Attraverso la storia. Incontro con il mito di Pochahotas. A cura di Valentina Menechini

 

Quando i primi coloni assieme a John Smith, giunsero in Virginia, nel luogo in cui fonderanno la colonia di Jamestown nel 1607, non trovarono affatto un mondo vuoto: la zona era popolata da diverse tribù di nativi, i quali avevano con sé tradizioni secolari e una società organizzata.

Molti di loro vivevano di agricoltura, di caccia o di pesca; erano politeisti e i loro dei differiscono a seconda del loro modo di vivere, ovvero se erano cacciatori pregavano affinchè trovassero buone prede e così via.

Nelle cariche religiose le donne non erano escluse, in alcune tribù le donne si occupavano dei canti rituali, compito assai importante e sacro. Non solo erano importanti nella religione, ma persino alcune tribù erano fondate da una società di tipo matriarcale, mentre le restanti erano patriarcali.

I nativi non avevano alcun tipo di scrittura e parlavano più di mille lingue e dialetti diversi, tutte le loro tradizioni e riti si tramandavano per via orale e molto spesso chi si occupava di trasmettere le nozioni, si trovava anche a recitarle e interpretarle con toni di voce e mosse diverse per enfatizzarne il contenuto.

Si presume che questi uomini abitassero quelle terre da prima dell’avvento del cristianesimo e si crede che siano state delle popolazioni migrate dall’Asia attraverso lo Stretto di Bering e che poi in seguito si distribuirono lungo tutto il continente. Come descritto sopra, nel nord si svilupparono questo tipo di culture, mentre al sud si formarono grandi imperi come quelli Maya, Aztechi o Inca, costituiti da grandi città, templi e persino una scrittura e una lingua che li accomunasse, purtroppo distrutti completamente dopo l’arrivo degli spagnoli, lo stesso vale per il nord America.

Inizialmente i coloni di Jamestown intrattennero dei rapporti pacifici con i nativi, da loro chiamati “selvaggi” o “indiani”, così come li aveva denominati Cristoforo Colombo al momento del suo sbarco; successivamente però cominciarono a formarsi dei conflitti e ciò porterà alla distruzione di molte tribù e al successivo confinamento entro riserve, tuttora esistenti.

Non sappiamo molto riguardo i selvaggi, poiché gli storici e scrittori si occuparono della loro cultura, molto dopo averli conquistati, ma grazie ad alcuni resoconti di viaggi ed esplorazioni, scritti dai primi coloni siamo riusciti a percepire alcune informazioni su di loro, come ad esempio la pratica di adozione di uomini bianchi all’interno delle tribù, ciò sanciva un accordo di amicizia, un simile evento è riportato negli scritti del capitano John Smith.

È proprio grazie ad essi, se siamo venuti a conoscenza delle origini del mito di Pocahontas, figlia prediletta del grande capo tribù Powathan.

In particolar modo nello scritto pubblicato nel 1624, ovvero circa otto anni dopo la morte di Pocahontas, con il titolo di “The Generall Historie of Viriginia, New England and the Summer Isles”, si narra l’evento che la renderà poi famosa: il salvataggio di John Smith.

Difatti John Smith, durante i suoi viaggi di esplorazione fu catturato dai selvaggi e condotto dal loro capo Powathan, il quale decise di ucciderlo, ma proprio nel momento in cui stava per compiere l’atto, Pocahontas lo blocca prendendo tra le sue braccia, la testa del capitano, risparmiandogli così la vita. Così lo descrive:

 

“[…] a long consultation was held, but the conclusion was, two great stones were brought before Powathan; then as many as could, laid hands on him, dragged him to them, and thereon laid his head and being ready with their clubs to beat out his brains, Pocahontas, the King’s dearest daughter, when no entreaty could prevail, got his head in her arms and laid her own upon his to save him from death […]”.

Successivamente strinsero un patto di amicizia, secondo questo rito

“Two days after, Powathan, having disguised himself in the most fearfulest manner he could, caused Captain Smith to be brought forth to a great house in the woods and there upon a mat by the fire to be left alone. Not long after, […] Powathan more like a devil than a man, with some two houndred more as black as himself, came unto him and told him now they are friends […]”.

Infine fu riportato a Jamestown e da allora Pocahontas contribuì portando loro i rifornimenti necessari per non farli morire di fame.

Purtroppo su di lei, oltre questo evento, sappiamo ben poco. Il suo vero nome era Matoaka, da tutti però chiamata Pocahontas, che nella sua lingua significa “piccola svergognata”, per via del suo carattere vivace. Aveva pressappoco dodici anni quando salvò la vita al capitano Smith, successivamente fu battezzata con il nome di Rebecca e si sposò con un lord inglese, John Rolfe, da cui ebbe un figlio, Thomas.

Fu condotta a Londra, presso il re e la corte dove ricevette un’accoglienza degna di una principessa e si diffuse il mito della “belle sauvage”, nome con il quale fu conosciuta per tutto il regno.

Sfortunatamente non tornò più in America, poiché morì in Inghilterra di vaiolo all’età di circa ventidue anni.

Da queste poche fonti biografiche però nel cinema si è riusciti comunque a rendere emozionante la sua breve vita. Ma a parer mio, Pocahontas nel mondo cinematografico non piace molto, poiché la rappresentano sempre come una donna adulta e non una bambina come dovrebbe essere; ad esempio nel film “The New World”, non mi ha dato l’impressione di essere proprio una ragazza di 12 o 14 anni; inoltre tendono spesso a romanzare la sua vita mostrando prima il suo amore verso John Smith, che nasce durante la prigionia di quest’ultimo nel villaggio di Powathan e sfortunatamente questo amore si rivela infelice e lei sembra quasi accontentarsi di John Rolfe.

Per il resto però ritengo che nei film sia ben rappresentato il modo di vivere degli indiani, sebbene forse trovo leggermente esagerati i loro costumi e gli uomini siano sempre rappresentati meno belli e affascinanti degli uomini bianchi.

Il personaggio di Pocahontas per molto tempo rimase ignorato, ma a partire dall’Ottocento, fu riscoperta negli archivi e da allora fu subito mito, si inziò anche a sostenere di una discendenza da parte sua e ciò rende gli americani come una sorta di “nuova razza”.

Lei inoltre è stata idealizzata come dea della fertilità e della terra, da cui tutto nasce, una sorta di Gea del nuovo mondo, su di lei si è sviluppato un grande folklore e vennero scritte anche altre opere su di lei in cui si accentua questa sua spiritualità; come ad esempio scrive il poeta Vachel Lindsay nella sua poesia “Our Mother Pocahontas”:

Her skin was rosy copper-red.

And high she held her beauteous head.
Her step was like a rustling leaf:
Her heart a nest, untouched of grief.
She dreamed of sons like Powhatan,
And through her blood the lightning ran.
Love-cries with the birds she sung,
Birdlike
In the grape-vine swung.
The Forest, arching low and wide
Gloried in its Indian bride.
Rolfe, that dim adventurer
Had not come a courtier.
John Rolfe is not our ancestor.
We rise from out the soul of her
Held in native wonderland,
While the sun’s rays kissed her hand,
In the springtime,
In Virginia,

Our Mother, Pocahontas.”.

In questi pochi versi viene descritta come una creatura appartenente alla natura e si ribadisce come lei sia la sola progenitrice degli americani e non siano però discendenti di John Rolfe, ma solo di lei, creatura mitica, figlia di colui che discende dai lampi.

 

Nonostante le poche fonti biografiche nel cinema si è riusciti comunque a rendere emozionante la sua breve vita. Ma a parer mio, Pocahontas nel mondo cinematografico non piace molto, poiché la rappresentano sempre come una donna adulta e non una bambina come dovrebbe essere; ad esempio nel film “The New World”, non mi ha dato l’impressione di essere proprio una ragazza di 12 o 14 anni; inoltre tendono spesso a romanzare la sua vita mostrando prima il suo amore verso John Smith, che nasce durante la prigionia di quest’ultimo nel villaggio di Powathan e sfortunatamente questo amore si rivela infelice e lei sembra quasi accontentarsi di John Rolfe.

 

Per il resto però ritengo che nei film sia ben rappresentato il modo di vivere degli indiani, sebbene forse trovo leggermente esagerati i loro costumi e gli uomini siano sempre rappresentati meno belli e affascinanti degli uomini bianchi.

Questa rappresentazione di Pocahontas come donna adulta si ritrova anche nelle opere d’arte che la rappresentano: nel periodo in cui fu presentata a corte, suscitò talmente tanto fascino e stupore che l’arte si è prodigata nel rappresentarla nei più disparati modi: c’è chi accentua particolarmente le sue sembianze esotiche e chi invece le nasconde e sembra quasi confondere la principessa con qualsiasi altra dama di corte. Ecco alcuni esempi di suoi ritratti:

In questa immagine è rappresentato il suo battesimo

e questo invece è un suo ritratto:

Pocahontas è stata una delle native americane più conosciute, mitizzate e rappresentate della storia, fu la prima ad essere considerata un’eroina. Possiamo ritenere che la “belle sauvage” abbia contribuito alla formazione della storia americana, ma non possiamo però escludere anche un’altra figura indiana che contribuì alla mitizzazione di queste eroine selvagge: Sacajawea.

Ella è visse intorno al 1800, quindi successivamente a Pocahontas però non possiamo negare che anche su di lei, così come per Pocahontas non si siano sviluppate leggende, storie e fosse riconosciuta come un’eroina e perfino come immagine simbolo del femminismo, nel caso di Sacajawea.

Anche su di lei sappiamo ben poco, sappiamo che apparteneva alla tribù dei Shoshoni e fu data in sposa ad un commerciante francese e contribuì alla spedizione di Meriwether Lewis e William Clark, dal Nord Dakota fino alle coste dell’Oregon tra il 1804 e il 1806. Fu lei a consigliare loro il percorso per le Montagne Rocciose, utilizzato poi per la costruzione della ferrovia californiana.

Ebbe due figli, un maschio e una femmina che molto probabilmente non riuscì a superare l’infanzia. Anche Sacajawea morì in giovane per una causa sconosciuta, si presume fosse febbre.

Su di lei abbiamo pochissime testimonianze, in particolare gli scritti dei due esploratori, ma nonostante ciò anche lei divenne un mito, così come Pocahontas.

Tuttora in America è conosciuta e vi sono stati fatti anche dei film, in alcuni di essi si accenna brevemente a lei.

Queste storie dimostrano come l’America abbia cercato una propria identità e abbia cercato in qualche modo di rendersi unica e speciale tramite la nascita da una dea, come Pocahontas e come in ogni nuovo luogo in cui si sviluppa una nuova civiltà si creino sempre nuovi miti, siano essi ispirati a personaggi realmente esistiti o meno. Inoltre dimostrano come il Paese non si sarebbe mai sviluppato senza il prezioso aiuto degli indiani, nonostante però tuttora i selvaggi siano emarginati, ma non si può fare a meno di ricordare il loro, seppur piccolo, contributo.

 

“La dura fragilità del cristallo” di Flavia Basile Giacomini. A cura di Ilaria Grossi

 

“Sei come un cristallo,Ivan, sei elegante e trasparente come un cristallo, gli diceva suo padre da tutta la vita. E’ troppo facile vedere tutti i tuoi punti deboli, non sai mascherarli. Basta che arrivi un soffio di vento più forte che cadi e ti rompi”

 

Dopo la morte del padre, risuonano prepotenti queste parole nella mente di Ivan Ferrari, figlio viziato e annoiato.

Un “sono fiero di te” avrebbe lasciato un vuoto dal sapore differente e invece solo una vita passata a criticare o a guardare dall’alto di un piedistallo, una presenza che era già assenza.

Ora tocca ad Ivan dirigere l’Impero di famiglia e non far crollare il castello in cui è cresciuto, sotto lo sguardo severo della sorella e gli occhi di speranza della mamma.

Un incontro anzi uno scontro con Chiara De Angelis, ipnotizza la mente di entrambi. Lui biondo, ricco e con una macchina da aristocratico, lei figlia di un tipografo, ribelle e mamma, non nasconde la sua antipatia e diffidenza nei confronti di chi è nato ricco e viziato.

Ivan non è un protagonista che desta antipatie, pur consapevole della sua posizione privilegiata e senza sacrifici, ha voglia di apprezzare la bellezza delle piccole cose.

Con Chiara, assapora una vita fatta di famiglia, una casa semplice e colorata, un amore da cui tornare, il profumo delle cose genuine che sanno di vita vera.

Ivan ha voglia di lasciarsi andare e lo si può leggere nei suoi occhi limpidi, la voglia soprattutto di riscattare un passato fatto solo di feste con amici annoiati e vita facile.

Non cela del tutto le sue insicurezze, ciò lo porterà a “nascondere” per paura di perdere quel che di bello si è creato con Chiara, una storia solo in apparenza semplice, perché la loro è una passione inaspettata, unica e sulla quale troppi occhi sono pronti a spezzare il loro incantesimo d’amore.

Chiara si nasconde dietro una corazza, un passato da ribelle e un incidente che non porta via i sensi di colpa e demoni come quello dell’anoressia, pronti a schiacciarla con il loro peso.

Ivan e Chiara sono davvero fragili come cristallo?

Insieme emanano una grande luce, nonostante le fragilità del loro animo.

Scontrarsi significherebbe ferirsi e scheggiare l’anima in mille pezzi.

La vita però scopre le sue carte inaspettatamente, lo scontro è inevitabile.

Quanto siamo disposti a lottare e andare avanti, consapevoli dei nostri limiti e delle nostre debolezze?

Quando ho deciso di leggere “la dura fragilità del cristallo” non nego che il titolo mi ha decisamente colpito, la trama potrebbe sembrare una storia già letta e invece come una matrioska al suo interno si incastrano tematiche molto delicate, come la depressione post incidente e l’anoressia, la dipendenza da droghe. Non aggiungo altro, lascerò a voi scoprire il tutto.

Con uno stile incalzante, diretto, sincero, da non riuscire a staccarti dalla storia di Chiara e Ivan, tra le pieghe del romanzo, ho avvertito una forte empatia e profondità, attente a svelare le tante sfaccettature e contraddizioni della nostra anima.

 

“Un perpetuo braccio di ferro senza alcun vincitore.

Così vicini seppur così lontani nelle loro pretese”

Buona Lettura

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario

 

“Luna allo zoo” di Roberto Addeo, il seme bianco editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Chi desidera scrivere un testo di narrativa contemporanea oggi, infarcito di giuste considerazioni sulla società odierna, si trova in difficoltà.

Proprio perché è impossibile dare una lettura di un essere così tentacolare, cosi sfumato e cosi invisibile come il post moderno. Appunto post, oltre la modernità che aveva precisi obiettivi, la volontà pedissequa di liberarsi da tanti anacronismi, da tanti inutili ostacoli per abbracciare una visione più razionalistica forse, ma scevra da pregiudizi e superstizioni di quell’immenso oscuro soggetto chiamato reale. Un lavoro titanico che però, non ha fatto altro che produrre nuovi mostri, nuovi demoni, nuovi anacronismi e nuove deliranti percezioni. La corsa verso il successo e l’autoesaltazione si è trasformato in immobilismo sociale e personale.

La lotta contro la credenza popolare non ha fatto altro che produrne di nuove, che hanno semplicemente spodestato i vecchi assiomi culturali. Le periferie tanto odiate, tanto contestate hanno prodotto invece di città multiculturali nuovi avamposti in cui impiantare chiusure, resa ancor più inquietanti da una devastante omologazione. Tutti uguali perché tutti senza creatività, senza prospettive, senza speranza senza volontà di produrre non soltanto parole, dal velleitario suono rivoluzionario ma azioni, che dessero una scossa a questa sonnacchiosa e irritante realtà. Roberto Addeo racconta proprio questo fallimento. Deciso ad allontanarsi da una situazione di chiusura, claustrofobica abitudine non fa altro che spostarsi fisicamente in una nuova prigione, da cui non tenta assolutamente di evadere. Si bea di una velleitaria capacità di pensiero, di illuminazioni momentanee, di grandi filosofie rese possibili dalla democratizzazione della cultura che si offre come gadget a chi accetta il patto di sottomissione dei grandi agglomerati urbani.

Si baratta cioè la capacità di scelta con la pedissequa accettazione di uno status quo che, in cambio di questa sorta di obnubilazione della mente, offre distrazioni, come sesso, alcol e droghe. Ecco che nel testo, il grande potenziale del protagonista, diviene in realtà una tuttologia dell’apparenza, dove apparentemente si brama il cambiamento, la meritocrazia, ma dove in realtà si cerca solo il sollievo, la soddisfazione del bisogno, usando come scusa l’incapacità del sistema di offrire alternative. E questo senza mai, davvero, sfiorare l’essenza delle cose, portare il pensiero e le idee fino a estreme vette, accettarlo e non usarlo come semplice passatempo. Perché osservare il nucleo, il centro delle cose, delle persone e della nostra stessa società alla deriva, significa decidere di abbandonare la periferia di sé stessi, per abbracciare l’immensità di quella sconosciuta zona chiamata esistenza. Perché la periferia per quanto soffocante, per quanto rea di essere un mostro che offre claustrofobia, rassicura, consola, protegge.

Immobilizza è vero ma è questa incapacità di muoversi, di andare a cercare, scoprire, persino ribellarsi, non fa correre rischi. E il protagonista non li corre perché non cerca l’essenza delle cose, pur essendo capace di raggiungere grandi idee, in quella dimensione platoniana da me tanto riverita e amata. Raccogliere la sfida rifiutandosi di portarla avanti è quanto di più degradante esista per un essere umano. Gli archetipi hanno bisogno di un corpo reale, di farsi carne, di farsi azione. Hanno bisogno di incidere sul substrato anonimo delle nostre città, hanno bisogno di immergere le mani nel fallimento e trarne insegnamenti. Hanno bisogno di colorare la monotonia affinché essa diventi stupore. Ecco che la Bologna dei poeti e dei cantautori diventa invisibile e si rende uguale a tante altre città italiane, tutte promesse ma nessuna concretezza. Brutalizzata dal cinismo di chi ha mollato la sfida tempo fa, accontentandosi di banali rimedi alla noia.

Ritratto di una generazione malinconica, forse spietata con sé stessa, incapace di un vero lavoro intellettuale, ma solo di vagheggiamenti pseudo colti che di sostanza, di innovazione non hanno assolutamente nulla.

Un libro che è uno schiaffo sulla faccia ai tanti latori della verità, ai tanti esponenti del radicalismo intellettuale, privi di un reale spessore intellettuale, quello che scava davvero nel fango per dare esempi ai giovani, esempi che non si risolvano lo squallore, ma che al contrario radichino sempre di più nei nostri cuori. E la poeticità, la genialità del protagonista restano sullo sfondo, sussurri inascoltati di una redenzione che ancor oggi attendiamo.

La luna nello zoo è un monito e al tempo stesso una poetica analisi delle nostre incertezze, dell’incapacità di comprendere il potenziale inespresso delle cadute perchè solo una frase è la speranza di salvezza dell’intero libro:

 

È dall’errore che si deve ripartire

 

E io aggiungo che è soltanto dall’arte, quella vera, quella fatta di sinuosi movimenti rotatori che si crea quel gorgo potente e distruttivo capace di spazzare questi tempi inutili e angosciosi.

Ci serve un uragano di innovazione, di creatività, di immaginazione che spazzi via quest’assurda incapacità di rialzarsi e di abbracciare il nostro vero potenziale umano: il cambiamento.