“Lacrime di cera” di Liliana Marchesi, Dark Zone edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

La definizione letteraria di civiltà la identifica:

 La forma particolare con cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale d’un popolo (eventualmente di più popoli uniti in stretta relazione) – sia in tutta la durata della sua esistenza sia in un particolare periodo della sua evoluzione storica – o anche la vita di un’età, di un’epoca. Sotto l’aspetto storico e etnologico, il termine è riferito non soltanto ai popoli socialmente più evoluti della storia lontana o recente (le grandi cdel passatocegizianacassirobabiloneseclatinacslavacdei popoli anglosassonila coccidentale, ecc.) ma anche ai popoli primitivi o meno evoluti, estendendosi a designare anche le varie forme di vita di popoli preistorici, ricostruite per merito della paletnologia e dell’archeologia (per es., la cacheuleanala cdel bronzola cdel ferro, ecc.). Con questo sign. più ampio e più «neutrale», il termine si approssima a quello di cultura (che ha avuto peraltro nella letteratura scientifica definizioni più precise). 2. Nell’uso com. e più tradizionale, è spesso sinon. di progresso, in opposizione a barbarie, per indicare da un lato l’insieme delle conquiste dell’uomo sulla natura, dall’altro un certo grado di perfezione nell’ordinamento sociale, nelle istituzioni, in tutto ciò che, nella vita di un popolo o di una società, è suscettibile di miglioramento. È con questo sign. che il termine è inteso in espressioni quali: portare la c.; il sorgere della c.; i principîi fruttila luce della civiltà e sim.; in altre invece, con partic. qualificazioni, indica caratteristiche forme e livelli di organizzazione della vita associata: la cdel benesserela cdei consumila ctecnologicala cdelle macchinel’avvento della cdi massa3. In rapporto a un altro sign. dell’agg. civile, urbanità, cortesia, buona educazione.

Dizionario Treccani

Quindi civiltà è quel contesto armonico e organico dove un singolo cittadino, ma anche la singola personalità, può crescere ed evolversi secondo i propri specifici talenti. Ma questa definizione spesso viene contraddetta dai fatti reali che creano un profondo iato tra come dovrebbe essere e com’è.

Questa cesura viene riempita stranamente, non solo dagli innumerevoli saggi sociologici ma, soprattutto, da un genere letterario specifico ossia la distopia. In questa nefasta prospettiva, lontana eppur possibile, troviamo ogni ansia, ogni terrore e ogni rischio reso concreto, come monito verso l’acquisizione della responsabilità che il contesto sociale debba assumere per la civiltà. In “lacrime di cera” si avvera la conseguenza peggiore che la disuguaglianza possa creare: il muro tra noi e l’altro. O meglio, il muro della percezione che noi diamo all’ambiente affinché possano essere valide le misure restrittive basate sull’autoconservazione. Una società divisa ha due conseguenze: una rivolta che instauri una nuova organizzazione o una rivolta che si risolva in una pesante chiusura nei confronti dell’esterno. Ed è questa seconda possibilità che rende claustrofobico, immobile e illusorio quell’unico, ristretto mondo su cui possiamo avere qualche potere.

Nel contesto immaginato dalla Marchesi accade proprio questo: le contraddizioni tra i diversi strati sociali non riescono a trovare un elemento comune su cui instaurare un dialogo e si rivoltano l’uno contro l’altro, spezzando il legame primario che è alla base di ogni civiltà: il confronto.

Nel mondo distopico della Marchersi non ci si confronta. Si vive perennemente in uno stato di sogno. Ma il sogno, senza azione, è necessariamente immobile.

E il sogno senza movimento è solo un banale passatempo, che disperde come foglie al vento le potenzialità umane, offerte in un olocausto al potere dominante affinché mantenga questo stato onirico.

Le prime battute del testo, infatti, sono caratterizzate dal senso di pesantezza, dal senso di rigidità ben identificata con quel palazzo quasi solitario, in cui ogni passo è talmente lieve e silenzioso da risultare desertico.

Non un urlo, non una spruzzata di gioia.

Grigiore e desolazione.

Si avverte quel senso di finta tranquillità che nasconde una paura soffocante dell’esterno e, in tal senso, le alte mura sono sia protettive che costrittive. Ma nessuno se ne accorge, troppo preso a bearsi di questo finto benessere. Balli, ricchezza, agi, in realtà sono solo proiezioni di un qualcosa che non può esistere perché senza creatività, senza curiosità, nulla può darci davvero piacere. È solo una soddisfazione di bisogni primari, che ci rende molto più automi degli automi presenti nel testo. Solo una macchia di colore ravviva questo patetico paesaggio: la protagonista. Ella è depositaria del vero sapere umano, quello che nell’esterno, nel contatto con l’ambiente, anche con i suoi rischi diviene fonte di vita.

E di movimento.

Dall’azione più clamorosa, effettuata da una donna, ossia la violazione del tabù del silenzio e dell’accettazione, Camille muove i suoi passi verso la riparazione dei torti e la liberazione mentale. Si toglie la sua maschera di schiava, gli occhiali percettivi con cui è costretta, fin dalla nascita, a osservare il suo mondo e inizia a re-imparare a essere donna piuttosto che burattino. Ed è grazie alla trasgressione della regola e attraverso la curiosità, che la porta a non accettare la spiegazione ufficiale, che Camille cresce e riporta la sua landa desolata, quella terra resa arida dal potere senza scrupoli, a trasformarsi finalmente in una foresta rigogliosa.

È dunque solo la ribellione che riesce a restituirci la capacità di leggere il mondo?

Pare proprio di sì.

Sembra che, fin dagli albori della genesi, l’uomo debba compiere l’atto sovversivo per trovare il senso autentico dell’armonia del vivere. Deve, in fondo, essere un lottatore e, magari, combattere con Dio per poter trovare la via d’uscita alla sua condizione di cecità. E questo Dio, non è che l’immagine di un’autorità assoluta che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato o soltanto un dispositivo di controllo che rende leggeri e irresponsabili, capaci non di decidere ma di delegare tale impegno a qualcun altro.

Del resto,  la storia di Camille non è che la mirabile trasposizione in chiave moderna e distopica del mito platoniano della caverna: seppur terrorizzati, minacciati, prigionieri, impotenti, dobbiamo riuscire a lasciare la comoda percezione per poter davvero godere della vera vita.

Camille è l’essere umano, è la capacità di oltrepassare i limiti, è la volontà di non accontentarsi di un’unica voce, ma la bellezza di ascoltarne mille, ognuno dalla sgargiante tonalità di colore.

La storia di Camille, in fondo è la storia di ciascuno di noi, ognuno ingabbiato nel proprio palazzo, contento di farsi annichilire dalla metallica voce del padrone.

Imparate a crescere ribelli, se volete davvero vivere.