“L’esigenza del silenzio” di Michela Zanarella e Fabio Strinati, Mezzelane editore. A cura di Alma Spina

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L’esigenza del silenzio (Le Mezzelane, 2018) è una silloge poetica a quattro mani scritta da Michela Zanarella e Fabio Strinati, introdotta dalla prefazione di Dante Maffia.

Con sapiente ingegno, Zanarella e Strinati generano un abbattimento delle consuetudini di lettura: approcciandosi a queste opere poetiche, il lettore non è mai a conoscenza dell’autore dell’opera che sta leggendo. Non sa se è una donna o un uomo che scrive, che pensa, che racconta in versi. Questo fa sì che l’attenzione sia completamente rivolta alla parola stessa e non all’associazione poesia-autore (che spesso aiuta nella visione generata dall’opera poetica). Gli echi di questa scelta rimandano a un testo di Jeanette Winterson, Scritto sul corpo (1992): per tutto il corso della vicenda, al lettore è tenuto nascosto il sesso del personaggio narrante e l’immaginazione procede a tentoni. Al tempo stesso, lascia spazio a una fervida possibilità e a dei cambi di prospettiva repentini.

L’individualità che caratterizza il giorno che viviamo viene spazzata via da un’ondata di comunità e mescolanza, di mancata proprietà privata, di figli misti.

Le poesie di Zanarella-Strinati sono parole senza un creatore unico. Solo talvolta si possono intuire, proseguendo per le strade acciottolate del loro intrecciarsi, dei tratti caratteristici dell’uno o dell’altra e trarre una didascalia, una scheda dati, una raccolta di impronte che ci permetta di intuire chi sia a parlare.

Solo verso la metà del libro questa terribile necessità ha completamente abbandonato la mente del lettore, facendosi conditio sine qua non dell’intero manoscritto. Se qualcuno ora volesse spiegarmi chi ha scritto cosa, non vorrei proprio saperlo.

 

Respira il vento

che

sui campi di grano ascolta
le nostre voci narrare
di alti campanili e di pianure
chiare come lunghi silenzi.

Parlano i poeti
che

invocano lacrime all’amata sera
senza una ciglia di luce.
Raccontami pure dei tuoi gusti

che
odorano di preghiere
e di questo tuo respirare a colori.
Dimmi pure se una mia lacrima potrà
cadere sul tuo volto
che
è per me tragitto d’immenso,
emozione
che
trema.”

 

Regina di questo componimento è la ritmica, che nella poesia contemporanea spesso viene dimenticata, quasi fosse un vascello relitto sul fondo del mare. La ripetizione di una parolina decisamente insignificante all’apparenza, questo “che” relativo il quale si ripete e si ripete, vuole indirizzare l’attenzione non sul significato della parola stessa ma sul suono e sulla ritmica di questa, quasi a mettere dei segni su uno spartito.

Troviamo la stessa tecnica sonora anche qui:

 

“A volte, mi sento come sequestrato

e a tratti,

come ominoso trambusto
dentro questa minuscola vita di trincea

e spesso,
sento da me un distacco
che stravolge senza freni
il difetto della macchia, di quest’ombra
spesso schiava della strada
e poi,
tutto ricomincia dietro quella porta
chiusa per errore.”

“(…) Il tuo sguardo è racchiuso in te / come in me si vedono / i segni di un sorriso d’orto
e ascolto i tuoi movimenti in dono, / come l’esigenza del silenzio / quel suono esile che tanto ci appartiene.”

 

In questo componimento troviamo il verso che dà il titolo all’intera opera: “L’esigenza del silenzio”. In questo caso un altro elemento sonoro emerge in superficie: il silenzio viene descritto come un “esile suono”. Mi capitò una volta in Biennale 2013 a Venezia di imbattermi in un’opera che non dimenticherò mai: Kimsooja, un’artista coreana, aveva creato una camera anecoica (di derivazione greca, significa “priva di eco”) ossia completamente insonorizzata, inoltre buia e senza finestre – bene: non ho mai sentito tanto rumore quanto in quella stanza. Il silenzio vero è proprio un suono e uno dei più forti che potremo mai sentire nella nostra piccola piccola esistenza.

E il silenzio è proprio il quid che ci accompagna lungo tutta l’opera. Compare ora come protagonista, ora come antagonista, ora come causa, ora come effetto.

Leggiamo:

“Chissà se un domani capirò / l’amore come pozione / contro le derive del silenzio? (…)” (p.64), ma ancora “(…) Mi piace la tua poesia / al sapore della lana / come il silenzio / riempito di rumore. (…)” (p.67) e ancora “Raccontami il tuo silenzio / come se fosse un viaggio senza / fine oltre le colline (…)” (p.70). Appare talvolta leggermente didascalico questo silenzio, che accompagna il lettore proprio fino alla fine dell’opera. Martellante, non lascia spazio a molta immaginazione, ribadisce e attacca al muro come un chiodo. Leggiamo ancora a pagina 77: “Il silenzio mi guarda e mi tocca / ed io lo lascio entrare nella carne / come fosse una semina nei campi / in pieno sole.”

 

Un libro molto fitto e ricco di parole in cui il silenzio come parola e non come contenuto è il filo conduttore che accompagna. Una parola come fosse il filo di Arianna. Continuo a leggere del silenzio ed esso mi tiene la mano.

Se continuiamo a camminare insieme, prima o poi lascerò il labirinto.

Talvolta ci si imbatte in esempi di maturo utilizzo della parola poetica, con immagini nuove, fresche, le quali donano un respiro ampio, come ad esempio il componimento a pag. 77:

 

“Anima rugiada, / vederti ora come satellite / come scroscio / di sete / sul mio petto ch’è podio / di te, fierezza polline / come sensi inebriati d’atmosfera, / penso al denso / sguardo di miniera / penetrarmi intero / mentre battaglia d’estasi / l’adrenalina / come somma di te / in me che desiderio affiora.” e quello a pag. 88: “Foglie verdi di campo / per donarti primavera / come baccello di speranza / in questa vita al tatto impalata. / Una parrocchia per saperti / protetta / tra cuori di minestra / e una scodella come conforto / durante malinconia / in un letto di spine esacerbate. / Una giacca con scritto / il mio nome invernale: una sciarpa / di lana, una collana di fiori / avvolta di benedizione e una / coperta usata come tramontana.”.

“Zeitgeist Hotel. Ultimo trip di un dongiovanni perbene”, di Reda Wahbi. A cura di Vito Ditaranto.

 

Il suo ultimo ruolo sarebbe stato il più importante della sua vita.

La sua ultima entrata come spirito del tempo sarebbe stata per ironia quella allo Zeitgeist Hotel.

L’unica cosa che desiderava Willhelm Strauss, famoso attore, era morire sul palco avendo solo il tempo per un ultimo trip, cercando di recuperare il suo passato e le tracce di sua figlia scomparsa.

Noi siamo ciò che costruiamo, ma abbiamo davvero il potere di provocare ciò che immaginiamo oppure, più semplicemente, le cose accadono e dobbiamo gestirne le conseguenze?

Un mondo, quello di Willhelm Strauss, fatto di eccessi ma che in pochi giorni gli crolla addosso.

Il contenuto delle paure più grandi può tradursi in realtà ma non perché lo abbiamo immaginato, può prendere forma. Il sentimento di responsabilità, così presente nelle personalità ossessive, può ridursi attraverso il contatto con le proprie fantasie e allenandosi a immaginare qualunque genere di scenario, per poi verificare e percepire che quell’attività mentale non ha alcun potere deterministico.

Nell’ “Ultimo trip di un don Giovanni perbene”, la fantasia più catastrofica rimane nulla più di una fantasia, al pari di ogni altro esercizio di immaginazione che venga invece vissuto come più accettabile.

Siamo tutti capaci di fare del male quando lasciamo scorrere liberamente i nostri pensieri angosciati, ma solo passando all’azione diventiamo colpevoli.

Un libro che va oltre l’immaginario intrecciando la vita del protagonista con situazioni ed eventi paradossali fino a rivelarci qualcosa che non ci saremmo aspettati.

Ogni parola detta è una bugia. La storia stessa sembra una bugia.

A volte i mostri sono solo anime esaltate che vivono in catene e che cercano solo d’essere ascoltati per tornare a essere uomini terreni. E forse Willhelm Strauss, continuerà a vagare fuori dalle pagine di questo libro cercando “L’avvento del mondo nuovo”.

La scrittura del testo è sempre fluida e leggera, le pagine scorrono veloci.

Il libro in un certo senso sembra rappresentare una sorta di vita parallela, il viaggio che si concede il protagonista fuori dalla realtà. Il racconto è una finestra aperta al mondo di chi sogna o meglio rivive i suoi incubi ad occhi aperti… forse troppo in alcuni momenti.

Il libro è originale, nel senso che ha la capacità di relazionare vari generi di scrittura incrociando thriller e noir.

Comunque, anche se alcune situazioni descritte si rilevano alquanto improbabili, se si considera il libro per quello che realmente è: ossia un romanzo che descrive la mente turbata di un uomo dedito agli eccessi, posso affermare che l’opera nel complesso merita di essere letta.

La conclusione è che il bene non può esistere senza il male.

Un romanzo, con un finale a sorpresa. Un libro che scorre velocemente.

Un libro, essenziale e folgorante.

Libro da leggere se si vuole vivere situazioni oniriche e surreali.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.