“Il Kyls’Ahr. Il figlio dei cieli” di Marco Volpe. A cura di Alessandra Micheli

 

La prima cosa che mi pregio di sottolineare, prima di iniziare la mia disanima del testo è lo stile.

Raramente inizio una recensione soffermandomi, prima di ogni dettaglio, su quest’elemento. In genere gli stili dei libri che leggo sono stili netti, immediati e quasi duri. Nonostante contengano la necessaria musicalità che la nostra bella lingua possiede già di suo, raramente essa viene esaltata disegnando abili ghirigori e abili giochi di suoni e significati. Questo non è senza dubbio un difetto, ma per molti critici è una piccola mancanza. Chi possiede lo strumento del codice linguistico e ha un discreto rapporto con la semantica e con la semiotica, può improvvisare perfetti arabeschi, perfette performance in grado di creare uno spartito musicale che fuoriesce dalle pagine e irradia le assorte anime di poveri miseri lettori.

Non è un caso che verbo (ossia parola) e musica siano da sempre interdipendenti uno dell’altro. Marco Volpe, in possesso di una perfetta struttura di significati, una conoscenza notevole dell’italiano, si può permettere questi voli pindarici di assoluta bellezza. Lo stile per i profani potrebbe apparire prolisso e pomposo, ma la sua evidente ridondanza si sposa in maniera sublime con il significato del libro ma soprattutto con il suo genere. Per chi come me è soprattutto un’esteta, questa sua prova stilistica sarà di grande fascinazione e allieterà, soprattutto, la parte più recondita della mente, quella nutrita a suono, a immagine piuttosto che a emotività. L’esperienza artistica è un riconoscere la bellezza della forma, la meravigliosa capacità di plasmare la parola, di introdurre elementi prettamente musicali all’interno del testo, per creare un’armonia delle sfere capace di vibrare e di far vibrare corde segrete dell’essere.

Non nego che la ripetizione degli arcani linguaggi ha un sapore mistico e quasi un effetto calmante sulla mente. Non nego di aver letto a voce alta alcuni passaggi, con un tono cadenzato e quasi soffuso, come a ricreare un incantesimo, ossia la meravigliosa dote umana capace di dar vita a un esperimento di alchimia semantica. È l’incomprensibile potere di proiettare magicamente il reale in una dimensione sovrannaturale o inconsueta. Ecco il perché dell’abbondanza delle descrizioni, capaci di imprimere una poeticità rara anche a scene piuttosto cupe. Si avverte la potenza delle opere wagneriane con quella capacità di sedurre con l’irresistibile capacità di usare artifizi letterari.

Per questo il suo stile narrativo diviene unico e antico; capace di trasportare letteralmente in una dimensione altra, parallela forse, ma a noi negata dalle pastoie assurde della carnalità. In tal caso libro si fa ponte, si fa portale e si fa scala giacobiana capace di coniugare cielo e terra.

 

Come in cielo cosi in terra.

 

Con la cadenza ripetitiva della preghiera, con il ritmo reiterante della richiesta del devoto verso i numi benevoli o malevoli, si entra in un campo di significati che ci portano dritti nella più valida e provetta atmosfera esoterica. Quando dico che, spesso il testo assume la portata della preghiera, intendo far cadere l’attenzione del lettore su un’immagine precisa: il testo è un protendere le braccia verso il cielo con le palme aperte a ricevere le energie mistiche e rigeneratrici del cosmo. Ma il devoto consapevole sa anche che, in quelle energie benefiche e vitali, si cela l’altra parte dell’universo, quella nata da un eccesso di protagonismo e che riversa il suo potere distruttivo per spazzare via ogni costruzione umana.

Bene e male da sempre si susseguono in ogni libro epico, si racconta l’eterna storia di redenzione dell’umanità caduta nell’errore, intrappolata nell’oblio o incatenata a una fasulla fede.

Ogni libro diviene, quindi, un racconto esoterico nel momento in cui contiene verità tenute nascoste agli occhi della materialità convulsa ossessiva dell’uomo, convinto che soltanto il razionalismo scientifico lo possa preservare dalla caduta, dall’onnubilamento dei valori etici. E che la religione sia soltanto una pastoia inutile di una certa morale portata avanti da potere costituito. Questa è storia di oggi, laddove bestemmiamo ogni volta il legame tra noi e il cosmo (religio= legame ossia la religione vera e autentica) creando un vuoto che viene quasi sempre colmato dalla sete di sapere senza limiti e dalla classica volontà di potenza. Il Kyl’s ahr diviene, dunque, un poema in cui è raccontato il percorso della civiltà dalla sua formazione alla sua inevitabile caduta. Partendo da un principio comune chiamato Eternità, si diramano mille sfumature che, dell’eternità sono figli e custodi. E che gli antichi miti raccontano sinteticamente come acquisizione di conoscenza.

Il mondo conosciuto è nato da questo soffio divino, quest’idea incorporea bastante a sé stessa, Eternità appunto, che in mancanza di una forma e di un movimento diviene statica. Essa è ma per essere, non è capace di diventare, di creare e di generare. Ed è caratterizzata da un immobilismo immutabile. Ed è quest’immobilismo che in questa coscienza cosmica seppur ferma in sé stessa, è spinta dalla scoperta della bellezza vitale del movimento che girando su sé stessa, crea e genera mondi, eoni, arconti e universi. Questo moto rotatorio è splendidamente raccontato da Volpe come un qualcosa di gigantesco e pantagruelico.

Tutto inizia a formarsi, Eternità si scinde in tante piccole parti sempre più infinitesimali e sempre più specializzate. Ed è qua che inizia il dramma. Spezzettandosi e muovendosi si allontanano sempre di più dalla fonte arrivando a esistere senza il primo principio, non può non provare un costante senso di perdita. Da Eternità che è tutto, abbiamo tanti piccoli frammenti in continuo movimento che li porta o a avvicinarsi di nuovo al principio o semplicemente a compensare la sua perdita divenendo bramosi di potere.

È una bellissima serie di immagini quella del prologo in cui si sente tutta la forza della creazione ma anche si tocca con mano il suo dramma: da eternità si distaccano amore e odio divenendo due uniche volontà. Ed è dalla dicotomia che inizia il cammino di questa strana civiltà una volta unica, che incapace di ritornare al punto di origine lotta costantemente per ritagliarsi un posto in questo strano, incomprensibile universo. Le razze, gli elementali sono tutti piccoli grandi volti di eternità che da essa, un giorno, devono tornare attraverso il difficile oscuro passaggio da signora morte. Nella morte gli elementi o le anime purificata tornano a formare Eternità. Ma ecco il vero obiettivo del fantasy: odio e amore, luce e tenebra, Fulmine e Cielo si scontrano per difendere questo mistico passaggio:

per fare in modo che le anime possano proseguire nel loro cammino ed evitare che ritornino in questo mondo come Abomini risorti

 

Se non avessi specificato che questo è un fantasy, queste arcane parole sarebbero state scambiate per uno dei meravigliosi brani gnostici, che tanto amo, laddove il Figlio del cielo combatte le anime imprigionate dai piani spirituali devianti dominati dagli arconti, per far sì che proseguano il loro cammino ascensionale. Ed ecco un altro interessante parallelismo.

Il Kyls’Ahr come paradigma del cristianesimo esoterico.

 Tranquilli, non vi spaventate. Il cosiddetto cristianesimo esoterico è ben lontano dalla dogmatica religione che voi conoscete, ed è un percorso che ha come scopo quello di ricongiungere l’essere umano con la fonte originaria della vita, l’energia primigenia dalla quale tutto discende.

Cos’è in breve questo cristianesimo?

È semplicemente una diversa, più profonda chiave di lettura dei Vangeli che ha come scopo quello non di assicurare fedeli al dogmatismo, quanto quello di renderli perfetti agli occhi di dio. Lo stesso padre della chiesa Origene affermava nel “De Principis” che le scrittura oltre al significato letterale, possedevano un’anima ed uno spirito e soltanto coloro che avevano la mente di Cristo potevano comprenderlo.

Ed è proprio sull’esperienza mistico-simbolica che questo tipo di cristianesimo si avvicina al libro di Volpe facendolo convergere con quegli scritti che hanno, come volontà, quella di rendere, la persona un essere umano completo, Padrone del cielo e della terra. Il cristo diviene non più essere, quanto principio e aspetto cosmico con il quale la coscienza individuale deve fondersi. E per farlo ha bisogno di combattere e sconfiggere il suo alter ego, rappresentato nel libro dal dio dei fulmini.

E anche qua possiamo vedere il contrasto tra due tradizioni: quella ebraica originaria che venerava, non a caso il dio delle tempeste (Jahve) e la versione zoroastriana del Figlio di dio, il figlio del cielo che viene a perfezionare e forse sconfiggere, la versione guerresca e pregiudiziale del precedente patto. Non più religione di élite, riservata a un popolo eletto, bisognosa di affermarsi con la forza, ma esperienza sacra in cui hanno spazio e predominanza i valori che Sant’Agostino chiamava verità universali e che posso riassumere nel precetto di compassione, empatia e amore per il prossimo.

Ecco che questo testo diviene potente, una voce autorevole per quel percorso di crescita dell’eroe che da sempre è stato venerato dal fantasy, ma che qua trova il suo miglior compimento.

Bravissimo l’autore.

 

4 pensieri su ““Il Kyls’Ahr. Il figlio dei cieli” di Marco Volpe. A cura di Alessandra Micheli

  1. Splendida recensione, anche se ti sei concentrata solo sul macrocosmo di questa bellissima storia. Veramente complimenti! Hai approfondito il libro di Volpe con sguardo sagace e una forma mentis invidiabili, complimenti!

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