura popolare, e iniziare con metodicità e passione la nobile arte di interesse l’arazzo complesso e dotato di una bellezza folgorante chiamato libro.

E la Pellegrino è consapevole, molto consapevole nonostante la sua giovane età, della responsabilità che si assume scrivendo per i lettori e sperando che un testo sia di facile fruibilità anche per i posteri. Con una classe innata, uno stile pulito e elegante, mai sopra le righe ma sempre altamente avveduto, si presenta come degna erede e speranza indiscussa di un mondo artistico che perde se stesso un un turpe baratto con aspirazioni finanziarie. Il suo secondo libro offre al lettore non soltanto un contesto ricco e pieno di colori e sensazioni ma anche significati, valori, filosofie che, appagando il senso estetico, sanno anche toccare la parte più intima e nascosta del suo pubblico. Ecco che nella scoperta del segreto ogni elemento si incastra perfettamente in un armonica cornice mentre si procede a infrangere del tutto il tabù per eccellenza: il segreto.

Cosa ci sarà mai dietro l’etimologia di questa parola che evoca territori ignoti e inesplorati?

Segreto deriva dal latino secretum da secernere ossia mettere da parte composto da se e cernere con il significato di separare. Quindi nella nostra lingua assume il significato di qualcosa che viene nascosto ( tenuto separato appunto) senza essere rivelato. Il segreto è qualcosa escluso dal sapere comune, nascosto agli occhi altrui che non può, per un tabù intrinseco alla sua ambigua natura, essere condiviso. Questo perché produce cambiamento, crea il movimento quando si venera l’immobilità (pensiamo al segreto custodito nel giardino dell’eden e rappresentato dalla conoscenza del bene e del male, in una dimensione di totale benessere perché ferma e congelata in un istante eterno). Ovviamente la sua ampiezza semiotica è oggettivamente VERTIGINOSA. Può riguardare conoscenze dalla più innocue alla più complesse, può riguardare gesti riservati a una ristretta élite, possono essere quelle bugie o finzioni che possono una volta dissotterrate far vacillare intere convenzioni sociali, rapporti, e persino l’intera percezione del reale.

Ecco che la separazione è il senso ultimo del segreto.

E quale separazione è la più importante, dai devastanti effetti, dalla conseguenze assolute?

La separazione tra l’io (ciò che rappresentiamo nel mondo) e il sé (ciò che siamo davvero nel profondo di noi stessi) E mai come la protagonista questa complessa ambiguità è espressa. Aley è una creatura profondamente divisa. L’abbiamo lasciata in preda alla terrificante realtà di un mondo totalmente diverso dalle sue aspettative e dalle sue percezioni. In questo secondo capitolo la sua formazione procederà più spedita, provocandole quel dolore necessario a ogni crescita. Aley diviene separata dalla verità espressa da sua zia e la verità che si ritrova nel suo DNA. Pertanto, ogni magia, avventura ha una doppia lettura: da un lato l’esaltazione del fantastico e del terrorizzante, espresso dalla biblica frase

terribilis est locus iste

dovere terribile ha l’accezione di meraviglioso. Dall’altra una profonda, irreversibile e distruttiva crescita psicologica caratteristica dei romanzi di formazione adornata da quei simboli che sono segni e indicazioni che ci informano di essere al cospetto dell’arcano, di quella capacità dell’anima di rendersi deserto attraverso il sacrificio, ma di poter improvvisamente far germogliare questa desolazione in un oasi rigogliosa se si è in possesso del suo personale Graal: la conoscenza appunto del segreto.

Ecco che dietro prodigi magici, battaglie eroi senza tempo si insinua qualcosa di molto più intrigante per il lettore maturo, meno avvezzo a sensazionalismi di moda oggi: lo stravolgimento dei ruoli. La complessità dei personaggi li fa apparire diversi dalle aspettative, nelle loro reali azioni, se si ha la pazienza certosina di sollevare il velo dell’illusione, si ritrovano ossessioni umane, i nostri limiti, il terrore dell’ignoto, la codardia ma anche il senso dell’onore la forza della volontà che rende questo patetica creatura umana degna di imporsi su questa affranta terra.

Nella parabola dell’uomo che cede alla brama di potere, che usa le sue potenzialità, i famosi talenti di evangelica memoria non per coltivare, per seminare, per rendere fertile la terra sia simbolica che reale, la necessità di una cooperazione scevra da pregiudizi e la capacità di sacrificare la propria individualità, i personalismi e le particolarità egoistiche per il bene superiore, rende un semplice libro una sorta di vademecum per questi tempi moderni, sempre più disperati.

Mai come oggi si rendono necessari libri di cotal portata.

Mai come oggi ogni parte di questo strabiliante testo si rivela fondamentale per la crescita intellettuale e umana dell’ignaro lettore, perché dietro le emozioni, le sensazioni più belle possa brillare un valore etico che ponga la parola fine al mero interesse personale.

Compassione, il patto rinnovato tra l’umano e il mondo numinoso lacerato e agonizzante dall’angheria della volontà di possesso, viene esemplificato nel capitolo spettacolare dell’incontro tra Aley e il drago.

E non stupisce apprendere che il drago, essere sacro alla Dea Cibele di cui condivide le caratteristiche ctonie tutela la fertilità intesa come crescita e ciclo evolutivo. Non stupisce scoprire che esso è simbolo del ventre materno a cui è associato tramite la sua dimora la grotta incarnando il ciclo vitale di morte vita rinascita. Antico e saggio difensore delle soglie e dei nuovi inizi immani ricchezze etiche e valoriali conquistate solo dagli eroi che impavidi affrontano i priopri limiti e timori. Non stona questo simbolo della vera battaglia quella contro se stessi e le forze pulsionali profonde contro cui l’io e il sé devono elevarsi, fortificarsi specie durante il personale processo di individuazione che ha come meta ultima lo sviluppo della personalità unica e individuale. Ed è questo che porta all’elevazione dello spirito grazie all’ampliamento della coscienza che diventata immensa, abbraccia e si fonde con l’intero organismo cosmico. Tutto viene ri- armonizzato proprio come ci insegna il drago nella sua veste di Uruborus in cui convivono maschile ( aggressività) e femminile ( capacità di compenetrazione) dissolvendo la vecchia percezione del reale per dare vita al nuovo.

Ed è grazie all’inserimento di questo fondamentale simbolo esoterico che veronica compie un ulteriore passo verso la consacrazione come emergente talento del campo del genere grazie al sapiente uso del simbolismo.

Posso dire che non leggerete solo uno straordinario fantasy ma vivrete una maestosa e grandiosa costruzione etnologica che celebra con delicatezza grandi filosofie eterne, quelle che hanno fondato e spero continuino a sostenere la nostra forse decadente ma sempre viva, civiltà occidentale. Vi lascio con le parole che ho elargito a Veronica nella sua introduzione:

Dietro le storie che colorano di antichità e di eterno il contesto del libro, si manifesta una mitologia reale, scritta in modo comprensibile eppure mai scontato. Il racconto del dualismo tra la divinità materiale e quella spirituale non fa altro che spiegare il moto perpetuo della creazione ponendo in rilievo come sia la dinamicità degli

eventi, come sia l’azione propulsoria dell’attrito tra differenze e contrasti, la vera spinta all’evoluzione in totale e netto contrasto con l’apatia della stasi.

Senza l’altro, senza il contrario, senza quella spunta, tutto rischia di marcire, di fermarsi, di essere semplicemente il nulla. La vita nasce dal pensiero creativo che dà forma e struttura al caos, si mantiene grazie all’attrito causato dallo scontro degli opposti e si evolve tramite la loro corsa eterna che li spinge a superare i limiti imposti da loro stessi. Bene e male, Ghora e Syrio, portano avanti il cambiamento, mettono alla prova l’essere umano tirando fuori da esso il meglio, lo spingono a reagire al dolore e all’orrore cercando di superarlo con gesti di una bellezza sconcertante.

I miei omaggi e il mio rispetto per te, Veronica.

“Libreria Luigi” di Stefano Caso, Ianieri editore. A cura di Alessandra Micheli

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Certi libri sono come sogni.

Irrompono nella tua mente quando meno te lo aspetti, quando la mente conscia è addormentata e obnubilata dalla stanchezza. Allora il libro può facilmente far sentire la sua voce, a volte acuta, a volte lieve e dolce, ma sempre capace di lasciare un segno sulla pelle.

Ecco cosa ho provato leggendo il testo di Stefano Caso, libreria Luigi. E’ stato come riconoscere un vecchio amico, che non vedi da anni, e essere accompagnata da lui nelle sue avventure mirabolanti ma profondamente dense di significato per te, che troppo spesso dimentichi il tuo passato, le tue lotte per emergere con fierezza dalla massa, ti scordi che in fondo per ottenere riconoscimenti o semplicemente un’ identità che ti segnali come “diverso” hai dovuto tenere stretta a te una maschera.

Ma sapete qual’è il problema delle maschere?

Che lungi dall’essere solo attimi divengono profondamente parti di te, seconde squamose pelli che si perdono in brandelli lungo la via, ma resistono stoicamente al flusso del tempo, tanto che alla fine ti convinci, e ti convinci cosi profondamente, da farne una realtà, credi davvero che in fondo è quella la tua vera identità. Mentre sotto lo strato intessuto di convenzioni, paure, rabbie, rinunce pulsa la tua vera pelle, quella fatta di cellule e carne. 

E non di parole, quelle intessute dai fili bizzarri del tempo.

E allora meglio imparare a conviverci con queste maschere e magari a amarle, affezionarti a quelle viscide squame fino a proteggerle come se fossero il porto solido a cui tornare, la pietra d’angolo su cui impiantare il tempio della tua anima. E l’epidermide reale, quella profondamente tua si stanca, un giorno di pulsare e si addormenta, sognando magari un tempo felice in cui essa sapeva farsi ascoltare.

Luigi è purtroppo l’anima di tutti.

Dotato di potenzialità strabilianti ma troppo legato a una fallace visione del sé, cosi patetica ma cosi rassicurante da impedire ogni altra diversa prospettiva del reale. E così i libri, i nostri amati libri, coloro che in realtà sono chiavi per aprire porte sconosciute di questa nostra dimensione terrena, divengono soltanto dei muri, fantasmi di un tempo felice in cui essi erano armi, erano mattoni con cui sfondare quelle stesse costruzioni murarie che la nostra anima infantile considerava limitazioni. Perché un bambino, un adolescente sa che il mondo è cosi ampio, così ricco di sfaccettatura da non poter essere contenuto in uno scritto. Il libro è la mappa con cui esplorare i territori tangibili  e psichici. In Luigi i libri, i nostri fraterni amici, divengono alibi per non muoversi.

E si sa, credo di averlo oramai raccontato come l’incapacità di movimento, la stasi, l’immobilità è la vera, totale, irredente morte.

E in fondo osserviamo un uomo oramai ombra di se stesso, invecchiato, congelato in attimi che hanno perso il sapore della novità, in rituali quotidiani che hanno perduto la magia della meraviglia. Anche i libri sono descritti non come carne viva e pulsante, ma tediosi fantasmi che non hanno più nulla da dire, perché rotto totalmente il patto interpretativo che lega lettore e testo. Che rende eterno e sempre nuovo l’autore, e rende il fruitore di bellezza sempre giovane e immortale. La cultura siffatta è stantia, ammuffita e polverosa, icona di un passato che non cede il passo né al presente, né al futuro. Luigi è l’emblema perfetto della descrizione di Hazlit del mero letterato borghese:

Quando si vede un fannullone con un libro in mano si può essere certi che si tratti di una persona senza né voglia né forza di stare attenta a ciò che le accade attorno o dentro la testa. Di un tal individuo si può dire che porta il suo giudizio ovunque con sé in tasca o che lo lascia a casa sullo scaffale dei libri ha paura di avventurarsi in qualsiasi ragionamento o di fare qualsiasi osservazione per proprio conto che non gli venga suggerita passando meccanicamente lo sguardo su alcuni caratteri leggibili che li ritrae dalla fatica di pensare che per mancanza di esercizio gli è diventata insopportabile e si accontenta di un continuo noioso succedersi di parole e di immagini abbozzate che gli riempiono il vuoto della mente. L’istruzione troppe volte è in contrasto con il senso comune un surrogato di vero sapere i libri non vengono usati come occhiali per vedere la natura ma come imposte per tenere lontana la forte luce e la scena mutevole da occhi deboli e temperamenti apatici. Le facoltà della mente se non vengono esercitate e se vengono paralizzate dalla continua lettura di testi autorevoli divengono svogliate e disadattate dagli scopi del pensiero e dell’azione, il dotto non è che uno schiavo letterario….se gli mettete a scrivere una composizione propria gli gira la testa e non sa dov’è, non riescono a riprodurre le forme viventi della natura e della vita.

Hazlit

La letteratura per Luigi è il simbolo della sua vita, una vita percorsa soltanto lungo i binari precisi e immacolati del ruolo: buon intellettuale, uno padre, buon marito, buon cittadino, probo esemplare di virtù.

Buono.

Ma mai del tutto persona.

E accadrà proprio in quella specie di Tomba (la sua libreria) che come realtà di passaggio non cede a perdere la sua carica di innovazione che avverrà il più terribile degli eventi: il cambiamento. Una modifica tragicomica ma totalizzante di ogni sua convinzione, il crollo devastante della sua vita cosi ordinata. I ruoli si stravolgeranno e uscirà chiaro come un’esistenza senza stimoli ma abbarbicata alle convenzioni al ciò che è giusto è un’esistenza perduta. Basta un taglio di capelli, basta un atto dissonante, basta una minima ribellione o semplicemente basta l’atto fisico del godere del piacere e della bellezza, che i vecchi libri perderanno la loro pomposità intellettualoide per tornare mappe. E in un fuoco liberatorio nasceranno come fenici dalle ceneri, donando al coraggioso cavalieri di ventura nuovi obiettivi e nuove sensazioni.

La libreria non è un luogo fisico ma un posto dell’anima. E’ una grotta in cui le potenzialità vengono coltivate ma devono essere espresse al di fuori, colorando di verità tutto ciò che ci circonda. Cosi il vicino rozzo diviene un concentrato di virtù come l’amicizia, la cognata venduta la sistema, diverrà nemesi di giustizia, la moglie evanescente diverrà Furia e Medea.

E cosi via in un ballo a volte dissacratorio dei valori societari ma estremamente positivo.

Ci sono libri che ti attraggono cosi profondamente da diventare amici silenti e quasi solitari. In quel caso essi possiedono una voce tonante, o un sussurro lieve e ti accompagnano lungo le pagine donandoti la loro eterna storia, presa direttamente a prestito da quell’iperuranio che è la sede e il paradiso delle idee.

Ci sono libri che leggi quasi annoiata ma che ti invitano a bussare timidamente alla porta di quel mondo incantato e si entra, sedendosi su un’antica poltrona in vimini e si assiste alla commedia. E presto è cosi evidente, direi scontato rendersi conto che, quel codice di cui il libro si impossessa, rendendolo suo, parla proprio di te.

Capitemi non a te, ma di te.

Ti racconta laddove tu tenti di nasconderti, ti svela quanto indossi la maschera a cui sei cosi affezionato, si spoglia quando sei bardato di mille abiti variopinti di mille corazze, di mille scuse e di mille non so.

Un sorso di libertà, una ventata di freschezza o solo un rinnovato ma più autentico amore non solo per il vero ruolo della letteratura, ma della vita stessa: renderci eroi del nostro piccolo regno oscurato dal disincanto.

E non smettere mai di credere che il miracolo accada. Anche quando vestirà i panni di una vecchia asfittica e rugosa.

 

 

“L’esigenza del silenzio” di Michela Zanarella e Fabio Strinati, Mezzelane editore. A cura di Alma Spina

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L’esigenza del silenzio (Le Mezzelane, 2018) è una silloge poetica a quattro mani scritta da Michela Zanarella e Fabio Strinati, introdotta dalla prefazione di Dante Maffia.

Con sapiente ingegno, Zanarella e Strinati generano un abbattimento delle consuetudini di lettura: approcciandosi a queste opere poetiche, il lettore non è mai a conoscenza dell’autore dell’opera che sta leggendo. Non sa se è una donna o un uomo che scrive, che pensa, che racconta in versi. Questo fa sì che l’attenzione sia completamente rivolta alla parola stessa e non all’associazione poesia-autore (che spesso aiuta nella visione generata dall’opera poetica). Gli echi di questa scelta rimandano a un testo di Jeanette Winterson, Scritto sul corpo (1992): per tutto il corso della vicenda, al lettore è tenuto nascosto il sesso del personaggio narrante e l’immaginazione procede a tentoni. Al tempo stesso, lascia spazio a una fervida possibilità e a dei cambi di prospettiva repentini.

L’individualità che caratterizza il giorno che viviamo viene spazzata via da un’ondata di comunità e mescolanza, di mancata proprietà privata, di figli misti.

Le poesie di Zanarella-Strinati sono parole senza un creatore unico. Solo talvolta si possono intuire, proseguendo per le strade acciottolate del loro intrecciarsi, dei tratti caratteristici dell’uno o dell’altra e trarre una didascalia, una scheda dati, una raccolta di impronte che ci permetta di intuire chi sia a parlare.

Solo verso la metà del libro questa terribile necessità ha completamente abbandonato la mente del lettore, facendosi conditio sine qua non dell’intero manoscritto. Se qualcuno ora volesse spiegarmi chi ha scritto cosa, non vorrei proprio saperlo.

 

Respira il vento

che

sui campi di grano ascolta
le nostre voci narrare
di alti campanili e di pianure
chiare come lunghi silenzi.

Parlano i poeti
che

invocano lacrime all’amata sera
senza una ciglia di luce.
Raccontami pure dei tuoi gusti

che
odorano di preghiere
e di questo tuo respirare a colori.
Dimmi pure se una mia lacrima potrà
cadere sul tuo volto
che
è per me tragitto d’immenso,
emozione
che
trema.”

 

Regina di questo componimento è la ritmica, che nella poesia contemporanea spesso viene dimenticata, quasi fosse un vascello relitto sul fondo del mare. La ripetizione di una parolina decisamente insignificante all’apparenza, questo “che” relativo il quale si ripete e si ripete, vuole indirizzare l’attenzione non sul significato della parola stessa ma sul suono e sulla ritmica di questa, quasi a mettere dei segni su uno spartito.

Troviamo la stessa tecnica sonora anche qui:

 

“A volte, mi sento come sequestrato

e a tratti,

come ominoso trambusto
dentro questa minuscola vita di trincea

e spesso,
sento da me un distacco
che stravolge senza freni
il difetto della macchia, di quest’ombra
spesso schiava della strada
e poi,
tutto ricomincia dietro quella porta
chiusa per errore.”

“(…) Il tuo sguardo è racchiuso in te / come in me si vedono / i segni di un sorriso d’orto
e ascolto i tuoi movimenti in dono, / come l’esigenza del silenzio / quel suono esile che tanto ci appartiene.”

 

In questo componimento troviamo il verso che dà il titolo all’intera opera: “L’esigenza del silenzio”. In questo caso un altro elemento sonoro emerge in superficie: il silenzio viene descritto come un “esile suono”. Mi capitò una volta in Biennale 2013 a Venezia di imbattermi in un’opera che non dimenticherò mai: Kimsooja, un’artista coreana, aveva creato una camera anecoica (di derivazione greca, significa “priva di eco”) ossia completamente insonorizzata, inoltre buia e senza finestre – bene: non ho mai sentito tanto rumore quanto in quella stanza. Il silenzio vero è proprio un suono e uno dei più forti che potremo mai sentire nella nostra piccola piccola esistenza.

E il silenzio è proprio il quid che ci accompagna lungo tutta l’opera. Compare ora come protagonista, ora come antagonista, ora come causa, ora come effetto.

Leggiamo:

“Chissà se un domani capirò / l’amore come pozione / contro le derive del silenzio? (…)” (p.64), ma ancora “(…) Mi piace la tua poesia / al sapore della lana / come il silenzio / riempito di rumore. (…)” (p.67) e ancora “Raccontami il tuo silenzio / come se fosse un viaggio senza / fine oltre le colline (…)” (p.70). Appare talvolta leggermente didascalico questo silenzio, che accompagna il lettore proprio fino alla fine dell’opera. Martellante, non lascia spazio a molta immaginazione, ribadisce e attacca al muro come un chiodo. Leggiamo ancora a pagina 77: “Il silenzio mi guarda e mi tocca / ed io lo lascio entrare nella carne / come fosse una semina nei campi / in pieno sole.”

 

Un libro molto fitto e ricco di parole in cui il silenzio come parola e non come contenuto è il filo conduttore che accompagna. Una parola come fosse il filo di Arianna. Continuo a leggere del silenzio ed esso mi tiene la mano.

Se continuiamo a camminare insieme, prima o poi lascerò il labirinto.

Talvolta ci si imbatte in esempi di maturo utilizzo della parola poetica, con immagini nuove, fresche, le quali donano un respiro ampio, come ad esempio il componimento a pag. 77:

 

“Anima rugiada, / vederti ora come satellite / come scroscio / di sete / sul mio petto ch’è podio / di te, fierezza polline / come sensi inebriati d’atmosfera, / penso al denso / sguardo di miniera / penetrarmi intero / mentre battaglia d’estasi / l’adrenalina / come somma di te / in me che desiderio affiora.” e quello a pag. 88: “Foglie verdi di campo / per donarti primavera / come baccello di speranza / in questa vita al tatto impalata. / Una parrocchia per saperti / protetta / tra cuori di minestra / e una scodella come conforto / durante malinconia / in un letto di spine esacerbate. / Una giacca con scritto / il mio nome invernale: una sciarpa / di lana, una collana di fiori / avvolta di benedizione e una / coperta usata come tramontana.”.

“Zeitgeist Hotel. Ultimo trip di un dongiovanni perbene”, di Reda Wahbi. A cura di Vito Ditaranto.

 

Il suo ultimo ruolo sarebbe stato il più importante della sua vita.

La sua ultima entrata come spirito del tempo sarebbe stata per ironia quella allo Zeitgeist Hotel.

L’unica cosa che desiderava Willhelm Strauss, famoso attore, era morire sul palco avendo solo il tempo per un ultimo trip, cercando di recuperare il suo passato e le tracce di sua figlia scomparsa.

Noi siamo ciò che costruiamo, ma abbiamo davvero il potere di provocare ciò che immaginiamo oppure, più semplicemente, le cose accadono e dobbiamo gestirne le conseguenze?

Un mondo, quello di Willhelm Strauss, fatto di eccessi ma che in pochi giorni gli crolla addosso.

Il contenuto delle paure più grandi può tradursi in realtà ma non perché lo abbiamo immaginato, può prendere forma. Il sentimento di responsabilità, così presente nelle personalità ossessive, può ridursi attraverso il contatto con le proprie fantasie e allenandosi a immaginare qualunque genere di scenario, per poi verificare e percepire che quell’attività mentale non ha alcun potere deterministico.

Nell’ “Ultimo trip di un don Giovanni perbene”, la fantasia più catastrofica rimane nulla più di una fantasia, al pari di ogni altro esercizio di immaginazione che venga invece vissuto come più accettabile.

Siamo tutti capaci di fare del male quando lasciamo scorrere liberamente i nostri pensieri angosciati, ma solo passando all’azione diventiamo colpevoli.

Un libro che va oltre l’immaginario intrecciando la vita del protagonista con situazioni ed eventi paradossali fino a rivelarci qualcosa che non ci saremmo aspettati.

Ogni parola detta è una bugia. La storia stessa sembra una bugia.

A volte i mostri sono solo anime esaltate che vivono in catene e che cercano solo d’essere ascoltati per tornare a essere uomini terreni. E forse Willhelm Strauss, continuerà a vagare fuori dalle pagine di questo libro cercando “L’avvento del mondo nuovo”.

La scrittura del testo è sempre fluida e leggera, le pagine scorrono veloci.

Il libro in un certo senso sembra rappresentare una sorta di vita parallela, il viaggio che si concede il protagonista fuori dalla realtà. Il racconto è una finestra aperta al mondo di chi sogna o meglio rivive i suoi incubi ad occhi aperti… forse troppo in alcuni momenti.

Il libro è originale, nel senso che ha la capacità di relazionare vari generi di scrittura incrociando thriller e noir.

Comunque, anche se alcune situazioni descritte si rilevano alquanto improbabili, se si considera il libro per quello che realmente è: ossia un romanzo che descrive la mente turbata di un uomo dedito agli eccessi, posso affermare che l’opera nel complesso merita di essere letta.

La conclusione è che il bene non può esistere senza il male.

Un romanzo, con un finale a sorpresa. Un libro che scorre velocemente.

Un libro, essenziale e folgorante.

Libro da leggere se si vuole vivere situazioni oniriche e surreali.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

Attraverso la storia. Incontro con il mito di Pochahotas. A cura di Valentina Menechini

 

Quando i primi coloni assieme a John Smith, giunsero in Virginia, nel luogo in cui fonderanno la colonia di Jamestown nel 1607, non trovarono affatto un mondo vuoto: la zona era popolata da diverse tribù di nativi, i quali avevano con sé tradizioni secolari e una società organizzata.

Molti di loro vivevano di agricoltura, di caccia o di pesca; erano politeisti e i loro dei differiscono a seconda del loro modo di vivere, ovvero se erano cacciatori pregavano affinchè trovassero buone prede e così via.

Nelle cariche religiose le donne non erano escluse, in alcune tribù le donne si occupavano dei canti rituali, compito assai importante e sacro. Non solo erano importanti nella religione, ma persino alcune tribù erano fondate da una società di tipo matriarcale, mentre le restanti erano patriarcali.

I nativi non avevano alcun tipo di scrittura e parlavano più di mille lingue e dialetti diversi, tutte le loro tradizioni e riti si tramandavano per via orale e molto spesso chi si occupava di trasmettere le nozioni, si trovava anche a recitarle e interpretarle con toni di voce e mosse diverse per enfatizzarne il contenuto.

Si presume che questi uomini abitassero quelle terre da prima dell’avvento del cristianesimo e si crede che siano state delle popolazioni migrate dall’Asia attraverso lo Stretto di Bering e che poi in seguito si distribuirono lungo tutto il continente. Come descritto sopra, nel nord si svilupparono questo tipo di culture, mentre al sud si formarono grandi imperi come quelli Maya, Aztechi o Inca, costituiti da grandi città, templi e persino una scrittura e una lingua che li accomunasse, purtroppo distrutti completamente dopo l’arrivo degli spagnoli, lo stesso vale per il nord America.

Inizialmente i coloni di Jamestown intrattennero dei rapporti pacifici con i nativi, da loro chiamati “selvaggi” o “indiani”, così come li aveva denominati Cristoforo Colombo al momento del suo sbarco; successivamente però cominciarono a formarsi dei conflitti e ciò porterà alla distruzione di molte tribù e al successivo confinamento entro riserve, tuttora esistenti.

Non sappiamo molto riguardo i selvaggi, poiché gli storici e scrittori si occuparono della loro cultura, molto dopo averli conquistati, ma grazie ad alcuni resoconti di viaggi ed esplorazioni, scritti dai primi coloni siamo riusciti a percepire alcune informazioni su di loro, come ad esempio la pratica di adozione di uomini bianchi all’interno delle tribù, ciò sanciva un accordo di amicizia, un simile evento è riportato negli scritti del capitano John Smith.

È proprio grazie ad essi, se siamo venuti a conoscenza delle origini del mito di Pocahontas, figlia prediletta del grande capo tribù Powathan.

In particolar modo nello scritto pubblicato nel 1624, ovvero circa otto anni dopo la morte di Pocahontas, con il titolo di “The Generall Historie of Viriginia, New England and the Summer Isles”, si narra l’evento che la renderà poi famosa: il salvataggio di John Smith.

Difatti John Smith, durante i suoi viaggi di esplorazione fu catturato dai selvaggi e condotto dal loro capo Powathan, il quale decise di ucciderlo, ma proprio nel momento in cui stava per compiere l’atto, Pocahontas lo blocca prendendo tra le sue braccia, la testa del capitano, risparmiandogli così la vita. Così lo descrive:

 

“[…] a long consultation was held, but the conclusion was, two great stones were brought before Powathan; then as many as could, laid hands on him, dragged him to them, and thereon laid his head and being ready with their clubs to beat out his brains, Pocahontas, the King’s dearest daughter, when no entreaty could prevail, got his head in her arms and laid her own upon his to save him from death […]”.

Successivamente strinsero un patto di amicizia, secondo questo rito

“Two days after, Powathan, having disguised himself in the most fearfulest manner he could, caused Captain Smith to be brought forth to a great house in the woods and there upon a mat by the fire to be left alone. Not long after, […] Powathan more like a devil than a man, with some two houndred more as black as himself, came unto him and told him now they are friends […]”.

Infine fu riportato a Jamestown e da allora Pocahontas contribuì portando loro i rifornimenti necessari per non farli morire di fame.

Purtroppo su di lei, oltre questo evento, sappiamo ben poco. Il suo vero nome era Matoaka, da tutti però chiamata Pocahontas, che nella sua lingua significa “piccola svergognata”, per via del suo carattere vivace. Aveva pressappoco dodici anni quando salvò la vita al capitano Smith, successivamente fu battezzata con il nome di Rebecca e si sposò con un lord inglese, John Rolfe, da cui ebbe un figlio, Thomas.

Fu condotta a Londra, presso il re e la corte dove ricevette un’accoglienza degna di una principessa e si diffuse il mito della “belle sauvage”, nome con il quale fu conosciuta per tutto il regno.

Sfortunatamente non tornò più in America, poiché morì in Inghilterra di vaiolo all’età di circa ventidue anni.

Da queste poche fonti biografiche però nel cinema si è riusciti comunque a rendere emozionante la sua breve vita. Ma a parer mio, Pocahontas nel mondo cinematografico non piace molto, poiché la rappresentano sempre come una donna adulta e non una bambina come dovrebbe essere; ad esempio nel film “The New World”, non mi ha dato l’impressione di essere proprio una ragazza di 12 o 14 anni; inoltre tendono spesso a romanzare la sua vita mostrando prima il suo amore verso John Smith, che nasce durante la prigionia di quest’ultimo nel villaggio di Powathan e sfortunatamente questo amore si rivela infelice e lei sembra quasi accontentarsi di John Rolfe.

Per il resto però ritengo che nei film sia ben rappresentato il modo di vivere degli indiani, sebbene forse trovo leggermente esagerati i loro costumi e gli uomini siano sempre rappresentati meno belli e affascinanti degli uomini bianchi.

Il personaggio di Pocahontas per molto tempo rimase ignorato, ma a partire dall’Ottocento, fu riscoperta negli archivi e da allora fu subito mito, si inziò anche a sostenere di una discendenza da parte sua e ciò rende gli americani come una sorta di “nuova razza”.

Lei inoltre è stata idealizzata come dea della fertilità e della terra, da cui tutto nasce, una sorta di Gea del nuovo mondo, su di lei si è sviluppato un grande folklore e vennero scritte anche altre opere su di lei in cui si accentua questa sua spiritualità; come ad esempio scrive il poeta Vachel Lindsay nella sua poesia “Our Mother Pocahontas”:

Her skin was rosy copper-red.

And high she held her beauteous head.
Her step was like a rustling leaf:
Her heart a nest, untouched of grief.
She dreamed of sons like Powhatan,
And through her blood the lightning ran.
Love-cries with the birds she sung,
Birdlike
In the grape-vine swung.
The Forest, arching low and wide
Gloried in its Indian bride.
Rolfe, that dim adventurer
Had not come a courtier.
John Rolfe is not our ancestor.
We rise from out the soul of her
Held in native wonderland,
While the sun’s rays kissed her hand,
In the springtime,
In Virginia,

Our Mother, Pocahontas.”.

In questi pochi versi viene descritta come una creatura appartenente alla natura e si ribadisce come lei sia la sola progenitrice degli americani e non siano però discendenti di John Rolfe, ma solo di lei, creatura mitica, figlia di colui che discende dai lampi.

 

Nonostante le poche fonti biografiche nel cinema si è riusciti comunque a rendere emozionante la sua breve vita. Ma a parer mio, Pocahontas nel mondo cinematografico non piace molto, poiché la rappresentano sempre come una donna adulta e non una bambina come dovrebbe essere; ad esempio nel film “The New World”, non mi ha dato l’impressione di essere proprio una ragazza di 12 o 14 anni; inoltre tendono spesso a romanzare la sua vita mostrando prima il suo amore verso John Smith, che nasce durante la prigionia di quest’ultimo nel villaggio di Powathan e sfortunatamente questo amore si rivela infelice e lei sembra quasi accontentarsi di John Rolfe.

 

Per il resto però ritengo che nei film sia ben rappresentato il modo di vivere degli indiani, sebbene forse trovo leggermente esagerati i loro costumi e gli uomini siano sempre rappresentati meno belli e affascinanti degli uomini bianchi.

Questa rappresentazione di Pocahontas come donna adulta si ritrova anche nelle opere d’arte che la rappresentano: nel periodo in cui fu presentata a corte, suscitò talmente tanto fascino e stupore che l’arte si è prodigata nel rappresentarla nei più disparati modi: c’è chi accentua particolarmente le sue sembianze esotiche e chi invece le nasconde e sembra quasi confondere la principessa con qualsiasi altra dama di corte. Ecco alcuni esempi di suoi ritratti:

In questa immagine è rappresentato il suo battesimo

e questo invece è un suo ritratto:

Pocahontas è stata una delle native americane più conosciute, mitizzate e rappresentate della storia, fu la prima ad essere considerata un’eroina. Possiamo ritenere che la “belle sauvage” abbia contribuito alla formazione della storia americana, ma non possiamo però escludere anche un’altra figura indiana che contribuì alla mitizzazione di queste eroine selvagge: Sacajawea.

Ella è visse intorno al 1800, quindi successivamente a Pocahontas però non possiamo negare che anche su di lei, così come per Pocahontas non si siano sviluppate leggende, storie e fosse riconosciuta come un’eroina e perfino come immagine simbolo del femminismo, nel caso di Sacajawea.

Anche su di lei sappiamo ben poco, sappiamo che apparteneva alla tribù dei Shoshoni e fu data in sposa ad un commerciante francese e contribuì alla spedizione di Meriwether Lewis e William Clark, dal Nord Dakota fino alle coste dell’Oregon tra il 1804 e il 1806. Fu lei a consigliare loro il percorso per le Montagne Rocciose, utilizzato poi per la costruzione della ferrovia californiana.

Ebbe due figli, un maschio e una femmina che molto probabilmente non riuscì a superare l’infanzia. Anche Sacajawea morì in giovane per una causa sconosciuta, si presume fosse febbre.

Su di lei abbiamo pochissime testimonianze, in particolare gli scritti dei due esploratori, ma nonostante ciò anche lei divenne un mito, così come Pocahontas.

Tuttora in America è conosciuta e vi sono stati fatti anche dei film, in alcuni di essi si accenna brevemente a lei.

Queste storie dimostrano come l’America abbia cercato una propria identità e abbia cercato in qualche modo di rendersi unica e speciale tramite la nascita da una dea, come Pocahontas e come in ogni nuovo luogo in cui si sviluppa una nuova civiltà si creino sempre nuovi miti, siano essi ispirati a personaggi realmente esistiti o meno. Inoltre dimostrano come il Paese non si sarebbe mai sviluppato senza il prezioso aiuto degli indiani, nonostante però tuttora i selvaggi siano emarginati, ma non si può fare a meno di ricordare il loro, seppur piccolo, contributo.

 

“La dura fragilità del cristallo” di Flavia Basile Giacomini. A cura di Ilaria Grossi

 

“Sei come un cristallo,Ivan, sei elegante e trasparente come un cristallo, gli diceva suo padre da tutta la vita. E’ troppo facile vedere tutti i tuoi punti deboli, non sai mascherarli. Basta che arrivi un soffio di vento più forte che cadi e ti rompi”

 

Dopo la morte del padre, risuonano prepotenti queste parole nella mente di Ivan Ferrari, figlio viziato e annoiato.

Un “sono fiero di te” avrebbe lasciato un vuoto dal sapore differente e invece solo una vita passata a criticare o a guardare dall’alto di un piedistallo, una presenza che era già assenza.

Ora tocca ad Ivan dirigere l’Impero di famiglia e non far crollare il castello in cui è cresciuto, sotto lo sguardo severo della sorella e gli occhi di speranza della mamma.

Un incontro anzi uno scontro con Chiara De Angelis, ipnotizza la mente di entrambi. Lui biondo, ricco e con una macchina da aristocratico, lei figlia di un tipografo, ribelle e mamma, non nasconde la sua antipatia e diffidenza nei confronti di chi è nato ricco e viziato.

Ivan non è un protagonista che desta antipatie, pur consapevole della sua posizione privilegiata e senza sacrifici, ha voglia di apprezzare la bellezza delle piccole cose.

Con Chiara, assapora una vita fatta di famiglia, una casa semplice e colorata, un amore da cui tornare, il profumo delle cose genuine che sanno di vita vera.

Ivan ha voglia di lasciarsi andare e lo si può leggere nei suoi occhi limpidi, la voglia soprattutto di riscattare un passato fatto solo di feste con amici annoiati e vita facile.

Non cela del tutto le sue insicurezze, ciò lo porterà a “nascondere” per paura di perdere quel che di bello si è creato con Chiara, una storia solo in apparenza semplice, perché la loro è una passione inaspettata, unica e sulla quale troppi occhi sono pronti a spezzare il loro incantesimo d’amore.

Chiara si nasconde dietro una corazza, un passato da ribelle e un incidente che non porta via i sensi di colpa e demoni come quello dell’anoressia, pronti a schiacciarla con il loro peso.

Ivan e Chiara sono davvero fragili come cristallo?

Insieme emanano una grande luce, nonostante le fragilità del loro animo.

Scontrarsi significherebbe ferirsi e scheggiare l’anima in mille pezzi.

La vita però scopre le sue carte inaspettatamente, lo scontro è inevitabile.

Quanto siamo disposti a lottare e andare avanti, consapevoli dei nostri limiti e delle nostre debolezze?

Quando ho deciso di leggere “la dura fragilità del cristallo” non nego che il titolo mi ha decisamente colpito, la trama potrebbe sembrare una storia già letta e invece come una matrioska al suo interno si incastrano tematiche molto delicate, come la depressione post incidente e l’anoressia, la dipendenza da droghe. Non aggiungo altro, lascerò a voi scoprire il tutto.

Con uno stile incalzante, diretto, sincero, da non riuscire a staccarti dalla storia di Chiara e Ivan, tra le pieghe del romanzo, ho avvertito una forte empatia e profondità, attente a svelare le tante sfaccettature e contraddizioni della nostra anima.

 

“Un perpetuo braccio di ferro senza alcun vincitore.

Così vicini seppur così lontani nelle loro pretese”

Buona Lettura

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario