Dopo lo straordinario successo di “The gift” torna lo straordinario talento di Rebecca Daniels, con ” The Dream. Katie Corfield 2″. Un libro che non potrà non emozionarvi, edito da una eccelsa Dunwich edizioni!

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Sinossi

Una ragazza viene ritrovata da una senzatetto nell’hotel Alexandra. È stata torturata, ma non è morta. È in coma. E il suo destino è legato a quello di altre giovani uccise da un assassino seriale i cui delitti, simili a quelli del mai dimenticato Strangolatore di Boston, gli hanno fatto guadagnare il soprannome di De Salvo Junior. La polizia non ha piste da seguire e non può far altro che richiedere l’intervento di Katie Corfield e Matt O’Brien per andare a caccia di informazioni nella mente della sopravvissuta. Ma Katie non troverà soltanto indizi sull’omicida nei ricordi di Diana Sloane. La memoria della ragazza si rivelerà una trappola pronta a scattare e al suo interno una nuova minaccia attende Katie, una minaccia che arriva dal passato e che ha aspettato anni nell’ombra per poter tornare.

L’autrice

Rebecca Daniels nasce e vive a Boston, dove lavora in un’azienda farmaceutica. Da sempre accanita lettrice, le sue maestre sono Kathy Reichs, Karin Slaughter e Patricia Cornwell. Adora il caffè, senza il quale non potrebbe scrivere, e i suoi cani Rusty e Callie, senza i quali non potrebbe vivere. The Gift, il suo primo romanzo con protagonista Katie Corfield, è stato in vetta alle classifiche Amazon.

 

 

Dati libro

Titolo: The Dream (Katie Corfield – 2)

Autrice: Rebecca Daniels

Genere: Thriller Sovrannaturale

Pagine: 330

Prezzo: ebook € 4,99 cartaceo 14,90

Data di uscita: 29/5/2018

Link di acquisto: Amazon: https://amzn.to/2scq1QJ

Kobo: http://bit.ly/2KUCnon

 

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“Finzioni di poesia” di Giorgio Montanari, Bertoni Editore. A cura di Aurora Stella

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Chi non ricorda l’epica scena de l’attimo fuggente dove un Robin Williams, nei panni di un anticonformista professore di lettere, fa strappare le pagine del libro di letteratura?

Penso tutti.

Comprendere la poesia” si intitolava l’introduzione.

Per comprendere appieno la poesia dobbiamo innanzitutto conoscere la metrica, le rime e le figure retoriche e porci due domande: uno con quanta efficacia sia stato reso il fine poetico e due quanto sia importante tale fine..”

Dopo di che Keating-Williams si adoperava a disegnare il grafico e infine invitava gli studenti a stracciare e gettare nei rifiuti tutto.

E con le parole di Thoreau:

Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto.”

 

li invita ad assaggiare la poesia, a nutrirsene, a farla propria.

Vi chiederete perchè io abbia fatto questo preambolo.

È presto detto: ho avuto la fortuna, in quinta elementare, di avere un insegnate di musica (nonostante fossimo in una scuola pubblica) che, oltre ad insegnarci canto (dagli inti-illimani ai canti legati alle mondine) ci faceva ascoltare musica classica chiedendo di disegnare prima e scrivere poi, le immagini che la musica creava in noi. Conobbi e apprezzai in questo modo Ravel, Smetana, Vivaldi ecc.

E mi convinsi che per apprezzare ogni forma di arte occorresse semplicemente lasciarla parlare, fluire in noi. Almeno fino a quando non frequentai il liceo e là mi insegnarono che la poesia non era solo un vaneggiamento del cuore, ma frutto di una ricerca “pensata”. Di un lavoro certosino fatto di metrica, rime e figure retoriche. Che queste tre signore danzavano dal cuore alla mente del poeta per finire poi impresse nei fogli bianchi.

Illuminata da questa nuova esperienza, ogni volta che vedo una poesia sono tentata di sviscerarla, sminuzzarla, triturarla, spremerla per carpire fino all’ultima metonimia. Per capire se realmente il sonetto che mi propongono abbia due quartine e due terzine e i versi siano endecasillabi. Poi prendo il foglio bianco con il conteggio delle dieresi , sineresi sinalefe e dialefe, sineddoche e rime baciate alternate e… butto tutto. E di nuovo:

leggo la poesia, l’assaporo e lascio che fluisca in me. E la prima immagine che vedo è quella buona.

E nelle poesie di Giorgio Montanari io vedo pennellate di parole.

Se il bacio di Klimt potesse parlare

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Il bacio di Gustav Klimt 1907-1908 –olio su tela- Österreichische Galerie Belvedere, Vienna

 

 

lo farebbe con questi versi

l’intensità di uno sguardo

il calore di un abbraccio

due voci dolcissime,

su cuori all’unisono

un bacio.

Pochi tratteggi

semplici, mistici,

conquistano una tela nuda,

Come un quadro perfetto, mai realizzato.

Un bacio”

O ecco come lo farebbe la “notte stellata” di Van Gogh

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Vincent van Gogh, 1889 –Museum of Modern Art di New York

 

dalla tavolozza di pensieri,

cerco l’espressione di gesti veri.

Divido il respiro con questa stanza.

Guardo oltre il vuoto e vedo

le stelle,

la notte,

le luci.

Il colore blu

Riflessa

nel cielo la luna;

Il colore blu.

Lo so sono scorretta. Dovrei parlarvi di arte pittorica, dell’impressionismo, dell’espressionismo, di Picasso ( al limite di entrambe le correnti) della secessione viennese e via dicendo. Del cubismo come espressione di una pittura temporale, o del celebre “Urlo di Munch”.

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Edvard Munch- 1893 su cartone con olio tempera e pastello- Galleria nazionale di Oslo.

 

Ma preferisco dipingerlo con le parole del Montanari.

Non smettere di sognare

La mente

vive

nella notte.

Non smettere di sognare

Si sente

l’urlo dell’inconscio.”

Vi ho parlato di Picasso. Adesso vi illustrerò Guernica

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 Parigi (1937–1937), Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía

 

Dinamite e vetriolo

hanno occhi per guardare

tutto ciò che compie l’uomo

per poi, infine, giudicare.”

Potrei continuare per ogni poesia, ma preferisco che siate voi, con la vostra immaginazione, con i vostri ricordi, con quello che volete a ravvisare nelle poesie di Giorgio Montanari le pennellate di parole, magari contraddicendomi se preferite.

Buona visione.

 

“Bucaneve nel regno sotterraneo” di Paolo Fumagalli, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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Avete mai sentito parlare dei quadri denominati Danza Macabra?

È uno dei temi iconografici più famosi tipico del tardo medioevo. Inquietante, assurdo, stravagante, incarna la volontà di mostrare un girotondo di scheletri, spettri, figure mostruose, demoni ed esseri umani, tutti impegnati in un folle ballo, grottesco, stridente per la diversità delle figure partecipanti, ma non per questo meno affascinante. Le spiegazioni degli esperti sulle motivazioni e sulla genesi di questa produzione artistica, che non stona assolutamente in un libro dalle sfumature gotiche o in un film di Tim Burton o Alfonso Cuaron, sono molteplici e discordanti.

C’è chi propone la spiegazione moralista, come un memento mori (ricordati che devi morire), visto che gli scheletri sono rappresentazioni della morte, e chi propende per una più sociale e politica, che ricorda molto il significato della poesia della livella di Antonio De Curtis (il nostro Totò nazionale) visto che gli uomini che sono ivi rappresentati sono abbigliati in modo da rappresentare le diverse categorie sociali dell’epoca artigiani, contadini, commercianti, prelati e nobili.

E un intento volto, forse in modo rivoluzionario per l’epoca, a dileggiare le vanità mondane, in vista della vera uguaglianza, quella della tomba.

Vai cercando qua vai cercando là

Ma quando la morte ti coglierà

Cosa resterà delle tue voglie

Vanità di vanità

Braduardi

Eppure, se si osserva attentamente almeno uno dei quadri citati si nota un dettaglio che stona con le più colte spiegazioni e che li avvicina di più all’atmosfera a tratti festosa, leggiadra e scanzonata della canzone di Angelo Branduardi Ballo in fa diesis minore, dove l’imponente terrore della signora–morte viene sconfitto e esorcizzato tramite un ballo quasi irreale, una sorta di seduttivo tango che scioglie la maschera di freddezza, quell’alone di terrificante orrore che da sempre è connesso con l’altro lato dell’esistenza.

E infatti, come ho già accennato, nei quadri si avverte un pizzico di sana follia, un sorriso quasi sarcastico che si fa beffe di ogni moderna concezione quasi soffocante, che dà il pensiero di quel necessario e tanto aborrito passaggio della nostra misera esistenza mortale:

Sono io la morte e porto corona, io Son di tutti voi signora e padrona e così sono crudele, così forte sono e dura che non mi fermeranno le tue mura.

Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo. Posa la falce e danza tondo a tondo . Il giro di una danza e poi un altro ancora . E tu del tempo non sei più signora

Esiste una sorta di oscura allegria in quei dipinti, lieve eppure sfacciata, anacronismo in un’idea, in un contesto dal quale è per tradizione bandita.

Morte è dolore e pianto.

È dramma e perdita.

È vuoto e terrore.

Non esiste sorriso, non esiste giubilo, non esiste che un tetro, inevitabile, soffocante cordoglio.

Non può esserci che orrore e sangue, che superstizione e fuga.

Pertanto, associare il ballo che noi oggi consideriamo atto puramente ludico, appare quasi blasfemo ed eccessivo, una trasgressione che resta oscenamente impunita. Eppure Branduardi lo racconta: la morte è connessa con la sacralità del movimento ritmato, che sembra quasi richiamare il suono originario da cui tutto è disceso a da cui tutto, forse deve tornare.

Ed ecco che, privata del moralismo tipico di un’epoca altamente credente (e cattolica), quell’iconografia risultava ancor più scomoda perché ricordava in quell’epoca di grettezza e chiusura, la poeticità e lo splendore oscuro della Morte, privata dall’eccesso di vita, dalla sfrenata volontà di esistere, della sua armonica bellezza.

Perché questo lungo prologo?

Perché Bucaneve è parte di quella ribellione.

Nasce come volontà pedissequa di ribellarsi alla versione limitante della fine come punizione.

Priva della sua falce, la signora velata diviene custode bellissima dall’avvenenza diversa di un portale che semplicemente accoglie, in un regno forse distorto, ma non per questo meno inebriante, viventi privati delle pastoie limitanti della mortalità. Essi divengono esseri numinosi, degni eredi di quel mondo ultraterreno presente nelle nostre sacre tradizioni etnologiche, che lo appellano con molteplici nomi: Regno dei Faerie, Anwn, Altromondo, Ade, Agharti e così via.

Bucaneve richiama i lontani racconti celtici ricchi di creature assurde, magiche eppur tetre, abitanti a volte dispettosi, a volte benevoli delle regioni denominate Regno dei Faerie.

Questa era una dimensione parallela alla nostra a cui si giungeva attraverso il Sogno, attraverso varchi particolari (come il dormire sotto le fronde di una quercia o all’ombra del biancospino, o attraversare un cerchio di pietre), ma anche attraverso cunicoli sotterranei, sotto quelle collinette misteriose chiamate Tumuli, laddove abitava lo spirito eterno del Weird.

Un mondo diverso eppur simile al nostro, laddove il controsenso (o per dirla in modo anglofono, il nonsense) regnava sovrano, dove la logica era totalmente stravolta, dove i valori, le convezioni, le regole trovavano nuove formulazioni. È da quel substrato mitico che il buon vecchio Carroll trasse l’ispirazione per il libro di Alice, manuale edulcorato seppur grondante di quella particolare vena folle dell’Anwnn per ogni bambino e ogni adulto che agognava il ritorno nelle regioni fiabesche.

In Alice, i personaggi sono presentati come amabili, eppure a un’attenta analisi essi risultano pieni di strane e pericolose (per la morale corrente) idiosincrasie, che sono trasmesse attraverso i giochi logici, le frasi assurde e quel senso velato e seducente di pericolo. Si pensi al ghigno dello Stregatto, alla pazzia del Cappellaio o alla instabile Regina di cuori.

Ogni personaggio lo ritroviamo in Bucaneve liberato da quella patina di perbenismo che Carroll fu costretto a inserire, e si rivela a noi in tutta la sua ammaliante seduzione.

Una piccola digressione.

Ho usato il temine luminosa oscurità non a caso.

In una bellissima descrizione Bucaneve appare vestita di un candido abito, quasi dark ma brillante.

Ora i folti capelli e gli occhi allungati sembravano splendere nelle nebbie grigie come pietre preziose lasciate tra braci ardenti di un cammino. Le membra candide somigliavano già a quelle di una donna adulta…anche il vestito pareva accendersi dei bagliori delicati di perle e sete finissime cosi come facevano le scarpe lucide e ripulite dalla polvere

E questa bellissima descrizione ricorda un brano tratto dal Peredur, presente nella raccolta del Mabinogion:

era caduta la neve durante la notte

un falco aveva ucciso un’anatra…

un corvo si abbatté sulla carne dell’uccello.

Peredur si fermò e vedendo la nerezza del corvo, il biancore della neve, il rossore del sangue

pensò alla chioma della donna che amava di più, nera con il corvo

alla sua pelle bianca come neve

ai pomelli delle sue guance

rosse come il sangue

Lo stesso archetipo di beltà lo ritroviamo in Chertien de Troyes con il suo Perceval, dove tre gocce di sangue sulla neve:

gli rammentano i colori vivi della sua amica bianco fiore…

il vermiglio risaltava sul bianco, cosi le tre gocce di sangue si stagliano sul biancore della neve

Questo perché nel mondo celtico il termine bruno non significa solo scuro, ma anche brillante. Infatti la divinità oscura, la Cailleach, è dotata di un fulgore che non si altera in nessun momento, né all’alba, né al crepuscolo, né di notte.

Lo si vede piuttosto accrescere, risplendere trattenere e diffondere luce. Pertanto, Bucaneve, nella sua veste di divinità sotterranea nella forma di fanciulla, si comporta nel regno sotterraneo come una divinità solare in conformità con l’antica tradizione, diviene così una Dea brillante che non trova contraddizione con l’oscurità, con il nero, con il “dark”.

E tutta questa soffusa luce adombra ogni passo di un testo che, seppur crepuscolare, non manca di una certa lucentezza.

Queste considerazioni divengono ancor più interessanti se si collega il mondo sotterraneo alla morte e al sogno, e sono questi due tratti distintivi che che ne elogiano la natura non distruttiva, corrosiva, a (quella, invece, tanto celebrata da poeti come Edgar Allan Poe) rendendoli semplicemente luoghi di passaggio, laddove il misero velo che nasconde la realtà mistica ai nostri occhi cade e ci mostra una verità diversa dalla quale inevitabilmente veniamo rapiti, affascinati dalla brumosa quasi lunare meraviglia.

Morte e oscurità erano anticamente venerate, non provocavano il terrore cieco che oggi ci pervade, ma semmai meraviglia, stupore e senso di infinita appartenenza.

Bucaneve è fondamentalmente questo.

La capacità di ricordarci come luce e tenebra siano facce della stessa medaglia, che devono essere fuse assieme e mai isolate, devono essere invitate a DANZARE con noi, uniti nella celebrazione dell’armonia, della magnificenza dell’incanto dell’Oscura signora.

Gotico, struggente a tratti stravagante, caliginoso ma garbato, tenero e seducente, la mia Bucaneve riesce regalarci non solo l’immaginazione creativa, tanto amata quanto oggi perduta, ma riesce a sdoganare signora morte e ce la fa abbracciare e perché no, riverire.

Perché la piccola avventuriera trova la strada verso l’altro mondo. E questo altro ci serve proprio perché rovesciato, inquietante, ma profondamente nostro, così vicino all’anima imperitura, come il fiore di cui porta il nome, che Fumagalli omaggia nel suo meraviglioso libro.

Il mio cuore resta rapito da Bucaneve e le sue avventure tanto che l’ultima pagina è stata arricchita da lacrime di nostalgia e da sorrisi incantati. Lasciare il becchino, il gatto del focolare, le streghe e la regina è stato un piccolo dolore. Ma so che rivivranno nei miei sogni, balleranno ancora dinnanzi a me, in attesa di avermi con loro in una partita a “palla morta”.

Intanto le loro voci si intessono con le mie parole… Ascoltate. Non sentite i loro sussurri lievi che vi chiamano?

Non sentite il loro canto che sta intessendo uno stregato arazzo?

Sono loro che vi chiamano… affrettatevi a raggiungerli….