“La saga dei Pirin, libro secondo. Hairam Regina” di Sebastiano B. Brocchi. A cura di Francesca Giovannetti

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Eccoci al secondo capitolo della Saga dei Pirin, con la nostra Francesca sempre più ammaliata dallo stile di Sebastiano. Uno stile che è difficile da raccontare, così come spesso è difficile decifrare la bellezza. Perché la bellezza ti cattura, ti rapisce e ti modella rendendoti parte di quell’eterno splendore che un giorno decise di discendere sulla terra. Lasciatemelo dire. Da responsabile di un blog amatoriale quando accolgo questi capolavori, mi sento privilegiata. Il sogno che ho reso possibile diventa simile alla rivelazione, come se la fonte di ogni esistenza avesse scelto e designato questo piccolo esperimento, il centro cosmico da cui far diramare il suo benigno influsso.
E allora non più blogger ma partecipe della magia dell’evoluzione, partecipe del Sacro Mistero della creazione, complice e misera esecutrice del divin progetto.
Per qest’emozione, che mi fa dimenticare per un attimo il mio misero status umano per avvicinarmi a quello di messaggero, ringrazio Sebastiano Brocchi.

E la bravissima Francesca che assieme a me, ha scelto di aiutare le Norne, intessendo l’arazzo complicato ma incredibile del nostro destino.
Alessandra Micheli

 

 

I frammenti della corona di Sibereth e il Martello dell’ Alleanza sono stati recuperati e al sicuro nei sotterranei della reggia di Lothriel, ma per forgiare la corona, manca un ultimo elemento : Elpur, l’incudine. Hairam ed Helewen, protagonisti del secondo capitolo della saga, hanno il compito di portare a termine l’impresa. Compiendo lunghi viaggi attraverso terre sconosciute, scopriranno se stessi e la portata della missione che gli è stata affidata.

L’autore non delude e non allenta la presa sul lettore. Se amate i fantasy di facile consumo state lontani da questa opera. Si ripercorrono le Ere della storia e la creazione del mondo. Dei, semidei e creature mortali alternano le loro battaglie, fino al momento in cui la corona di Sibereth farà di nuovo la sua apparizione. Questo oggetto, da cui i protagonisti sono attratti e spaventati, chiamati dalla forza superiore del fato e allontanati dai terribili vaticini che ne annunciano la sua rinascita, suscitano nel lettore un pathos che cresce inesorabilmente; il buio e la luce, le tenebre e il sole, Belhagard e Ghaladar, gli dei della guerra e del sole. Ogni cosa, per esistere, ha bisogno del suo contrario. La corona di Sibereth unisce gli opposti, ambasciatrice dei tempi più oscuri attraverso il quali si forgia la rinascita. Il libro scende nelle viscere emotive, togliendo la patina per scavare nelle anime dei protagonisti. Non sono perfetti, non sono unici, non sono eroi. Amano, odiano, dubitano con uguale intensità. Il sangue mortale dei Pirin fa sentire la sua voce.

Helewen e Hairam plasmano la loro vita insieme, lottando contro nemici ben temibili. La ricerca dell’incudine passa attraverso una crescita caratteriale che li obbliga ad affrontare tre ostacoli principali.

Dubbio, Gelosia e Orgoglio sono i nomi di questi oscuri tiranni […] cercateli fino a quando li avrete trovati, quando li avrete trovati affrontateli, e quando sarete pronti decapitateli. Quando li avrete decapitati, seppelliteli, ma conservate il loro ricordo: presto o tardi essi risorgeranno, pronti a colpirvi di nuovo. Riconosceteli, e sarete più forti di loro.

È un percorso di formazione completamente in salita e che non ha mai fine. Ma conoscere il nemico rende vittoriosi.

Helewen è re, rispettato e riconosciuto nella sua abilità di giudizio e nella sua arguzia politica e militare; ma il regno di Lothriel aspetta la sua regina. È Hairam, attesa e desiderata dagli dei, che impediscono che qualcun’altra sia scelta. Da amica d’infanzia e di avventura, a regina pacata, ferma, indispensabile per governare. Il personaggio suscita ammirazione per la sua saggezza e per l’intelligenza nell’affrontare devastanti situazioni emotive. Il lato umano di Hairam ce la fa amare, ci fa immedesimare in lei, non più regina ma donna, e nello stesso tempo la invidiamo, per la sua capacità di essere sempre all’altezza, anche dopo grandi smarrimenti.

La trama si dipana attraverso descrizioni di lotte per il potere, intrighi al palazzo, oscure presenze, pericoli percepiti ma ancora non visibili.

Un fantasy epico che va ancora oltre il Bene, il Male e la lotta. L’autore scava, approfondisce, ci fa conoscere, spiega, giustifica, insegna, prepara infine all’ultimo imperdibile capitolo.

 

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“Sola sull’oceano” di Mary Higgins Clark, Sperling & Kupfer. A cura di Vito Ditaranto

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“…La magnifica nave da crociera Queen Charlotte stava per lasciare l’ormeggio sul fiume Hudson per intraprendere il suo viaggio inaugurale. Pubblicizzata come una delle navi da crociera più belle mai realizzate, era stata paragonata alla Queen Mary e persino al Titanic, che aveva rappresentato l’apice del lusso cento anni prima. Uno dopo l’altro i passeggeri salivano, si registravano e venivano invitati ad accomodarsi nel Grand Lounge, dove camerieri in guanti bianchi li accoglievano offrendo champagne. Quando anche l’ultimo ospite fu a bordo, il capitano Fairfax tenne un discorso di benvenuto.«Vi assicuriamo che questo sarà il viaggio più confortevole che abbiate fatto o potrete fare»,…”

 

 

Alvirah e Willy Meehan, dopo una vincita alla lotteria festeggiano il loro quarantacinquesimo anniversario di matrimonio con una crociera di gran lusso: il viaggio inaugurale della Queen Charlotte, che da New York li porterà a Southampton in Gran Bretagna. A bordo c’è anche Lady Emily Haywood, una ricca e anziana signora nota per la sua collezione di gioielli e soprattutto per la sua inestimabile collana di smeraldi che si ritiene sia appartenuta a Cleopatra: la leggenda dice che la collana è maledetta, e chi la porta in mare non vivrà abbastanza per tornare a riva. Quando Lady Emily cade vittima della maledizione, il fiuto dei Meehan si mette al lavoro per trovare il vero colpevole.

Un luogo che si rivela una trappola mortale, che ricorda nella trama, “Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie, e che nella descrizione delle ambientazioni rivela similitudini con la storia del Titanic.

Un cadavere Lady Emily, che ricorda quello del signor Ratchett in “Assassinio sull’Orient Express.

Il libro è il giallo perfetto, in cui il meccanismo tipico delle più grandi opere del genere, un luogo “chiuso” e circoscritto, un cadavere, una manciata di possibili colpevoli e nessun aiuto esterno né per l’investigatore né per il lettore, costretti a contare esclusivamente sulla propria materia grigia per risolvere il mistero, raggiunge l’apice con uno stile raffinato, limpido, essenziale. L’ambiguità dei personaggi, l’ambientazione claustrofobica, l’azione serrata e avvincente culminano in uno scioglimento geniale e imprevedibile che lascia il lettore senza fiato, un finale nel quale una miriade di particolari e indizi senza senso si incastrano finalmente alla perfezione, dimostrando che l’impossibile può essere possibile.

Il racconto comunque, è leggero e mai annoia il lettore, nonostante sia un giallo, e si sviluppa in modo da creare suspense mano a mano che si raccolgono indizi e si svolgono gli eventi.

È una lettura veloce e dinamica, grazie ai capitoli brevi che, muovendosi da un punto di vista all’altro, permettono di costruire una trama completa e di leggere come se si stessero ascoltando le conversazioni di chi si trovava sulla nave; quindi, come da copione dei comuni gialli, il ritmo risulta abbastanza scorrevole, e si lascia leggere con assoluta tranquillità frequenti sono i segni di punteggiatura, che inframezzano i periodi, si rivela un testo ingegnoso e notevolmente acuto.

Il racconto di “Sola sull’oceano”, attraverso le parole e le sensazioni dei protagonisti non annoia il lettore, non annoia attraverso le preoccupazioni di Alvirah, non annoia la tenacia di Meehan nel voler trovare a tutti i costi la soluzione dell’enigma, il racconto si evolve in un susseguirsi di emozioni.

Consiglio questo libro a tutti coloro che amano passare alcune ore leggendo un buon lavoro, un ottimo giallo, per gli amanti del genere e che amano le trame classiche tipo quelle di Agatha Christie.

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

Noi di Les Fleurs du Mal il primo maggio lo festeggiamo cosi. Another brick in the wall, incontro con Edoardo Guerrini che ci parla del suo libro “Senza fili” in ricordo di Portella della Ginestra Primo maggio 1947.

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Il primo maggio è sempre Portella della Ginestra

DanaeVi Esposito Carriero

 

 

Il primo maggio festa del lavoro. In quest’Italia disperata il diritto sancito dalla costituzione è oramai un miraggio. Interessi finanziari, oscuri escamotage sotterranei e diritti negati. E le manifestazioni, le assertive e convinte promesse dei sindacati, dei politici, le assicurazioni solerti degli imprenditori non bastano per lenire ferite aperte in un lontano passato che mai però, è così vicino a noi. In settant’anni nulla è cambiato. Si è mascherato, si è nascosto, ha indossato il vestito della festa e ha millantato di imbracciare il vessillo dell’evoluzione sociale. Ma il dominato resta dominato, e il dominatore sorride serafico dentro la sua jacuzzi. La novità è che i soldi non girano più. Adesso si usa il mondo della finanza, delle azioni e dei meandri tenebrosi di una borsa senza più regole.

Aggiotaggio, speculazione, front running, High-frequency trading, Insider trading e l’ormai depenalizzato ma sempre orribile falso in bilancio. Nomi altisonanti, terrorifici che evocano un mondo sommerso fatto di squali, di figure demoniache di un girone infernale dove, il cittadino e il lavoratore ne fa le spese.

E tutto questo ha un suo antenato vestito di sangue “portella della ginestra”.  Nessuno quasi ne parla, come se esso non fosse stato l’orrore e la giustificazione per un sistema che ancor ‘oggi ci prende per il culo. Solo un uomo, ha avuto il coraggio scrivendo “Senza fili”

ed è lui che oggi andiamo a incontrare, sperando che oggi, in questo primo maggio, le sue parole possano iniziare a dare un colpo di piccone in quel muro di omertà e consenso.

Another brick in the wall.

 

Micheli Alessandra

 

 

Edoardo Guerrini è l’autore del libro “Senza fili” di Salvatore Insenga Editore.

 

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A. Perché la scelta di raccontare una vicenda intricata come portella delle ginestre?

E. Portella delle ginestre nella mia famiglia era un nome di quelli che risuonavano nelle memorie, di cui avevamo sentito parlare fin da piccoli. Ne parlava mia madre, riferendosi a mio nonno, che in qualità di ufficiale dei carabinieri era stato incaricato delle indagini. Mio nonno, Alfredo Angrisani, è in effetti l’Alberto Sommese del libro. Sommese perché originario di Somma Vesuviana, un paesino sulle pendici del vulcano dove lui e la sua famiglia vissero ben poco, in quanto per servizio lui si trovò a operare in molti altri posti, da Viterbo a Perugia alla Sicilia. Nelle memorie di mia madre, il nome di mio nonno in relazione alla vicenda era risuonato in un discorso tenuto da Togliatti all’Assemblea Costituente nel periodo immediatamente successivo alla strage; discorso in cui, per confutare le tesi del Ministro Scelba sulla genesi della strage, Togliatti aveva citato testualmente un rapporto di mio nonno, proprio quel rapporto che io ho riportato a pagina 19 del libro:

“Confermasi che azione terroristica devesi attribuire ad elementi reazionari, in combutta con mafia comuni Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato, San Cipirrello punto”.

Come mai questa memoria familiare a un certo punto è riemersa nella mia mente e si è trasformata in libro? Semplicemente perché, dopo tanto tempo che mancavo da Napoli, nella primavera del 2015 ho avuto l’occasione di tornarci. La vista del Vesuvio, le strade del Vomero che percorrevo da piccolo quando con i miei si tornava “giù” per le vacanze, hanno suscitato in me un meccanismo che Marcel Proust ha ben descritto, facendo riemergere nella mia mente un torrente di volti, parole, emozioni a lungo sopite. E tra queste si è catalizzata la vicenda della strage, e di ciò che essa doveva aver rappresentato nell’animo di mio nonno.

 

 

 

A. L’unione della letteratura con impegno civile, è oggi ancora possibile?

E. Penso proprio di sì. Naturalmente, nel mio caso non sono sicuro si possa parlare di letteratura, ma sono certo che scrivere per me ha un senso se ho qualcosa da dire. Voglio dire che non mi basta “raccontare storie”, occorre che queste storie abbiano un contenuto tale da far sì che un certo numero di persone possa riconoscervisi, e trarne delle conclusioni generalizzabili. Al limite, ha altrettanto valore se queste conclusioni riguardano i sentimenti, le passioni, i rapporti umani. Però certamente per me la storia ha sempre avuto importanza, proprio perché ci insegna qualcosa sull’oggi e sul domani.

 

 

a. Siamo davvero “senza fili” o siamo un popolo indissolubilmente legato ai poteri forti?

E. Mi viene da dire che Leonardo Sciascia, nella celebre geniale categorizzazione che mise in bocca al capomafia don Mariano Arena nel “Giorno della civetta” ha già dato una risposta perfetta a questa domanda; non solo noi italiani, ma forse tutti gli uomini si possono dividere in “Uomini”, “mezz’uomini”, “ominicchi”, “pigliainculo” e “quaquaraquà”. Gli uomini, dice lui, sono molto pochi, la maggior parte appartiene alle altre categorie, per le quali spesso prevale, di fronte ai dilemmi etici, la scelta più facile di voltarsi dall’altra parte e adeguarsi all’aria che tira. Però nonostante tutto io continuo ad avere fiducia: perché sono ormai più di vent’anni che lavoro nella pubblica amministrazione; quando ci siamo entrati, io e tutti i miei colleghi abbiamo fatto un giuramento solenne, di fedeltà al perseguimento dell’interesse pubblico; e ho conosciuto tante persone che questo giuramento continuano a onorarlo senza tentennare.

 

 

A. Che importanza può rivestire nell’educazione delle nuove generazioni fatti lontani come Portella?

E. Assolutamente fondamentale non perdere la memoria di vicende come quella: come dicevo prima, la storia insegna tantissimo sull’oggi. Portella, come riporto nel libro, è il primo anello di una strategia, quella cosiddetta “della tensione”, che l’Italia ha sofferto per quarant’anni, fino agli anni ’80; frutto della divisione dell’Europa dopo i Patti di Yalta e del fatto che l’Italia era in prima linea sul fronte del blocco occidentale, e in pochi giorni sfondando il fronte da Trieste si poteva dilagare nel resto d’Europa. Capire come un paese possa essere travolto dagli interessi contrapposti di potenze straniere, ci può servire ad esempio a capire ciò che succede oggi in Siria.

 

 

A. L’Italia è un paese di segreti. Perché secondo te abbiamo questa tendenza a nascondere la verità?

E. Non so fino a che punto l’Italia sia così peculiare in questo, anzi perfino oso credere che in Italia l’opinione pubblica sia così accorta da riuscire a scoperchiare i pentoloni prima di altri. Penso ad esempio alla scoperta della rete Gladio, che avviene per la prima volta in Italia, quando in effetti era una rete che coinvolgeva moltissimi paesi: Francia, Belgio, Olanda, Germania…

Di certo però in Italia non ci siamo fatti mancare molto, dalle mafie alle collusioni interne ai servizi, siamo addirittura esportatori di knowhow in materia in mezzo mondo. Ciò è forse attribuibile ad un effetto collaterale del nostro “genio”, cioè alla nostra grande capacità di trovare soluzioni creative a problemi complessi, capacità che ha fatto la fortuna della nostra economia basata sulla trasformazione e sulla esportazione di prodotti di design, brevetti, cervelli. Biologicamente si può pensare che il nostro popolo sia così in relazione alla pressione ambientale creata dalle frequenti invasioni straniere, alla mancanza di un’autorità centrale forte come invece i re inglesi e francesi ad esempio.

 

 

A. Il vero volto della strage, qual è secondo te?

E. Non io, ma tutti gli storici che hanno studiato l’argomento sono concordi nell’attribuire ad appoggi esterni la responsabilità della lunghissima impunità della banda Giuliano: appoggi riscontrabili all’interno delle stesse forze di polizia e dei carabinieri, e che in ultima analisi non avrebbero potuto sussistere senza un avallo del potere politico e delle potenze che avevano contribuito a portarlo al potere e a mantenercelo. Ovvero: Stati Uniti – Democrazia cristiana. Naturalmente le carte processuali hanno dimostrato il dimostrabile, arrivando fino al livello dei comandanti militari: i Messana, i Verdiani, lo stesso ministro Scelba la cui firma fu ritrovata in calce al salvacondotto ritrovato in tasca a Pisciotta quando fu catturato: ma in quel caso fu il colonnello Luca ad attribuirsene la paternità. Impensabile che negli archivi dei Servizi inglesi e americani, cui pure illustri storici come Casarrubea e Cereghino hanno avuto accesso, si ritrovasse la “pistola fumante”. Nelle presentazioni che ho fatto del libro, a volte mi è venuto da sorridere quando ho incrociato persone che mi hanno velatamente accusato di aver omesso certe verità scomode, affermando con assoluta sicumera che la strage era stata compiuta dai carabinieri. Da sorridere perché a mio avviso il bisogno di verità non può, e non deve, trascurare l’oggettività scientifica. Altrimenti si rischia di scadere nei movimenti “no vax” che tanto ci affliggono oggi.

 

 A. Nel testo esiste una sfumatura di grigio dove non esistono né buoni né cattivi, ne vinti né vincitori, come mai questa scelta?

E. Risposta difficile. In realtà, il nucleo fondante del mio ragionamento sta nelle ripercussioni di vicende di portata mondiale sul singolo uomo. Voglio dire, un maggiore dei carabinieri, con moglie e tre figli, che forse vorrebbe vivere la sua vita tranquillo e fare la sua normale carriera, e si ritrova a gestire una vicenda di cui si parla in tutto il Paese, i cui rapporti riecheggiano in Parlamento. Una responsabilità enorme, e la consapevolezza che con le sue sole forze di fronte a questioni del genere ben poco si potrà fare per chiarire tutto. Io mio nonno l’ho conosciuto che ero molto piccolo, è morto quando avevo sei anni. Recentemente ho trovato sue lettere in cui lui si complimenta con mia madre circa i dialoghi che aveva condotto con me, la mia “saggezza”! Di lui ho sprazzi di memoria: le sigarette, la poltrona di cuoio verde usurata col posacenere sul bracciolo. Ma di lui ho anche un’altra memoria: quella del riflesso dei suoi insegnamenti, della sua dirittura morale trasferita da lui a mia madre e da mia madre a me. L’etica del lavoro, dello studio. E allora la riflessione che porto avanti in questo libro è proprio questa: sentire addosso i fili dei condizionamenti, e tentare di liberarsene. Ma pure, a volte, lasciare perdere, fare come il protagonista di “Addio alle armi” di Hemingway, lasciare che la propria vita privata prevalga sull’essere sballottato dalle convulsioni della storia. Non a caso Hemingway, parlando di quel libro, diceva che era un libro “poco morale”. Ecco, il grigio forse è un po’ questo, la tensione tra il tenere una posizione costi quel che costi, e fare semmai una ritirata strategica, quando si ha la consapevolezza di non poter vincere.

 

 

A. Nel testo citi Sciascia, spiegando certe sue affermazioni con un passaggio inquietante e emblematico

Ma Sciascia stava facendo un ragionamento molto più sottile. Stava segnalando il rischio che, anche a trovarsi dalla parte giusta, si finisca per stare come su un palcoscenico, a recitare teatro senza saperlo; citava il caso di Mori come analogo al personaggio del capitano Bellodi protagonista del suo romanzo “Il giorno della civetta”. E poi, parlava dell’antimafia come strumento di potere….Quindi, secondo Sciascia, oggi anche Falcone e Borsellino rischiano di ritrovarsi a far parte di un sistema e di essere strumentalizzati?

Come mai quella frase?

E. Il celebre “caso” della polemica di Sciascia sui professionisti dell’antimafia è strettamente connesso col ragionamento di cui parlavo sopra. Sciascia conosceva bene le vicende del Prefetto Mori, e in quell’articolo appunto recensiva un libro che ne parlava. Mori era anche lui un militare, messo lì da Mussolini col mandato di combattere la mafia, eppure di fatto nella sua azione finì per incarcerare i mafiosi più esposti, lasciando stare gli agrari, i signori feudali e i relativi campieri che continuavano a controllare il territorio. Autori come Camilleri o Savatteri, più recentemente hanno riscoperto vicende emblematiche di quei tempi, penso ad esempio a “La banda Sacco” e alla “Congiura dei loquaci”. Di fatto in una situazione di potere pervasivo così diffusa, un singolo inquirente può facilmente trovarsi ad essere strumentalizzato. Sciascia parlava di rispetto delle regole sempre e comunque come antidoto a queste situazioni, facendo riferimento a una possibile promozione di Borsellino che avrebbe in un certo qual modo “violato le regole” qualora fosse stata ottenuta solo in virtù del fatto di essere un “giudice antimafia”. In un certo senso, si richiamava a un criterio di oggettività scientifica. Forse lui stesso non si era reso conto che prendere una posizione simile, in un contesto nel quale Falcone e Borsellino e pochi altri erano ancora pochi isolati coraggiosi in una Procura ricca di soggetti acquiescenti e condizionabili, avrebbe finito per collaborare a una loro delegittimazione che certo non era nelle sue intenzioni.

 

 

A. Cosa ti senti di dire ai giovani di oggi?

E. È un tempo molto confuso questo, privo di riferimenti. Sembra che oggi la pulsione che ci tiene in vita sia l’arricchirsi, il sentirsi sicuri, il difenderci dalle intromissioni. I giovani sono assai consapevoli di questo, si adattano stringendo i denti a vivere del poco che c’è: lavoretti precari, fattorinaggio in bicicletta senza tutele né contributi. Ciò ingenera una rabbia e un’invidia sociale che rischia di sfociare in pulsioni violente e incontrollabili. Ecco, io se proprio devo consigliare qualcosa, consiglio di rileggere e ristudiare periodi come questo: Weimar in Germania nel primo dopoguerra, ad esempio, o la Rivoluzione d’Ottobre. Francamente, alla soglia dei 53 penso che non siano le rivoluzioni la risposta, semmai un saggio riformismo, una ridistribuzione del reddito, e anche un po’ di valori.

 

 

A. Cosa significa scrivere?

E. Per me, scrivere è un piccolo lusso che riesco a concedermi ora che le asprezze della vita materiale si sono un po’ mitigate e il tempo libero è un po’ più disponibile. E allora penso che dare sfogo a questo “vizio” sia un po’ una forma di rispetto per se stessi, se si è sempre pensato di averne la possibilità ma la si è sempre repressa perché c’erano altre urgenze. Visto dal punto di vista dei lettori, invece, è la voglia di dire qualcosa che possa essere di interesse, in quanto riferita a estrarre dalla materia grezza una gemma, un piccolo cristallo prezioso di verità in cui tutti possano riconoscersi. Per me che oggi mi occupo di miniere è una metafora interessante quella del minatore, che fa sforzi immani scavando tonnellate di roccia matrice per estrarre pochi kg di oro o di altri materiali preziosi. Ecco, questo è per me lo scrivere: una grande fatica che però può servire a qualcuno.

 

 

A. Lasciaci con un’estratto o una frase che ti identifica

“- Vede, noi vorremmo sistemare un problema che sta diventando un po’ troppo…ingombrante. 

Volete scaricare Giuliano? 

Già, in un certo senso. Diciamo che muovendosi con la giusta accortezza e contattando le persone giuste, c’è la possibilità di chiudere la partita e risolvere questo problema. Lei è stato convocato per questo incarico, ma avendo potuto conoscerla un po’, ho sentito preferibile avviare con lei prima un dialogo informale. Non volevo che lei si sentisse… come dire… sfruttato. Avrebbe potuto, magari, agire in modo controproducente per noi.

Ho capito. La ringrazio della chiarezza e sono convinto che se il problema fosse insolubile magari ci proverei, perché amo le sfide, Ma poiché ho ancora un po’ di rispetto per me stesso quando mi sveglio al mattino e mi guardo allo specchio, preferisco passare la mano a qualcun altro. Non sarà un problema per voi. Ci sarà senz’altro qualcuno che accetterà.”

 

Ecco, vi lascio con questa immagine: guardarsi allo specchio e non avere la pulsione di sputarsi addosso. Questa è una regola basilare, per me.

E poi ringraziare una grande ragazza, una mente, un paio di occhiali e un gatto che le vuol bene: Alessandra Micheli e il suo blog, che sostiene gli autori emergenti con tale passione e cuore.

 

 

Sono io che ringrazio te Edoardo per aver deciso di inserire in questo mosaico di civiltà, lasciato vuoto da cui emergono solo vermi e marciume, un bellissimo tassello. E spero che da questo tassello nascano fiori.

 

Viva l’Italia

L’Italia liberata

L’Italia del valzer

L’Italia del caffè

L’Italia derubata e colpita al cuore

Viva l’Italia

L’Italia che non muore.

Viva l’Italia presa a tradimento

L’Italia assassinata dai giornali e dal cemento

L’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura

Viva l’Italia

L’Italia che non ha paura.

Viva l’Italia

L’Italia che è in mezzo al mare

L’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare

L’Italia metà giardino e metà galera

Viva l’Italia

L’Italia tutta intera.

Viva l’Italia

L’Italia che lavora

L’Italia che si dispera e l’Italia che s’innamora

L’Italia metà dovere e metà fortuna

Viva l’Italia

L’Italia sulla luna.

Viva l’Italia

L’Italia del 12 dicembre

L’Italia con le bandiere

L’Italia nuda come sempre

L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste

Viva l’Italia

L’Italia che resiste.