E’ online il nuovo numero della rivista Interdipendece! (Fonte http://interdependence.eu/archivio/newsletter/1109-newsletter-n-138-famiglia-e-dialogo-interreligioso-giovedi-3-maggio-2018.html)

Se gli altri esseri sono separati da me, sarà legittima la mia indifferenza per la loro sorte; ma se essi sono inseparabili da me come io da loro, se la mia stessa identità è formata dal tessuto delle relazioni in cui sono coinvolto, allora ogni autentica cura verso me stesso coincide con l’agire responsabile nel contesto che mi comprende.

 

Interdependence è espressione di un percorso, a carattere interculturale e interreligioso, iniziato circa quindici anni fa a Torino. Il concetto di interdipendenza contiene implicazioni di vasta portata per l’etica dell’uomo odierno, e può essere proposto quale paradigma delle relazioni sociali e dei rapporti con l’ambiente naturale.
Tale concetto ha radici profonde nella cultura mondiale. È senz’altro lecito pensare che tutte le tradizioni dell’umanità abbiano in qualche modo espresso una consapevolezza di questo tipo. Si può forse dire che l’esperienza religiosa come tale sia originariamente connessa con la percezione dell’interdipendenza, in quanto apertura a un senso dell’essere la cui complessità trascende ogni categoria.
Perché non potrebbe una tale percezione essere punto d’arrivo per la cultura laica moderna, nel suo sforzo di superare dicotomie altrimenti inconciliabili, come quella tra libertà individuale e giustizia sociale, oppure tra sviluppo tecnologico e rispetto della natura?

 

IN QUESTO NUMERO

  • Famiglia e dialogo interreligioso.
  • L’integrazione comincia dai valori.
  • Sotto un solo cielo.
  • Familia. Chiesa e Islam: quale dialogo sui valori?
  • Un libro a più dimensioni.
  • Famiglia, culture e valori.
  • L’educazione religiosa nella famiglia ortodossa.
  • Proposte:

Scientology. Libertà e
immortalità.

La venuta messianica.

Famiglia e dialogo interreligiosounnamed.jpg

Ci sono cose che non siamo abituati a pensare insieme.

Così la questione della famiglia appare collocata in un certo ambito: quello che, in Italia soprattutto, vede contrapporsi da tempo e su vari fronti il mondo cattolico e quello laico. Il primo a difesa di una dimensione comunitaria e tradizionale della vita sempre più erosa dalla modernizzazione incalzante, il secondo fautore invece dei diritti individuali come fondamento del progresso civile. In anni recenti poi in tutti i paesi occidentali la questione è diventata cruciale a seguito del contrasto sui matrimoni omosessuali, con il conseguente problema dell’adozione di figli. Se apparentemente tutti convergono nel riconoscere la famiglia come centro dei rapporti affettivi ed educativi, è ben diverso pensarla sulla base del modello finora trasmesso oppure come luogo di nuove sperimentazioni. Si è aperto insomma un confronto antropologico di grande portata.

In tutt’altro ambito sembra collocarsi il dialogo interreligioso. Lo si pensa in genere in funzione della pace e innanzitutto come prevenzione dell’intolleranza. La reciproca conoscenza e la fiducia che ne deriva si ritiene che siano il fondamento più sicuro di una pacifica convivenza. Ovviamente il dialogo interreligioso è diventato particolarmente importante nel contesto della “guerra mondiale a pezzi” in corso da vari anni nel mondo, che usa il fanatismo religioso come arma particolarmente insidiosa. Si può però pensare che, data soprattutto l’incidenza dei fenomeni migratori, stia ponendo le premesse per un nuovo e più ampio orizzonte culturale.

Due ambiti quindi ben diversi, che in genere coinvolgono soggetti diversi e mobilitano un diverso tipo di energia. L’idea di metterli in comunicazione scaturisce però da una duplice valutazione.

Da un lato neppure in Italia si può ormai pensare che, sulla famiglia e altro, le culture che si confrontano siano soltanto quella cattolica e quella laica. Proprio il fatto che sempre più si viva entro una società multiculturale e multireligiosa richiede di tener conto di una pluralità di posizioni. Dall’altro il dialogo interreligioso, se vuol davvero incidere nel corpo sociale e produrre cultura autentica, bisogna che entri nel vivo delle questioni valoriali, su cui tra l’altro si gioca una questione così importante come l’integrazione degli immigrati.

Sulla base di queste considerazioni, e con l’intervento di autorevoli esponenti della Chiesa di Torino, abbiamo avviato il ciclo Familia.

In un precedente incontro, il 2 dicembre alla Facoltà Teologica, è intervenuto un importante teologo ortodosso, Vladimir Zelinskij, oltre che un esponente della cultura laica, Pier Franco Quaglieni. Del primo riportiamo un testo sulla funzione della famiglia nell’educazione religiosa, insieme alla presentazione, che avvenne in quella sede, di un libro che ha ispirato questo ciclo.

Ora, in due nuove iniziative, a Lanzo Torinese e nuovamente a Torino al Cottolengo,si apre il confronto, oltre che con la Chiesa Ortodossa, con il mondo islamico. È superfluo dire quale importanza tale confronto rivesta.

Annunciamo anche la partecipazione a una nuova rassegna connessa al Salone del Libro con un video in onore della figura simbolo del dialogo interreligioso, Raimon Panikkar.

L’integrazione comincia dai valori

convegno 5 5

Sotto un solo cielo.
Itinerario artistico in onore e ricordo di Raimon Panikkar

 

 firma

Familia. Chiesa e Islam, quale dialogo sui valori?

 locandina 12 maggio

 

Un libro a più dimensioni
di Claudio Giuseppe Torrero

libro

Il libro che vi presento e di cui sono autore, Famiglia culture e valori, contiene al suo interno almeno tre dimensioni diverse.

La prima è quella educativa. Essendo che racconta una ricerca effettivamente svolta nel contesto della scuola superiore, può essere anzitutto considerato un testo pedagogico. L’ambito in cui si colloca e su cui riflette è, sotto questo aspetto, la crisi della scuola e dell’educazione. Ciò di cui parla è un’esperienza realmente vissuta che costituisce un modello educativo e didattico su cui forse varrebbe la pena di confrontarsi.
Lascerò però questo sullo sfondo, soffermandomi sulle altre due dimensioni.
La seconda è quella interculturale. La società in cui viviamo, per effetto della globalizzazione e soprattutto delle dinamiche migratorie, è sempre più caratterizzata dalla presenza e dall’interazione di culture e religioni diverse. Ciò è anche fonte di preoccupazione, ma, piaccia o meno, questo è l’orizzonte in cui sempre più ci troveremo a vivere. La ricerca di cui il libro parla, come in genere tutte quelle che studiano i fenomeni migratori, ha dunque la finalità di promuovere integrazione. Lo fa però in un modo inconsueto, e qui incrociamo l’altra dimensione su cui vorrei soffermarmi: quella della famiglia.
È del tutto evidente che intorno alla famiglia nella nostra società sia in corso un confronto culturale, che talora assume anche le caratteristiche dello scontro. Ma abituati come siamo a pensare che le parti in causa siano da un lato il mondo cattolico e dall’altro quello laico, non prestiamo sufficiente attenzione al fatto che la nostra società è sempre più diversificata dal punto di vista dei riferimenti culturali e religiosi. Cosa pensano della famiglia, del rapporto uomo-donna e dell’educazione dei figli coloro che si immettono nella nostra società da tutt’altre provenienze? Si è mai pensato di interpellarli in merito, ritenendo che possano contribuire al dibattito?
Sull’immigrazione molto si discute. Chi sostiene il valore dell’accoglienza spesso dice che gli immigrati costituiscono una risorsa, senza però spesso poter dimostrare in modo inequivocabile in che senso lo siano. Ebbene, in questo libro si afferma che possono senz’altro esserlo, se la cosa ci interessa, dal punto di vista valoriale. Cioè possiamo vedere in loro, oltre che dei portatori di bisogni, nel caso migliore, o di problemi, in quello peggiore, anche dei portatori di valori. Ovvero possono interagire positivamente col confronto culturale in atto tra noi.
Poiché in verità di quel confronto non si può parlare se non assumendo una posizione, quel che penso è che la nostra società stia subendo gli effetti di un corso del pensiero occidentale iniziato molto tempo fa e che almeno sotto certi aspetti la sta conducendo in un vicolo cieco. L’idea che si debba comunque andare avanti su quella strada, senza domandarsi se sia giusta o meno, e che chi si mostra critico stia semplicemente ostacolando il progresso civile, potrebbe essere il grande pregiudizio del nostro tempo. Da notare che, quando si parla di pregiudizi, si pensa sempre a quelli altrui e difficilmente ai propri.
Ben vengano dunque altri percorsi culturali che ci inducono a vedere le cose da altre angolazioni. Al riguardo dovremmo deciderci: o le posizioni che gli immigrati quando interpellati esprimono, così spesso critiche verso gli indirizzi culturali da noi dominanti, sono semplicemente il segno di un’arretratezza – e allora tutto il rispetto dell’altro così spesso ostentato è ben poco sincero; oppure davvero segnalano altre prospettive con cui bisogna confrontarsi, senza presunzione di superiorità. E non può essere la miglior forma di integrazione rendere gli immigrati partecipi e corresponsabili di un confronto culturale i cui esiti possono seriamente condizionare il futuro?
Non ho esitazione a dire che il libro è stato scritto innanzitutto con questo scopo: contribuire a una strada nuova, in cui si pongono le basi per un’alleanza tra culture e religioni sul piano valoriale, quale fondamento di un futuro comune.
In ogni caso possono esserci ben pochi dubbi che la nostra società stia vivendo una profonda crisi, in cui le famiglie, sempre più incerte su se stesse, hanno crescenti difficoltà ad assumersi un ruolo educativo. I frutti purtroppo si vedono nel disorientamento ogni giorno più evidente delle giovani generazioni.
Voglio precisare che al riguardo stiamo varando un programma formativo per creare gruppi di mutuo aiuto tra famiglie rispetto all’educazione dei figli. Si tratta di tentare di ricostruire in forma nuova quel tessuto sociale che è venuto meno col disgregarsi dei tradizionali contesti comunitari. Un tempo un genitore sapeva cosa fare coi propri figli, che era poi quello in cui a suo tempo era cresciuto. Poteva farlo bene o male, e i problemi comunque non mancavano, ma il modello era chiaro. Oggi non è più così, e in un certo senso bisogna imparare da capo.
Anche in vista di ciò il libro è stato scritto. E mi rendo conto che, anche senza volerlo, abbiamo parlato molto di educazione.

Intervento svolto il 2 dicembre 2017 al convegno Familia. Radice dell’umanità, presso la Facoltà Teologica di Torino

Famiglia, culture e valori
interventi del 17 maggio 2017

Sergio Durando

Sr. Carmela Santoro

Claudio Torrero

Massimo Introvigne

D. Ermis Segatti

Giulia Usai

Rino Sciaraffa

Omar Riccardo Saccotelli

Said Qeddar

Hector Regis

 

L’educazione religiosa nella famiglia ortodossa
di Vladimir Zelinskij

Zelinskij

Il nostro argomento, per quanto riguarda l’ortodossia, a mio avviso ha due risvolti: raccontare la situazione della famiglia ortodossa[1] in Europa Occidentale e dare qualche indicazione sull’educazione religiosa familiare nei paesi di tradizione ortodossa.

Quando parliamo della presenza delle comunità ortodosse in occidente e soprattutto in Italia, dove sono abbastanza numerose, segnaliamo subito una contraddizione fra la presenza fisica delle persone, la loro presenza culturale e la coscienza religiosa.
È difficile rispondere alla domanda quanti veramente siano gli ortodossi presenti sul territorio italiano, ma se tutti gli immigrati, regolari o clandestini, provenienti dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Romania, dalla Moldavia, dalla Bielorussia, dalla Grecia, dalla Serbia, dalla Bulgaria, dall’Albania, dalla Georgia fossero davvero ortodossi, si potrebbe parlare della terza comunità religiosa in Italia dopo il cattolicesimo e l’islam. Ma per la maggior parte di questi immigrati si tratta dei cosiddetti ortodossi anonimi.
Non si trovano su una terra piena di memorie storico-religiose, come i cattolici in Italia; non portano sulle spalle tradizioni solide e plurisecolari come i valdesi od i battisti; non hanno comunità compatte e ben strutturate come i musulmani; ma provengono da paesi dove (ad eccezione della Grecia) qualsiasi vita religiosa è stata perseguitata, soffocata o, nel miglior dei casi, emarginata per ben 70 anni (od almeno 50). All’estero, sradicati dal loro ambiente, dalla madrelingua, dall’aria stessa della loro patria, sono anche divisi fra loro per il principio etnico.
Una cosa che sembra strana, ma che è abbastanza caratteristica: proprio i greci, che non hanno subito una persecuzione particolare della fede nel XX secolo, sono i meno praticanti fra gli ortodossi. Forse questo è avvenuto perché Chiesa e patria sono, presso di loro, strettamente uniti. I più praticanti, i più attivi ed i meglio organizzati, almeno in Italia, sono i rumeni.

Tenendo conto di questa situazione e del numero crescente di immigrati dai paesi dell’Europa dell’Est, possiamo dire che l’educazione religiosa nella famiglia ortodossa in Italia è un problema che si farà vivo nella prossima generazione. Anzi, questo problema non sarà solo quello degli emigranti, perché anche l’ortodossia italiana pian piano cresce.
Grazie all’emigrazione massiccia dell’inizio del secolo scorso, si è formata già l’ortodossia francese, inglese, tedesca, americana, canadese, ecc. che celebra nelle proprie lingue d’origine, che ha le proprie strutture ecclesiali, propri istituti teologici, propri teologi, proprie tradizioni e anche i propri santi.
Questa nuova ortodossia occidentale da tempo non dipende in nessun modo dai cosiddetti popoli ortodossi. Nello stesso tempo les enclaves della vecchia emigrazione rimangono ancora; in Francia e negli Stati Uniti, per ricordare solo questi due paesi. Con la prima ondata dell’emigrazione russa, chi riuscì a scappare dopo la Rivoluzione Russa del 1917 e dal sanguinoso potere bolscevico (si tratta in totale di due milioni di persone) ha potuto conservare in alcune famiglie fino alla quarta, quinta generazione, la lingua (anche più “pulita”, quella del secolo XIX), la fede, l’ambiente culturale. È questo un esempio promettente di conservazione creativa e di vitalità dell’ortodossia.
Un altro esempio: l’emigrazione greca dopo l’espulsione dei greci dall’Asia Minore all’inizio del XX secolo. Al momento la Metropolia Greca, che si trova sotto il Patriarcato di Costantinopoli, è una delle più numerose fra le diaspore ortodosse. In totale negli Stati Uniti vivono oggi sei o sette milioni di ortodossi di appartenenze e giurisdizioni diverse. A differenza dell’Europa, in America sono riusciti a creare numerose e vive comunità di lingua e tradizione greca.

C’è anche un’altra cosa che gioca un ruolo di primo piano nell’educazione ortodossa in famiglia: la presenza del tempio, del luogo di culto, della celebrazione liturgica.
Se possiamo dire – cum grano salis, naturalmente – che la fede cattolica ha la sua magistra nell’istituzione, che funziona come magistero nei confronti di tutti gli aspetti della vita; se possiamo dire che maestra della fede protestante rimane la Sacra Scrittura, percepita come un testo che deve essere interpretato alla luce delle moderne ermeneutiche, la fede ortodossa è la fede della liturgia e della tradizione, che non ha mai avuto né reinterpetretazione né aggiornamento. La fede ortodossa – celebrata nell’assemblea ecclesiale o nella cella solitaria – comunque è sempre pregata e vissuta nella preghiera, cioè, non tenuta come una somma di dottrine da credere o precetti da seguire.
Questo connotato dell’ortodossia è la sua forza, ma anche la sua debolezza. Forza, perché l’intensità della fede, che è inseparabile dalla preghiera, può essere molto profonda e autentica. Debolezza, perché la sua dipendenza dal culto, dal luogo di culto e dal ministro del culto, la fa più vulnerabile delle altre fedi. Basti ricordare che la persecuzione e la distruzione o la profanazione di tante, tante chiese nell’Unione Sovietica, nella prima metà del XX secolo, è stata accompagnata dell’apostasia di massa. Per tantissimi ortodossi “formali”, quando sparisce la chiesa, può sparire anche la fede, che è fondata sull’identità pubblica della preghiera in comune.

In occidente, soprattutto in Italia, sorgono oggi ovunque luoghi di culto ortodosso, che diventano anche piccole scuole di educazione alla fede.
Un noto teologo ortodosso della scuola di Parigi (P. Ciprian Kern) ha detto che il coro delle chiese è la migliore cattedra di teologia, perché il contenuto è così ricco e ampio, così antico, patristico, che si può sapere tutto della fede ortodossa anche soltanto ascoltando il coro. Per la maggior parte degli ortodossi praticamente non esiste nessun altro tipo di magistero.
Naturalmente, il canto non è testo che deve “entrare nel cervello” (tenendo conto che solo una piccolissima parte del grande tesoro liturgico è cantata in un giorno, durante la celebrazione della Divina Liturgia o dei Vespri e che questa parte cantata, spesso, almeno nell’ambito russo, è in lingua solenne – ma arcaica). Il canto entra nel cuore, in tutto in nostro essere, e rimane lì come un deposito della fede vissuta, cantata; poco pensata, però, o meglio, poco ripensata in relazione alla modernità nella quale viviamo.
Dunque, il compito dell’educazione religiosa nel paese d’origine, ma anche all’estero, è prima di tutto di iniziare un bambino (a volte anche un adulto, perché nel mondo ortodosso ci sono tanti adulti che scoprono la fede nell’età matura) al mondo della preghiera liturgica e personale.

Nella scuola dell’educazione ortodossa, l’elemento più importante è la preghiera domestica, la preghiera della o nella famiglia.
Le nostre preghiere possono sembrare lunghe, antiche e ripetitive. Tuttavia anche questa ripetitività ha il suo senso: il cuore umano si scalda lentamente, non subito, non con le prime parole. Così, con gli adulti o con la comunità ecclesiale il bambino entra in questo spazio sacro della preghiera. Se il bambino impara a pregare ogni mattina e ogni sera, si abitua a vivere da ortodosso, e questo ritmo si conserva per tutta la vita.
Il primo compito dei genitori è di essere fedeli a questa pratica delle preghiere quotidiane. L’abitudine di pregare il mattino e la sera prima con i genitori, poi da solo, va insieme con il ritmo liturgico che abbraccia tutto il suo cammino, vale a dire l’alternarsi delle feste e i periodi dei digiuni e delle astinenze.
La Chiesa ortodossa ha salvaguardato la pratica dell’ascetismo antico con digiuni abbastanza lunghi (tutta la Quaresima, l’Avvento, qualche settimane prima della festa dei santi Pietro e Paolo, due settimane prima della Dormizione della Madre di Dio, tutti i mercoledì e i venerdì) perché riconosce all’astinenza dal cibo ricco di proteine e da tutti i piaceri carnali (spettacoli e televisione compresi) un senso pedagogico ed ontologico.
Il senso pedagogico consiste nell’educazione al dominio sul proprio corpo, sui desideri egoistici, sulla legge del mondo: “io voglio e il mio volere di quell’istante diventa la cosa più importante dell’universo”. Il senso ontologico, mistico, sacramentale, consiste nel ritmare l’esistenza umana con gli avvenimenti più importanti della vita di Cristo, della Sua Madre, dei Suoi servi che chiamiamo santi, commemorati e celebrati liturgicamente.
In breve: il ciclo annuale dell’uomo e il ciclo liturgico ecclesiale hanno un unico respiro. Nelle famiglie davvero credenti i bambini entrano in questo ritmo dei digiuni e delle feste a circa sette anni, a volte più tardi, spesso anche prima. La prima pratica del digiuno è la comunione a stomaco vuoto (cioè senza bere e mangiare niente dopo la mezzanotte), pratica alla quale anche i bambini più piccoli si abituano molto presto. Ma i neonati, che assumono il latte materno, i bambini, e anche adulti malati, sono liberi da questo obbligo.

Il senso dell’educazione religiosa nella famiglia non è l’imporre, ma il risvegliare qualcosa che già esiste.
Questo noi crediamo, come tutti i cristiani: portiamo una scintilla di Dio dentro di noi e questa scintilla può essere spenta, oppure può dare un grande fuoco. Allora il compito dell’educazione è quello di accendere questa scintilla, con le preghiere e con l’obbedienza al ritmo liturgico.
“Santo è il tempio di Dio che siete voi” – dice san Paolo (1Cor 3,17) e ogni cristiano deve costruire questo tempio con le proprie forze. L’educatore può risvegliare la coscienza della santità che abita nel cuore umano, ma costruire il tempio della fede è compito dello stesso giovane fedele.

Gli ortodossi praticanti (ma questo credo valga anche per i cattolici, o comunque valeva prima della secolarizzazione occidentale) vivono secondo la tradizione della Chiesa, seguendo il ritmo liturgico che misura non solo l’anno e la settimana, ma tutti giorni della vita.
Al centro di questo ritmo liturgico si trova sempre il mistero eucaristico. Questo mistero rimane anche come nucleo della spiritualità, come lo spazio e il luogo del vero incontro con Cristo. Se un giovane cristiano riesce a salvaguardare in sé questo senso religioso che i genitori gli hanno insegnato, può rispondere anche alle sfide del mondo contemporaneo.
Nel mondo ortodosso, come nel mondo cattolico e protestante, le sfide della secolarizzazione sono enormi, ma nell’ambiente ortodosso sono percepite in modo più acuto, a volte anche drammatico, perché cattolici e protestanti hanno già qualche esperienza nel resistere ad esse, mentre gli ortodossi erano abituati a vivere in paesi confessionali, come cento anni fa, e poi in paesi di persecuzione… Adesso che sono liberi quasi dappertutto, gli ortodossi non sanno sempre bene come reggere questa libertà che esiste non solo per loro, ma anche per gli altri. Non intendo con ciò riferirmi agli scontri fra le civiltà e le religioni, ma al clima culturale del mondo laico, che è, apertamente o implicitamente, ostile a qualsiasi dimensione dell’aldilà.
Per vincere questo conflitto il bambino deve essere educato alla vita spirituale, al centro della quale si trova il controllo su se stesso (il cosiddetto combattimento interiore), che è un altro concetto importante: il combattimento con le proprie passioni e tentazioni, la scuola ascetica non solo del corpo, ma del pensiero e dei sentimenti. Certo, solo veramente pochi sono in grado di raggiungere questo livello interiore, ma tutti i fedeli sono chiamati alla vittoria sulla loro vecchia natura, al controllo interiore, a vedersi sotto l’occhio del Cristo che guarda dentro il proprio cuore.

La differenza profonda ed essenziale tra ortodossi e cattolici non è tanto nella dogmatica, quanto nella tonalità, negli accenti.
È una differenza abbastanza importante perché riguarda l’orientamento della fede. Vediamo infatti che la fede cattolica si orienta più verso il pratico, l’etico, in altre parole, il concreto della vita. L’orientamento della fede ortodossa è più concentrato su tutto ciò che è sacro (il concreto interiore): il dogma, la tradizione, la celebrazione. Insomma, sulla presenza reale, non in senso strettamente liturgico, ma nel senso ampio della presenza reale del mistero nella fede stessa e nella sua pratica.
Da qui proviene anche il culto delle immagini che ha una parte importantissima dell’educazione religiosa. L’icona è un messaggio a colori o una contemplazione a colori, come disse un pensatore russo, oppure, direi, un ritratto del sacro, una visione del Regno che è già venuto…

Un’altra cosa essenziale per l’educazione ortodossa nella famiglia è l’inserimento del bambino nei sacramenti: dopo il battesimo, il bambino ha pieno diritto (e solo lui) a tutti i sacramenti (naturalmente, tranne il matrimonio e il sacerdozio).
Ho detto “solo lui”, perché il concetto del “diritto” non è applicabile ai sacramenti ortodossi: gli adulti partecipano alla comunione non per diritto, ma per perdono. Solo un “uomo piccolo”, un bambino, non ha bisogno del perdono o del pentimento.
Subito dopo il battesimo, secondo la tradizione antica, il bambino è già “degno” di partecipare alla comunione eucaristica. Il problema della confessione non si pone neanche. Anzi, il battesimo è sempre accompagnato dagli altri due sacramenti: la cresima e la comunione che, secondo la fede ortodossa, hanno carattere ontologico ed oggettivo e non chiedono necessariamente la partecipazione della mente.
Nelle famiglie devote, il bambino cresce nella comunione settimanale (ciò che non è un fatto comune per gli adulti). Ma a sette anni – l’età del risveglio della ragione e del senso di responsabilità – la confessione prima della comunione diventa obbligatoria. I bambini portano il frutto del loro crescita spirituale, fino a sette anni, e poi l’offrono alla Chiesa. Dopo, il lavoro diventa doppio: del confessore, del direttore spirituale e del padre e della madre naturali.
La confessione a sette anni è una cosa molto importante per i il risveglio spirituale dei bambini ed essi sono tenuti, a differenza degli adulti, a confessarsi sempre, nonostante che i loro peccati facciano sorridere gli adulti… Ma i sacerdoti dicono spesso che non esistono peccati piccoli perché “chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto” (Lc. 16, 10).

Lo scopo principale dell’educazione di un cristiano ortodosso è creare un’armonia della lex credendi con la lex orandi. Esse poi vanno accordate alla coerenza della vita.
Si tratta di questa vita, che nell’ortodossia è vista sempre sotto il profilo escatologico. La dimensione dell’“aldilà” occupa, nel quadro del mondo orientale, un posto molto più importante che nelle altre confessioni cristiane. Si tratta non tanto della dottrina quanto della mentalità, la quale, per ora, non ha subito “smitizzazioni” e ancora crede che la promessa della salvezza eterna non equivalga per niente ad una garanzia.
Perciò l’educazione ortodossa è anche educazione al timore di Dio, che è l’inizio della sapienza. Senza questo timore, nessuna fede può avere profondità e pienezza. La vita su questa terra è vista come preparazione ad un’altra, che è nelle mani del Signore.
“Dio è amore”, ma Dio è anche la libertà dell’uomo e il rifiuto dell’amore da parte dell’uomo fa parte inalienabile della libertà umana. Perciò la vita spirituale è innanzitutto un cammino, non facile e mai concluso, di liberazione dal male che ci portiamo dentro.

La grazia e il pentimento vanno sempre insieme, perciò per fare la comunione nella Chiesa ortodossa occorre ogni volta accedere alla confessione dei peccati.
Il Padre accetta solo i figli prodighi che tornano. E tornano ogni volta con i vecchi peccati (che si ripetono infinitamente) e con nuove lacrime. Anche un piccolo peccato – parliamo del mondo del bambino – disubbidienza, inganno, furto di una caramella… – può essere visto come segno dell’infedeltà all’amore del Padre celeste.
Aggiungo che non tutti i sacerdoti sono veramente capaci di ricevere la confessione dei bambini: trovare un contatto con loro, conquistare la loro fiducia chiede un talento educativo che è visto nella Chiesa ortodossa come un dono raro e speciale.

Non si tratta dell’intimidazione e delle minacce del castigo eterno – questo tipo di educazione non è praticato nella Chiesa ortodossa, soprattutto nei confronti dei bambini.
L’anima del cristiano va formata per poter sentire ogni sua debolezza, ogni violazione dei comandamenti come un tradimento nei confronti dell’amore di Dio crocifisso. La percezione del peccato non è quindi moralistica, ma piuttosto mistica, cosa che si può percepire nelle lunghe celebrazioni della Settimana Santa.
La Chiesa ortodossa crede che dentro di noi esista un’indescrivibile presenza di Dio, ma che esistano anche le forze del male. L’educazione religiosa consiste proprio nella preparazione al combattimento contro queste forze: l’uomo nasce innocente – e in questo siamo in contrasto con la teologia di sant’Agostino – ma poi sceglie il peccato, il suo peccato personale. La vittoria sul peccato significa la riconquista della libertà interiore il cui culmine è lasciar agire Dio stesso nell’anima e nel corpo.
Teologicamente lo scopo della vita cristiana si trova proprio nel ritorno alla nostra vera natura iniziale, senza peccato, creata da Dio. Questo dà un grande senso di responsabilità a tutte le nostre azioni, i nostri sentimenti e pensieri. Anche il bambino può essere responsabile e la buona educazione religiosa consiste anche nel risveglio del senso della responsabilità personale.

Una fase più alta dell’educazione è la direzione spirituale, che esiste per gli adulti, come per i bambini. Anche il padre naturale può diventare padre spirituale.
L’uomo, il bambino che si sente peccatore e sa che non può non peccare, offre la sua libera volontà ad un’altra persona degna di fiducia ma, soprattutto, ad una persona che rappresenta la presenza reale dello Spirito di Dio. Il vero educatore deve diventare per gli altri un’icona di Cristo. Questo naturalmente può essere pericoloso e, in effetti, gli abusi morali ci sono, ma, quando la paternità spirituale mostra la sua forza, il Cristo stesso diventa il vero educatore e gli adulti si sentono bambini che tornano nel Regno del Padre…

Nella visione ortodossa la famiglia ha una grandissima responsabilità davanti a Dio per l’educazione religiosa dei figli: se il figlio non è credente, la scelta è sua, ma la colpa è dei genitori e nessuno può liberarli da questa colpa.
Oggi, purtroppo, la maggior parte dei genitori commettono questo peccato per omissione, per negligenza, per pigrizia, per indifferenza, per codardia, per la mancanza totale del senso del dovere, ma sono tenuti a confessare sempre il peccato di non essere riusciti a portare il figlio alla fede.
Il sacerdote invita i genitori alla preghiera, ad assumere il compito speciale della preghiera. Soprattutto la preghiera della madre per i figli ha una grazia speciale davanti a Dio. Il padre, però, è ritenuto più colpevole.

Un’altra cosa mi ha colpito: il pastore Paolo Ricca ha ricordato che nella celebrazione della Pasqua ebraica c’è una forte attualizzazione dell’uscita dall’Egitto che è attribuita direttamente ai partecipanti: “io sono uscito dall’Egitto…”.
Noi ortodossi viviamo la stessa cosa nelle nostre celebrazioni, particolarmente in quelle del Giovedì santo: “sei tu che hai crocifisso Gesù, sei tu che hai rinnegato e tradito…”. L’uomo deve vivere anche questo, dopo i sette anni: la difficile vita adulta. La stessa cosa so che avviene nella via crucis cattolica del venerdì santo, almeno nella sua versione più tradizionale.

Per finire questa breve esposizione, vorrei ricordare il bellissimo versetto di san Paolo nella Lettera ai Galati, dove esprime la filosofia, il mistero, il messaggio dell’educazione cristiana: “Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!” (Gal 4,19). Questo è il ruolo del padre, della madre, della Chiesa, della società, di tutti noi.
«Formare Cristo dentro di noi». A questo scopo servono la preghiera individuale ed ecclesiale, la confessione dei peccati, i sacramenti, la lettura della Santa Scrittura, la contemplazione della bellezza nelle immagini. Ma anche, soprattutto, la vocazione alla carità come risposta umana all’amore di Dio.

P.Vladimir Zelinskij

Esarcato Russo presso il Patriarcato di Costantinopoli,

Rettore della comunità ortodossa “La Gioia degli Afflitti”, Brescia

 

[1] Conferenza presso la Pontificia Università del Laterano, novembre 2005.

Proposte del 10 maggio

Scientology. Libertà e immortalità

Scientology Libert e immortalit

La venuta messianica

venuta mess

 

“Nadia Alberici e la sua silloge “Mi prende d’amore una forma” Gilgamesh editore. Immagini evocative dovute a uno sguardo curioso. Di Carolina Colombi (Fonte http://oubliettemagazine.com/2018/04/27/mi-prende-damore-una-forma-di-nadia-alberici-immagini-evocative-dovute-a-uno-sguardo-curioso/)

 

“Nei vuoti un orlo di pensiero/ Ai margini una fuga gialla/ L’attimo che zampilla/ sottile/ un fuscello che affiora/ dalla memoria/ e il vento/ il vento/ il verde/ sono i miei amanti/ Mi piovono dentro.”

 

Seconda raccolta poetica di Nadia Alberici, edita nel 2018 da Negretto Editore in collaborazione con Gilgamesh Edizioni, Mi prende d’amore una forma gode di una premessa iniziale, quanto mai completa e accurata, del professor Claudio Borghi. In finale, invece, una nota dell’editore Silvano Negretto che si è occupato di editare la miscellanea della Alberici.

Voce fuori dal coro, la poetessa Nadia Alberici regala al suo pubblico una silloge intensa e dai contenuti importanti, la quale contempla in sé una visione d’insieme che poggia su elementi che fanno parte dell’universo emotivo dell’autrice.

È un felice connubio quello che compie la Alberici nella sua raccolta poetica Mi prende d’amore una forma.

Fra immagini evocative, dovute a uno sguardo curioso, volto a cercare nella natura un altrove, e la parola, intesa come ricerca della verità. Connubio che attraversa le liriche con forza e al contempo con singolare delicatezza.

 

“Cospargo di limoni la tua distanza/ Come fosse un cammino di premure/ La fragranza risuona fine/ Lungo il setto del senso/ Il tempo ha dislocato sul ciglio…”

 

Filo conduttore della raccolta è la percezione di un accadimento, un evento inteso come misterioso, e nascosto fra le parole; un qualcosa che, per concretizzarsi, deve assumere una forma.

Si tratta forse di una realtà sconosciuta in cui l’anima vorrebbe rifugiarsi, ma nel timore, forse reale o forse no, di essere inghiottita dall’oscurità di un pericolo prossimo, scappa?

“Lo sfarfallio di certe promesse/ Sul rosario sommesso della sveglia/ Gli occhi chiusi dell’armadio/ E l’insensato sostare del comò…”

 

Sono diversi i temi che emergono vigorosi dall’intrecciarsi delle parole che, strette le une alle altre, formano un unicum quanto mai efficace e un importante momento espressivo dell’autrice.

La natura innanzitutto.

È attraverso le parole che si crea una fusione in un continuo scambio di pensieri ed emozioni tra il sé della scrittrice e la realtà cui partecipano i diversi elementi cosmici. Un obbligo sentimentale nei confronti della natura, fin quasi a fondersi in essa.

Collocate in una dimensione al di fuori del tempo e dello spazio le liriche si fanno mezzo perché l’io si identifichi con la natura, in un uso ripetuto e attraverso richiami ricorrenti, sibilati in un apparente silenzio.

Il silenzio è, infatti, altro motivo di cui si serve la Nadia Alberici per esprimere il suo sentire.

Un sentire che sposa il pensiero facendosi parola atta a manifestare il momento creativo, in un approfondimento che prende forma nei versi.

Il concetto di silenzio si svela come detentore di verità, condizione essenziale per esprimersi, e preparare a un luogo colmo di rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.

I versi in cui l’elemento silenzio è vigoroso sono quelli che si apprestano a un divenire, dalle quali si sprigiona un sentimento di malinconia del tempo che fu e torna a farsi presente.

 

“A ben pensare i silenzi aleggiano e odorano/ nella quiete che si stende sulle cose inanimate…”

 

A seguire, strettamente connesso al silenzio, è il tempo, inteso come momento che scandisce la provvisorietà della vita; a volte, invece, si fa dimensione parallela che scorre accanto a quella reale.

Da qui la dicotomia tempo-natura che, al confine con l’infinito, volge uno sguardo in un altrove, in un futuro che pare provenire da un luogo remoto.

È tempo interiore attraverso cui l’autrice raccoglie frammenti di realtà, per ricomporli in un mosaico temporale che corrisponde al suo mondo emozionale, parte più autentica del proprio sé.

 

“Il tempo/ il tempo/ una crosta terrestre che aveva l’urgenza di essere percorsa…”

 

Il mistero. Altro elemento che aleggia imperioso sulle parole della Alberici, messe al servizio del pensiero che si fa inchiostro sulla carta, onde sviscerare un istinto primordiale che offre spazio all’immaginazione. Un mistero che in sé contempla la raffigurazione della notte che tutto inghiotte.

 

“… Essere corpo/ essere tutto/ prima del lutto/ della notte.”

 

Poi, metafore e similitudini che vestono di un senso di profondo la raccolta, e si fanno pensieri annodati da mani nodose ma dall’insostituibile leggerezza dell’anima, che si apre a palpiti, a volte anche inquieti.

 

“Amore che sei parola/ in divenire/ che sei slargo/ inatteso di fiume…”

 

Amore quindi, da definirsi sentimento per eccellenza. Verso le cose terrene, ma anche per quelle immateriali animate da istinti ancestrali.

Perché l’amore è capace di capovolgere gli spazi, le cui reminiscenze sono parole dai contorni appena sfumati. Essenziale è andare oltre l’eloquenza delle parole che si elevano in un continuo fluire.

Anche in questo caso si fa evidente il connubio amore-natura, inscindibile; in un dualismo che attraversa le liriche offrendo alla silloge compiutezza che, grazie alla costante presenza di elementi cosmici, accostati all’amore, si manifestano con un operare preciso e puntuale.

 

“E ti ho visto/ bello/ con la mia bocca che ti aspettava…”

 

I temi che la poetessa prende in considerazione paiono interrogativi, non certezze, ma proposte attraverso cui recuperare la percezione dell’io nascosta fra le pieghe delle parole.

Interrogativi che a volte si fanno fantasmi, perché preda di un senso di smarrimento che si percepisce in alcuni dei versi di Mi prende d’amore una forma.

 

“… Ho smarrito tante cose di me/ e mi sto disfacendo/ ferma sulla strada e la nebbia…”

 

Versi che si fanno espressione di un sentimento alloggiato in fondo all’anima dell’autrice, e che hanno la funzione non solo di esprimere il suo mondo interiore, ma anche di veicolare riflessioni profonde che riguardano la realtà partecipata da ciascuno. Sulla paura, per esempio, motivo di turbamento che spesso inibisce il completo esternare dei sentimenti, proprio come quello dell’amore, a volte nascosto da una sorta di pudore. Paura, però, intesa anche come moti dell’anima che, scompaginati dal succedersi delle emozioni, cercano risposte nella natura da cui sono circondati.

 

“Ma tu aspettami/ che non sono ancora conclusa/ lasciata qui confusa e alla rinfusa…”

 

Sono quindi molteplici le considerazioni sollecitate dall’autrice, le quali prospettano al lettore una chiave di lettura riconducibile a una dimensione del tutto nuova, a volte poco conosciuta, ma da apprezzarsi grazie all’universo poetico di cui l’autrice si fa interprete preziosa.

Il suo sguardo, non solo si sofferma su ciò che fa parte della propria interiorità, ma va oltre, fino a scandagliare con le parole, che si fanno tramite, sentimenti ed emozioni appartenenti all’universo emotivo di ciascuno.

E, alla poesia è affidato il compito di esprimere la dissoluzione della parola, nell’istante in cui tenta di disegnare le trame e i percorsi seguiti dalla memoria. Parole virtuose attraverso cui s’infila il dubbio, che non ha connotazione negativa, semmai è parola consapevole della bellezza della natura cui l’autrice partecipa.

 

“Mi svegliai tra il vento scompiglio/ e anima/ di erba e capelli/ il volo e la fronte…”

 

La raccolta, che ha il pregio di essere originalissima, è sviluppata con linguaggio asciutto, scarno ed essenziale, nonostante la ricchezza espressiva custodita nei versi, colmi di suggerimenti evocativi. Di dettagli, anche sensoriali, pronti a valorizzare una silloge, già di per sé ricca di contenuti che si fanno spunti di importanti argomentazioni; sulla vita, sull’amore, sul rapporto uomo-natura, sulla caducità del tempo che in una mutazione continua si porta via frammenti di vita, in una dimensione spazio-temporale di ineffabile cattura.

Il percorso poetico intrapreso dall’autrice, per dare forma alla silloge non è facile, anzi, piuttosto sinuoso.

Ma trova la sua ragion d’essere nei ricordi non inquinati dalla passione, perché osservati oggettivamente.

 

“Mi ricordo, sedemmo sotto un buio fresco/ per gli anni a venire./ Qualche parola non necessaria/ e poi nell’aria così aperta…”

 

Capace di sciogliere in versi il proprio universo emotivo con particolari costrutti e virtuosismi, la poetessa Nadia Alberici confeziona con voce sincera un prodotto di elevata qualità culturale. Il tutto, espressione di una penna raffinata che si consuma in un’apoteosi poetica di ingente caratura.

 

“Per quella poesia che ancora non esiste/ che strappa le pagine/ che si fa troppo seria o romantica/ che insiste con la sua idea/ sfornando verbi e versi, sparando a casaccio…“

 

 

Written by Carolina Colombi

 

Info

Sito Negretto Editore

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Fonte

“Mi prende d’amore una forma” di Nadia Alberici: immagini evocative dovute a uno sguardo curioso

“il profumo della tempesta” di Erielle Gaudì. A cura di Milena Mannini.

 

Ci sono persone nate per stare insieme, anche se appartengono a mondi differenti. Non è facile quando questo avviene, ma l’esplosione di sentimenti che si crea, anche se non sempre piacevoli, unisce queste persone in modo irrimediabile marchiando la loro anima e il cuore.

Questo è il secondo capitolo della trilogia dei profumi, in cui l’autrice racconta la storia d’amore tra il capitano Bradley Richard e Isabel. I due sono alle prese, con i sentimenti che li legano nati sotto una strana stella, Isabel, infatti, è stata venduta dal marito, un uomo senza scrupoli con il vizio del gioco d’azzardo.

Richard è però il capitano di una nave mercantile, così la nostra bella si ritrova a essere l’unica donna a bordo.

I nostri protagonisti sono sempre più attratti e coinvolti, ma i loro caratteri li portano spesso a scontrarsi, Lui abituato a comandare e ad avere ubbidienza, lei, una donna caduta in disgrazia, ma non per questo disposta a farsi calpestare, nemmeno da chi ama.

 

Odio e amore. Attrazione e repulsione. I sentimenti che quel miserabile le ispirava si agitavano dentro di lei dilaniandole l’anima.

 

I due continuano con le loro scaramucce quotidiane, che si annullano totalmente quando sono soli nella loro cabina.

Ma c’è qualcuno che trama nell’ombra, che si finge amico al solo scopo di ottemperare a quelli che sono gli ordini ricevuti dal vero padrone.

Così una notte Isabel viene aggredita, e non solo lei

 

Ci sarà un’altra occasione, si disse. Ormai è condannata. E quando il capitano tornerà a casa con un carico che vale la metà e una fortuna spesa per una schiava morta, sarà rovinato. Proprio come vogliono i suoi nemici. Sogghignò. Doveva essere terribile avere nemici così.

 

Improvvisamente Richard si rende conto che l’amore che prova per questa donna lo rende debole e mette in pericolo le persone cui vuole bene.

 

Non poteva andare avanti così. Ogni vita a bordo dipendeva da lui, dalla sua capacità di restare vigile, concentrato. La sua nave era tutta la sua vita. Come poteva  rischiare tutto ciò che aveva costruito in tanti anni per una donna? Un attimo di distrazione in mare voleva dire la sconfitta o la morte. Perché lei non lo capiva? Forse, in fin dei conti, non era la donna adatta a lui. Forse c’era un motivo se il marito l’aveva venduta…

 

La decisione è dolorosa, ma necessaria per tenere Isabel al sicuro e permettere a lui di scovare e punire il responsabile. Isabel capirà le intenzioni del bel capitano?

 

Per la prima volta si rendeva conto di quanto fosse importante quell’uomo per lei. Da quando l’aveva presa con sé si era sentita amata, desiderata, protetta. Rusty aveva ragione, il capitano era una roccia solida a cui appoggiarsi e adesso che le veniva meno, si sentiva sola e sperduta, e con un buco al posto del cuore.

 

Nonostante tutte le sofferenze emotive cui si sottopone Richard, Isabel si ritrova di nuovo alla mercé del marito che ha come unico scopo quello di ucciderla.

 

Non farti illusioni, lui è come tutti gli altri, ti ha abbandonata al tuo destino. Non verrà a salvarti. Nessuno verrà… a meno che non ti salvi da sola.

 

La forza delle donne però è imprevedibile e ora la nostra protagonista ha un motivo in più per combattere e sopravvivere, una nuova vita cresce in lei e anche se lontano dall’uomo che ama, non può fare altro che proteggere questa nuova vita.

 

Isabel si meravigliava di come quella piccola vita fosse riuscita a sopravvivere alle privazioni cui era stata sottoposta, ma ce l’aveva fatta, ed era tutto quel che contava.

 

Gli amori come quello che uniscono i due protagonisti però resistono al tempo e alle prove più dure, così dopo aver trovato il traditore, l’unico pensiero di Richard è di riunirsi a Isabel, di riconquistarla, ma basteranno le buone intenzioni per far capire quali sono i sentimenti che li legano.

Ero convinto di averti salvata allontanandoti da me, invece ti ho mandata incontro al disastro. Non riuscirò mai a perdonarmelo e non mi aspetto che lo faccia tu.

 

Molte cose sono cambiate, molte prove dovranno ancora essere superate. I nostri protagonisti riusciranno a proteggere il loro amore da chi trama nel buio per rovinarli?

Il romanzo coinvolge e convince, la lettura scorre veloce, ma non mancano intrighi e sentimenti.

Ogni personaggio è ben inserito nella storia, e tutti portano carattere e particolari alla narrazione.