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Se l’Italia legge poco, sicuramente è tra le prime nelle critiche su ogni argomento queen of chaos kindledello scibile umano. Dal calcio alla politica, fino ai libri, la persona media non fa che sognare di diventare il nuovo Umberto Eco. E quindi via libera all’uso di termini altisonanti, capaci di fornire a semplici giudizi di gusto una patina di altisonante attendibilità, rendendole semplici blaterazioni finto intellettuali. Come direbbe la Ferilli in una nota pubblicità di un divano: “Ce piace tanto chiacchierà”.

Probabilmente convinti che secoli di letteratura ci donino l’autorevolezza giusta per decidere quale testo sia da premiare e quale da stroncare (che orribile parola) ci arroghiamo il diritto di sentenziare, di spezzettare, di sezionare un testo fino a trovarne i piccoli dettagli che sono discordanti con l’eccelsa bellezza che dovrebbe avere un testo. Come se lo spirito di Italo Calvino o Alessandro Manzoni ci avesse posseduto usando i nostri corpi come marionette per far risuonare nuovamente una severa voce, capace di ammonire il povero autorucolo sugli obblighi e i rischi che intraprendere una carriera letteraria che possa definirsi tale comporta. E invece siamo solo persone normali. Mi spiace svelare l’arcano segreto così su due piedi, in questa mia recensione, ma questa è la verità: siamo solo semplici, bizzarri, insoddisfatti lettori incapaci di lasciarci trascinare dalla corrente della fantasia senza avere la tentazione di inserire argini. Che risultano brutti e totalmente fuori contesto.

Perché questa piccola precisazione, vi chiederete ora?

Cosa c’entra con il libro?

È solo volontà polemica di contestare una tendenza?

In realtà, no.

È la giusta premessa per raccontarvi (perché questo è il senso della mia recensione) un libro che, spero per voi, andrete a leggere.

La saga di Kate Ross non si analizza.

Si vive.

Non va dissezionata, va fatta parlare.

Forse non comprenderete immediatamente tutte le molteplici sfumature, tutti i dettagli, tutta la straordinaria capacità di fondere storia e mito, di assaporare le sfaccettate personalità dei protagonisti, di assaporare la rabbia, l’oscurità, il terrore e il coraggio, di sfiorare il dannoso frutto dell’ossessione, di andare oltre la netta linea che ogni fantasy delinea tra bene e male. Ma assaporerete la vellutata bellezza del suono, di quella parola che tanto si bistratta quando la si ingabbia in schemi cosi rigidi e cosi netti, frutto di una società impaurita e abbandonata a sé stessa. Forse è per questo che abbiamo bisogno di qualcosa che ci ancori alla realtà. Forse siamo un po’ anche noi sciocchi umani incapaci di convivere con il mistero se non legandolo, così come succede ai Deaeva, protagonisti indiscussi del libro.

Cosa scrive la Ross?

Non solo fantasy, ma una rivisitazione a tratti polemica, a tratti ricca di speranza, della nascita e della crescita delle civiltà. E queste strane aggregazioni, che tramite il concetto di società costruiscono stati, imperi o clan, possono esistere solo a patto di controllare e sottomettere le molteplici forze di quel contesto (mondo) in cui devono emergere. I Daeva non sono altro che immagine di un universo numinoso, fantastico, oserei dire sacro, che disceso sulla terra per qualche strano patto o per qualche assurda sfida, donano alla cosiddetta realtà un alone di ignoto e mistero. È su quell’alone che si innesta la storia, viaggiando e destreggiandosi tra conoscenza (personificata dal profeta Zarathustra) e potere (impersonato dalla religione della fiamma). E ovviamente, come accade oggi, il potere può esistere solo se si arroga il diritto di decidere cosa è giusto e sbagliato, cosa significhi bene e male, dividendo l’indivisibile tutto in forze caotiche e forze ordinate. Con un occhio attento e goloso verso quel caos che usano come minaccia, come capro espiatorio, in una costante creazione del nemico per poter…comandare.

Così, semplicemente.

I sogni di grandezza divengono catene di oppressione.

E come si mantiene l’oppressione?

Creando strutture ad hoc che siano intrise di fanatismo o ispirate da un sano idealismo. In entrambi i casi sosterranno e reitereranno quel sistema, innanzitutto valoriale, che il centro occulto del potere intende usare come giustificazione al dominio. E quel sistema si basa su una verità che chi legge trova agghiacciante, ma che ci ha accompagnato per secoli: il mistero e la magia sono soltanto strumenti del male… qualora non siano guidati e tenuti sotto controllo da un sistema morale intricato e contraddittorio. Ecco che la via di elevazione del profeta, quella presente nel libro sotto la dicitura Via della fiamma, da mappa per rinstaurare un dialogo con il mondo altro, diviene un pensiero di coercizione e di giustificazione della sottomissione. Non soltanto della libertà di esseri diversi da noi, magici, originari di un mondo che in fondo è specchio del nostro. Ma anche di quella di milioni di persone avvinti in modo totalizzante a menzogne e bugie. Nazafareen è il simbolo di chi non riesce o non vuole rinunciare alla ribellione che uno spirito critico porta con sé, e si ritrova in tutti e tre i libri a rifiutare e smontare pezzo per pezzo tutta l’etica che ha tenuto assieme il suo mondo. E questo mondo, perdendo il collante primario, cadrà a pezzi sotto la spunta di un’oscurità che è, in fondo, dentro la sua stessa genesi.

Dentro il suo nucleo principale.

Cadrà sotto i colpi sferzanti del caos, delle sue contraddizioni, di quella realtà per troppo tempo deformata che, all’improvviso, germoglierà in ogni suo orrore. Perché quando tentiamo di beffare il nostro mondo, un domani ci ritroveremo sempre con il rischio di esserne annientati. Vedete, il nostro universo non sarà mai di una sola dimensione. Non sarà mai partecipe di una sola realtà. Oggi gli studi scientifici, grazie al genio di Einstein, ci hanno donato una visione molto più veritiera del mondo. Non appare più così perfetto e razionale, ma profondamente sfaccettato, multidimensionale, stratificato e addirittura costruito a stringhe. Ogni elemento è perfettamente inserito in una sorta di cosmica ragnatela, dove tutto è interconnesso e interdipendente.

Il mondo dei Daeva, quindi, ci appartiene di diritto. Fa parte di noi con tutta la sua carica pericolosamente rivoluzionaria. Il mondo numinoso è semplicemente speculare al nostro, anche lui dipendente dal bellissimo concetto di nesso.

Il luogo da cui tutte le cose del paradiso e della terra erano collegate

Ed è in quel luogo originario che esistono gli elementi presenti nel testo, quelli che poi si fondono nel quinto. E il quinto elemento non è che la connessione pericolosa e bellissima di tutto, laddove il tutto si manifesta troppo immenso, troppo grande, troppo oltre la carnalità per essere sopportato senza conseguenze. Ma al tempo stesso è con il quinto elemento che si muove tutta la vicenda, mentre, come un beffardo Demiurgo la Ross mette alla prova tutti i protagonisti, ponendo loro la fatidica domanda:

Cosa può accadere mettendo a disposizione tutto il potere dell’universo?

Chi cadrà in preda a sfrenate ambizioni?

Chi lo userà per riparare torti?

Per ottemperare a strane ossessioni?

Ogni protagonista sarà, dunque, sottoposto all’ardua impresa: quella di maneggiare il potere e da esso lasciarsi forgiare. Ci sarà chi perderà la testa e chi, invece, riuscirà a redimersi. Chi porterà con se la fiamma della conoscenza mostrando a tutti l’altra via e chi al potere preferirà sempre e soltanto l’eterno sentimento cantato dai poeti.

Non riuscirò a parlarvi oggi della composizione del testo. Né vorrò analizzare il suo mainstream o quanto e come l’infodump è utilizzato. Non conterò quanti avverbi ci sono nel testo né spiegherò se l’autrice ha accettato di porsi al servizio dello show don’t tell. Non vi parlerò del contesto, di quanto esso sia coerente o come la credibilità del fantasy sia stata realizzata.

Perdonatemi.

Ma ero impegnata a vagare esterrefatta e incantata nel dominio, in quel chiostro crepuscolare, nebbioso e caliginoso pieno di orrori e magie. Ero impegnata a osservare ogni anfratto e ad ascoltare quella voce suadente che mi spingeva a varcare portali. Ed ero cosi affascinata dal profeta che mi sono seduta sull’erba ad ascoltare suoi insegnamenti, conscia che una volta risalita non sarei più stata la stessa.

Ecco, io vi consiglio di leggere e lasciarvi avvinghiare dalla nebbia, dal sole bruciante del deserto, dal paesaggio strano e inquietante delle Great salt Plain. Di viaggiare in ogni luogo, di tremare di terrore e piangere per la commozione. E di prestare attenzione come me alla voce cantilenante e antica di Zarathustra:

la nostra gloria più grande non è nel non cadere mai ma nel rialzarsi ogni volta che lo facciamo

Buon viaggio.

E se vi ritroverete a vagare nel Dominio, fate attenzione ai pregiudizi.

Ai “pastori” non piacciono per nulla.

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