“Il libro dei libri” di Paolo Lanzotti, Curcio editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Non amo in modo eccessivo il genere fantasy, nonostante io sia cresciuta, letteralmente parlando, con Terry Brooks, Marion Zimmer Bradley,  Tolkien, Michael  John Moorcock, solo per citarne alcuni.

La mia parte scientifica, estremamente razionale mi fa prediligere quei libri che analizzano ogni aspetto del reale, dal più luminoso al più cupo, al marcio e alle possibilità che, da questo fango l’uomo possa riabilitarsi. Ciononostante, alcuni testi hanno fatto breccia in quest’armatura fatta di razionalità a venerazione per il rigore e per il calcolo, una coriacea bardatura che mi spinge a combattere i nefasti fiumi della superstizione. E posso citare tra tutti il mio adorato Alice in the Wonderland di Lewis Carroll, Harry Potter e la meravigliosa saga di Avalon, a dimostrazione che, forse, anche io ho bisogno di creatività e immaginazione per vivere. O forse, per comprendere al meglio la mia tanto adorata materia.

Ma a un’attenta analisi i libri citati, tranne Alice, sono in fondo trasposizioni critiche sulla società e sui valori distorti di ognuna, fino a coinvolgere questo postmoderno pieno di tragiche cesure, riempite con il peggior sudiciume prodotto dalla mente.  In Alice è ancora diverso. Essa è la concentrazione permeata di una folle “magia” delle migliori teorie matematiche e logiche che omaggiano geni come Bernard Russel e fisici come Einstein. Non a caso uno dei libri più amati è Alice nel paese dei quantici.

In fondo la magia stimolata da questi testi non è la venerazione dell’irrazionale a ogni costo, ma la capacità, tramite un’antica saggezza chiamata Scienza sacra, di concetti che appartengono al regno meraviglioso della geometria, della matematica e della riflessione sulla composizione dell’universo, a volte anticipando i geni come Einstein o Newton. Entrambi eccelsi nelle loro discipline ma anche terribilmente attirati dal lato irrazionale della vita. Come se da quella pozza oscura, da me osservata con rispetto, ci fossero tutti gli strumenti adeguati per riabilitare una società, lo sottolineo fatta di cesure.

Questa mia pomposa premessa è d’uopo per comprendere la complessità e il valore educativo del testo di Paolo Lanzotti, che appartiene di diritto e con onore alla casistica dei libri apparentemente fantasy che però hanno in sé un alto valore sociologico e formativo, importantissimo per creare quei mattoni fondamentali, soprattutto nelle anime giovanili, con cui sperare in una società futura molto meno disorganizzata e caotica.  Quando ho avuto tra le mie mani “il libro dei libri” ammetto di aver sospirato rassegnata. Ecco l’ennesimo testo pieno di avventure e incanti assurdi, ho pensato con un mesto sorriso.  E mi sono accinta a leggerlo con la mia abituale capacità di svuotarmi da ogni mia personale inclinazione, quella che mi porta a ascoltare non me stessa ma il testo scritto. E il libro mi ha ghignato e ha iniziato a raccontare una storia fondamentale per il vivere civile che si possa definire cosi.

Vedete la civiltà non nasce bella e formata. Ma viene strutturata nei secoli attraverso le socializzazioni primarie (famiglia e educazione) e secondarie ( tradizioni e consuetudini sociali) spesso senza che queste abbiamo subito una necessaria revisione per adattarsi ai tempi. Rischiamo cosi di avere una compagine basta sulla morale (elemento passeggero) e mai sull’etica (che racchiude quei valori universali tanto amati da me e da Sant’Agostino). E Lanzotti, insegnante di pregiato valore, lo comprende e sa quanto è importante operare questa ricerca del valore puro eliminando gli strati innecessari della morale. Ecco che il testo appare si antico, ossia ricalca le antiche storie e leggende del meraviglioso e del magico, ma con quegli elementi adatti a una sana crescita civile e intellettuale necessaria alle giovani generazioni. Il lutto, la capacità di compenetrare il dolore nel nostro sistema che, mancante di un vero senso escatologico rifiuta la morte, il vero coraggio che non è quello di compiere atroci prove di coraggio ma si risolve in un affrontare le paure guardandole negli occhi. E soprattutto l’importanza delle scelte consapevoli, della capacità atavica di dividere il seme che germoglia dai prodotti di scarto. Ed è su questo elemento che porrei la mia attenzione. Ogni ragazzo ma ogni uomo si pone la fondamentale domanda sulla gerarchia dei valori.

nonno hai mai dovuto prendere una decisione difficile nella vita? chiese lui senza rispondere. Una decisione come per esempio scegliere fra due cose importanti?

Molte volte

e come hai fatto?

ho scelto quella che valeva di più per me.

 

E in questo discorso dal sapore quasi casalingo, che profuma di semplicità emerge una verità rivoluzionaria:

 

Noi uomini siamo incontentabili. Pensiamo che i nostri desideri, i nostri bisogni, i nostri sogni siano tutti molto importanti  non vogliamo rinunciare a nulla. Ma è sbagliato. I bisogni e i desideri non hanno mai lo stesso valore, anche se ci sembra così. ci sono quelli importanti quelli che valgono poco e quelli che non valgono nulla

 

E non posso non ricordarmi la fiaba bellissima di Vasilissa, costretta dalla strega Baba Yaga a dividere le lenticchie dai sassi. Ed è questo atroce lavoro aiutata dalla sua bambola magica che racchiude il vero senso dell’educazione generale: riuscire ad acquisire l’abilità e la competenza per districarsi nei labirinti oscuri della nostra mente, dividendo i pensieri utili o ordinati, da quelli caotici e pericolosi, in un vero certosino lavoro.

Ecco che forse, nasceranno meno ragazzi che “diranno ciò che pensano” e arriveranno uomini che “penseranno a cosa dicono” dando un valore alto e quasi magico a una parola spesso bistrattata di cui ignoriamo il potere distruttivo. L’educazione al linguaggio e alla capacità di discernimento aiuta la nostra civiltà in ogni ambito: nella capacità di non chiudersi di fronte alle prove della vita, di non reagire con violenza ai molteplici lutti che accompagneranno la nostra vita umana, alla capacità di rispettare l’altro e persino la natura, capendo come il rigore della parola porti un cambiamento nella percezione della nostra realtà E dell’altro. In questo libro i protagonisti, specchio uno dell’altro, affrontano semplicemente la vita. E lo fanno grazie al millenario simbolo del lupo che è e resta insegnante e educatore. E il nostro lupo, Lanzotti, affronta questa sfida formativa in modo eccelso, con lo strumento migliore che oggi abbiamo: i libri.

E non è la prima volta che un libro, diviene voce narrante. Pensiamo al libro terribile del nome della rosa, al libro che diviene soggetto in Michael Ende, i libri magici di cuore di inchiostro. Pur seguendo, quindi, uno schema antico e rassicurante perché familiare, Lanzotti si sa distinguere poiché con originalità, si appropria di elementi simbolici e archetipici e con l’arte tipica dello scrittore consumato li plasma a suo piacimento. E si avvertono quelle differenze che rendono il libro dei libri estremamente attuale e moderno, ma capace di oltrepassare i tempi e le ere. Infatti se i protagonisti dei libri citati si immergono in un modo di fantasia per sfuggire al dolore e forse cercare altrove la capacità di reintegrarlo, il protagonista Luca è figlio dei nostri tempi, rifiutando come pericolosa o faticosa la capacità immaginativa.

Ed è un protagonista spento, che preferisce l’immediatezza della comunicazione virtuale moderna (i videogiochi), non come ponte per raggiungere la sua anima, ma per sfuggire in un onnubilamento senza fine. Ed ecco che appare il libro a guidarlo lungo la strada della crescita e della consapevolezza, divenendo la voce di quel mondo interiore che deve tenere a distanza. Perché vedete, un libro, se scritto in modo corretto, non è altro che la propria voce interiore, capace di potarci attraverso i lunghi percorsi di una strada che porta al paese chiamato anima.

Ecco che Lanzotti, oltre a fornire una valida integrazione al sistema educativo, ci offre un ulteriore regalo: la capacità di lasciare che un testo parli, che ci narri qualcosa di inaspettato. La capacità di lasciare i nostri personalismi nel cassetto e addentrarci in meravigliose, sconvolgenti scoperte.

 

leggere non significa fissare le pagine con gli occhi. Bisogna ascoltare quello che le parole ci stanno dicendo. bisogna lasciare che la loro voce ci entri dentro. Se un libro non ti parla forse vuol dire che non lo stai leggendo davvero. Vuol dire che stai solo guardando.

 

Ecco chi scrive deve riuscire a dare qualcosa al lettore più profondo di un’emozione o di un brivido:

 

C’è una storia in quelle pagine. Ci sono dei personaggi da conoscere, dei luoghi misteriosi da esplorare delle avventure da vivere. Sono là che ti aspettano da chissà quanto tempo. Ma sei tu che devi tirarli fuori dalla carta.

 

Se ognuno di noi comprendesse appieno, e tatuasse nel profondo di se la parola di Paolo Lanzotti, forse avremmo più libri e meno carta straccia. Dal mio canto sono orgogliosa di aver avuto la fiducia di un maestro, di farvelo conoscere, sperando nel miracolo più straordinario: che impariate a scrivere lasciando che sia la musa a ispirarvi e non la classifica di Amazon.

Un inchino alla bravura di questo raro talento.

 

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2 pensieri su ““Il libro dei libri” di Paolo Lanzotti, Curcio editore. A cura di Alessandra Micheli

  1. Non posso che ringraziarti per la recensione, davvero ottima, e per le belle parole con cui hai voluto impreziosire il mio lavoro di scrittore. Spero che il tuo eccellente blog continui la sua strada. Non siamo molti ad amare così tanto i libri. Ma possiamo farci sentire, se abbiamo una voce come la tua.
    Grazie
    Paolo Lanzotti

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