“Van Helsing. Blood Never lies”di Natascia Lucchetti, Delrai edizioni. A cura di Aurora Stella e Micheli Alessandra

 

Alla scoperta di Van Helsing. L’uomo dietro al cacciatore. di Aurora Stella 

La gente ha bisogno di un mostro in cui credere. Un nemico vero e orribile. Un demone in contrasto col quale definire la propria identità. Altrimenti siamo soltanto noi contro noi stessi.

Chuck Palahniuk

La prima volta che incontrai Van Helsing avevo 18 anni. Fece capolino tra le pagine di Dracula di Bram Stoker. Devo dire che lo presi subito in simpatia e fui contenta che, anni dopo, a interpretare la parte di questo cacciatore di vampiri nel film di Coppola, fosse Antony Hopkins

Ma chi è in realtà Van Helisng? Qual è il contesto storico in cui vive?

Grazie al libro di Natascia ho avuto le risposte a questo quesito e a molti altri.

In questo manoscritto abbiamo la genesi di un cacciatore; cosa ha reso Van Helsing il persecutore di vampiri che abbiamo imparato a conoscere.

Chi può cacciare un mostro se non un mostro?

Non vi sto facendo alcuno spoiler o dicendo chissà quale castroneria. Sono semplicemente ricorsa all’etimologia della parola mostro, cioè prodigio.

Oggi noi diamo a questo termine un ‘accezione negativa, ma pensate quando si utilizza un paragone tipo “sei un mostro di intelligenza”. Gli state forse dicendo che è una “Creatura mitica risultante da una contaminazione innaturale di elementi diversi, e tale da suscitare l’orrore o lo stupore”?

 Van Helsing è un prodigio in grado di fermare altri prodigi. Non perché sia un pazzo visionario, (è un razionalista fino alla fine) ma perché non può fare diversamente.

Non nascondo che la chiave di questo mistero l’ho individuata italianizzando a modo mio il titolo “buon sangue non mente”. E di sangue in questo libro ce n’è a profusione: non solo quello delle vittime, fresco e vitale nel caso di mietitura da parte di vampiri o reso putrido quando a mietere vittime sia l’entità chiamata Ravenheart, ma sangue inteso come linea di discendenza. Attraverso il sangue ognuno individua il proprio ruolo: preda, predatore o cacciatore e non può sfuggire a qualcosa che è scritto nel profondo.

L’elemento che fa da contrappeso all’elemento sangue è l’ambiente. Mentre osservavo i poveri nelle loro vesti lacere, dalle mani callose, sporchi di fuliggine non potevo non pensare a Dickens o alla Burnett. Una massa indistinta di “carne da cannone” che vive nell’anonimato e serve quasi a “fare presenza”, giusto per morire insomma. Descritti a volte con tratti che sembrano presi in prestito dal Lombroso, all’inizio suscitano disgusto persino in Van Helsing.

Ma forse questi mostri di cartone, questi esseri che trascinano le loro vite come scarti di una società troppo impegnata a progredire, sono gli unici esseri “normali” in un Pantheon di mostri che circondano il protagonista.

A dimostrazione che niente è come sembra. E che la tanto paventata umanità più che nelle ricche vesti o nelle abitazioni sfarzose si individua nel sudore, nello sporco, nelle mani rese ruvide e callose dal duro lavoro. Fuori da questo contesto, tutto ciò che resta è il mostro: sia esso aberrazione o prodigio. Ci sono mostri come Alphonse il demone-bambino che suscitano persino tenerezza dato il loro bisogno d’amore.

In questo sta la bravura di Natascia. Nel ricordarci che di mostri (leggendari o meno) è pieno il mondo. Che le persone “normali” se vogliono vivere devono alzarsi ogni mattina, affrontare una giornata che li sposserà e che devono guardarsi dal male sotto ogni aspetto.

 E Anche Van Helsing scoprirà a sue spese di non essere stato che una pedina di forze più grandi di lui. E grazie a Natascia, ora potremo conoscere il percorso che lo ha portato ad essere colui che abbiamo conosciuto nel romanzo di Stoker.

 

 

Van Helsing erede del romanzo sociale. di Alessandra Micheli

Un romanzo è uno specchio che percorre una strada maestra. A volte riflette l’azzurro del cielo, a volte il fango delle pozzanghere.

Stendhal

Nel 1837 un grande autore vittoriano, un tale Charles Dickens diede alla luce uno dei miglior romanzi sociali di tutti i tempi “Oliver Twist”.  Questo fu uno dei primi, perfetti esempi di romanzi sociali che diede una svolta alle rappresentazioni quasi sempre moralistiche e romantiche della povertà, della vita dei delinquenti e dei poveri. Attraverso una vera e propria rivalutazione del romanzo di formazione  (che in Dickens raggiungerà il suo massimo livello con Grandi speranze del 1860) e un umorismo nero asfissiante e dissacrante, il testo analizzerà in modo lucido e crudo i mali della società inglese dell’ottocento. La povertà, il lavoro minorile, la criminalità urbana (spesso considerata una vera ribellione alla povertà e allo sfruttamento) e l’ipocrisia della tanto decantata cultura vittoriana.

Ricordatevi questi elementi che saranno indispensabili nel corso della recensione.

Nel 1819 un medico frustrato e arrabbiato John Polidori, diede alla stampa un libro, nato per gioco e per noia durante quello che fu chiamato l’anno senza estate, che prendeva come spunto il mito eterno e inquietante del vampiro. Tutto accadde durante la permanenza a Villa Diodati assieme a eminenti nomi quali Percy Bysshe Shelley, la sua compagna nonché futura moglie Mary Wollstonecraft Godwin e Jane Clairmont, sorellastra di Mary e all’epoca amante di Byron. A causa dell’incessante pioggia si pensò di passare il tempo leggendo storie di fantasmi, finché lord Byron propose di creare una sorta di gara su chi sarebbe riuscito a scrivere il racconto d’orrore più bello. E spaventoso.

E fu così che il nostro Polidori, partendo pare da un frammento di una storia di Byron stesso, porterà a termine il Vampiro.

Che novità apportò nel campo etnologico di una figura conosciuta in tutto il globo?

E’ semplice. Polidori riuscì a trasformare il vampiro del folklore nella forma che oggi è più conosciuta, ovvero quella del demone aristocratico che cerca le sue prede nell’alta società. E in più riuscì a dare voce a una congenita antipatia per il suo datore di lavoro, che usò per caratterizzare in negativo il suo personaggio. Vanesio, dandy e poco attento alle esigenze altrui.

Bel colpo John.

Cosa centrano questi due dati con la recensione di Natascia?

Semplicemente basterebbero per raccontarvi il testo, senza sprecare inutili parole. Van Helisnig parla del vampiro e della sua origine maligna e oscura secondo la migliore tradizione vittoriana con tanto di perversione e sesso, tanto male e molti quesiti sulla sua origine. Ma, ed è qua la fantastica novità, queste domande contrariamente al primo omaggio al Dracula stokeriano e di Coppola, inserisce un elemento che renderebbe il mio amato Dickens davvero giubilante: usa il simbolo per operare una vera e propria critica sociale. E non solo al sistema vittoriano in sé, ma partendo da quello estende a ogni privilegio, a ogni stereotipo sul ruolo e la necessita del deviante e della vittima. Come ho già sostenuto in altre recensioni, ogni società specialmente quella apparentemente più prospera e evoluta, ma che usa questo progresso semplicemente per mascherare e sotterrare le sue idiosincrasie sotto un bel tappeto di marca, ha bisogno della vittima, della delinquenza e del male. Questo perché invece di affrontare davvero quei nodi ingarbugliati che rappresentano i propri limiti, preferisce nasconderli e sacrificarli in quell’osceno rito propiziatorio per esorcizzare infantilmente un male che è prodotto dalle proprie limitazioni.

«I pazzi sono un bene

prezioso per la società, anche se reietti. Si può far loto tutto

senza pagarne il prezzo, perché secondo la legge non dicono

mai la verità, ma inventano tutto.»

 

Assurdo eppur attuale.

Ci serve il diverso, ci serve il pazzo, ci serve il malavitoso e ci serve ogni soggetto considerato inferiore o dissonante in seno alla società proba che invece brulla per contrapposizione. Ma sentirsi civili solo al confronto con, significa mettere a nudo la propria sconfitta. Nessun vero progresso divide la società in due categorie nette e distinte nella tipologia di amico/nemico, sano/malato, giovane/anziano, o peccatore/santo. Ogni VERA società ingloba in un posto prestabilito ogni talento, esaltando ogni potenzialità e donando a ogni soggetto diritti e doveri ponendoli non sul piano dell’eguaglianza, ma dell’equità. Ognuno allo stesso punto di partenza, ognuno con strumenti conoscitivi adatti alla sua personalità, impegnato a far crescere non una società moraleggiante ma una società priva di patologie.

Perchè se abbiamo bisogno del peccatore per sentirci santi, siamo davvero sulla via dello sfracello.

E Van Helsing è il simbolo di questa necessaria evoluzione partendo da uno stato inconsapevole e adornato di pregiudizi, di preconcetti a soprattutto di una visione distorta dell’altro a uno stato di conoscenza superiore in cui è il contesto a deturpare i talenti dell’uomo e non l’uomo a distruggere il contesto:

 

Non è giusto, ma è il contesto in cui cresci a decidere ciò di cui andrai fiero e ciò che ti farà vergognare. Te lo impongono quando sei solo un ragazzino

Ecco che l’umanità brulicante, nascosta all’occhio vigile della coscienza è più soggetta alla caduta, di chi con i privilegi ci cresce e si nutre

Leggete questa frase:

 

Le persone abbandonate, sole e ferite erano più propense a cedere alle lusinghe del male. Le loro intenzioni non erano malvage, tutt’altro. Molte di quelle donne desideravano solo la forza per superare la vita da sole, per portare a testa alta il fardello di una sorte che le aveva sconfitte

Questa lucida visione degli intricati meccanismi del mantenimento della cultura sociale divengono pugnali appuntiti con cui titillare l’ego di chi si sente al sicuro, di chi si sente migliore tanto da osservare con disgusto una melma che è il prodotto della stessa morale che oggi ti rende sicuro e tronfio

 

Figli di un tempo che andava di corsa, mescolati a gente perduta, senza guida senza legge, se non il rigore della strada.

Il Southwark era un luogo spento, dove il colore della vita era stato prosciugato dall’intenso e inarrestabile brulicare d’esistenze.

Ed è in questa parte meno nobile della vita, costellata di ombre e malignità impersonate dal demone che non si può distruggere perché:

 

Finché esisterà la malvagità, lui ci sarà, sempre. Non lo si può debellare, non lo si può uccidere… Egli rappresenta il limite per tutti i cavalieri» specificò.

Finché esisteranno le divisioni, finché uomini si sentiranno in diritto di giudicare l’imperfezione come un cancro da estirpare o peggio, come un esperimento per reiterare idee sbagliate sulla civiltà e sul uomo, ogni demone, ogni non morto sorriderà sempre ghignando. Ed è inutile girare il volto dall’altra parte, o tentare di combatterlo, finché non si accetterà la più terribile delle verità:

 

non era l’oscurità a farli mutare, ma l’indifferenza, la freddezza di una società troppo occupata a nascondere le sue oscenità sotto il tappeto per mostrarsi splendente.

E’ un libro diverso questo, maturato durante un preciso percorso che dagli albori della Strega dei Corvi, fino allo splendore decadente del risveglio della fenice per poi toccare la miseria di Ravenherat mostra qui il suo volto maturo, un volto che fa davvero sbiadire il suo Dracula, avvicinandosi sempre più alle vitte della Letteratura. Qua Van Helsing è il suo pregiato capolavoro, cattivo sicuramente, dissacrante, distruttivo per tutti coloro che non accetteranno mai la conclusione più ovvia. E’ l’uomo stesso, quando usa l’altro per mantenersi in vita, anche se è morto dentro e muore perché non riesce a distruggere il ostacolo della sua follia della sua sfrenata corsa a un progresso senza anima, a un accumulo di ricchezza, a una volontà precisa di considerare il fango solo come un liquame e non come il terreno fertile da cui ripartire. Quell’uomo perduto, ucciso, usato da una scienza senza amore, da una falsa conoscenza che è solo una bieca finalità di distruzione. Quell’uomo i cui sogni non sono il mezzo per creare realtà migliori ma solo per sfuggire al vuoto nefasto in cui sono inglobati:

 

I sogni sono l’unico rifugio per persone come noi. Uomini e donne che non hanno niente, incastrati dalla nascita in una società indifferente.»

Uomini incapaci di cercare e di trovare un senso alla loro esistenza, un perché al dolore e una via d’uscita a questa dorata gabbia putrida di rassegnazione:

Siamo un gruppo di persone che ha perso qualcosa o non l’ha mai avuta. La grande città ci ha fregato con le sue illusioni e ci ha trasformato in quelli che siamo. Non abbiamo un codice d’onore, né nobili obiettivi. Cerchiamo solo di sopravvivere.»

 

Ma la rassegnazione non è fatta per l’essere umano, non è pane per i denti di quella speciale creatura fatta più alta degli angeli, capace di dare un nome all’universo e di toccare alte vette di bellezza.  La rassegnazione è solo per miseri burattini impauriti, decisi a farsi bastare il mondo conosciuto, timorosi di oltrepassare i limiti, cosi idioti da combattere ogni giorno su un assurdo ring per far deliziare gli occhi insanguinati dei nostri demoni. cosi sciocchi da far vincere il dolore, senza affrontarlo fissarlo negli occhi e rendersi conto che è lui ad essere solo un patetico, fasullo fantoccio.

Van Helsing è questo.

Un grido di rabbia e al tempo stesso di speranza. Un je d’accuse, ma anche una speranza di rinascita. Perché se è vero che la nostra amica crea la società d’ombra, è pur vero che accanto al potere di morte abbiamo quello di rinascere

Eravamo noi umani i creatori dell’ombra. 

Siete anche i creatori della luce, però» mi disse Gӧtz, con un mezzo sorriso sulle labbra.  Perché alcuni di voi sono capaci di mitigare l’istinto di un mostro e regalargli affetto senza fare discriminazioni. Solo l’amicizia degli esseri umani salva lo spirito stanco di quelli come noi, ci aiuta a comprendere che le distinzioni che entrambe le specie si ostinano a mantenere possono essere abbattute con semplicità.»

Van Helsing è tutto.

Compassione e orrore, dolore e gioia, volontà di cambiamento e impossibilità di evolvere.

Grettezza e liberazione.

Semplicemente un’umanità che deve comprendere come è dal fango che nascono i fiori più belli e pregiati.

E io non ho molte parole da spendere su questo libro.

Ma spero che con questo testo importante e scomodo, apparentemente di evasione, voi seguite lo stesso percorso di van Helsing modello dell’uomo liberato, capace di buttare alle ortiche ogni sua idea, ogni sua concezione, ogni suo limite per abbracciare la nostra vera missione:

 

dentro di me avevo scoperto di voler aiutare l’uomo a liberare se stesso da limiti visibili e invisibili. Perché spesso l’essere umano ha bisogno di una mano tesa per guardarsi dagli altri, sì, ma soprattutto da se stesso.

Un libro non deve e non può essere solo una piacevole distrazione, un beato passatempo, un modo per ampliare la torre d’avorio in cui siamo rinchiusi.

Un libro è quel mattone lanciato a forza sul muro, come accadde tanti anni fa a Berlino e urlare con    quanto fiato in corpo

Another brick in the Wall!

Usate questo libro come quel mattone.