“La carovana dei Dannati” Blog tour. “Sussurri” di Antonio Nunziante. A cura di Alessandra Micheli

 

Non è un caso che la raccolta di racconti “Sussurri” dell’enigmatico dottor Notte si apra con un’ inquietante citazione, tratta da Ezechiele 25:17

Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dall’iniquità degli esseri egoisti e della tirannia degli uomini malvagi.

 

E non è neanche un caso che lo stesso roboante anatema sia a sua volta utilizzato da uno dei protagonisti del film pulp fiction. Nulla nel mondo della Notte è scelto a caso. Del resto il film stesso è una esaltazione critica dei mali della nostra società laddove la violenza, la corsa all’oro, non sono altro che elementi di una immensa fiction chiamata vita. Come direbbe Pirandello siamo tutti comparse in uno spettacolo che può oscillare tra la commedia e la tragedia. Penose marionette in balia di un demiurgo beffardo e dai sordidi intenti, circondato da ghignanti mostri che ridono delle nostre acrobazie penose.

Eccoci alla chiave di lettura del testo, che, seppur scritto per evasione, in realtà contiene un notevole substrato filosofico. Un qualcosa  che, specie oggi, è di importanza capitale: ossia identificare cos’è oggi, il vero male, catalogare chi sono i nostri demoni, cosa fanno e dove si insinuano. E ci pensa il dottor Notte, padrone dell’oscurità di quelle sezioni del cervello avvolte di tenebra a raccontarcelo con sei agghiaccianti racconti, resi ancor più spaventosi dal loro realismo.

Perché i demoni qua raccontati noi li conosciamo benissimo, ci viaggiamo, ci dialoghiamo ogni santo giorno che la divinità oscura ci manda sulla terra. Camminiamo accanto all’odio, alla rabbia, alla volontà di emergere, al denaro intinto di sangue, al dolore incapace di integrarsi con il senso della vita, ai venditori di morte considerati semplicemente degli imprenditori, all’incapacità di rendere il diverso accettato e accolto. Tutti questi sono presenti in ogni straordinario racconto che diviene perifrasi e autobiografia della nostra malata traballante società. In fondo il dottor Notte ci avverte, all’inizio del nostro viaggio, di quali dissacranti incontri ci riservano quelle pagine:

 

Ha bisogno di mostri. Ne abbiamo bisogno tutti prima o poi quando sentiamo le zanne di quella bestia partorita dalla nostra mente che ha la forma e l’odore delle nostre paure….un demone che giorno dopo giorno comincia a seguirci sempre più da vicino, finché non lo vediamo riflesso allo specchio alle nostre spalle

 

Ed è però nella dicitura mostro che il dottor Notte ci regala, tra la sua tetra follia, una corda con cui risalire dall’abisso del dolore, del fallimento, della disperazione: mostro ossia monstrum il prodigio, la meraviglia, l’ignoto che sta a noi colorare di brillanti colori o di tetre ombre. È nel bisogno del prodigio a ogni costo, che sia il mondo al di là dello specchio o un tentativo grottesco e molto frankestiano di combattere la morte, di sconfiggerla e di ballare con essa affinché tolga le sue acuminate unghie dal cuore. Ma attenzione, dal monstrum noi possiamo trarre anche il demone, ossia la divinità che assume e deve assumere la bipolarità propria della vita, la distruzione e la crescita. E sta a noi nutrire, anzi scegliere di nutrire la faccia che preferiamo. E anche qua sta il monito del demiurgo letterario. Attenzione che nutrendo la volontà di potenza senza la compassione si generano mostri, a cui è necessario risucchiare un’anima che è resa inservibile dalla decisione abominevole di servire il proprio ego e non la comunità. Ed ecco gli orrori di Pietra Blu, in cui il politicamente scorretto è emblema della società consumistica che pensa a manifestarsi senza mai essere.

Abbiamo il demone del denaro che per essere creato non disdegna la sua natura sanguinaria: Elephant Hill dove per ironia della sorte il latore di morte torna in seno a una Dea primitiva, signora dello scarto, fagocitatrice dell’imperfetto, e desiderosa di nutrirsi della nostra peggior inclinazione umana: la violenza.

Abbiamo il delicato e disperato racconto di Tra le coperte, omaggio al genio folle di chi ha tentato in modo faustiano di imporsi sulla morte, di combatterla non per amore ma per profondo, inconfessabile distruttivo senso di colpa. E abbiamo l’odio, il motore per eccellenza del nostro vivere quotidiano, designare come in una trita commedia il capro espiatorio, reo di condannare la nostra creatività alla morte, reo di trascinarci nell’abisso. Ed è un meccanismo conosciuto, orrorifico più delle crude immagini del nostro dottor Notte, quello che sposata la responsabilità della nostra vita da noi all’altro, rendendoci eterne tristi comparse e mai protagonisti dei nostri fallimenti. Quanto cambierebbe la società se noi accettassimo lo scotto di ogni nostro si.

Ultimo racconto, emblematico e forse difficile da raccontare, per la sua capacità di adattarsi alla nostra personale situazione psicologica è la canzone di Tabhita. Un canto dolce e terrificante, capace di sorpassare e creare la porta tra due dimensioni l’onirica e la reale, entrambe così importanti da doverle mantenere intatte e sane. Basta una parola di troppo, un passo sconsiderato per rovinare l’armonia dei mondi. Del resto oltre lo specchio non c’è nient’altro che la versione distorta o forse più realistica del nostro io, delle nostre colpe e per ironia della sorta la chiave della nostra salvezza.
Vi invito a entrare nel modo delirante (ma sarà poi così assurdo?) del nostro Antonio Nunziante e lasciare che i demoni vi parlino.

Non fuggiteli.

Non temeteli.

Essi sono, forse, la parte migliore di voi stessi, quella da cui ricominciare.
Buon viaggio.

E mi raccomando chiudete la porta della vostra cameretta.

Certi canti non sono semplici motivetti alla Sanremo.
Io vi ho avvertiti.

 

 

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