“Il grande Fuoco” di Krysten Ritter, Sperling &Kupfer editori. A cura di Cristian Runfolo

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Dall’inglese to thrill – fremere, rabbrividire – thriller rappresenta quel filone cinematografico/narrativo che utilizza il mistero, la sorpresa, la tensione e la paura per generare nello spettatore/lettore la suspense. Elementi che, a dire il vero, non ho riscontrato in questo romanzo, interessante, avvincente e certamente valido che tuttavia, a mio avviso, non appartiene al genere dichiarato, ma si identifica meglio in un giallo giudiziario che tenta timidamente di avvicinarsi a un legal thriller, senza mai riuscirci davvero.

Il grande fuoco” presenta, già dall’incipit, quelle sottili forme di anticipazione che, in realtà, hanno il solo scopo di generare aspettative strategiche e incollare il lettore alle pagine del libro.

La protagonista Abby Williams è ormai un affermato avvocato che vive a Chicago, dove gode delle comodità che il suo alto tenore di vita le concede.

Il nuovo caso affidatole la porta nell’Indiana, a Barrens, suo paese natio, nel quale, indagando sulla Optimal Plastics, una multinazionale chimica poco attenta alla salvaguardia dell’ambiente, rivivrà le sofferenze e le angosce vissute, in particolare, durante il difficile periodo del college. Tutto sembra ruotare intorno al mistero della malattia che aveva colpito un gruppo di compagne di scuola, tra le quali spicca il nome della perfida Kaycee Mitchell, un tempo la migliore amica d’infanzia dalla personalità multipla.

 

QUANDO ero all’ultimo anno delle superiori e Kaycee Mitchell e le sue amiche si ammalarono, mio padre aveva una precisa teoria al riguardo.

«Quelle ragazze sono delle poco di buono», ripeteva. «Se la sono cercata.» Era fermamente convinto che fosse una punizione divina e, secondo lui, era proprio quello che si meritavano.

La prima fu Kaycee. Era logico, perché era sempre stata la prima a fare tutto: organizzare una festa, fumare, perdere la verginità.

Camminava in testa al gruppetto delle sue amiche, come il maschio alfa in un branco di lupi. Alla mensa era lei a decidere dove sedersi, e le altre la seguivano; se mangiava, anche loro mangiavano; se giocherellava svogliatamente con quello che aveva nel piatto o se, invece di pranzare, trangugiava un sacchetto di caramelle gommose, le sue amiche facevano lo stesso.

La più cattiva e la più sguaiata era Misha.

Ma la leader era Kaycee.”

 

Incontrerà suo padre, un uomo burbero e silenzioso col quale non ha mai avuto un buon rapporto e che non ha smesso di sentire distante, a volte estraneo.

 

È solo una cena, mi dico. Una cosa rapida. Semplice. Mio padre non ha alcun potere su di me. È soltanto un essere umano, per quanto terribile. Al mondo ci sono persone cattive; a volte capita che siano i tuoi genitori. Ma non può leggermi nel pensiero e non vede i miei peccati, contrariamente a quello che credevo un tempo.

E comunque non posso tirarmi indietro.”

 

L’indagine sulla Optimal, condotta dall’avvocato Abby e dal suo team continua senza sosta, e ogni testimone ascoltato contribuisce a ricomporre in lei ogni dettaglio di quel passato che le è rimasto attaccato sulla pelle come un profumo e dentro gli occhi, come lacrime mai del tutto lasciate fluire.

I dialoghi sono molto belli e credibili, così come le descrizioni minuziose, mentre la trama procede nel suo inesorabile e lento snocciolarsi che, più volte, risulta monotono e stucchevole, specie per chi, come me, non sa nulla di iter giudiziari e vorrebbe scoprire in fretta dettagli diversi, meno tecnici e più umani.

IL lunedì mattina, Joe e io discutiamo della strategia da seguire. Abbiamo una probabilità su mille che un tribunale consideri come prove i nostri sospetti raffazzonati, ma citeremo comunque in giudizio la Optimal nella speranza che i suoi dirigenti si spaventino e ci forniscano loro stessi le prove di cui abbiamo bisogno.

Siccome prima di mercoledì non è possibile avere un appuntamento in tribunale, ho un paio di giorni a disposizione per mettere insieme un discorso coerente e cercare una procura disposta a occuparsi degli aspetti penali della vicenda.”

La seconda parte del romanzo registra un interessante cambio di marcia: la narrazione si fa più coinvolgente e meno tecnica, trascinando il lettore fin dentro le atmosfere che caratterizzano la vita di quella piccola cittadina e i misteri che sembrano quasi accomunare la sua intera popolazione.

Da Plantation Road svolto sulla Statale 12, che dopo un po’ diventa Main Street, e vengo assalita dall’odore di letame e dall’afa. Siamo solo a metà giugno, alla fine dell’anno scolastico, ma la temperatura è già torrida e i campi inaridiscono sotto il sole. Dopo un paio di chilometri passo accanto a un cartello nuovo di zecca:BENVENUTI A BARRENS, 5.027 ABITANTI.”

Da dieci anni vivo a Chicago, da tre faccio l’avvocato. Dopo sei mesi in uno studio privato, sono stata assunta al CEAW, che si occupa delle vertenze ambientali.

Ho un futuro, una vita, un appartamento pulito e luminoso in un condominio di Lincoln Park stracolmo di libri e senza nemmeno una Bibbia. Mi vedo con gli amici nei locali del centro dove si bevono cocktail con ingredienti come lillà e bianco d’uovo. Perché ho degli amici, adesso. E fidanzati, se così si possono chiamare. Ne ho quanti ne voglio, anonimi e indistinguibili, che entrano ed escono dal mio letto e dalla mia vita quando lo decido io.

Di notte non ho quasi più incubi.

Ho giurato molte volte che non sarei mai più tornata a casa. Ma poi ho capito che è inutile cercare di sfuggire al proprio passato, come ogni manuale di auto-aiuto ripete.

Barrens ha radici profonde dentro di me. Se voglio liberarmene una volta per tutte dovrò reciderle con le mie stesse mani.”

Devo dire che, malgrado il disorientamento iniziale, ho molto apprezzato questo romanzo che, pur basandosi su una trama lineare e un intreccio pulito, mi ha sorpreso più volte per ogni pezzo di passato della giovanissima Abby emerso in maniera limpida e approfondita pagina dopo pagina.

La caratterizzazione dei personaggi è eccellente, così come la meticolosa messa in evidenza degli aspetti più intimi della personalità di ognuno.

Un paio di colpi di scena azzeccati accompagnano il lettore verso l’epilogo, risolvendo del tutto il conflitto della protagonista e mantenendo fede alla promessa fatta nel prologo: niente brucia come la verità.

Abby ha avuto la forza e il coraggio di cercarlo, fino in fondo, rischiando la solitudine e forse la sua stessa vita.

Unico neo, la lunga e noiosa parte iniziale.

Consigliato!

Criss Runfolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“La carovana dei Dannati” Blog tour. “Sussurri” di Antonio Nunziante. A cura di Alessandra Micheli

 

Non è un caso che la raccolta di racconti “Sussurri” dell’enigmatico dottor Notte si apra con un’ inquietante citazione, tratta da Ezechiele 25:17

Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dall’iniquità degli esseri egoisti e della tirannia degli uomini malvagi.

 

E non è neanche un caso che lo stesso roboante anatema sia a sua volta utilizzato da uno dei protagonisti del film pulp fiction. Nulla nel mondo della Notte è scelto a caso. Del resto il film stesso è una esaltazione critica dei mali della nostra società laddove la violenza, la corsa all’oro, non sono altro che elementi di una immensa fiction chiamata vita. Come direbbe Pirandello siamo tutti comparse in uno spettacolo che può oscillare tra la commedia e la tragedia. Penose marionette in balia di un demiurgo beffardo e dai sordidi intenti, circondato da ghignanti mostri che ridono delle nostre acrobazie penose.

Eccoci alla chiave di lettura del testo, che, seppur scritto per evasione, in realtà contiene un notevole substrato filosofico. Un qualcosa  che, specie oggi, è di importanza capitale: ossia identificare cos’è oggi, il vero male, catalogare chi sono i nostri demoni, cosa fanno e dove si insinuano. E ci pensa il dottor Notte, padrone dell’oscurità di quelle sezioni del cervello avvolte di tenebra a raccontarcelo con sei agghiaccianti racconti, resi ancor più spaventosi dal loro realismo.

Perché i demoni qua raccontati noi li conosciamo benissimo, ci viaggiamo, ci dialoghiamo ogni santo giorno che la divinità oscura ci manda sulla terra. Camminiamo accanto all’odio, alla rabbia, alla volontà di emergere, al denaro intinto di sangue, al dolore incapace di integrarsi con il senso della vita, ai venditori di morte considerati semplicemente degli imprenditori, all’incapacità di rendere il diverso accettato e accolto. Tutti questi sono presenti in ogni straordinario racconto che diviene perifrasi e autobiografia della nostra malata traballante società. In fondo il dottor Notte ci avverte, all’inizio del nostro viaggio, di quali dissacranti incontri ci riservano quelle pagine:

 

Ha bisogno di mostri. Ne abbiamo bisogno tutti prima o poi quando sentiamo le zanne di quella bestia partorita dalla nostra mente che ha la forma e l’odore delle nostre paure….un demone che giorno dopo giorno comincia a seguirci sempre più da vicino, finché non lo vediamo riflesso allo specchio alle nostre spalle

 

Ed è però nella dicitura mostro che il dottor Notte ci regala, tra la sua tetra follia, una corda con cui risalire dall’abisso del dolore, del fallimento, della disperazione: mostro ossia monstrum il prodigio, la meraviglia, l’ignoto che sta a noi colorare di brillanti colori o di tetre ombre. È nel bisogno del prodigio a ogni costo, che sia il mondo al di là dello specchio o un tentativo grottesco e molto frankestiano di combattere la morte, di sconfiggerla e di ballare con essa affinché tolga le sue acuminate unghie dal cuore. Ma attenzione, dal monstrum noi possiamo trarre anche il demone, ossia la divinità che assume e deve assumere la bipolarità propria della vita, la distruzione e la crescita. E sta a noi nutrire, anzi scegliere di nutrire la faccia che preferiamo. E anche qua sta il monito del demiurgo letterario. Attenzione che nutrendo la volontà di potenza senza la compassione si generano mostri, a cui è necessario risucchiare un’anima che è resa inservibile dalla decisione abominevole di servire il proprio ego e non la comunità. Ed ecco gli orrori di Pietra Blu, in cui il politicamente scorretto è emblema della società consumistica che pensa a manifestarsi senza mai essere.

Abbiamo il demone del denaro che per essere creato non disdegna la sua natura sanguinaria: Elephant Hill dove per ironia della sorte il latore di morte torna in seno a una Dea primitiva, signora dello scarto, fagocitatrice dell’imperfetto, e desiderosa di nutrirsi della nostra peggior inclinazione umana: la violenza.

Abbiamo il delicato e disperato racconto di Tra le coperte, omaggio al genio folle di chi ha tentato in modo faustiano di imporsi sulla morte, di combatterla non per amore ma per profondo, inconfessabile distruttivo senso di colpa. E abbiamo l’odio, il motore per eccellenza del nostro vivere quotidiano, designare come in una trita commedia il capro espiatorio, reo di condannare la nostra creatività alla morte, reo di trascinarci nell’abisso. Ed è un meccanismo conosciuto, orrorifico più delle crude immagini del nostro dottor Notte, quello che sposata la responsabilità della nostra vita da noi all’altro, rendendoci eterne tristi comparse e mai protagonisti dei nostri fallimenti. Quanto cambierebbe la società se noi accettassimo lo scotto di ogni nostro si.

Ultimo racconto, emblematico e forse difficile da raccontare, per la sua capacità di adattarsi alla nostra personale situazione psicologica è la canzone di Tabhita. Un canto dolce e terrificante, capace di sorpassare e creare la porta tra due dimensioni l’onirica e la reale, entrambe così importanti da doverle mantenere intatte e sane. Basta una parola di troppo, un passo sconsiderato per rovinare l’armonia dei mondi. Del resto oltre lo specchio non c’è nient’altro che la versione distorta o forse più realistica del nostro io, delle nostre colpe e per ironia della sorta la chiave della nostra salvezza.
Vi invito a entrare nel modo delirante (ma sarà poi così assurdo?) del nostro Antonio Nunziante e lasciare che i demoni vi parlino.

Non fuggiteli.

Non temeteli.

Essi sono, forse, la parte migliore di voi stessi, quella da cui ricominciare.
Buon viaggio.

E mi raccomando chiudete la porta della vostra cameretta.

Certi canti non sono semplici motivetti alla Sanremo.
Io vi ho avvertiti.