In occasione della fiera del libro di Torino il nostro Vito Ditaranto ci racconta il libro “Nora” di Giacomo Ferraiuolo, con un approfondimento stratosferico!

 

Lo spirito dell’uomo moderno… non può

liberarsi dal fascino del soprannaturale

Doktor Faustus, Thomas Mann

 

 

Il grido fu breve e distante. Un grido di donna. Il grido di Nora.

Il pulviscolo si lasciava trasportare pigramente nel fascio splendente della luce del sole che penetrava da una delle finestre a riquadri.  Mentre leggevo le prime pagine del libro di “Ferraiuolo”  la lancetta dei secondi, rossa e sottile, dell’orologio a muro correva silenziosamente in tondo sul quadrante.

L’unico rumore era lo scricchiolio della sedia su cui era seduta Nora, una sedia che scricchiolava con il peso della sua vita.

Attraverso le ampie finestre che aveva di fronte, poteva vedere un tratto della strada principale calma e tranquilla nella luce dorata del pomeriggio sino a divenire cupa e misteriosa durante gli incubi notturni. Solo gli alberi si muovevano, abbandonandosi con un tremolio nel vento leggero.

Immaginazione, mi dissi. Soltanto un’illusione.

Avrei quasi preferito che qualcuno avesse gridato al posto di Nora. Mi son sentito inquieto.

“Nora” è una storia che definirei più psicologica che horror in se.

E’ ambientata nella provincia romana.

L’intera storia è narrata attraverso gli occhi della protagonista.

Una donna problematica chiusa nel suo mistero, chiusa in mondo senza finestre né porte. Il mondo di Nora è un posto in frantumi, come corroso da un verme che ne impedisce la fioritura del cuore, tutto ciò che sogna è come racchiuso in una tomba, persa nel suo tormento. La sua tortura: angoscia e inganno.

Nora cercherà invano di sollevare la pietra del sepolcro che opprime tutta la sua vita sino a dischiuderla inutilmente nell’intimo del suo cuore. Solo chi riuscirà a vedere tra le sue mani il suo volto ne rimarrà serenamente avvolto per sempre tra le piaghe della stessa mano.

L’orrore principale è nella vita di Nora nella sua solitudine in cui tutt’intorno è costellato di luci e ombre.

Come ogni horror che si rispetti, la narrazione scorre a velocità vertiginosa, sebbene all’inizio appaia tutto molto semplice, elementare, privo di carattere. Eppure interrompere la lettura è irritante, il boccone  va rincorso fino a che i denti sprofondano nella polpa.

Così la disgrazia di una donna diventa anche un tuo momento, il suo incontro lei ti coinvolge in sfarfallii di tempi ormai lontani. Senza contare il potere di questo romanzo nel rievocare sensazioni di angoscia dovute alla narrazione fatta attraverso gli occhi della protagonista principale.

Il testo è lontano dall’emulazione verso altri scrittori, piuttosto racchiude quel meraviglioso senso di riappropriazione dell’uomo che riacquisisce suoni ormai sepolti.

Così, durante la lettura, mi sono ritrovato in corse deliranti scattando sulle staffe di oggi come sulle due ruote di Silver, che non pedalavo nel vento dai tempi di IT.

Ho camminato lentamente, contando i passi, i respiri e gli scricchiolii lungo il corridoio buio di un hotel decadente, con meno terrore ma sempre col fiato sospeso di quando ero rinchiusa all’Overlook hotel in SHINING.

E l’aria  gelida e solida mi ha inquietato, come ai tempi in cui il piccolo Cole era inghiottito dalle macabre visioni de IL SESTO SENSO.

I fantasmi ti spaventano, i lupi ti uccidono.

Colpi di scena e suspance non mancano di certo in questo libro coinvolgente, affascinante e, lasciatemelo dire, parecchio intrigante.

Personaggi scomodi e personaggi che non vogliono aiutare Nora.

A chi ci si può appoggiare?

A chi credere?

 Quando si vive un incubo, come quello di Nora, la mente si può chiudere, non si distingue più la realtà dal sogno, ci si può sentire persi….

In questo libro l’ansia si avverte più della paura ed è un’emozione forte, intensa ed è bravo l’autore a trasmetterla attraverso le pagine di un libro dal compito arduo perché va alimentata gradualmente, come un fuoco acceso con pietre scheggiate, a piccole dosi e prestando massima attenzione evitando che la fiamma si disperda e si spenga.

E tutto deve concorrere ad innescare quell’atmosfera di crescente tensione che precede la paura: dalla descrizione dei personaggi a quella dei luoghi in cui si muovono.

Ferraiuolo si destreggia abilmente in tutto ciò: ho apprezzato in particolar modo la perizia con cui spezza il ritmo narrativo introducendo pause con ritagli di articoli che moltiplicano e non sminuiscono la carica emotiva, complice forse l’ambientazione territorio intimo di ombre e penombre, che riporta alla mente la cupa Foresta Nera di Hansel e Gretel.

La vita è come un giardino, esistono i momenti perfetti in cui i fiori possono rinascere ma inevitabilmente non possono durare per sempre, tranne che nel ricordo di Nora.

Un libro da non perdere.

 

 

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

“Ape bianca” di Valentina Villani, Adiaphora edizioni. A cura di Ilaria Grossi. Introduzione a cura di Alessandra Micheli

 

Quando un libro ha la soave armonia del suono è molto difficile incastrarlo in biechi tentativi di analisi letteraria. La musicalità della parola associata alla spettacolarità a volte desolante delle immagini, lo rendi semplicemente un testo di numinosa bellezza. Allora poco importa comprendere lo stile, le tecniche letterarie, la struttura del testo e inquadrarlo in una precisa categoria. come si può descrivere un colore?

Come si può comunicare la poeticità di un tramonto?

Ma soprattutto come si può raccontare un dolore, quando esso è pura emozione?

È impossibile. Il testo di Valentina Villani non può essere da me analizzato poiché è un insieme di accordi armonici, un susseguirsi di frammenti visivi, di colori e persino di odori. Questa è magia, la magia di un talento che parte non solo dall’anima dell’autrice, ricca e composita, ma scende direttamente dalle regioni inesplorate e impervie delle idee. Se esiste davvero l’iperuranio platoniano, la Villani ha semplicemente creato un passaggio, ha collegato il mondo oltre a quello terreno e questo dialogo non è possibile incastrarlo in un linguaggio umano. Ed è il motivo per cui il testo non è un racconto, ma un susseguirsi di sussurri che parlano a una parte di noi profondamente e totalmente segreta. Dolore e vita, morte e rinascita sono elementi di un mosaico che colpisce, seduce ammalia e rapisce. Leggere il testo è un’esperienza estatica che ci pone direttamente fuori dai limiti del nostro corpo per essere per quell’istante benedetto solo spirito. Ed è la capacità di diventare energia che ci fa comprende un qualcosa che ai nostri sensi sfugge e sfuggirà sempre, troppo concentrati a piangere materialmente la perdita:

 

Nessun uomo, nessuna forza può abolire la memoria».

Scendono le mie lacrime mentre ripeto: «Nessuna forza può abolire la memoria».

E’ nella capacità tutta umana di ricordare che il senso della vita si compie persino nell’assenza, è la capacità di nutrirsi di immagini racchiude nella mente che dono la chiusura del cerchio della vita:

L’intero arco della vita si è compiuto e ora, proprio come la natura fa con i fiori che nascono, vivono, muoiono per poi rinascere, tu ritorni germoglio nella mia mente, perché possa nascere una nuova me. Vita, morte, nascita, la rassicurante ciclicità della natura.

È solo nella distruzione che porta a una sorta di vuoto primigenio che si compie il miracolo della rinascita, della ricostruzione del se perduto:

 

Un giorno mi sono accorta di esistere ancora, di respirare, di essere in grado di fare delle scelte, di poter raccogliere pezzi di me per poterli ricomporre in modi nuovi.

 

 e si assapora nuovamente la vita brulicante di un mondo in costante movimento:

Senza quel bruciante senso di vuoto, posso sentire di nuovo il brusio di sottofondo della gente che parla seduta ai tavolini esterni di un ristorante, in un vicolo del centro durante una mite serata di inizio estate.

La Villani beve tutto di un sorso l’amaro calide della distanza, scopre il mistero della morte che la trafigge con le sue acuminate spine. Eppure questo strazio non è che la capacità del corpo di arrivare a un nuovo livello di comprensione affinché il dolore divenga porta. E questa porta conduce necessariamente a una diversa forma dell’io, forse adulta, forse matura ma necessaria di movimento per poter evolvere.

Per un lungo e indefinito periodo di tempo ho trovato un accordo con me stessa solo nella disperazione e so che ho dovuto e probabilmente dovrò ancora fare i conti con una condizione esistenziale imprevedibile. So che mi sono lasciata trasportare da questa instabilità senza opporre resistenza, so che l’unica via possibile è stata quella di abbandonarsi al dolore così come ci si abbandona alla gioia.

Allora non è il dolore che si teme, ma la possibilità che esso ci trasformi. Non è il dolore che ci ferisce, ma la paura che proviamo quando quell’oscura signora ci prende per mano.

Si diventa adulti solo passando sotto la colonna del rigore, e la si abbraccia per poter godere dell’immensa sensazione di meraviglia quando il paradiso ci scopre dinanzi a noi. Ma non si può entrare nella dimensione della bellezza se prima non ci siamo totalmente liberati di ogni nodo, di ogni contraddizione, di ogni rimpianto. Ed è attraverso il ricordo, attraverso il confronto con l’assenza che la poesia si snoda dinnanzi a noi.

È un libro che va letto piano, assaporando ogni sfumatura, ma che ha bisogno di un’anima delicata, ricca e empatica, capace di coglierne i profumi lievi come quella della nostra Ilaria Grossi.

Lascio a lei la parola

Buona Lettura

 

 

 

“E lasciavi spazio anche nelle relazioni, srotolavi tappeti su cui era vietato camminare. Forse avevi paura che l’affetto potesse avvolgerti troppo, lasciarti senza respiro, spingerti in luoghi troppo stretti per essere condivisi con qualcun altro”

“Non sapevo cosa farmene di tutto quello spazio tra di noi”

 

Madre e figlia protagoniste indiscusse. La mamma, artista e pittrice, creava sculture con conchiglie. Distante, inquieta, assente con la sua presenza mentre la figlia è spaesata da tanta distanza e solitudine interiore. La distanza  tra madre e figlia, sembrava ridursi solo ad alcuni rari momenti trascorsi assieme quando durante una visita al museo, la figlia cerca di rubare foto sfuggenti della mamma o quando decidono di restaurare una vecchia sedia della sua nuova casa, facendola “rinascere”. In quei brevi momenti non c’era più distanza né competizione.

 

“Il mio senso è la ricerca di un senso in piccoli dettagli, in qualche odore familiare, in una tonalità di colore, in un gesto, in tracce comuni, in uno sguardo complice”

 

La notizia della malattia della madre è un macigno sul cuore e sullo stomaco proprio nel momento più bello e magico per una donna in attesa di un figlio. Ancora una volta l’assenza della madre avrebbe schiacciato con il suo dolore la gioia che stava sbocciando nella sua nuova veste di Mamma. Tra vita e morte, brevi sorrisi e lacrime, trovarsi in un limbo dove la malattia avrebbe creato altre crepe ed evidenziato ancora di più fragilità e irrequietezza.

 

“Ero arrabbiata, sì, molto arrabbiata. Mi stavi abbandonando e questa volta anche con il corpo, definitivamente”

“Come si fa a vivere il più grande degli abbandoni senza rimanerne intrappolati?”

 

Un corpo a metà, un’anima divisa a metà.

Una metà di te che annuncia un abbandono che ferisce, che scava in profondità, da non conoscere punti di sutura. La morte, il distacco definitivo e quel sapore amaro di non aver potuto dire o fare ancora qualcosa, senza preavviso. Cosa resta?

Restano i ricordi, odori e immagini che riportano in superficie ricordi, solo ricordi.

 

“Nessuna fotografia potrà restituirmi il vero senso di te”

 

Poesia e musicalità accompagnano una lettura che tocca l’anima, entra nelle crepe più nascoste e risveglia paure, a cui non vogliamo dare un nome, le nascondiamo perché sono figlie di un dolore troppo grande, la perdita della propria madre è qualcosa che non sarà mai cicatrizzato, non ci sono cure, non ci sono medicine.

E’ un pezzo di cuore che va via con lei.

Come si fa ad emergere da un dolore così grande?

 Attraverso la vita stessa, nonostante il dolore, sentire di nuovo il nostro respiro, sentire il vento sulla pelle, il profumo del mare  e  una nuova vita che cresce, nasce e riporta nuova luce.

Ti prenderà per mano e ti aiuterà a riconciliarti per sempre.

Complimenti Valentina Villani

Buona lettura

Ilaria Grossi

per Les Fleurs du mal blog letterario