“Nero corvino” di Roberto Ricci, Le Mezzelane editore. A cura di Vito Ditaranto.

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Sono pochi, anche fra i pensatori più pacati, coloro che non siano rimasti colpiti da una vaga e tuttavia inquietante semicredenza nel soprannaturale, indotta da coincidenze in apparenza di così straordinaria natura che l’intelletto non può accettarle come mere coincidenze. Simili sentimenti -giacché le semicredenze di cui parlo non posseggono mai il pieno vigore del pensiero – di rado vengono totalmente repressi se non si fa riferimento alla teoria del caso o, come si dice tecnicamente, al Calcolo delle Probabilità. Ora questo calcolo è, nella sua essenza, puramente matematico; e pertanto ci troviamo di fronte a questa anomalia, che la scienza più rigorosamente esatta viene applicata all’ombra e alla non-entità di quanto nella speculazione e meno tangibile.”

E.A.Poe

Un viaggio nel crepuscolo.

Questo è “Nero Corvino” un testo in cui si rivivono in chiave moderna l’enigmaticità perturbante di Edgar Allan Poe, maestro assoluto del thriller psicologico, il magnetismo straniante di Harry Clarke mescolato al pensiero ideologico di Sergio Bonelli.

Con la sua paradossale capacità di invenzione, Ricci indaga le zone d’ombra nascoste dietro la normalità apparente delle nostre esistenze e dà vita a inquietanti discese nei recessi più bui dell’animo umano…

Come Sergio Bonelli e come E.A.Poe, Roberto Ricci ci immerge nella follia dell’animo umano attraverso i suoi racconti dalle tinte multicolore in cui spicca il nero, appunto Corvino.

In questa raccolta di racconti, sfavillante nella pregevole veste di Le Mezzelane, ornata da una copertina visionaria come il testo folle delle dell’autore, le atmosfere oscure, i drappi gotici e gli sguardi inquietanti, risultano perfettamente in tema. Nel testo ritroviamo un ampio, curatissimo campionario della genesi del terrore. Guidati da una narrazione che immerge completamente il lettore, in cui ogni parola è calibrata allo scopo di generare tensione, saggiamo l’angoscia per l’attesa nel buio, viviamo il panico dell’impotenza davanti alla furia degli Elementi, scopriamo l’orrore dell’efferatezza, misuriamo i passi dentro l’oblio, sperimentiamo lo sgomento per l’incomprensibile e la follia.

Proprio la follia, rappresenta il tema ricorrente in ogni capitolo, costituisce la chiave di volta di buona parte del lavoro dell’autore, presentata come variabile imprevedibile della condotta umana, scarsamente intellegibile e per questo fonte di dubbio e timore.

L’interpretazione del lettore, spesso claustrofobica, dei fatti ne fanno uno strumento di folle narrazione nelle mani dell’autore per sviscerare punto per punto con soddisfazione i complessi casi dei crimini oggetto dei cinque racconti.

Quello di Ricci è uno stile attiguo al decadentismo piuttosto che votato al “brivido puro”, dotato di una prosa ridondante di vocativi, a tratti lirica, in generale molto incline al cruento, e più affine alla filosofia del terrore dell’Io, che alle “notti insonni”.

Il testo si apre con Gli occhi della bambola”, che apre le porte del castello del terrore, in cui la notte buia avvolge Sonia in una coperta di pece. Occhi che sembravano catturare chi legge le parole dello scrittore sino a eludere ogni raggio di sole e risplenderne di luce riflessa trasportando il lettore dalla luce al buio.

Il secondo racconto, “L’acconciatura sbagliata”, il mondo descritto è quello dell’autore stesso, quello degli acconciatori, in cui astiosità, intrecci, si intessono mirabilmente in una storia horror ricca di colpi di scena. Il terzo racconto, “La Ballerina”, ci trasporta, in mondo demoniaco, fatto di musiche e di danze macabre che, sembrano condotte dalle note del “Trillo del diavolo”. Il quarto racconto, “Guanti neri”, ci riporta all’ordinaria follia osservata da ignaro spettatore intento nello spettacolo della vita che lentamente defluisce. Infine, l’ultimo racconto, “La goccia”, ci ricorda che: Ogni goccia di sangue che scorre via dalle vene è allo stesso tempo prova di vita e prova di morte.

La penna di Roberto Ricci è sciolta e suggestiva, la cadenza è modulata in modo minuzioso con colpi di scena sempre dietro l’angolo.

Questo autore non fa scorrere il sangue nei palazzi, ma nelle vostre vene; non vi conduce in paesi lontani, ma vi porta in luoghi vicini; non vi espone al pericolo di essere divorati dai selvaggi, ma ve lo fa sentire sulla pelle; non si rinchiude in luoghi clandestini di perversione, ma vi porta dentro; non si perde mai nelle regioni della fantasmagoria, ma vi conduce in pozzo profondo e senza luce. Il luogo della scena è il mondo in cui viviamo; il nucleo del suo dramma è vero; i suoi personaggi sono estremamente reali; i suoi tipi sono i vostri conoscenti; le vicende che descrive sono conformi agli usi e ai costumi di tutte le nazioni civili; le passioni che egli dipinge sono le stesse che sperimento in me; sono le stesse motivazioni che le agitano, hanno l’energia che io riconosco in loro; le traversie e le afflizioni dei personaggi hanno la stessa natura di quelle che mi minacciano continuamente; egli mi mostra le cose che ci circondano.

Il rischio che correte con questo libro è quello di perdere la vostra anima, il vostro spirito si piegherebbe con fatica a visioni chimeriche, l’illusione potrebbe divenire la vostra realtà.

Non è esagerato definire quest’opera un’elevata follia, considerando la follia come un elogio.

Una prosa fluida. Lo stile è unico, essenziale, istruttivo e meticoloso. L’autore ha saputo ben dosare ogni elemento.

Approfondito, sagace e preciso.

O è il male ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura. (Sant’Agostino)

Non perdete il “Parrucchiere del brivido”, e non perdete i suoi tagli incisivi e netti della vita che finisce nelle emozioni lette tra le sue parole.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

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Un pensiero su ““Nero corvino” di Roberto Ricci, Le Mezzelane editore. A cura di Vito Ditaranto.

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