“A me le guardie! il Ciclo della Guardia vol.1” di Terry Pratchett. A cura di Davide Lambiase

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Terry Pratchett è un nome che un po’ tutti dovrebbero conoscere anche solo per sentito dire. Genio, scrittore comico che fa della satira e dell’umorismo la sua arte, meriterebbe di essere letto da chiunque. Già la premessa che ci offre in “A Me le guardie!” dovrebbe prepararvi al capolavoro che vi troverete di fronte.

 

«Potete chiamarli Guardie di Palazzo, Guardie Cittadine o Guardie e basta. Qualunque nome abbiano, in ogni opera di genere fantasy-eroico il loro scopo è lo stesso: più o meno al capitolo 3 (o dopo 10 minuti di film) irrompono nella stanza, attaccano l’eroe uno alla volta e vengono massacrati.
Nessuno chiede mai se sono d’accordo.
Questo libro è dedicato a quei nobilissimi uomini.»

 

Quindi addentate i vostri figgin e seguitemi in questa introduzione al romanzo.

Il romanzo si svolge quasi interamente nella città di Ankh-Morpork (nel mondo Disco), e segue le vicende della Guardia Notturna composta da soltanto tre uomini. Esattamente, tre uomini, e pure non troppo svegli. Vivono la loro vita monotona, impegnandosi a non far rispettare la legge nella città (sì, avete capito bene). Ma due eventi in particolare cambieranno le carte in tavola, spezzeranno l’equilibrio di Ankh-Morpork e attiveranno le guardie. Prima di tutto, l’arrivo in città di un nano molto particolare, Carota, con la forza di un bue sotto steroidi e l’intelligenza di un blob. Ma Carota è speciale, ovviamente. È un contadinotto che vuole entrare a far parte della Guardia Notturna e multare tutti quelli che gli capitano a tiro, come un vero tutore della legge. Peccato che ad Ankh-Morpork (che a me viene da pronunciare An-Macchepporc) la legge non sia propriamente tale. Il crimine è stato regolarizzato e nessuno bada all’autorità delle Guardie. In realtà, questi poveri uomini sono soltanto messi lì per fare scena. Non come un tempo…però l’arrivo di Carota cambierà le carte in tavola e, non solo, regalerà al lettore sincere risate.

Il secondo evento importante è lo sconvolgimento totale della quiete cittadina. Strane voci girano ad Ankh-Morpork, voci che parlano del ritorno di una leggenda…un drago. Sarà mai vero, o è solo follia collettiva? I due avvenimenti, magistralmente combinati insieme dal caso, spingeranno le Guardie a dover agire, in un modo o nell’altro, per salvaguardare l’equilibrio barcollante della loro città.

A mettere in riga la nuova recluta Carota saranno le tre Guardie: Il Caporale Nobbs, il Sergente Colon e il Capitano Vimes, coi loro infiniti difetti e problemi. Tre uomini comuni, paurosi, scossi da un evento passato. Sarà proprio l’arrivo di Carota e le investigazioni sul presunto drago a ribaltare la vita di questi tre uomini, il cui unico grande impegno fino a quel momento era stato gridare «Sono le due e tutto va beeeene!».

Insomma, questo romanzo è geniale, riesce a trascinarci all’interno delle sue pagine con estrema facilità. La prima cosa che salta all’occhio (soprattutto per chi non si è mai approcciato a questo autore) è la grande comicità con cui vengono affrontati gli eventi del libro e, in particolar modo, come vengono visti e trattati gli stereotipi del fantasy. Insomma, c’è di tutto per ogni palato: l’eroe stupido, senza genitori e adottato; le gilde, le maledette gilde; i nani rissaioli, i saggi sperduti chissà dove che sanno tutto e non dicono mai niente, le profezie. Pratchett prende tutto questo e lo mescola con maestria, usando gli stereotipi a proprio vantaggio. Lo stile è molto scorrevole e incentrato spesso e volentieri sui dialoghi. Una volta cominciato a leggerlo, senza accorgervene vi ritroverete già alle ultime pagine. Durante la lettura ho stentato a contare tutte le volte che ho riso, o ho riletto un passaggio per crogiolarmi nella genialità della prosa.

Un occhio di riguardo va anche ai personaggi di contorno che più di una volta riescono a rubare la scena. Lady Ramkin, ad esempio, la strampalata signora che accudisce i draghi di palude. Oppure Mi-Voglio-Rovinare, che non avrebbe problemi a vendervi un Rene di Unicorno Peloso a tre dollari invece che quindici, perché…indovinate? Si vuole rovinare. E il Bibliotecario, oh! Occhio a dire la parola con la s in sua presenza, è facilmente suscettibile. Basta non scim-…ehm, orango, volevo dire orango.

Potrei rimanere ore qui a descrivervi ogni piega della trama, ogni colpo di genio, ogni dialogo che mi ha fatto lacrimare dal ridere.

Ma poi vi toglierei il gusto di esplorare questo libro così come ho fatto io.

Quindi, perché siete ancora qui?

Che aspettate, correte a leggerlo!

 

“Le mie seconde Chiavi” di Anna Spampinato, Montang editore. A cura di Raffaella Francesca Carretto

Con Le mie seconde chiavi scopriamo il mondo dei sentimenti traditi, delle illusioni d’amore, di come il nostro mondo (quello di una donna innamorata) può cambiare, in meglio o in peggio, ma anche di come ci si accorge che nella vita possiamo trovare inaspettatamente l’amore, quello assoluto, totalitario, e forse però anche sbagliato; quell’amore che ci fa battere forte il cuore, ma che ce lo spezza quando questo viene tradito e disilluso.

Perché un uomo decide di avvicinarsi ad una donna, dirle determinate cose, fare determinati gesti e poi diventare un estraneo a distanza di qualche ora

E attraverso le righe e le pagine del suo romanzo, Anna Spampinato ci narra proprio la storia di un tradimento e di una rinascita, e perché no, della voglia di riscatto dalla sofferenza.

Quando una donna trova quell’amore che trasporta e coinvolge, che la fa star bene, che le fa toccare il cielo con un dito, quanto più in alto vola, tanto più dolorosa e fatale è la caduta nel momento in cui il suo amore viene tradito o non basta alla coppia per essere tale.. Ecco, parliamo di questo, un tipo di amore a volte malato, per un uomo che non ha rispetto della donna che ha al suo fianco o che sceglie per vivere una storia, un uomo egoista, pieno di sé, che ha bisogno di conferme nel suo essere un conquistatore, un accentratore tronfio e pieno di sé nel momento in cui instaura un rapporto affettivo…o forse meglio dire anaffettivo, perché un uomo così, che non sa dire “ti amo”, seppur dica di provare un sentimento, un trasporto… ebbene, un uomo così non sarà mai in grado di lasciar fluire i propri sentimenti e donarsi completamente alla partner..

Ecco chi è Riccardo, un uomo che non sa dire ti amo, e se pur prova quel sentimento, lo nasconde dietro a silenzi

… lui non è come lei. Lui non riesce ad esternare i suoi pensieri, continua ad ostinarsi a non volerlo fare. Il suo silenzio è colmo di parole per Flaminia, ma lei non le sente.

…un uomo che fa degli errori, giustificandosi sempre, facendo passare dalla parte del torto chi interloquisce con lui, facendo passare se stesso per la povera vittima, per quello che non ha mai detto nulla di più di quel che poteva… ecco chi è quest’uomo, un vile e becero traditore, che tiene legata a sé una donna ma non ha il coraggio di scegliere lei sola.

É una storia che ci viene raccontata in più tempi, alternando eventi presenti e passati di questo amore, che è giunto all’epilogo, ma che ha lasciato un segno su ognuno dei protagonisti. Si legge quindi di episodi presenti e del passato, riportando alla memoria ricordi spensierati e indimenticabili, e anche momenti dolorosi.

Con Le mie seconde chiavi, ci avviciniamo a una lettura ricca di sentimento, in cui protagoniste sono anche le scelte, e non solo quelle d’amore, o forse lo sono quelle scelte che riflettono l’amore per se stessi, quello positivo, che guarda al bene di una persona, al suo “sopravvivere” e riprendersi il proprio equilibrio emotivo. Questo però non è  solo un romanzo che tratta di un amore tradito e beffato, illuso e ingannato, ma è qualcosa di più. Lo si legge tra le righe, le frasi lette, le frasi non dette tra i protagonisti, e quelle sprecate.

É una lettura che inizia lenta per poi lasciar spazio ritmi più audaci, perché dona tutta la forza dei sentimenti che si sono accumulati e sovrapposti in un cuore che ha saputo andare avanti facendo una scelta, seguendo il destino e accogliendo ciò che di nuovo e di bello questo ha voluto offrire, perché le seconde opportunità, le seconde occasioni per essere felici, ci sono, esistono, basta anche saperle cogliere, attraverso scelte forse dolorose ma indispensabili per il proprio benessere.

Si dice che la vita è quello che succede quando sei preso da altro. Cioè il destino ti mette davanti un episodio, una persona, proprio nel momento in cui tutte le tue forze, tutte le tue energie sono rivolte altrove (cit)

E quante volte tutto accade per caso… basta sapersi arrendere e rinunciare a ciò che ci fa male, e andare avanti e ricominciare da capo; le cose hanno un inizio e una fine, ci si deve rassegnare a questa realtà, ma la cosa più importante è riuscire a riprendere le redini della propria vita e andare avanti. Il fato, il destino , o il tempo poi ci potrà mettere del suo.

Solo il tempo può riuscire a lenire le cose, lui è in grado di renderle lontane, diverse. Può esserci amico o nemico, ma non si mostrerà diverso in queste sue vesti. Sarà compito nostro indirizzarlo verso una o verso l’altra.

Ecco quindi che questo romanzo breve nelle sue poco più che 100 pagine abbraccia una vastità di sentimenti, non parla di ripicche o rivalse, ma di realtà; si snoda in una trama moderna e accattivante, fresca e ricca di particolari, che mostra lo stile dell’autrice, molto attenta a contestualizzare e a rendere vivo e quasi immediato ogni momento raccontato, infatti i dialoghi tra i protagonisti sono forti e intensi, ma vengono anche ben descritti i vissuti.

Nel complesso, gli avvenimenti narrati sono ben contestualizzati e descritti, mettendo in luce anche le peculiarità dei singoli personaggi, da quelli più frivoli e superficiali, a quelli più profondi ed espressivi, che portano il lettore a riflessioni importanti, anche decontestualizzando la storia, e rapportandola al proprio vissuto. Ci si può riconoscere nei personaggi, immedesimandosi nei personaggi se il proprio vissuto e le proprie esperienze collimano con quelle raccontate dall’autrice.

Un romanzo scritto con garbo e con la voglia di raccontare e lasciare anche un messaggio, ovvero uno sprono ad andare avanti con la propria vita, ricominciare, reinvestendo su se stessi e sui propri sentimenti, perché se una cosa finisce, non ci si deve fermare, ma bisogna guardare oltre, avanti…e fare dell’esperienza pregressa le fondamenta per ricostruire il proprio futuro. Ricominciare.

Ed è ciò che Flaminia fa, ovvero si arrende a quello che è ormai impossibile portare avanti, e ricomincia; è un personaggio fragile e al contempo di spessore, che ha saputo fare bagaglio della propria esperienza, seppur dolorosa, ed è riuscita a crescere e rafforzarsi, e a maturare la decisione di dire addio a una persona che le ha lasciato una ferita profonda nel cuore.

Il personaggio di Flaminia è molto positivo, perché mostra che ci si può riprendere la propria vita, nella sua concretezza e forza. Una donna che non molla, continua a credere nelle sue convinzioni, si mostra per quel che è, ovvero una ragazza matura e di sentimento e che rispetta se stessa al punto da prendere una decisione dolorosa ma necessaria per ricostituire un suo equilibrio, resistere e andare avanti seguendo sia la testa sia il cuore. Eppure a volte testa e cuore non viaggiano sullo stesso binario, o forse sta a noi riuscire a creare binari paralleli su cui farli camminare all’unisono,

Ragione e sentimento, è una accoppiata che non può esistere, se esiste la ragione, non può esserci questo tipo di amore. Perché questo fugge da qualunque logica.

Buona lettura a voi.

“A ME LE GUARDIE! – IL CICLO DELLA GUARDIA VOL.1” DI TERRY PRATCHETT. A CURA DI DAVIDE LAMBIASE

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Terry Pratchett è un nome che un po’ tutti dovrebbero conoscere anche solo per sentito dire. Genio, scrittore comico che fa della satira e dell’umorismo la sua arte, meriterebbe di essere letto da chiunque. Già la premessa che ci offre in “A Me le guardie!” dovrebbe prepararvi al capolavoro che vi troverete di fronte.

«Potete chiamarli Guardie di Palazzo, Guardie Cittadine o Guardie e basta. Qualunque nome abbiano, in ogni opera di genere fantasy-eroico il loro scopo è lo stesso: più o meno al capitolo 3 (o dopo 10 minuti di film) irrompono nella stanza, attaccano l’eroe uno alla volta e vengono massacrati.
Nessuno chiede mai se sono d’accordo.
Questo libro è dedicato a quei nobilissimi uomini.»

Quindi addentate i vostri figgin e seguitemi in questa introduzione al romanzo.

Il romanzo si svolge quasi interamente nella città di Ankh-Morpork (nel mondo Disco), e segue le vicende della Guardia Notturna composta da soltanto tre uomini. Esattamente, tre uomini, e pure non troppo svegli. Vivono la loro vita monotona, impegnandosi a non far rispettare la legge nella città (sì, avete capito bene). Ma due eventi in particolare cambieranno le carte in tavola, spezzeranno l’equilibrio di Ankh-Morpork e attiveranno le guardie. Prima di tutto, l’arrivo in città di un nano molto particolare, Carota, con la forza di un bue sotto steroidi e l’intelligenza di un blob. Ma Carota è speciale, ovviamente. È un contadinotto che vuole entrare a far parte della Guardia Notturna e multare tutti quelli che gli capitano a tiro, come un vero tutore della legge. Peccato che ad Ankh-Morpork (che a me viene da pronunciare An-Macchepporc) la legge non sia propriamente tale. Il crimine è stato regolarizzato e nessuno bada all’autorità delle Guardie. In realtà, questi poveri uomini sono soltanto messi lì per fare scena. Non come un tempo…però l’arrivo di Carota cambierà le carte in tavola e, non solo, regalerà al lettore sincere risate.

Il secondo evento importante è lo sconvolgimento totale della quiete cittadina. Strane voci girano ad Ankh-Morpork, voci che parlano del ritorno di una leggenda…un drago. Sarà mai vero, o è solo follia collettiva? I due avvenimenti, magistralmente combinati insieme dal caso, spingeranno le Guardie a dover agire, in un modo o nell’altro, per salvaguardare l’equilibrio barcollante della loro città.

A mettere in riga la nuova recluta Carota saranno le tre Guardie: Il Caporale Nobbs, il Sergente Colon e il Capitano Vimes, coi loro infiniti difetti e problemi. Tre uomini comuni, paurosi, scossi da un evento passato. Sarà proprio l’arrivo di Carota e le investigazioni sul presunto drago a ribaltare la vita di questi tre uomini, il cui unico grande impegno fino a quel momento era stato gridare «Sono le due e tutto va beeeene!».

Insomma, questo romanzo è geniale, riesce a trascinarci all’interno delle sue pagine con estrema facilità. La prima cosa che salta all’occhio (soprattutto per chi non si è mai approcciato a questo autore) è la grande comicità con cui vengono affrontati gli eventi del libro e, in particolar modo, come vengono visti e trattati gli stereotipi del fantasy. Insomma, c’è di tutto per ogni palato: l’eroe stupido, senza genitori e adottato; le gilde, le maledette gilde; i nani rissaioli, i saggi sperduti chissà dove che sanno tutto e non dicono mai niente, le profezie. Pratchett prende tutto questo e lo mescola con maestria, usando gli stereotipi a proprio vantaggio. Lo stile è molto scorrevole e incentrato spesso e volentieri sui dialoghi. Una volta cominciato a leggerlo, senza accorgervene vi ritroverete già alle ultime pagine. Durante la lettura ho stentato a contare tutte le volte che ho riso, o ho riletto un passaggio per crogiolarmi nella genialità della prosa.

Un occhio di riguardo va anche ai personaggi di contorno che più di una volta riescono a rubare la scena. Lady Ramkin, ad esempio, la strampalata signora che accudisce i draghi di palude. Oppure Mi-Voglio-Rovinare, che non avrebbe problemi a vendervi un Rene di Unicorno Peloso a tre dollari invece che quindici, perché…indovinate? Si vuole rovinare. E il Bibliotecario, oh! Occhio a dire la parola con la s in sua presenza, è facilmente suscettibile. Basta non scim-…ehm, orango, volevo dire orango.

Potrei rimanere ore qui a descrivervi ogni piega della trama, ogni colpo di genio, ogni dialogo che mi ha fatto lacrimare dal ridere. Ma poi vi toglierei il gusto di esplorare questo libro così come ho fatto io. Quindi, perché siete ancora qui? Che aspettate, correte a leggerlo!

“Lupi nella nebbia- Zanne” di Franco Mieli. A cura di Alessandra Micheli

 

Quando recensisco so di essere un anacronismo vivente. Forse è per questo che il blog che gestisco diventa un’innovazione rispetto al panorama abituale. Questo perché cerco di entrare nel libro, lasciarvi avvolgere dalle intenzioni dell’autore nella strenua convinzione che, dietro parole scritte, pagine e pagine, si celi un intento comunicativo. Ogni genere, ogni trama, ogni piccola tecnica letteraria servono per darci un’immagine di questo tentacolare reale che ci sfugge, che ci annichilisce con le sue assurde contraddizioni. Un mondo troppo variegato per essere totalmente compreso da clichè, da idealtipi, da convenzioni. È un po’ come indagare la società. Quando vogliamo comprenderne un problema, lo sezioniamo, lo spezzettiamo in ogni suo piccolo componente. Lo studiamo grazie alle discipline scientifiche, umanistiche, grazie alla psicologia, alla semantica, alla semiotica. Ma questo ha il suo lato negativo: è nostra umana tendenza considerare una parte come rappresentazione del tutto, invece di vederla per la sua reale natura. Ossia uno spezzone di una catena più lunga, che possiamo forse vedere solo in piccole parti e mai nell’insieme. Tendiamo a considerare la mappa faticosamente creata come il territorio che andiamo a indagare. Sacrificando la comprensione globale a piccole compartizioni stagne, che sono solo un invito a curiosare e non il fine ultimo a cui aspirare. È per questo che alcuni sociologi hanno proposto l’approccio multidisciplinare, quello che indaga un elemento, un fenomeno, o perché no, un emozione da più angolazioni, usando tutte le discipline a nostra disposizione. Sociologia, scienza naturali, comunicazione, linguistica, letteratura, antropologia e via discorrendo. Ecco, io sono figlia di quell’approccio che ebbe tanta risonanza a Palo Alto e che ha prodotto una vera rivoluzione scientifica, acquistando il nome di approccio cibernetico. Ma questa è un’altra storia.

Quello che mi interessa sottolineare è il mio approccio alla letteratura e come esso parta dalla mia deformazione professionale. Un libro non sarà mai solo trama, solo linguistica, solo significato, solo anima, solo psicologia ma sarà l’insieme di ogni elemento che pertanto non sarà mai il principale, ma sarà sempre concatenato all’altro in una splendida catena che ne rappresenta il DNA fondamentale. Ecco io vado a scoprire il DNA del testo, identificando ogni genoma, ogni amminoacido, conscia che questo funziona perché legato indissolubilmente a una specifica omogenea struttura. E che la stessa legge di sintassi, la stessa semantica, sarà usata solo per aggiungere altri settori, perché la catena generi VITA.

E così ho approcciato il libro di Mieli. Letto come se fosse una melodia formata da singole note, che ne donano la peculiare originalità senza soffermarmi troppo se un Mi maggiore era meglio o no di un Si bemolle. Quello che mi interessa è che musica produce, sapendo che non sarà mai tutto jazz, tutto rock o tutto pop, ma che sarà semplicemente musica.

I due libri di mieli sono apparentemente scollegati. Eppure entrambi i thriller parlano di un mistero molto più ampio di un omicidio, di cui lo stesso non è altro che prodotto: la società.

È in quella strana struttura che matura la volontà di reagire a un torto, vero o presunto, con la violenza. Unica voce in grado di surclassare le tante, troppe, che oggi sussurrano. Ed è nell’ambito di questa società piena di contraddizioni, di distorsioni, di piccoli costanti svilimenti dell’umana dignità, che i mostri hanno la possibilità di manifestarsi.

Sono sempre più convinta che una città ricca di dissidenti, di devianti, sia fondamentalmente una società a rischio, malata e disarmonica. Sono sempre più convinta che le azioni irresponsabili che ci distinguono oggi, siano il frutto di un’errata visione dell’essere umano, troppo spesso sacrificato al nostro particolare Sabato. E per descriverci questo, Mieli ricorre a un astuto stratagemma: creare il suo “Deserto dei tartari” in cui estrapolare uno dei difetti per poterlo raccontare e restituire al lettore in modo crudo, senza giustificazioni, senza alibi. E infatti in “Lupi nella nebbia” i buoni e i cattivi si confondono e tutto diviene evanescente quel tanto da farci comprendere come in quel misterico posto, in quella zona di irrealtà, quella dominata dall’economia sotterranea, si sta nella zona pericolosa e tetra del grigio.

Perché vedete, i reati ivi descritti non sono altro che azioni al limite dell’illegalità. È dalla corruzione, da affari poco chiari simili alla nebbia che aleggia nel luogo, che si manifesta la violenza brutale, quella che ci rende indistinti, senza faccia, numeri sulla grande scacchiera della finanza. La sete di potere, la volontà di emergere fanno da contrappasso a una strana e oscura finanza caliginosa, sommersa, così difficile da illuminare e così socialmente accettata da sembrare quasi gradita. Del resto, un imprenditore è costretto se vuole far parte del sistema capitalistico a speculare, a cercare piccoli compromessi. A soddisfare le aspettative del potente, minuzie, quisquiglie che non giustificano certo la sanguinaria violenza che all’improvviso irrompe nel libro. Le persone su cui essa si riversa in fondo sono bravi cittadini. È vero, sono i responsabili dell’abusivismo edilizio. Sono avvezzi alla mazzetta. A volte sembrano giocare con i destini dei giovani, con i loro sogni. Ma sono minuzie che non sono punibili se non con un placido dissenso, una ramanzina e un tedioso e pigro “non si fa”.

Eppure… Vedete, noi siamo così abituati alla corruzione, al clientelismo, al nepotismo che tutto questo, durante la lettura, passa inosservato. Ci si concentra sull’atto brutale il vero orrore del testo. Eppure… l’intero libro è cosparso di abomini. Le persone “vittime” sono essenzialmente carnefici. Parti di un turpe messianismo che spersonalizza chi ve ne fa parte. Una volta entrato in quel sistema di pensiero (è pensiero prima che azione) siamo solo piccolo oggetti che lo stesso sistema costruttivo usa. Ecco perché sono senza faccia, prima che una orribile mazza chiodata, si avventi sui lineamenti. Questo offuscato paesino, preda dei lupi, nel loro simbolo più distruttivo, è semplicemente condannato, maledetto, perduto. Perduto perché uccide i giovani e soprattutto i loro sogni. E privato di una linfa vitale, l’unica che è in grado di innescare il moto rivoluzionario, diventerà sempre più nebbioso, sempre più al limite, incapace di redimersi nonostante lo svelamento dell’assassino e delle sue motivazioni.

Anzi, queste non faranno altro che accentuare il degrado a cui assistiamo inermi, consci che parte di quel degrado, portato ovviamente all’estremo in un abile artifizio letterario, è una parte anche del nostro quotidiano.

È storia risaputa che neanche lo sport si salva dal marcio. È storia di oggi la degradante scoperta della corruzione degli imprenditori sportivi. Di partite truccate. Di talent scout avvinti più dal soldo che dal talento. E non si salva neanche l’arte. Non si salva, forse, più nulla.

Ci restano sogni, lontani ricordi, minacciati da lupi famelici. Ci resta solo una vaga sensazione di avere un volto, oramai confuso con l’orribile banalità, con la deleteria tendenza all’omologazione. Tutti oramai oggetti e non soggetti.

Questo tema è ripreso anche in Zanne. Con la differenza che qua Mieli ci parla del rischio di tale omologazione. Ossia L’avvento del cosiddetto populismo. O peggio della vocazione all’estremismo.

E infatti il tema del secondo libro è ancor più inquietante, molto più del sottofondo del thriller: persone che per reagire alla de-identificazione causata dall’omologazione, s rifugiano in antiche idee di splendore, idiosincratiche con i tempi attuali, ma dotata di quella sensazione di appartenenza che oggi, inesorabilmente sfugge. Siamo tutti figli di una società allo sbando, fantasticamente unitaria, globale eppure carente di rispetto per l’individualità. Tutto a portata di mano, distanze sempre più corte, la capacità di gestire tempo e realtà attraverso una tecnologia sempre più sofisticata. Scriveva un grande Baudrillard che la televisione uccideva la realtà con la sua capacità di plasmarla, di evitare la scelta, di renderla fruibile a tutti, di semplicemente sostituire l’esperienza diretta con quella mediata dallo schermo. Gli spazi subiscono una distorsione, un cambiamento feroce che spezza l’ultima solidarietà tra vicini, troppo impegnati a prendere a piene mani il nuovo che avanza e che invece di avvicinarli li allontana. Scompaiono le distanze reali ma aumentano, per ironia della sorte, le distanze morali e affettive. Ci sentiamo perduti, in questo mondo troppo vasto che ci mette troppo alla prova. Grazie al confronto sfrenato, le tradizioni perdono di emotività. Vengono destrutturate e criticate senza che, però, siano sostituite da nuove. E così i valori.

Ma l’uomo orfano di significati e di sostegni (culturali e tradizionali) si sente privato di un importante pezzo della sua personalità. Perché siamo fatti di istinti e di raziocinio, di concretezza e frivolezza, di logica e di irrazionalità. Non è un caso che Pareto parli di radici non logiche nelle nostre azioni, individuando nei grandi sistemi materialistici di pensiero delle fonti uscite a pieno titolo dall’ombra junghiana. Bateson parlava di una commistione interessante tra sovrannaturale e meccanico, raccontando come l’uomo, in fondo, fosse figlio di due sistemi che lungi dal combattersi si compenetravano, si abbracciavano e si fondevano.

E Mieli sa spiegare questi concetti, spesso difficili, raccontando come alla perdita di identità si sostituiscono altri valori, a volte oscuri, a volte macabri. Così la tuscanica reagisce alla speculazione edilizia sfrenata, alla finanza che tutto monetizza (anche i valori) con i fasti di un tempo passato, resi più cruenti da quella rabbia di chi perde lentamente, una parte di sé stesso. Così, riti arcani sostituiranno piano piano l’appartenenza civile. La storia etrusca rappresenterà la rivincita di una popolazione sottomessa dai romani, che rialza la testa e cerca di nuovo sé stessa. Questo scontro non sarà altro che il simbolo della lotta di oggi tra periferia e centro, tra valori civili e bisogno di un significato più irrazionale, più magico, di una vita privata del suo senso sacrale.

E un sacro beffato, deriso e dimenticato non può che produrre mostri, non può che dare noi uomini in pasto alle peggiori fiere che i nostri incubi producono.

Senza la ferma mano di una mente capace di rielaborare la realtà e sostituire gli assunti culturali, mantenendo quella tradizione “magica”, le fiere saranno libere di scorrazzare e di ridurre in macerie sanguinose il nostro io e la nostra distratta realtà, restituendoci non la storia, ma soltanto tristi macerie.

Ecco che il perfetto thriller di Mieli diventa stratificato, sta a voi leggerlo per diletto o per risvegliare la mente sopita all’arte della riflessione.

Io però vi invito a leggere anche il significato più profondo di questi due libri, per render merito a un autore coraggioso e di un grandissimo valore civile.

I miei omaggi, Franco!

“Obscure” di J.T. Tenebra. A cura di Natascia Lucchetti

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Avevo già letto e recensito il primo Obscure. Avevo detto che l’autore aveva potenziale e che avrebbe potuto limare qualche aspetto per creare un’opera eccellente.

Ed ecco che ci è riuscito.

Obscure II è uscito benissimo. Dal punto di vista dello stile, direi che è impeccabile, coinvolgente e adattissimo al genere horror. Le descrizioni sono spettacolari anche nelle scene più crude e la psicologia dei personaggi è approfondita a dovere. Karl Muller, il protagonista è un personaggio così poliedrico e affascinante che vale da solo l’intera vicenda. Medico e ricercatore nazista, viene messo alle strette dagli Alleati che liberano il campo di Dachau. Preferisce farla finita, spararsi in testa piuttosto che farsi uccidere.

Ma la morte non è un traguardo definitivo per lui. Il diavolo, impressionato dalla sua cinica ferocia gli propone un patto concedendogli una nuova occasione per portare avanti le sue ricerche sulla creazione dell’essere umano perfetto: un vero Fuhrer, superiore a Hitler che, il nostro disincantato protagonista detesta. E Karl prosegue le sue ricerche, con metodica follia, ricordando vagamente Viktor Frankenstein, ma senza paure, moralismi. Muller sacrificherebbe ogni cosa per i suoi intenti, anche sé stesso. Ebbene sì, ci muoviamo nelle vicende a fianco di un cattivo vero, ma non insensato o fine a sé stesso. Anche lui cede ai buoni sentimenti che vive in un modo tutto suo. L’affetto morboso per la sua creatura, l’ossessione per la sua perfezione, sono la degenerazione della solitudine in cui Karl vuole isolarsi a tutti i costi. È il prezzo della consapevolezza di avere una mente superiore a tenerlo lontano tanto dai suoi compagni d’arme, quanto dai suoi pazienti che osserva a priori dall’alto in basso. Manie di grandezza di un Prometeo che dona la vita, una vita superiore e potente che si incarna nella piccola Eva. Prima creatura pura, poi corrotta dalla natura di predatrice che Karl fa esplodere per poterla tenere con sè, in un tentativo disperato. Ed Eva, proprio come il mostro di Frankenstein viene schiacciata, sopraffatta dal desiderio di essere umano, respinto.

Così si adegua e uccide, distrugge tanto gli altri che se stessa. Ma anche i comprimari sono fatti bene, dettagliati al punto giusto senza perdersi in eventi inutili o descrizioni superflue.

Obscure II non è un semplice horror ma una seria riflessione su quanto l’ambizione distrugga l’uomo, lo isoli è lo faccia impazzire.

Ve lo consiglio davvero con tutto il cuore e sono contenta che il grande talento dell’autore sia maturato e si sia imposto con forza.

Un enorme passo avanti. Splendido.

 

Anteprima “Teodora. La figlia del circo” di Galatea Vaglio, Sonzogno editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Scrivere uno storico non è affatto un’impresa facile. Sembra quasi scontato che debba essere riservato a un pubblico colto e raffinato, come se il “popolino” sia una razza a parte, priva di senso estetico e di curiosità, pertanto destinato a leggere i cosiddetti romanzetti d’appendice. Tranne l’abominevole idea razzista di dividere il lettore in categorie astratte e rigide, bisogna ricordare che, molti dei nostri classici non sono altro che i romanzi un tempo considerati d’evasione o da parrucchiere, come mi è capitato spesso di sentirli definire. Quindi anche il lettore che chiamate medio, ha in se il germe sacro dell’interesse ed è dovere dell’autore rendere fruibile e godibile ogni genere, mettendo da parte il loro bigotto pregiudizio. Non stiamo parlando di mode ma di arte. E nell’arte esiste solo il movimento e la vita.

Sicuramente la storia è una scienza ostica e complicata, poichè riguarda il mondo variegato e variopinto di quella bizzarra e astrusa creatura chiamata uomo fatto, come dice il salmo otto, poco più importante degli angeli e coronato di stelle e gloria. Ed è su quest’immagine grandiosa e importante che si sviluppa la sapienza depositata nei secoli , di quel Prometeo mai sazio, mai pago di sapere che si interroga e si domanda, e tenta con tutto se stesso di uscire dalla caverna dell’ignoranza per approdare al fulgido cielo chiamato gnosi. E per farlo non può non sbrogliare il suo passato, con tutti i limiti della sua carnalità e con tutti gli splendori di quell’essenza divina che noi laici adoriamo chiamare mente. E la mente resta uno scrigno segreto che ancora tentiamo di aprire, di impadronirci dei suoi misteri e di sbirciare nel suo misterico contenuto. E quest’essere umano è speciale perché perfettamente diviso tra due poli, entrambi attraenti quello della razionalità e dell’irrazionalità. Cito spesso un grande filosofo e sociologo, uno dei pochi decisi a svelare il contenuto di quella strana e colorata scatola/mente, Vilfredo Pareto. Il suo merito è di aver sezionato le azioni, le idee che le accompagnano fino a sfiorare l’essenza che le permea e che esse custodiscono gelosamente nella loro struttura interna: e sono i residui, il nucleo fondante ideologie e prese di posizione, atti e decisioni, scelte e motivazioni profonde, e questi residui non sono altro che la natura illogica, egoica e personalistica di tanti movimenti che hanno avviato la storia, che sia essa considerata un cerchio o un eterno ricorso come voleva il buon Gianbattista Vico. Ed sono queste radici illogiche che spesso oscurano i documenti, i resoconti, le narrazioni e le testimonianze, rendendo evidente che spesso, la storia, la scrive il vincitore, che dietro ai fatti avremo sempre una costruzione mentale e una percezione, e che, pertanto, l’oggettività sarà ardua da ottenere. Avremo voci suadenti e imperiose ma sempre estremamente umane, dotata di quella capacità visionaria di plasmare con il nostro pensiero la realtà che ci circonda. Ed ecco che, spesso, i personaggi vissuti in epoche tanto lontane dalla nostra divengono leggende, a volte distanti a volte intoccabili, ma profondamente intriganti il cui apporto alla nostra postmoderna cultura è, e si rivela, fondamentale.

Si miei cari lettori.

Anche le vicende del più oscuro imperatore dell’antichità sono per noi insegnamento e monito, ci raccontano del dramma umano e siamo noi a comprendere che, nonostante i secoli, l’avanzare della tecnica, la società sempre più tecnocratica, siamo tuttora schiavi di quei pregiudizi che leggiamo con un sorriso beffardo che sono cosi legati alla nostra visione del mondo da risultare, spesso, inconsci. Del resto è lo scopo di una società quella di socializzare i loro componenti rendendoli perfetti incastri di un mosaico prestabilito, che mantenga equilibrio e una certa coesione interna. E guai a decidere di diventare altro, di osare la trasformazione, si va incontro a una sorta di esclusione sociale, o peggio si rischia di divenire il nemico quello su cui si basano tutte le società in pericolo. Devianti, trasgressori, criminali, mostri sono ciò che serve a una società per mantenersi coesa, dividendo quel mosaico in noi e l’altro.

Ma questa è un altra storia.

L’altro motivo per cui raramente mi approccio a uno storico è di ordine stilistico. Proprio perché racconta di personaggi vissuti secoli prima di noi, renderli di nuovo “vivi” e “vibranti”, è segno di un grande talento, e si sa che questo dono delle muse non è elargito proprio a tutti. Far parlare attraverso la tecnica della narrazione Cesare Augusto o Cleopatra significa riuscire a unire la scorrevolezza del testo di prosa con la lirica della poesia. Significa sdoganare la storia dalla sua aura di scienza noiosa e inutile e avvincere, emozionare e fa appassionare alle antiche vicende. Significa che per primo l’autore deve sentirsi egizio, bizantino, francese o provenzale esso stesso, abbandonando la sua identità originaria e tramite immagini delicate e potenti, portando con se il lettore. E’ un vero demiurgo, un creatore di mondi con la differenza che quei mondi esistono e sono solo impolverati. Invece, troppo spesso chi si accinge a scrivere tale genere, lo fa più per esaltare se stesso e la propria conoscenza, che per comunicare al lettore la propria passione, sfoggiando la sua pomposa cultura, la sua retorica saggistica e ponendosi su un piedistallo intoccabile, orgoglioso e vanesio. In un libro storico non si deve trovare l’autoesaltazione dell’augusto scrittore, troppo colto per raggiungere il “popolino” che osserva con sprezzo e disprezzo, ma si deve percepire la favolosa complessità dei personaggi tolti dal regno delle ombre e resi vivi e reali di fronte a occhi sgranati che con letizia e giubilo assistono alla commedia in corso.

In pratica, si deve sdoganare il passato togliendolo da scaffali stantii fino a far traboccare pagine intinte con uno speciale inchiostro, quello dell’amore totale e totalizzante per questo nostro percorso evolutivo. E questa passione per l’antico significa altresì passione per l’essere umano, celebrandolo nel ricordare sempre la sua eterna missione,quella di apprendere ad apprendere.

Che significa?

In uno storico è tassello fondamentale che si racconti come si è divenuti civiltà attraverso il riconoscimento di errori e tentativi, attraverso cadute e risalite, attraverso scelte e grazie all’azione ribelle di tanti geni che hanno messo in discussione tutto il contesto simbolico in cui erano stati educati, tutte le dottrine ritenute inviolabili, e tutta la morale considerata sacra.

Ecco cos’è apprendere ad apprendere.

Altro dettaglio. Nello storico io devo poter anche riconoscorre l’autore. Ciò significa che non vi devono essere solo linguaggi forbiti a intessere fatti, ma deve spiccare luminosa l’anima di chi scrive, che occhieggia tra le pagine, e che possa stimolare la domanda fondamentale sul perchè è stato scelto proprio quel periodo quel personaggio.

E tutto questo nel libro Teodora ci sarà?

Si.

Galatea Vaglio è dotata di quel raro talento in grado di produrre libri indimenticabili, che restano nel cuore, coniungando la modernità del linguaggio con una minuziosa documentazione.

Ma non solo.

Grazie alla sua ferrea conoscenza può osare raccontare qualcosa in più ossia proporre teorie, proporre idee, visioni e proporre una spiegazione degli eventi coerente e sopratutto intrigante. Non sono voli pindarici, sono connessioni che solo l’esperto può permettersi e fidatevi, lei esperta lo è.

Ed è anche una gran comunicatrice. La sua precisione non si accompagna a una noiosa rigidità nella stesura, ella diviene perfettamente arte poiché, come sostiene un giornalista:

uno scrittore, se è tale, rompe le norme, sfida la grammatica, incendia il vocabolario, occupa le fabbriche per farne mongolfiere.

E lei rompe le regole, si diverte a innovare, pur senza stravolgere il senso ultimo del suo genere, introducendo senza che stonino affatto, linguaggi moderni con termini antichi. Una tecnica, una bellezza travolgente che esalta tutti gli elementi caratterizzanti sia la narrativa che il saggio. Ecco che ne risulta un testo documentato alla stregua di una colta analisi, ma avvicente, emozionante, profondo e pregno di passione e significati.

La Vaglio la storia la vive, la sente parte di se, la visualizza e pertanto sa narrarla rendendo partecipe il lettore più smaliziato e quello neofita, tutto con una sublime eleganza. Ma anche con una notevole dose ribelle che non posso non apprezzare e lodare. Ecco che accadimenti cosi lontani divengono in realtà non solo vicini a noi, ma incisi a fuoco sulla nostra anima.

Ed eccoci a un altro punto focale della recensione, quello che più mi appassiona.

Perchè scrivere di Teodora?

Teodora fu la moglie dell’imperatore d’oriente Giustiniano, un self made man ante litteram, che non stonerebbe oggi in un romanzo americano e che invece, visse nell’età tardo antica e alto-medievale. Il suo governo coincise con un periodo d’oro per l’impero romano d’oriente (vi prego non fatemi scrivere un trattato di storia, usate wikipedia) con vittorie notevoli in campo militare che permisero il ricongiungimento di parte dei territori dell’occidente romano. Ma il vero grande lascito del sommo imperatore fu altro, e riguarda una delle mie più segrete passioni: il diritto.

Da brava romana quale sono, non posso non avere una venerazione assoluta per la materia giuridica, pertanto ritengo Giustiniano I un vero genio, capace di raccogliere, nel 535, una serie di leggi passata alla storia con Corpus Juris civilis. Questa non è altro che un’omogenea compilazione delle legge romana, nata da una sorta di umanesimo chiamato dalla grande Ida Magli Umanesimo Romano (Il mulino di Ofelia BUR).

E questo corpus è tutt’oggi alla base del diritto civile.

Mi inchino o sommo imperatore!

Teodora, donna dal passato davvero scabroso sopratutto per l’eopoca e per la zona bigotta e moralista, divenne da semplice attrice e spogliarellista ( si ho scritto spogliarellista) e con un passato da meretrice, augusta dell’impero romano d’oriente.

Ed è la sua storia che Galatea racconta, con un sommo e condiviso da me medesima, sentimento di puro amore.

Conobbi la figura di Teodora in alcuni libri fantastici che mi iniziarono all’attrazione per la storia “Storia d’italia a fumetti” del grande Enzo Biagi. E tra tutte le meravigliosa immagini, colpì la mia fantasia di bambina Teodora (e Cleopatra avvolta dal tappeto, ma è un altra storia).

Perchè io e Galatea condividiamo questo profondo amore?

Perché siamo femministe nell’animo, eredi orgogliose delle suffragette e per quelle come noi Teodora è la ribelle, è la trasgressiva è colei che ruppe tanti tabù dell’epoca.

Ma usando il suo corpo, direte voi abborrite.

In quel momento storico, nonostante la bellezza e l’eleganza di tante città, Antiochia o Costantinopoli, nonostante la mentalità romana che è alla base della modernità (vi rinvito a leggere Ida Magli su questo punto) per la donna non c’erano molte alternative.

O diveniva moglie conciliante e sottomessa, magari vittima di giochi di stato, di mariti violenti o semplicemente vittima di una sorta di atrofizzazione del pensiero. Una donna doveva essere pia, casta sia nelle azioni e nel pensiero, doveva essere virtuosa e non era consono disquisire di filosofia, di politica e di arte

perché non è certo una di quelle smorfiose che seducono gli uomini a forza di moine o peggio ancora si credono filosofe e intellettuali e tengono banco parlando ai conviti o persino intervengono su questioni di politica e di teologia. Vigilanzia invece è modesta, non esprime giudizi a voce alta, legge solo qualche opera pia che tratta le vite dei martiri e dei santi, non si azzarderebbe mai a contestare le opinioni dello zio e del marito, è ubbidiente e attenta ai suoi doveri di moglie

 

Questa è la concezione della donna contro cui Teodora va, consciamente o inconsciamente o perché dotata di uno spirito troppo raffinato per sottomettersi. Lei è la donna che scalza i pregiudizi sulla femminilità, scandalosa perché rompe ogni dogma, è il contrario di una femmina ritenuta accettabile, lei è la Donna. Non si accontenta di essere rilegata a un destino segnato e impossibile da rifuggire

Brutte o belle, puttane di strada o nobile progenie di consoli, come donne il loro destino è uguale: venire maritate a forza, monaca-te a forza, prese a forza dagli uomini e poi scacciate, con la complicità delle Elie Marcelle di turno o delle madri come la sua, senza mai poter decidere davvero. Ed è questo ciò che la ferisce di più: il senso di impotenza, l’idea di essere intrappolata e non potersi opporre a quest’ingiustizia enorme e così pale-se, non solo per sé, ma anche per tutte le povere Marcelline, ancora più innocenti e indifese, ancora più vittime.

 

Teodora è tutto il contrario di quello che la Costantinopoli, cosi colta e meravigliosa, offre alle sue figlie, non è relegata al ruolo secondario di comparsa ma diviene protagonista della storia, donna davvero libera e imprenditrice di se stessa, che sa imparare dalla cadute per reinventarsi ogni volta. E’ davvero libera dalle costrizioni di una morale soffocante e ipocrita che

Nella bigotta e ipocrita Costantinopoli, Teodora era una boccata di aria fresca, e la più anziana cortigiana aveva riso dello scandalo dei soliti moralisti pidocchiosi, pronti a condannare in pubblico e poi la sera a presentarsi sulla soglia di casa delle etere, chiedendo in privato prestazioni molto più perverse di quelle che avevano poco prima vituperato.

E non ci sta a vivere in un mondo che la vuole azittire e omologare. Non accetta un mondo che condanna pubblicamente il sesso per poi viverlo in segreto, rendendolo sporco e blasfemo davanti a un dio che è solo uno scudo per difendere la propria rispettabilità sociale. Non ci sta a mettersi a difendere posizioni teologiche che sono solo delle maschere sotto cui nascondere il marciume:

Alle volte mi sembra che, più che per capire meglio la religione, siano fatte perché questo o quel teologo vuole dimostrare di avere la testa più fina dei suoi concorrenti. Mi sanno di intelligenza sprecata. Io guardo alle cose che fanno gli uomini e a come si comportano. Se poi vogliono credere che Cristo abbia una o due nature, lo trovo secondario. Ecebolo forse è un monofisita convinto, ma ti ha riempito di botte. Credo che questo Dio lo tenga più in conto di tutte le professioni di fede. Forse sarà una cosa un po’ eretica, da dire, ma per me contano i fatti e se si è delle brave persone.»

E questa Teodora diviene uno schiaffo a tutte noi donne che ci facciamo rapire dalle lusinghe di quest’età senza etica, di questo secolo privo di valori che ci offre una finta libertà e una finta trasgressione solo per tenerci legate, inoffensive e controllate. Noi che potremmo fare faville, rivoluzionare molto più di Teodora, gli assunti culturali di questo strana civiltà, noi che potremmo incidere davvero su politica e cultura e che ci accontentiamo di fallaci ed effimere promesse. Noi che svalutiamo il nostro corpo offrendoci come agnelli sacrificali e uomini terrorizzati di perdere il loro potere. Noi che bestemmiamo la nostra intelligenza convincendoci di essere solo fruitrici di quel chicken lit ossia letteratura da gallinella. Ecco ogni nostra ignavia è una ferita a donne che con difficoltà atroci ci hanno spianato la strada.

Noi che dobbiamo, mai come oggi, ricordarci questa frase e farla diventare il nostro nuovo motto:

Quale che sia la natura di Dio che i teologi cercano di definire, di sicuro non gli farebbe piacere vedere che ti butti via così, per gente che non ti capisce e non ti rispetta.»

Grazie Davvero a nome di ogni donna, Galatea.

“Popobawa! Un giallo africano” di Nanni Cristino, LFA editore. A cura di Vito Ditaranto

 

“ L’anima di una persona è nascosta nel suo sguardo, per questo abbiamo paura di farci guardare negli occhi..”

(Jim Morrison)

Ora nella mia stanza, apro un libro.

Popobawa”

Ora c’era una presenza, qualcosa di più che umano, di meno che umano, ma di indiscutibilmente alieno, di invisibile ma di innegabile.

Nel mio torpore, ho avvertito acutamente una presenza. Appena emerso dal sonno, mi sento in buona parte guidato dal subcosciente, molto più di quanto lo fosse la mia mente conscia, che, a paragone, è solida, conservatrice e dubbiosa come l’apostolo Tommaso. Non posso dire assolutamente che cosa è, ma la sento nell’aria, muoversi per la camera e incombere sopra le pagine di questo libro.

Dov’era andata?

No!

Ma non è nella mia natura arrendermi facilmente e gradatamente mi convinsi che la ragione governava il mondo e che tutte le cose, per quanto misteriose, si potessero comunque esaminare e comprendere se solo si applica l’intelletto e la logica al problema.

Quando quella notte, al largo di Uroa, a Zanzibar, Lucien Modigliani scorse un’isola in fiamme, pensa a un’allucinazione. Non ci sono isole, in quel tratto di costa. Secondo il vecchio Suleiman Makungu, invece, si trattò di un antico presagio di sventura. Il giorno dopo, nel villaggio viene ritrovato il corpo senza vita di una ragazza, Asha. Il modo in cui è stata ammazzata ricorda a Suleiman una vecchia leggenda: quella di un demone, il Popobawa, che si dice infesti l’isola.

“…In ogni foresta, in ogni fattoria, in ogni orto del pianeta, quello che è sotto la terra crea quello che c’è sopra. È per questo che concentrare l’attenzione sui frutti maturi è inutile…”

Il Popobawa è una creatura tanto mostruosa quanto libidinosa e rinnova la tradizione degli incubi e dei succubi, molestando le proprie vittime.

Le vittime, subiscono tutti lo stesso, infame, trattamento: inizialmente avvertono un odore acre e nauseabondo o scorgono piccoli sbuffi di fumo nell’aria, come se il visitatore invisibile stesse fumando una sigaretta accanto a loro, quindi vengono assaliti nei propri letti.

Per gli scettici la spiegazione rimane molto semplice: la paralisi che quasi sempre si riscontra in questo tipo di esperienza dimostrerebbe in modo lampante la natura “onirica” delle creature demoniache.

I personaggi del testo di Nanni Cristino sono personaggi “fuori dal comune”, distanti dagli stereotipi usati normalmente nei gialli.

L’ambientazione del testo descrive luoghi fortemente influenzati da un mix di tradizioni differenti: indiane, arabe e africane.

Le ombre del male si annidano ovunque, ma quando trovano la cornice giusta, acquistano una forza che forse è più inquietante del male stesso.

Una trama semplice, priva di fronzoli, bellissima. Descrizioni accurate, che tuttavia si inseriscono nel ritmo senza smorzarlo.

Il romanzo è ricco di contenuti, ben condito scelta lessicale e abbondante negli intrecci inattesi, eppure l’ho divorato come uno stuzzichino. Il protagonista ci offre come dessert quella che potrebbe sembrare una morale, uno monito. Ma l’orrore non concede rimedi.

Ammetto che Nanni Cristino ha una grande abilità nella descrizione della psiche dei protagonisti, rendendo i loro pensieri reali, sconvolgenti e, talvolta, terrificanti.

E’ un libro per nulla difficile, scorrevole e piacevole, che soprattutto nel finale, secondo me eccezionale, richiede una riflessione un po’ più accurata.

Il libro scuote non le anime, ma i cervelli volubili degli esseri umani che andranno a leggerlo. O meglio, ci riesce gradualmente cercando di farvi sentire l’odore della paura.

Il thriller è uno di quelli che vale la pena leggere, a mio avviso uno dei lavori non seriali migliori degli ultimi anni del genere. La trama è intricata, complessa; ci sono vari flashback, delle voci fuori campo abbastanza confuse, ma quando si arriva alla fine … ecco che compare la verità. Insomma, Popobawa è un libro enigmatico, complesso, nella trama, ma non nella semplicità della scrittura molto fluida. Una lettura che con un po’ di coraggio potremmo definire impegnata solo se vista nell’ottica di una trama che si propone di far riflettere sulle paure degli uomini. Forse a volte può apparire un po’ ripetitivo nelle scene, ma per il finale ne vale la pena. Aggiungo che non è un libro fatto per piacere al lettore, ma per farlo immergere nell’oscurità dell’anima.

Lettura che consiglio sia per uso personale che per un regalo, sarà ben apprezzato.

Chissà.

Pensateci stanotte, magari, dopo esservi coricati e aver spento la luce.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

“Amazzonia io mi fermo qui” di Pietruccio Montalbetti, zona Music book editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Leggere un libro con lentezza esasperante affinché possa durare in eterno e non smette di diffondere la sua magia. E avere un puro terrore di essere abbandonata e quindi per evitare di lasciare quella voce amica, cercare di ascoltarla sempre più a lungo, leggendo e rileggendo le parti sottolineate, come un incantesimo affinché si stampi a fuoco dentro l’anima.

Ecco perché amo molto la lettura.

Anche se libri di questo genere non sono così tanti quanto si dovrebbe presupporre. Perché oggi si pensa più alla vendita che al puro talento. Si dimentica l’arte, quella che ti fa uscire da te stesso per abbracciare il cielo e dissetarsi con un sorso di infinito. Leggere è emozione, è immersione totale in un altrui mondo, è la fantasia senza briglie che corre come quei bellissimi cavalli servaggi delle pianure americane. Addomesticarli è un atto blasfemo, perché non si può addomesticare la libertà. È un dannato immondo ossimoro.

Poi, per fortuna, quando meno te lo aspetti e dove non spereresti mai, brillano parole che ti chiamano con voci suadenti come quelle delle sirene di Ulisse:

vieni da me

ti sussurrano;

devo raccontarti una storia.

Ed è una fiaba che ha il sapore della realtà, che è legata ad altre storie simili eppure diverse, tutte con il miglior protagonista del mondo: l’essere umano. E non umano nel senso carnale del termine, ma grondante di quegli attributi che lo rendono sia carne che spirito, sia forma che sostanza, che lo rendono vivo e vibrante.

È strano che quest’emozione sia stata scritta da uno dei miei miti giovanili, il leader di uno storico gruppo che ha alimentato tanti sogni, che ha inciso sulla nostra cultura musicale, che è e sarà sempre protagonista di un’Italia che riscopriva la sua capacità di creare. E creare musica quella vera, quella che rapisce e frusta il volto come un vento selvaggio.

ho già fatto le valigie

e adesso sto scrivendo

questa lettera per te

ma non so che cosa dire

è difficile spiegare

quel che anch’io non so capire

ma fra poco me ne andrò

e mai più ritornerò

io ti lascio sola

Ah! Quando s’alza il vento

Ah! Quando s’alza il vento

No! Più fermare non si può

dove vado non lo so

a me sembra di strappare

qualche cosa dentro me

e vorrei gridare no!

ma se guardo quella porta

io la vedo già aperta

ed ho voglia di fuggire

di lasciare dietro me

tutto quanto insieme a te

di partire solo

Quante volte ho ascoltato la stessa canzone, sentendo davvero il richiamo del vento?

Quella voglia di andare via, di non voltarsi indietro che sposa quel bisogno di muoversi, di non restare mai fermo in un punto, di non invecchiare osservando soltanto la vita che scorre da quell’angusta prospettiva.

I Dik Dik sono questo.

Non i cantanti trasgressivi, ma i poeti di quell’insana e assurda voglia di viaggiare, di cambiare continuamente scenario non fisico, ma psichico. Sono loro i veri ribelli. Non i finti maledetti, pieni di fissazioni e perversioni mostrate con disinibizione sul palco, ma che, in fondo, lasciano una sorta di amaro sapore in bocca. Perché la tua anima, quella veramente indocile, sa benissimo che è tutta una triste recita. È una bella maschera con cui il maledetto conformismo si camuffa attirandoti sempre di più tra le sue spire agghiaccianti.

No, loro erano i nuovi sognatori.

Quelli che cantavano la bellezza di essere sulla strada, incantati non dalla destinazione, ma dai mutati paesaggi che scorrevano veloci, lasciando sempre un segno, un insegnamento o soltanto un effluvio.

Ecco la possibilità di immergermi nel mondo altro, quello sempre più distante eppur vicino alla nostra istintualità, quello più primitivo, meno edulcorato dal politicamente corretto e forse per questo più affascinante per chi come me si sentiva sempre un’eterna esclusa: l’Amazzonia.

Conoscevo molto bene, attraverso racconti e libri, la sua cangiante bellezza, quei paesi abbarbicati al suo ecosistema minacciato, quelle popolazioni così aliene e diffidenti. Le sentivo profondamente unite a me da uno stesso filo. Io a Roma non respiro. A volte mi sento così soffocare da questa città ingombrante, tanto da dover aprire la finestra. Ho bisogno di trovare un albero, un fiore, un insetto. Ho bisogno persino di essere punta e di provare dolore, per reagire al pericolo dell’onnubilamento del mio io, quel pericolo che ogni mondo globalizzato, ogni democrazia che venera l’uguaglianza senza porre l’accento sulle singole potenzialità, ogni civiltà che non coopera ma assoggetta, pone.

Ecco cosa mi soffocava.

La mancanza di empatia, di veri legami, di essere parte sì, di un agglomerato, ma distinta e forse accettata per qualche mia bizzarra capacità, fosse anche quella di creare mondi e di sognare nuovi universi, fino a sentirli così tanto vicini da sfiorarli.

Amazzonia mi fermo qui ha questa straordinaria capacità di restituirmi aria pura. Di riuscire ad assaporare odori sconosciuti e al tempo stesso familiari, di ascoltare voci diverse dalla mia, ma cosi intense da rimbombare con grazia nelle mie orecchie e accendermi quel pensiero affaticato, quasi atrofizzato da una sorta di inedia. Vedere colori nuovi al posto di un grigiore stancante e sentire sulla mia pelle la pioggia fredda, scrosciante, una furia, una tempesta che al pari di quella mia interiore, spazza con brutalità ogni ostacolo, ma al tempo stesso si rivela utile e importante per mantenere rigogliosa la foresta. Quel viaggio intrapreso con Pietruccio è stato, in realtà, un viaggio in quelle emozioni che mi avevano insegnato a temere: la ribellione, la volontà di mettersi alla prova, di dimostrare che gli ostacoli, il dolore, le difficoltà fanno parte di quel ciclo immenso e duro e splendido chiamato vita. E rifiutare anche tutta la civiltà per spogliarsi di ogni orpello, immergersi nel fango e uscirne diversi, magari apprezzando cosa si ha. Ma capendo che in fondo, ogni comodità, ogni conquista, va amata, depurata dalle scorie, così come la nostra civiltà va contestata e rifondata. Ed è quello che accade all’autore.

Capisce che è solo per un bizzarro gioco del destino che è nato nella parte giusta del mondo, quella che, nonostante tutto, ci permette di esprimerci. Magari con fatica, magari senza essere capiti, magari svolgendo il ruolo utile di devianti, ma possiamo farlo. Possiamo lottare e scegliere sia di addormentarci vicino al nuovo iPhone, sia di prendere le nostre possibilità e regalarle al mondo. Che le nostre armi siano una chitarra, una penna, una danza, un pennello, ognuno di coloro che amano e creano l’arte, possono iniziare a vivere nel loro mondo, in modo RESPONSABILE. Ma per farlo dobbiamo confrontarci, dobbiamo scendere dal nostro personale piedistallo e incontrare l’altro, incontrare il nuovo, combattere la tendenza all’assuefazione.

Chiudere il libro è stato triste. Mi sono sentita quasi orfana senza la voce di Pietruccio a narrarmi le sue avventure a raccontarmi le sue riflessioni. È stato un po’ come salutare un amico, abbracciandolo forte e ringraziandolo del dono immenso che ti ha elargito con un sorriso pieno di luce.

Cosa mi ha regalato Pietruccio?

La capacità di pensare, di riflettere attentamente su parole scritte con un sangue distillato direttamente dal cuore. Nelle mie orecchie ora risuona a tutto volume una delle mie canzoni preferite, quella che sembra scritta per me, con quel lieve ritmo da antica e fragile ballata

Lasciò il suo paese all’età di vent’anni

con in tasca due soldi e niente più

aveva una donna che amava da anni

lasciò anche lei per qualcosa di più

Promise a se stesso di non ritornare

al vecchio paese della sua gioventù

dove nessuno voleva sognare i campi d’arare e niente di più

Cominciò così a fare il vagabondo

girando paesi e città

cercò la fortuna in quartieri del mondo

dimenticando la sua povertà

Un giorno in casa di un grande poeta

trovò dei ragazzi che parlavan di pace

di colpo capì che era quella la meta

che aveva raggiunto per esser felice

Ritornò così a fare il vagabondo

girando paesi e città

voleva portare l’amore nel mondo

ma pensò al paese di molti anni fa

Senza un soldo in tasca tornò ancora verso casa

aveva capito cosa conta di più

davanti alla sua porta c’era lei che lo aspettava

tutto come prima e non chiedeva di più

E in queste parole c’è il senso dell’avventura descritta in Amazzonia. Pietruccio non è solo l’avventuriero, l’esploratore, il pazzo che mette quasi a rischio se stesso e la sua incolumità. È l’anima stessa dei Dik Dik, completamente avvinti e intrinsecamente legati al tema del viaggio. Un viaggio che è ricerca interiore, il provare al mondo l’esistenza di un universo segreto, del luogo per eccellenza dell’anima, del Rio abajo il Rio (come racconterebbe la psicologa Clarissa Pinkola Estes), laddove tutto muore e rinasce, il sogno che crea la realtà come nei bellissimi miti aborigeni.

Nel libro c’è un vero tempo del sogno, ossia la capacità di uscire dalle proprie ristrette dimensioni e osare entrare in quelle proibite o ignorate, questa è arte e creazione, questo è il vero profondo significato del viaggio. È un osare varcare i ristretti confini come fece Gulliver, ignaro degli avvertimenti. È la scoperta di Colombo, ignaro delle fobie. È un osare rompere i tabù, quelli che servono per tenerci ancorati a un’unica realtà, impedendoci di sognare e appunto di creare. È la volontà di muoversi, di combattere la stasi, di combattere la forma che resta sempre immobile, sempre uguale e che va contro la nostra stessa essenza di esseri in balia di un’unica legge: l’evoluzione. Perché l’immobilismo è l’antitesi dell’arte, così come l’arte è la nemesi della morale. Ma al tempo stesso l’arte è etica. E Pietruccio non ci regala solo musica che fa da sottofondo a brani intensi e bellissimi come l’isola di Wight o Sognando la California, la sua arte si esprime con mirabolante bravura nel suo racconto facendo commuovere, facendoci arrabbiare, lottando con un’innocenza e una purezza abbagliante, contro i limiti del pensiero umano e i suoi stereotipi. È un pensiero che non si arrende di fronte alle brutture, che si interroga fino quasi a litigare con Dio, per fermarlo, farci a botte e dargli un nuovo nome. Perché siamo noi a creare Dio, non è Dio a creare noi.

E Pietruccio lo plasma accogliendo l’altro, abbracciandolo, dandogli la mano e entrando con rispetto e gratitudine nelle altrui culture semplicemente con la curiosità onesta di un bambino. E non per sfruttarli o per sentirsi migliore, ma per provare ancora compassione.

L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso.
Anne Carson

Pietruccio torna diverso.

Torna con una consapevolezza matura di sé stesso e della nostra presunta civiltà superiore. Nulla è superiore alla vita e la vita si manifesterà sempre in mille diverse sfaccettature e avrà volti di sconosciuti che sono parte stessa di un universo interconnesso in cui tutti noi, indios, europei, africani, americani siamo dipendenti uno dall’altro, rendendo ogni nostra più misera azione pregna di conseguenze. Sta a noi decidere se creare paradisi o inferni in terra.

Un bellissimo proverbio indiano dice:

Viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso.

Ecco il vero significato del viaggio di Pietruccio e di ogni nostro vagare. Non una semplice attività ludica, un passatempo di annoiati viziati, ma una soglia arcana attraverso la quale ritroviamo il nostro mondo simbolico, superando barriere, abbattendo con il machete dell’empatia i preconcetti, per tornare pienamente noi stessi.

E io come lui spero che questo libro possa realizzare un grande obiettivo:

A tutti i complici silenziosi dello status quo ho sempre opposto, a modo mio, la mia chitarra, le mie canzoni, il mio modo di stare al mondo, e vorrei che anche le storie dei miei viaggi servissero a questo, perché sono essenzialmente storie d’incontro, che è la vera arte della vita, come diceva Vinícius de Moraes.

“Semplicemente giò” di Erika Lenti, Un cuore per capello editore. A cura di Milena Mannini

 

Un’esplosione di felicità, ottimismo e voglia di amare, questa è Giò la protagonista creata da Erika Lenti, una ragazza innamorata dell’amore, che non ha paura di mettere in gioco il proprio cuore nella speranza di trovare un giorno il principe azzurro.

E tutto può accadere un giorno qualsiasi, proprio quando non ti aspetti nulla, nessun gesto, nessuna attenzione.

 

Forse adesso è arrivato il mio turno perché sento, nel più profondo del cuore, che l’incontro con Liam cambierà la mia vita. Liam sarà il mio cambiamento!

 

E se la nostra Giò avesse la fortuna/sfortuna di incontrare non uno ma due principi.

 

Quante possibilità c’erano al mondo che trovassi un altro in tutta New York

 

Due persone talmente diverse, ma che entrambe catturano l’attenzione della ragazza, e se non bastasse a complicare la vita della protagonista, la parentela che lega i due ragazzi

 

Ah dimenticavo! Non puoi capire che shock quando Liam mi ha detto che il fratello si chiama Dylan. Avevo gli occhi di fuori! Ma quante possibilità c’erano che avesse proprio quel nome? Poverino, già solo per questo, non mi sta tanto simpatico.

 

Magari però è semplice basta scegliere tra Liam il principe romantico, sempre attento a ogni tua esigenza e desiderio, perfetto in ogni situazione, per cui tu sei il centro del suo mondo e che mai ti farà mai soffrire. Oppure il principe tenebroso, che non sai mai cosa possa dire o fare, che spesso non parla e ti lascia in balia dei dubbi, ma da cui sei irrimediabilmente attratta.

 

Dylan è pioggia e Liam il mio sole. Ma cosa voglio dalla vita? Scaldarmi sotto i raggi del sole, sotto il suo tepore e la sicurezza che emana, o farmi invadere dalla pioggia torrenziale, che potrebbe trascinarmi chissà dove?

 

Molte sceglierebbero la sicurezza ed anche la nostra Giò, forse per stanchezza di sentimenti donati e mai ricevuti, infondo basta dimenticare le emozioni che l’altro ti provoca.

 

Ho passato gli ultimi anni a lagnarmi perché il mio letto era un via vai di uomini vuoti, aspettando il vero amore con la speranza che, prima o poi, sarebbe arrivato, e ora che ho trovato Liam, rischio di perderlo per una fantasia.

 

Purtroppo i sentimenti non sono facili da domare, e la strada più semplice non è sempre la migliore.

 

Questo triangolo, che insiste a voler prendere forma, proprio non mi piace.

 

Giò dovrà guardarsi bene dentro e capire cosa davvero vuole, perché le decisioni prese, si riflettono inevitabilmente su tutti i protagonisti della storia, ognuno con le loro debolezze e paure, ma soprattutto sentimenti.

E’ facile immedesimarsi nella protagonista, e magari vi ritroverete a pensare che vi piacerebbe avere un’amica come lei, un po’ pazzerella, divertente e incasinata sentimentalmente.

Riuscirà Giò a capire cosa vuole veramente, o si arrenderà alla scelta più facile?

E voi invece cosa scegliereste? Un principe azzurro o un dannato? Io ho scelto il principe ed ho sbagliato

Buona lettura Milena

 

Anteprima dal diario di viaggio Il presidente di Missioni Don Bosco, Giampietro Pettenon, è in Amazzonia per incontrare le comunità affidate ai salesiani.

 

“Stiamo andando alla periferia del mondo e sembra di essere nel paradiso terrestre”
Lungo il percorso vediamo numerose comunità indigene nei piccoli villaggi In tutti spiccano in mezzo al verde la cappella e l’edificio scolastico
Siamo sbarcati a Manaus, capitale dell’Amazzonia, dopo un lungo viaggio da Torino. … Manaus ha circa tre milioni di abitanti, è completamente circondata dalla foresta amazzonica e si trova sulla sponda destra del Rio Negro che arriva da nord (le acque sono limpide, ma scure) in prossimità della sua confluenza con il Rio Branco, che arriva da ovest (le cui acque sono di colore chiaro, sabbiose e quindi sempre torbide e limacciose, ambiente ideale per i coccodrilli) e subito dopo vi confluisce il Rio Medeira che viene da sud (con acque color marrone, come il legno). I tre fiumi formano, da Manaus all’oceano Atlantico, il grande Rio delle Amazzoni. A Manaus i salesiani hanno numerose opere educative, ma soprattutto da questa città coordinano il lavoro delle opere missionarie fra gli indigeni dell’Amazzonia. La nostra destinazione è proprio una di queste: Iauaretê, all’estremo confine occidentale del Brasile, di fronte al confine con la Colombia. Per avvicinarci alla nostra meta dobbiamo prendere un altro volo aereo, fino a Sao Gabriel de Cachoeira (cachoeira significa “cascata”). A Sao Gabriel si arriva solo per via fluviale risalendo il Rio Negro, con il battello in tre giorni di viaggio, oppure con l’aereo che la collega a Manaus due volte la settimana. Sao Gabriel è l’ultima, o la prima, cittadina indigena di questo immenso territorio pieno d’acqua e di vegetazione lussureggiante. Anche a Sao Gabriel ci sono i salesiani, e ci sono da ben 103 anni. Sono infatti arrivati nel 1915. La cittadina si sviluppa intorno al nucleo storico di edifici che furono il collegio salesiano, la sua grande chiesa, che oggi è la cattedrale della diocesi. I primi vescovi erano tutti salesiani, perché questa parte dell’Amazonia – la regione dell’alto Rio Negro – è stata conformata dalla presenza dei figli di Don Bosco. …

Il viaggio in barca per tutto il giorno è per se stesso un’esperienza unica e per molti versi, straordinaria. Lungo il percorso incontriamo numerose comunità indigene con i loro piccoli villaggi a bordo della riva sinistra del fiume. In tutte spicca in mezzo al verde la cappella e subito accanto si vede il semplice edificio della scuola. Sono tutte comunità cristiane fondate dai salesiani nei tempi passati. Don Bosco e Maria Ausiliatrice sono presenti e venerati ovunque da queste parti. Il segno distintivo dell’opera educatrice e insieme evangelizzatrice dei figli di Don Bosco è proprio una chiesa con accanto una scuola. Senza educazione dei giovani, senza promozione umana, l’evangelizzazione rischia di diventare proselitismo. E senza una Chiesa accanto all’opera educativa e scolastica, quest’ultima rischia di diventare un servizio sociale proprio delle istituzioni governative. Come ci ricorda in nostro caro papa Francesco, la chiesa non è una Ong, e non lo sono nemmeno i salesiani. Educazione ed evangelizzazione sono per noi salesiani come le due mani della mamma che si prende cura del suo bambino. Forse c’è una mamma che sarebbe disposta a rinunciare ad una sua mano ritenendola superflua? Così per i salesiani le due dimensioni vanno sempre insieme compenetrandosi e fondendosi insieme in quella che chiamiamo “spiritualità del quotidiano”. Alle ore diciassette, dopo undici ore di viaggio siamo finalmente arrivati a destinazione, con una bella ora di anticipo sulle migliori previsioni. Ci è proprio andata bene, quest’oggi. Sulla riva ad accoglierci, avvisati del nostro prossimo arrivo dal solerte don Roberto e, organizzati dalle bravissime suore Figlie di Maria Ausiliatrice, ci sono i bambini e ragazzi dell’oratorio con palloncini, striscioni, musica e danze. Una accoglienza trionfale. Baci e soprattutto tanti abbracci. Siamo gli ospiti d’onore a Iauaretê. D’altra parte non sono così frequenti gli ospiti da queste parti, soprattutto se europei! … Siamo letteralmente arrivati in capo al mondo e ci siamo trovati…. a casa!
Giampietro Pettenon

Potrete leggere il diario di viaggio integrale nel sito di Missioni Don Bosco

https://news.missionidonbosco.org/da-manaus-a-Iauaretê-passando-per-sao-gabriel-decachoeira.

 

Al suo rientro, la prossima settimana, Giampietro Pettenon sarà lieto di rispondere ad eventuali interviste.