Un autore dalla personalità sfaccettata e affascinante. Un libro coinvolgente e profondo. ecco gli ingredienti di “Senza far rumore” di Riccardo Castiglioni, la ponga editore. Davvero da non perdere!

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A dispetto della corporatura robusta il ragazzo non sente alcuna fatica.
Sale i tornanti della collinetta con evidente agilità; gambe e fiato allenati dalle interminabili partite al campetto. Indossa un paio di jeans invernali accorciati fin sopra il ginocchio e una canottiera scolorita, appena chiazzata di sudore sul petto. Tra le mani – come sempre – l’adorato pallone da basket; procede palleggiando al piccolo trotto, al piacevole ritmo dei rimbalzi regolari di cui si sente perfettamente padrone.
Dà una veloce occhiata all’orologio. Quasi le tre del pomeriggio: ha impiegato tre quarti d’ora abbondanti per raggiungere la Villa. Non sarà a casa prima delle quattro e quando avrà terminato di preparare l’interrogazione di Latino sarà troppo tardi per due tiri a canestro. Impreca a mezza voce al pensiero; allo stesso tempo si rende conto di non avere alternative. Ha promesso al Professore che l’indomani non avrebbe bigiato e si sarebbe presentato alla lezione pronto a farsi interrogare.

 

Sinossi

Una vita vissuta in sordina, una ragazza ignara del pericolo che corre, il passato oscuro che ritorna. Antonio, insegnante in pensione, conosce on line Claudia, un’universitaria appassionata di libri come lui. Le strade dei due si divideranno per colpa di un banale equivoco per poi tornare a incrociarsi quando, dal passato di Antonio, un vecchio incubo dimenticato emergerà minacciando Claudia.

 

 

L’autore

Riccardo Castiglioni è nato nel 1971 a Busto Arsizio, dove risiede. Laureato in Economia e Commercio, è direttore finanziario di una società del settore Ottico.

E’ sposato e ha due figlie.

Senza Far Rumore, il suo romanzo d’esordio, è stato selezionato per concorrere al Premio Scerbanenco 2017.

 

 

 

Conosciamo meglio Riccardo

 

A. Cosa significa essere uno scrittore?

R. Essere uno scrittore è avere il coraggio di dar voce a ciò che si ha dentro. Mettersi in gioco e comunicare il proprio vissuto, mediato attraverso i personaggi della storia che si racconta. Più prosaicamente, essere uno scrittore significa anche cercare un angolino e un attimo di tempo per appuntarsi un’idea nei momenti più imprevedibili, tipo nel bel mezzo di una riunione…

 

 

A. Che cultura letteraria deve avere

R. Non è importante che uno scrittore abbia una “specifica” cultura letteraria. Non necessariamente si deve essere formato sui classici del Novecento: si può diventare scrittori anche dopo aver fatto indigestione di romanzi di Stephen King (che tra l’altro, è un maestro dello storytelling). Una cosa è certa: non si può diventare scrittori se non si è dei lettori voraci.

 

 

A. Cosa pensi del mondo letterario contemporaneo

R. Il mondo letterario contemporaneo è, ahimè, inflazionato e bulimico. Troppi autori, troppi titoli, poca selezione. Se non pubblichi per più di un anno sei già il passato. Vedi, da questo punto di vista sono a scadenza… per lo meno fino a quando non riuscirò a finire la mia seconda fatica 😉

 

A. Quanto conta il talento oggi nella stesura dei libri

R. A giudicare da ciò che propina il mercato, molto poco. Ma resto convinto che anche al giorno d’oggi esistano lettori “evoluti”, in grado di apprezzare un prodotto di qualità indipendentemente dal nome di chi lo ha scritto o dalla Casa editrice che lo ha pubblicato.

 

A. Cosa vuoi comunicare con i tuoi libri

R. Questa è una domanda difficilissima… in fin dei conti “Senza Far Rumore” è il mio primo romanzo. Ma credo fortemente nella possibilità di trasmettere un messaggio anche attraverso la cosiddetta letteratura “di genere”. Nel mio romanzo, in fin dei conti, la vicenda si fa pretesto per indagare l’animo dei personaggi e in particolare del protagonista: la dimensione introspettiva è del romanzo è importante quanto la trama stessa.

 

A. Lasciaci con una frase che ti identifichi

R.

“Se il lettore lo preferisce, questo libro può essere considerato opera di fantasia. Ma esiste sempre la possibilità che un’opera di fantasia come questa getti un po’ di luce su ciò che è andato sotto il nome di realtà” (E. Hemingway)

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Il blog oggi vi consiglia il libro di Giorgia Penzo “Ogni giorno come il primo giorno” Nord edizioni. Un diario per ricominciare. E raccontare, giorno dopo giorno, la sua vita senza la sorella


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Ho iniziato a camminare con lo sguardo dritto davanti a me,

come se cedere e girarmi avesse significato morire.

Ho camminato fino a quando i miei passi non sono diventati una corsa.

Desideravo a tutti i costi conoscere la risposta a quella domanda.

Adesso la so, so cosa siamo. Non c’è più margine di errore.

Noi siamo l’impossibile.

Petra e Cloe erano diversissime – una ribelle, insicura, chiusa in se stessa; l’altra solare e amata da tutti – eppure unite da un legame profondo e sincero. E, adesso che è rimasta da sola, Petra fa una promessa alla sorella: vivrà anche per lei, s’impegnerà a migliorare e a non buttare più la sua esistenza. Niente più feste sfrenate, niente più alcol, niente più brutti voti a scuola. Ma è tutto così maledettamente difficile, con la famiglia che cade a pezzi e tutto il mondo che le urla in faccia che è colpa sua se Cloe è morta in un incidente d’auto. Ma Petra non si arrende e, spinta da una forza di volontà che non sospettava di avere, affronta un percorso di rinascita, aiutata prima da Lore, una compagna di classe scozzese arrivata in Italia per uno scambio culturale, e poi da Dario, uno studente universitario che le fa ripetizioni di matematica in vista dell’esame di maturità.

Dario, un ragazzo enigmatico e affascinante, che la sorprende in ogni occasione e che le apre le porte di un futuro nuovo, radioso.

Ma che allo stesso tempo nasconde un passato oscuro che presto tornerà a reclamare il suo prezzo, mettendo in discussione tutto ciò che Petra ha costruito fino a quel momento…

I problemi a scuola, il rapporto con i genitori, l’amore, le fughe, i traguardi, le delusioni, il bisogno di trovare il proprio posto nel mondo: per Petra, senza più Cloe ma con Dario al suo fianco, ogni giorno sarà come il primo giorno della sua nuova vita.

L’autrice

Giorgia Penzo è nata a Reggio Emilia e, dopo aver conseguito la maturità magistrale, si è laureata in Giurisprudenza a pieni voti. Fin dai tempi della scuola, coltiva la passione per i libri e per la scrittura. Si autodefinisce una nerd, nata nel posto sbagliato e nell’epoca sbagliata. Forse proprio per questo il suo blog conta circa 6.000 iscritti e il suo profilo Twitter 18.000 follower.

“L’evocazione” di Marco Garinei, Il Terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

 

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L’evocazione di marco Garinei è un libro che, nonostante la sua brevità, è dotato dell’aspetto necessario a ogni fantasy: ossia la possibilità di essere letto a più livelli. Quindi avremo un senso letterale l’avventura, uno simbolico l’evoluzione dell’eroe in questo caso della maga Luvie e esoterico ossia il significato più profondo, quello che può invadere sia la sfera sociale che privata, divenendo rappresentazione a volte critica della polis intesa come compagine sociale dotata di bisogni, di convenzioni, di personalità individuali spesso troppo incentrate sul mero interesse personale.

Ed è su questo ultimo aspetto che intendo soffermarmi: l’evocazione come fantasy che pone l’accento su un intricato e annoso problema di gestione del potere, dei suoi limiti e della sua eticità perfettamente rappresentato dallo scontro da due diverse concezioni della magia.

Ed è essenziale per comprendere le intenzioni dell’autore, soffermarsi sulla modalità strutturale con cui ha deciso di introdurre l’argomento: il testo, infatti, non si apre con prologhi o con una lunga premessa ma con il fatto nudo e crudo che è essenzialmente l’intenzione di un divieto, di un tabù. Questa tecnica permette di piombare direttamente in un’atmosfera di profonda tensione, in cui si percepisce istantaneamente il dramma in atto, e ci si concentra non solo sull’infrazione vera e propria ma sui motivi per cui essa è stata compiuta. E il tabù è quello, come dice il titolo, dell’evocazione di un tremendo potere chiamato Elementale. Questi poteri o questi esseri dimensionali hanno una diversa concezione del tempo, dello spazio ma soprattutto delle regole. Il nome stesso li denota come pure forze naturali non limitate o controllate dalla ragione. Da sempre l’elementale è stato percepito come un’entità a se stante, oserei dire inerte che si attiva tra le mani del mago che ha finalità di servirsene. Essendo però, una forza “neutra” essa è dotata di potenzialità illimitata ma anche profondamente dipendente dalle disegni dell’evocatore.

Vediamo cosa dice la semantica.

Di elementale la mia venerata Treccani sentenzia:

[der. di elemento]. – 1. agg. a. ant. Elementare, che ha cioè carattere di elemento o è costituito di elementi

b. Che riguarda gli elementi o la loro natura; è forma usata talora (invece di elementare) nel linguaggio scient.: analisi e. di una roccia. 

2. s. m. Entità di ordine extra-umano (detta anche elementino) che, secondo l’interpretazione teosofica, si manifesterebbe nelle sedute spiritiche al posto delle anime dei defunti, e il cui intervento sarebbe sempre a danno di coloro che la evocano.

 

E se andiamo a fondo scavando nel senso della parola troviamo:

Un elementale è un essere mitologico presente in diverse tradizioni spirituali e animistiche. La parola è un aggettivo nato nell’ambito teosofico, indicante la peculiare caratteristica di tale creatura di appartenere ad uno solo dei quattro elementi classici: acqua, aria,terra e fuoco.

Pertanto un evocatore è colui che compie l’atto di evocare ossia

 L’atto di evocare.

a.Rito diretto a chiamare, per virtù magica, un’anima dall’oltretomba, per lo più a scopo divinatorio, quale fu in uso specialmente presso gli antichi Caldei, Ebrei, Ittiti, Greci, Romani. 

E questo atto lo possiamo meglio comprendere se analizziamo la tradizione dei popoli sopracitati in particolare i romani

Nella religione romana, l’azione rituale con la quale, in prossimità della fine di un assedio, quando l’esercito romano stava per conquistare una città nemica, le divinità tutelari di questa erano invitate ad abbandonare la loro sede di culto, con la promessa di onori uguali o maggiori nell’ambito del culto romano. 

Quindi il fulcro centrale del testo non è soltanto l’uso, oserei dire perfetto, delle credenze popolari e magiche proprie del paganesimo, dei riti animisti, o dell’antica Grecia a dei tentativi magici del medioevo e del rinascimento, ma qua rappresenta un atto peggiore, ossia il tentativo di rovesciare semplicemente, un regime.

E, infatti, è subito chiaro fin dalle prime pagine che tale atto, è essenzialmente contro le convenzioni sociali stabilite da un nuovo ordine che ha messo da parte, o meglio surclassato le vecchie divinità. Il paese di Brask è un avamposto di questo rifiuto del nuovo culto, arroccato in una valle circondata da montagne decisa a opporsi strenuamente e in modo altamente trasgressivo (nel senso di disubbidire le regole) all’avanzata della nuova dominazione del consiglio. Questa violazione ha, ovviamente, conseguenze molto disastrose (non vi svelerò nulla) ma come in ogni storia che si rispetti genera dubbi nei suoi esecutori.

È giusto sottomettere, distruggere e annullare qualcosa o qualcuno solo per delle idee?

Lazard, il mago si trova di nuovo a dubitare della liceità o meglio dell’eticità di un atto che dovrebbe avere come suo obiettivo la difesa dell’equilibrio.

Ma di quale equilibrio?

Quello naturale o si tratta di un mero equilibrio politico?

Le due fazioni in guerra hanno la loro ragione di esistere o entrambe sono frutto di una distorsione del pensiero?

Il richiamo che questa scena ha avuto nella mia psiche è di tipo storico. Non posso non leggere tra le righe del racconto un’altra atroce pagina di storia, quella che vide la nuova religione il cristianesimo, scagliarsi con ferocia sul catarismo, reo di violare le nuove regole di convivenza. O come le definisco io, di natura gerarchica.

E non posso non ricordare la Linguadoca nella descrizione della toponomastica del luogo raccontato da Garinei, montagne, e grotte in cui si consumano riti innominabili e non paragonarli con la regione dell’Aude. Anche in quelle regioni come nella città di Brask la resistenza al cambiamento era connessa con la convinzione che, perdere i propri dei avrebbe condannato alla povertà e alla decadenza.

 

Noi non riconosciamo la giustizia dei maghi, ma soltanto quelle dei nostri dei

 

E qua presente la stretta unione tra religione e giustizia come se il sistema di credenze fosse il primo responsabile dell’evoluzione di un paese. Un’idea che frulla nella mente di studiosi da secoli, e che produsse il bellissimo saggio di Max Weber ‘Etica protestante e lo spirito del capitalismo”. Questo saggio assume come concezione che sia proprio il sistema valoriale della religione (ossia del legame tra noi e la divinità, ma anche la concezione stessa dell’universo) a determinare la ricchezza o meno di un paese, di una nazione o di un clan.

Nonostante la mia noiosa digressione a voi la scelta, Potrete leggere il testo solo come un racconto fantasy fatto di battaglie e di magia. Oppure potrete lasciare spazio alla domanda che fa da sfondo all’intera vicenda:

 

Qual’era il confine tra ciò che era o non era accettabile?

Gli dei?

Gli uomini?

 

È da questa risposta che nasce la società che sogniamo, quella che abbiamo o quella che vorremmo.