“Il lato oscuro dei frutti di mare” di Giovanni Nikiforos. A cura di Andrea Venturo

 

Le vongole sembrano pacifici mitili grandi amici degli spaghetti.

Ma

Provate a fare apprezzamenti su una Cosmovongola verde di Filomitile e i guai che vi capiteranno tra capo e collo non avranno nulla da invidiare a quelli del protagonista. E sì che lui non ha fatto apprezzamenti sulla Cosmovongola in questione, li ha fatti un suo amico… che ha rischiato di finire in pasto alle alghe carnivore ed essere da loro divorato nell’arco di alcuni anni.

Una prospettiva spiacevole.

La morale? Mai, mai fare apprezzamenti su una Cosmovongola: sono come le formiche terrestri: nel loro piccolo si arrabbiano e quando succede… meglio essere altrove.

La Trama

Si tratta di space-opera ovvero una di quelle storie dove la tecnologia è talmente evoluta che le astronavi sono come le navi da diporto, facili da guidare, ma spesso con una personalità inversamente proporzionale alla massa.

Insomma più son piccole e più l’intelligenza artificiale che le controlla è difficile da interfacciare.

Nonostante il finale prevedibile, quello che sorprende è l’enorme inventiva dell’autore che sforna, di pagina in pagina, decine di trovate, gag esilaranti, battute, situazioni che non mancheranno di strappare qualche sana risata anche al più serio dei lettori.

L’universo

In teoria dovrei parlare di ambientazione, ma qui si tratta dell’intero universo col suo carico di ammassi stellari, galassie, ammassi di galassie e compagnia bella. Effettivamente ci sarebbe un difettuccio: è quasi impossibile che forme differenti di vita possano coesistere nel medesimo habitat, ma è un “difetto” che il pubblico apprezza e comprende. Nessuno ha gridato allo scandalo davanti al bar di Mos Eisley o alle avventure del capitano J T Kirk. Insomma un 21% di ossigeno unito al 75% di azoto non ha mai ucciso nessuno, va bene così. A parte questo la coerenza tra gli elementi inventati, come il colorante dei graffiti spaziali (che a me ricorda tanto la marmellata che Stella Solitaria usa per nascondersi ai radar… anzi, al Mr. Radar dello Spaceball One) o i gusti sessuali di una Cosmovongola è a dir poco spettacolare. Ogni elemento dell’ambientazione si incastra perfettamente nella trama e contribuisce ad esaltare la narrazione coinvolgendo il lettore come se fosse davvero lì.

I Personaggi

Come ogni scrittore che si rispetti Giovanni Nikiforos riesce a gestirne molti con la sua penna. Non è facile descrivere una forma di vita aliena nel libro sono presenti decine di razze differenti, ognuna con le sue peculiarità e spesso necessarie per la trama. L’evoluzione dei personaggi è tuttavia meno curata e limitata al protagonista il cui arco narrativo lo vede alle prese con i propri demoni interiori, come se quelli esteriori non fossero sufficienti. Attorno a lui due comprimari dotati di pancia e muscoli e poi un esercito di altri che si schiereranno al suo fianco oppure lo combatteranno senza quartiere.

Lo stile

Irriverente, vivace, talvolta un poco sboccato, Giovanni sfrutta il ben gestito teatrino di astronavi e razze aliene per prendere in giro situazioni e personaggi che nulla hanno a che vedere con lo spazio e le astronavi, quanto con politica, mafia, calcio, spettacolo e in generale quei temi che affollano la cronaca e il gossip di radio, giornali e televisione. La scelta dei termini è cesellata ad arte e, salvo sviste da parte mia, sempre calzante alla situazione. Farebbe pensare ad un editing molto curato, ma a quanto sembra solo l’autore ha messo mano al testo. La narrazione, da un punto di vista tecnico, è portata avanti dal protagonista che riporta dei fatti di cui è o pensa di essere a conoscenza, un narratore onnisciente “alla Manzoni” che conosce tutto di tutti, anche i loro pensieri più reconditi, e ne fornisce una descrizione puntuale e precisa. Forse l’unica cosa che mi ha lasciato perplesso è proprio questa scelta. Tuttavia gli stacchi sono gestiti molto bene: quando c’è un cambio ci si accorge subito perché il modo di parlare dei personaggi e il ritmo della narrazione si adatta al nuovo punto di vista. Insomma: il narratore sa immedesimarsi bene. Nel mio personale mi sono abituato subito a questo modo di gestire gli stacchi e non l’ho trovato pesante, solo molto differente da quel che ho trovato tra i libri di altri autori. Inoltre la quasi totale assenza di refusi (ne ho contati un paio legati ad un accento mancante e un aggettivo non declinato correttamente) e un testo sintatticamente ineccepibile rendono la lettura fluida, scorrevole e in ultima analisi piacevole.

In sintesi
Una Space Opera scritta a maniera, divertente, a tratti esilarante e che nasconde in modo neanche troppo velato le storture della nostra società.

Pro:
una storia spassosa e ben strutturata

Testo curato e scorrevole.

un fuoco d’artificio di trovate comiche e geniali.

Contro:

nulla da segnalare

“Mentre il tempo brucia” di Mary Higgins Clark. A cura di Andrea Venturo

 

Cosa lega una giornalista in cerca della madre biologica, un topo d’appartamento col vizio del gioco, tre amici ortopedici e un giro di droga?

Un omicidio.

Ecco, questo più o meno il sugo della storia. Per qualche dettaglio extra, vi invito a leggere quanto segue, dovrei aver rimosso quasi tutti gli spoiler per cui non rovinerò il finale dicendo che l’assassino non è il maggiordomo.

La storia è raccontata da un narratore onnisciente di stampo classico, segue un arco narrativo tipico delle storie alla Perry Mason (e chi non conosce questo personaggio letterario è pregato di aprire YouTube e provvedere). Seppur è vero che l’autrice avrebbe potuto giocare di più con la protagonista e instillare il dubbio (ma è stata lei o no?) non c’è

dubbio che la Higgins scelga un’altra strada e rende apparentemente impossibile per ognuno dei personaggi principali compiere il delitto.

Fin dalle prime pagine si evince la dinamica del testo e applicando la regola che: “una volta che tutti i personaggi son stati presentati, uno di loro deve essere l’assassino”, diventa facile capire chi è e perché.

Forse per i neofiti sembra non riuscirci del tutto, ma l’intreccio è godibile e gestito in modo da tenere alta la tensione, a parte forse nella parte iniziale del libro.

A scandire i tempi è il processo contro la protagonista: inizia con l’apertura della causa, si conclude con il verdetto. La tensione viene costruita con maestria, il finale non lascia insoddisfatti e l’esperienza è garantita.

L’ambientazione è quella contemporanea, molto americana e se è possibile notare alcuni elementi poco curati, questa è una scelta ragionata in base al tipo di narrazione e di pubblico. Mi riferisco alle varie fasi del processo, tutte molto curate tranne il finale. Il motivo mi è parso chiaro: ormai il climax è superato e serve solo giungere al “sugo” di tutta la storia. Chi va in prigione e chi festeggerà. Stare lì fermi a leggere una pagina e più di attesa della sentenza e sentenza medesima è considerato, nella narrativa contemporanea, inutile.

Per quanto riguarda i personaggi, essi si dividono in quattro categorie.

Donne giovani o giovanili buone e belle.

Donne anziane buone e sagge.

Uomini buoni, coraggiosi, prestanti e perdutamente innamorati di una delle signore di cui sopra.

Uomini non buoni, vigliacchi, violenti e incapaci e, manco a dirlo, incapaci di amare una donna (tra quelle indicate)

C’è un processo, una colpevole da processare, gli amici del “de cuius”, il figlio affranto e poi due attempati investigatori pronti a far riunire famiglie e scoprire assassini, la giornalista che cerca mamma e papà, il collega che indaga sul traffico di ricette mediche illegali, un fabbricante di mattonelle e un’informatrice farmaceutica in gamba… davvero tanta gente!

Ci sono delle eccezioni: l’ostetrica senza scrupoli che vende i neonati, procura spaventose depressioni post parto alle puerpere e per denaro metterebbe all’asta anche i propri figli.

Il topo d’appartamento che si “redime” e, non all’amore, non al denaro, né al cielo decide di dare LA svolta alle indagini.

L’avvocato senza coscienza che per denaro farebbe di tutto (e, guarda un po’… fa coppia con l’ostetrica).

Sono davvero tanti ed ognuno è riconoscibile e caratterizzato in modo da apparire unico e inconfondibile.

La presenza dei cliché è evidente e viene sfruttata per nascondere l’omicida e “quei che gli diede il fatale mandato”.

Questo giochino crea, nel corso della lettura, la possibilità che la protagonista venga condannata al posto del vero assassino. La tensione si gioca, dunque, non sull’azione che pure è presente, ma sulla parte più statica della narrazione ovvero quella relativa il processo.

Un thriller ben realizzato, suspance dosata con maestria, non scontato. Come già detto più sopra: esperienza assicurata.

“Cuore di Tufo” di Giuseppe Chiodi, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Quando ho letto cuore di tufo di Giuseppe Chiodi mi sono detta non sono l’unica fissata con le tradizioni magiche”.

E mi sono rincuorata.

Non sono l’unica che crede nella presenza di spiriti ultraterreni, e che lascia una ciotola di acqua e del pane accanto ai fiori, perché i faeries possano portare fortuna e prosperità. Non sono forse l’unica che recita le preghiere quando passa davanti ai crocicchi, perché Ecate possa benedirmi. Non sono forse la sola che, quando va in montagna porta pane e latte alla terra, per ringraziarla di avermi ospitato. E dona tabacco al Padre montagna ogni qualvolta raccoglie un fiore, una pietra o una piuma. E che recita antiche cantilene di fronte a un tramonto, alla luna piena, a Sirio che brilla luminosa. O che la notte di San Giovanni il 24 agosto, fa il cambio delle erbe sacre, bruciando le vecchie e prendendo le nuove. E parliamo dei sacchetti magici? Retaggio di un’antica tradizione della stregheria che affonda le sue radici in antichi boschivi culti, in antiche leggende che raccontavano della meravigliosa e terribile Dea Bianca, portatrice di vita e protettrice delle fini.

Ecco le tradizioni magiche, sacre, quelle che furono l’originario culto delle nostre religioni attuali (vi stupirete di quante statuette della Dea numinosa venerate, convinti di omaggiare Maria) e che ancora sono alla base del nostro inconscio da cui sono scaturiti sogni, a volte incubi a volte superstizioni dure a morire. Cosi il buon Vecchio Dio Cornuto (no, non è un partecipante di Temptation Island ma è una divinità silvestre) diventa l’ambiguo dio del male. La nobile Ecate, diviene un’infernale matrona crudele e assetata di sangue, e la dolce Lilith un vampiro senza pietà. Ma intanto abitano delle regioni ctonie della nostra psiche, e volenti o nolenti, dobbiamo dare loro il ruolo che gli spetta: custodi del mondo immaginario, quello delle idee da cui ogni arte scaturisce. E Chiodi a suo modo li omaggia. Creando un libro caotico, onirico quasi un incubo dai mille tentacoli. E in ogni pagina omaggia una tradizione sovrastata dal frastuono dei vari Gomorra, dall’olezzo nauseabondo dei vari depositi abusivi. O velato del sangue dei suoi figli che, persa la loro fierezza antica, si lasciano morire, abbracciando il dio Mammona.

Napoli in questo testo che apparentemente disturba poiché veloce, e permeato di immagini, di schizzi pittorici, quasi fosse un Dalì folle a volerlo creare, in realtà brilla fiera, con il cipiglio ombroso ma dignitoso degli antichi Cimmeri.

E chi erano?

Un’antica popolazione Indoeuropea del Caucaso menzionati addirittura nella mitologia greca. Affine agli iranici erano portatori di una strana religiosità sotterranea che faceva di riti oscuri e misteriosi il loro marchio di fabbrica.

« … Là dei Cimmeri è il popolo e la città / di nebbia e nube avvolti »

(Omero)

Nel mito i cimmeri prendono varie forme ma a noi interessa una in particolare ossia quelli flegrei. Strabone parlando della nekya omerica (rito attraverso il quale spettri o anime dei defunti vengono richiamati sulla terra e interrogati sul futuro, ossia la moderna negromanzia.) cita Eforo (storico greco antico nato a Cuma eolica nel 400 A. C. ) che la metteva in relazione con la sede dei Cimmeri localizzata nella zona del lago di Averno. E questo lago era connesso profondamente con l’oracolo dei morti posto sotto la terra nelle vicinanze proprio dell’ingresso dell’Ade. I cimmeri, dunque, erano in rapporti stretti con l’altro mondo, quello in cui le energie liberate dalla carne dimoravano. Da qua nell’epoca moderna il loro appellativo di infernali, di foschi nel suo significato più negativo. E questo si lega alla leggenda secondo cui questo popolo viveva in case sotterranee collegate tra loro da gallerie dove essi accoglievano coloro che bisognavano della loro arte divinatoria. E questo li collega a altri miti riguardanti un misterioso popolo sotterraneo custode di arcani segreti, e temuto dai vili e dai normali. Posso citare Agharta, ma anche i miti riguardanti gli abitanti delle caverne nella zona dell’Aude.

E vogliamo parlare della famosa sibilla Cimmeria?

Situata nell’area di Cuma.

Ecco che in un lontano passato questa popolazione divine il simbolo della rinascita di un paese che ha dato i natali alla grande filosofia, che viveva tra fasti e tra elevata elucubrazioni culturali, un omaggio a una città che va conosciuta anche per il suo genio e non solo per omicidi, camorra e altre brutture. E Chiodi continua il suo viaggio citando del suo libro sia le gallerie di cui ho appena parlato, sia la riverenza che Napoli ha nutrito per i morti e altre fantastiche presenze troppo dimenticate.

Napoli e la morte ha un legame importante. Per loro i teschi e gli spiriti dei defunti contengono una fascinazione indiscussa, e sono i simboli della saggezza accumulata nel tempo. Non a caso nel testo di Pino imperatore il protagonista si fa guidare della voce di uno dei defunti presente nel favoloso e temuto cimitero delle Fontanelle, un ex ossario che si stende per più di 3000 mq e contiene i resti di un numero imprecisato di persone. Se per i più sensibili esso appare inquietante, per altri è un ventre materno, custode di mille storie, di mille esperienze, di mille voci come a conservare un legame energetico tra il vivo e i morti, cosi come accade in certi momenti come il 31 ottobre. Per gli esperti questa linea di continuità che unisce i due estremi dell’esistenza è importantissima per ristabilire una sorta di equilibrio: le energie di chi ha lasciato le spoglie mortali ed è capace di elevarsi al di sopra delle miserie umane, rigenera stranamente il nostro spirito perso e intrappolato in una materia che ci fa scordare, troppo spesso chi siamo.

Altro protagonista è il mitico Monacello spiritello tipico del folclore campano

O munaciello: a chi arricchisce e a chi appezzentisce 

Proverbio napoletano

E questo lo accomuna ai famosi Pixie irlandesi partecipandone sia la natura benefica ma dispettosa. E’ di solito rappresentato come un bambino deforme o una persona di bassa statura abbigliato con un saio e fibbia argentate sulle scarpe. La vox populi lo indica come un esperto delle vie sotterranee di Napoli che attraversa per giungere in vecchi palazzi causando non poche seccature. Esso tenderebbe a comunicare con il prescelto umano con tipiche manifestazioni che si dividono tra la simpatia lasciando per esempio monete e oggetti nascosti dentro l’abitazione ( in tal caso lo farebbe assomigliare la Lepricano irlandese) o di aperta ostilità nascondendo oggetti rompendo piatti e perseguitando i malcapitati. E nella più classica delle tradizioni guai a svelare la presenza del munacello: certi arcani prodigi vanno tutelati dal segreto.

Altra presenza del testo che sorride benevola è BellaMbriana uno spirito benevolo protettore delle casa e della tradizione familiare

Fanno diventar bello un brutto, arricchire un povero, ringiovanire un vecchio. Nel bel numero è la Bella ‘Mbriana, un vero augurio della casa. Qualche popolana, ritirandosi, la saluta: «Bona sera, bella ‘Mbriana!». E, così, se la propizia. »

Giuseppe Pitrè Curiosità popolari tradizionali, 1890

In questo caso essa si rivela più simile alle Salighe della tradizione montana dell’alto Adige creature dalla bellezza abbagliante che controlla, consiglia e protegge gli aitanti. E’ il simbolo del legame della solidarietà contadina, di quella sorte di etica apparentemente semplice e modesta che si risolveva nel rispetto per la tradizione, le pratiche culturali e i cicli naturali.

Antagonista della Mbriana è senza dubbio la Janara, la strega la portatrice di disordine che si oppone, dunque al sistema di giustizia alla fondamenta sociale, Alla Maat rappresentata dalla Fata mbriana. La Janara porta con se tutto ciò che è malevolo e incontrollabile: istinti eccessivi, passione, insomma caos, e una volontà di rivalsa e di vendetta che è il simbolo della perdita costante del legame uomo/dio uomo/natura. In un mondo in cui questo legame è stabile non servono incantesimi per sopperire alle frustrazioni: tutto scorre come deve scorrere e ogni accadimento è parte di un progetto più ampio

La Janara tenta di riparare i torti non con la giustizia ma con le fatture sovvertendo, dunque, il perfetto, sincronizzato ordine cosmico:

Nguento nguento, manname ’a lu noc’‘e Beniviento, sott’a ll’acqua e sott’‘o viento, sott’a ogne maletiempo !

E questo distacco dall’originaria armonia è rappresentato dal protagonista, Pietro. Convinto del suo fallimento, sperduto in questo caotico mondo, senza un ruolo preciso da rispettare Pietro è l’uomo moderno staccato dalle sue origini. Seppure profondamente incise nel proprio DNA (la famiglia e l’eredità) esse non riescono a far sentire la loro voce, riportandolo tra le braccia di un mondo meno egoista e meno sfrenato. Pietro perde tutto senza riuscire a capire il senso e il significato profondo che la perdita può rivestire nella sua evoluzione personale. La perdita non è un insegnamento ma la prova che è uno scarto della società poiché non in grado di reggere i suoi strani standard. Ecco che l’attaccamento alla tradizione magica e all’esoterismo non è più un’esigenza profonda, la volontà di interpretare il mondo in modo meno meccanicistico e privo di animo, ma diviene anch’esso una finalità cosciente: un mezzo per ottenere il suo posto nel mondo reale. E invece di accettare la propria alterità Pietro tenta di rinnegarla. Ed è da quel suo vano tentativo che inizia un percorso interiore strano, difficile dallo squisito sapore iniziatico: lui novello Rosenkratz trova, banale e dirsi ma difficile da farsi, semplicemente se stesso.

E lo trova nella battaglia finale per difendere strenuamente la sua eredità, riottenendo fiero e indomito la sua natura di cimmerio

Pietro, ti osservo da quando sei nato. Non ho mai conosciuto un uomo così devoto alla sua famiglia. Quel sangue antico che tu porti non ha mai brillato tanto nei tuoi antenati. Tu sei un Cimmero e sei Pietro, padre della splendida Ausonia. Sei la mia vita. E io lo so, Pietro, amore mio, lo so meglio di chiunque altro: tu puoi farcela. Tu sei speciale.

Io spero che questo testo, importante, scomodo forse, complicato e semplice, sicuramente originale e geniale possa non solo far rinascere nell’immaginario collettivo il rispetto per una città e per la sua cultura. Ma anche riportare l’uomo lungo la tortuosa ma favolosa strada dell’incanto, della magia e del rispetto per il mondo numinoso.

Bravo Giuseppe, i miei riveriti rispetti

Dint’ ‘o scuro e chi me vede

si sapisse che può dà matina e sera

t’aggio visto crescere e cantà

t’aggio visto ridere e pazzià

dint’ ‘o scuro e nun se crede

si sapisse votta a passà sta jacuera

t’aggio visto chiagnere e jastemmà

t’aggio visto fottere e scannà

bonasera bella ‘mbriana mia

ccà nisciuno te votta fora

bonasera bella ‘mbriana mia

rieste appiso a ‘nu filo d’oro

bonasera aspettanno ‘o tiemppo asciutto

bonasera a chi avanza ‘o pere c’ò core rutto

che paura a primmavera

nun saje cchiù che t’haje aspettà

e che succede

l’aggio visto ‘a guerra vuò vedè

sò ati tiempe e tu che può sapè

‘nfaccia ‘o muro ce sta’ ‘o core

‘e chi pava sempe e nun sente dulore

e aggio visto ‘e notte ‘o fuoco a mmare

chino ‘e rrobba e cu’ ‘nu fierro mmano

bonasera bella ‘mbriana mia

ccà nisciuno te votta fora

bonasera bella ‘mbriana mia

rieste appiso a ‘nu filo d’oro

bonasera aspettanno ‘o tiempo asciutto

bonasera a chi torna ‘a casa c’ò core rutto.

Pino Daniele

E a noi piace condividere gli articoli ben fatti. “Blog letterari: approcci, recensioni e polemiche” di Mariano Lodato ( fonte http://universi.altervista.org/blog-letterari-approcci-recensioni-e-polemiche/)

 

Ultimamente non passa settimana senza che venga fuori una nuova polemica sui social: a sto giro è toccato ai blog letterari.
Putroppo, quando la notizia è giunta alla mia attenzione, il post incriminato era già stato cancellato, quindi non mi è stato possibile riuscire a risalire alla causa scatenante della diatriba del momento. Stando a quanto raccontatomi, il tutto è partito dalla recensione fatta a un libro da un blog letterario. L’autrice del libro, per un motivo a me ignoto, si è scagliata contro il blog e la recensione ricevuta. Da qui in avanti è stato un susseguirsi di attacchi, portati da più persone, all’intero mondo dei blogger letterari.

Tra le tante accuse lanciate, è comparsa anche quella secondo cui i blogger affosserebbero gli autori autopubblicati mentre porterebbero avanti i libri pubblicati dalle case editrici. Al di là della veridicità o meno di questa affermazione (è indubbio che di persone scorrette e interessate è pieno il mondo), quanto giusto è scagliarsi contro un’intera categoria per gli errori di una parte di essa?

Allora, torniamo alla polemica in questione. Come dicevo non mi è stato possibile reperire il post incriminato quindi, per farmi un’idea, non ho potuto far altro che risalire alla recensione. Letta la recensione mi son chiesto: “Come autore, che motivo potrei avere per incazzarmi?” La risposta è stata una e una soltanto: “nessuno”.

Solo i neofiti di questo mondo non sanno come funziona per le recensioni. Autore (o CE) contatta il blog “X” e chiede di ricevere una recensione su un dato libro. Il recensore, dopo averlo (si spera) letto, esprime la propria valutazione del testo secondo l’impronta comunicativa stabilita da chi gestisce il sito letterario.
Con quel poco che avevo a disposizione, la mia risposta di prima è dovuta esclusivamente al fatto che, quando un autore contatta un blog, dovrebbe quantomeno aver preso visione della suddetta impronta. Qualora il metodo utilizzato dal blog rispecchi ciò che l’autore si aspetta di ottenere dalla “valutazione” che si intende richiedere, e solo allora, si dovrebbe procedere con la richiesta di recensione. In caso contrario si dovrebbe cercare altrove.

La recensione incriminata è ben lontana dal potersi, secondo i miei canoni, definirsi tale. Priva di qualsivoglia utilità sia per l’autore che per il lettore, per come la vedo io. Tuttavia, come evidenziavo prima, “l’impronta editoriale” del blog è sotto gli occhi di tutti. Recensioni simili per struttura e contenuti erano già presenti, quindi sarebbe stato facile capire che genere di “analisi” sarebbe venuta fuori.

Per quelli come me che non hanno potuto seguire la discussione, appare evidente che la contestazione sia stata scatenata dall’esito non in linea con le aspettative, piuttosto che dal contenuto della recensione. Nel caso così non fosse, mi scuso, ma ci sarebbe comunque da fare una tiratina d’orecchie all’autrice poiché, come detto sopra, sarebbe buona norma (e sarebbe stato preferibile) scegliere con cura il blog a cui affidare il proprio scritto per la valutazione. Come? Leggendo altre recensioni dello stesso blog. Inviare il proprio libro indiscriminatamente a quanti più blogger possibili è una scelta quantomeno discutibile. Fare “+1” solo per arricchire il bagaglio di valutazioni legate a uno scritto non lo farà di sicuro apprezzare di più, anzi: i tempi son cambiati.

Facendo una valutazione generale, non si può non ribadire che, come è stato infatti più volte detto, molti autori si dimenticano di tenere i piedi ben piantati per terra. Forse perché fomentati da sostenitori a loro assai stretti, oppure da guru improvvisati, credono di essere arrivati già all’apice della letteratura dopo un’unica pubblicazione. Ciò porta a infervorarsi quando la valutazione scende al di sotto di un dato numero di stelline (Amazon hai combinato un macello con ste stelline), senza comprendere quello che “chi critica” ha voluto evidenziare con le parole usate per accompagnare dette stelline. Vi siete messi in gioco? Allora portate a casa tutto quello che arriva, nel bene e nel male (purché corrispondente alla realtà logicamente).

Passiamo all’altro corno del dilemma ora. Chi ha seguito i video de “L’Ignaro Lettore” su YouTube ben sa quanto io non approvi i blogger che propongono ai propri lettori delle “recensioni” composte dal 70-80% di riassunti di trama e, nel restante 20-30% pareri personali, spoiler selvaggi o altro. Queste non sono recensioni, e sugli store on line la trama appare già accanto alla foto e al titolo del libro: il lettore ha già dove poterla leggere! Dire che, in quanto a fastidio, questa tipologia di recensioni è appena un gradino sotto a quelle redatte dietro compenso chiesto all’autore è proprio voler essere buono.

Spacciare questi microtesti per recensioni, infarcirle di “io avrei fatto così, io avrei preferito che l’autore avesse fatto cosà, ecc.”, spoilerare la storia, e tutto il resto del peggio che si può trovare in giro per la rete, non potrà mai far bene né ai libri, né agli autori e tantomeno ai blogger. Aprire un vocabolario e leggere la voce “recensione” sarebbe stata la cosa più logica da fare all’atto dell’apertura del blog. Ognuno ci può mettere il suo; scegliere di usare un approccio giocoso piuttosto che uno serioso e distaccato; scegliere di seguire schemi prestabiliti oppure di lasciarsi andare completamente, proprio come ha fatto l’autore del libro appena letto. Ma ricordatevi sempre di fare una recensione, non un mero articoletto che vi porterà qualche visualizzazione in più a seguito delle condivisioni. Il blogger dovrebbe condividere con i lettori (suoi e potenziali dei libri proposti) le emozioni ricevute, i messaggi insiti nel testo, ciò che l’autore ha voluto rappresentare e, qualora lo riteniate opportuno, ciò che funziona e quello che funziona meno nel libro. Le altre info sono di contorno e, in tutta onestà, si potrebbe tranquillamente evitare.

Ho letto in giro che, a seguito degli attacchi generalizzati di ieri, molti blogger stanno pensando di non accettare più le richieste di recensione da parte degli autori autopubblicati. Che gran ca…. (scusate il velato francesismo). Se l’autore si mette in gioco, lasciando che il mondo intero, dal lettore occasionale al più titolato dei critici, possa esprimere il proprio parere sul proprio scritto, anche voi dovreste avere la fermezza e la costanza per mantenere vivo il proposito che vi ha spinti ad aprire un blog. Se sentite di dover dire una cosa, ditela (purché il più possibile priva da condizionamenti di qualsiasi tipo). Se non vi sentite di recensire un libro non abbiate timore a rifiutarlo, ma se l’accettate ricordatevi di assumervi le vostre responsabilità per ciò che affermerete. Soprattutto, e in questo caso mi rivolgo maggiormente ai blogger che sono anche autori, non fate recensioni se avete paura delle possibili ripercussioni negative sui vostri scritti.

“L’arcano degli angeli” di Brunella Giovannini, Leucotea editore. A cura di Raffaella Francesca Carretto

“…ciò che è destinato ad essere unito, rimarrà unito per sempre…”

É questa una delle frasi che esprime appieno il senso di ciò che si respira durante la lettura de L’arcano degli angeli, o forse è la più pregnante perché ci mette nella condizione di analizzare e contestualizzare la storia che l’autrice Brunella Giovannini ha pensato e a cui ha dato forma attraverso delle descrizioni di eventi e situazioni che potrebbero essere reali, e per certi versi più che attuali, in quanto l’autrice ha rappresentato nella stesura del suo romanzo la moderna sfera sociale e famigliare, mostrata in modo realistico e attuale e in tutte le sue sfaccettature. Ma non è esclusivamente uno spaccato sociale quello che ci si mostra durante la lettura del libro, ma anche la rappresentazione di sentimenti, i più contrastanti, i più forti, e anche i più duri e dolorosi.

Il libro si apre come un racconto che percorre i tempi e ci proietta nel passato; inizialmente questo lascia destabilizzati, in quanto non ci si aspetta di leggere di eventi così lontani, ma che nel prosieguo della storia sono legati al presente di alcuni dei personaggi. É una storia di legàmi, ma anche tanto altro. Certo si tratta di una storia di fantasia nata dalla mente dell’autrice, che però ha creato un racconto che ha anche delle basi storiche, e in cui si osserva anche una ricerca di eventi e fatti e luoghi.

La storia ci fa conoscere luoghi bellissimi del nostro Paese, dalla provincia emiliana a quella campana, con le storie dei nostri personaggi le cui vicende si dipanano tra queste due regioni.

Personaggi ed eventi, sono ben caratterizzati, e questa loro rappresentazione e presentazione, anche di quelli del passato descritti in un primo capitolo così caratterizzante e caratterizzato dal punto di vista storico, sarà un mezzo importante e utile che ci trasporterà nel racconto stesso, che prende forma proprio grazie al ritrovamento di un oggetto di valore artistico e storico.

Si tratta di un candelabro, che poi si scoprirà essere un pezzo importante del patrimonio artistico trafugato durante le razzie dei nazisti.

Ma nel libro questo fa da filo conduttore che lega le varie storie e personaggi. Inoltre le situazioni raccontate in questo romanzo sono anche specchio di un mondo reale e attuale, in quanto fanno emergere condizioni che nella loro delicatezza e complessità possono rappresentare un quadro vivo e reale della nostra società.

Quindi tutto l’insieme dà modo di comprendere che dietro alla stesura del libro c’è, da parte dell’autrice, un importante studio non solo a livello storico e artistico ma anche sociologico, perché durante l’intero vissuto della storia emergono, importanti, i rapporti umani e le difficoltà connesse a queste interazioni. Questo romanzo lascia dei fermo immagine di uno spaccato sociale importante e dà modo di approcciarvisi con conseguenti riflessioni importanti. É quasi scoperchiare il vaso di Pandora, a ogni passo, in ogni capitolo della storia, emergono verità forti e dolorose. Ma c’è di base una storia d’amore, anzi molte storie d’amore, dell’amore più diverso, o meglio che si presenta in tante forme, le più disparate, ma sempre forte e sofferto: quello di una donna per un uomo, o di una madre per la figlia, l’amore della famiglia, l’affetto per un’amica fidata e cara che ti accoglie come una di famiglia. La famiglia assume un ruolo importante. Ma soprattutto è parte della storia anche un dono, qualcosa di misterioso, che può far paura se non lo si sa accogliere o comprendere; un arcano, un mistero che è legato a quella che qualcuno può definire arte divinatoria, ma che è una capacità di approcciarsi all’essere umano e alla sua sfera interiore, un dono forse misterioso ma che è dono di rivelazione.

Ma L’arcano degli angeli è anche un mistero legato a un oggetto sacro, il candelabro degli angeli, che come detto sarà filo conduttore della storia stessa, e che verrà svelato senza ambiguità, con semplicità e leggerezza durante la lettura del racconto.

SI DICE CHE OGNI OGGETTO HA UN’ANIMA, CHE RACCONTA UNA STORIA E DICE QUALCOSA SU CHI L’HA CREATO E CHI L’HA POSSEDUTO E UNA VOLTA DESTINATO IN UN LUOGO, SE SPOSTATO FARÀ DI TUTTO PER RITORNARCI

E per questo ho voglia di raccontarvi il libro, ma senza spoilerare in quanto lascio al lettore, che vorrà avvicinarsi a questa storia, il piacere di dedicare qualche ora del suo tempo alla conoscenza dei vari personaggi e delle loro vicende, parteggiando per l’uno o l’altro personaggio, ammiccando a una vicenda piuttosto che un’altra, odiando un tipo di individuo e la sua vita e il suo modo di agire, sperando in un finale di storia per alcuni di loro diverso da quello che andiamo a leggere; eppure, le tante storie che vengono raccontate hanno tutte il loro perché, e forse non avrebbero quel appeal se si risolvessero in modo diverso.

CIÒ CHE E ACCADUTO IN PASSATO, NON PUÒ OSTACOLARE IL FUTURO

OGNI CAMBIAMENTO DELLA NOSTRA VITA AVVIENE QUANDO SIAMO PRONTI AD ACCOGLIERLO

Ogni storia ha un suo significato, rappresenta un tipo di atteggiamento o approccio alle situazioni, un vissuto che può piacere o meno. Parliamo di storie che possiamo anche ritrovare attorno a noi, di amori difficili, sbagliati, di figlie amate tanto e figlie ripudiate, di invidie, di amicizie vere e profonde, di gratitudine, di dono..

OGNI DONO É UN ATTO D’AMORE

Questo libro è un viaggio di conoscenza, di scoperta, di incontri, di contrasti, di vite e di vissuti dai quali emergeranno inaspettate verità.

L’arcano degli angeli è un romanzo che racconta la storia di due sorelle gemelle separate alla nascita e date in adozione a due diverse famiglie. Ma per uno strano gioco del destino, le due sorelle si ritroveranno, a riconferma che “ciò che è destinato ad essere unito, rimarrà unito per sempre”

È una storia che si mette l’accento su argomenti più che attuali come la prostituzione minorile, la violenza sulle donne, i vizi che accompagnano la vita di alcuni uomini di potere o comunque di quello che si potrebbe definire successo, ma che alla fine è specchio di un impoverimento dell’anima e di sentimenti. Ma è anche una storia che racconta tanto altro.

Non manca certo l’alone di mistero, ma l’autrice ci accompagna nella scoperta di storie e personaggi tenendoci quasi per mano, dandoci un quadro di quelle che sono le caratteristiche di ogni personaggio in ciascun vissuto raccontato. Ameremo e vorremo essere come ciascun personaggio “buono” della storia, odieremo o comunque non prenderemo ad esempio quegli attori che del disprezzo dell’onestà e dell’opportunismo hanno fatto la loro ragione di essere. Non c’è ambiguità nei personaggi, c’è l’esempio da seguire e quello da aborrire, ma soprattutto c’è da analizzare la complessità delle figure presenti nel romanzo e focalizzare l’attenzione sulla sensibilità dei personaggi e sui buoni sentimenti che emergono dai protagonisti principali della storia, o potremmo anche dire delle storie, perché come già accennato sono più storie insieme, legate tra loro.

E, come accade in queste storie, analogamente anche noi nella nostra vita possiamo incontrare per caso nel nostro cammino delle persone, le incrociamo, ci interagiamo e talvolta cadiamo nella loro rete, non per ingenuità ma perché è la nostra sensibilità che ci fa esporre per come siamo, ci fa rapportare con queste persone come se le conoscessimo da sempre, esponendo il nostro lato più debole, per poi scoprire che non sono come noi, che vivono di ambiguità e cattiveria, pensando esclusivamente al loro tornaconto.

SPESSO CI RAPPORTIAMO CON GLI ALTRI PER COME SIAMO NOI STESSI, NON PER INGENUITÀ MA PERCHÈ SIAMO ANIME SENSIBILI E PURE, AL MONDO PERÒ ESISTONO PERSONE CHE SONO L’ESATTO CONTRARIO E IL DRAMMA, ACCADE QUANDO LE INCONTRIAMO SUL NOSTRO CAMMINO…

Il problema forse è che molti di noi hanno una sensibilità tale da arrivare a credere che gli altri siano uguali a noi, ma al mondo però ci sono persone così diverse da noi, l’esatto contrario e la parte più difficile è affrontare ciò che accade dopo che le abbiamo incontrate sulla nostra strada. E forse questo è un libro che ci aiuta a comprendere o comunque a dare uno sguardo sulle diverse sfaccettature che caratterizzano l’essere umano…

É un libro bello, che incanta nella sua scorrevolezza e nello stile fluido, ma al contempo ricco, dell’autrice che tocca molti temi, e lo fa in modo attento ma estremamente delicato. É un libro emozionante che si legge con molta attenzione e che fa scoprire anche i buoni sentimenti che si annidano in ciascuno di noi, e la capacità di entrare in contatto con qualcosa che va oltre la realtà…potremmo definirlo ultraterreno o introspettivo, ma è un qualcosa che si allontana da ciò che è materiale per esser spiegato in una forma diversa, legata all’immateriale, a ciò che è coscienza, principio vitale dell’essere umano che non è solo materia ma è anche anima.

E nel libro ce ne sono di personaggi senza coscienza, ma vengono bilanciati da quelli che un’anima ce l’hanno, e che dei buoni sentimenti e delle possibilità hanno fatto tesoro e danno insegnamento.

La trama non è complessa, ma mostra un intreccio di storie del presente e del passato che creano un filo conduttore che accomuna alcuni dei personaggi che si trovano nel libro.. presente e passato, e forse anche il futuro, sono legati tra loro in un continuum, con esistenze che si rapportano le une con le altre e che trovano un qualcosa che le accomuna e le conduce verso la chiusura, la quadratura del cerchio.

… MENTRE IL PRESENTE SI INTRECCIA CON IL PASSATO, CAMMINIAMO SULLE ORME DI CHI CI HA PRECEDUTO, PERCORRENDO SENTIERI CHE CONDUCONO VERSO L’INFINITO

Come detto, non mi piace svelare molto delle storie che leggo, perché vorrei che anche gli altri provassero il mio stesso piacere nello scoprire i vari personaggi, le loro esistenze, le loro storie e ciò che li lega e accomuna, o li separa. E anche in questo caso posso solo dire che i legami sono forti e tangibili, e realistici. La vita li mette di fronte a scelte e a situazioni per le quali si deve prendere una decisione che certamente influenzerà tutti quelli che sono loro vicini.

E le scelte sono forse uno dei fulcri del romanzo, scelte d’amore o scelte di convenienza, ma anche scelte di vita, a volte dure e a volte difficili, ma a cui seguono inevitabilmente delle conseguenze

OGNI PENSIERO CHE SI GENERA, OGNI SCELTA E OGNI AZIONE CHE SI COMPIE, PORTERANNO SEMPRE A DELLE CONSEGUENZE…

É una storia bella, commovente, a tratti dolorosa e forte, ma la cosa più bella che emerge è la possibilità di toccare con mano il senso di responsabilità di alcuni dei personaggi. L’amore è comunque il sentimento che pervade l’intero libro, amore in tutte le sue sfaccettature e risvolti. É la storia di una figlia molto amata, ma c’è anche la storia di una figlia non amata, e la storia di una madre che ama le sue figlie e le aspetta con molta gioia, ma è anche la storia di amori sbagliati, disillusi e traditi, oppure di amori diversi, come l’amicizia e il rispetto.

Il finale è semplice e delicato e dà speranza, e un senso di pace e completezza…

NON SIAMO IN GRADO DI SAPERE COSA CI RISERVERÀ IL DOMANI, DEL RESTO NELL’ETERNA DANZA DEL TEMPO, DOVE TUTTO É COLLEGATO, LE GIOIE, I DOLORI E LE EMOZIONI SONO LE SFUMATURE DI COLORE CHE COMPONGONO L’ENIGMATICO DISEGNO DELLA NOSTRA VITA.

INTANTO, MENTRE IL PRESENTE SI INTRECCIA CON IL PASSATO, CAMMINIAMO SULLE ORME DI CHI CI HA PRECEDUTO, PERCORRENDO SENTIERI CHE CONDUCONO VERSO L’INFINITO

Ecco quindi che, con pochi accenni ma forse tante parole, spero di invogliare, chi avrà piacere, ad approcciarsi a questa bella lettura.

É un consiglio libroso che spero trovi molti consensi.

Buona lettura, Raffaella.

 

“Oltre la porta” di Andrea Ansevini,Le Mezzelane editore. A cura di Vito Ditaranto

 

E’ così buio qui dentro. Mi piace il buio, la tranquillità che mi circonda. Vorrei rimanere per sempre qui.

Li sentite quelli là fuori?

Io li sento, giuro. Vogliono prendermi, portarmi via, quei pensieri mi perseguitano, sono dietro la toppa della porta, a volte li vedo attraverso quel buco. Stanno sempre nascosti, in agguato, sono sempre oltre quella porta. Bisbigliano, ridono, si aggrappano alle pareti. Cercano un modo per farmi uscire, lo so.

Perché non mi lasciano stare?

La luce!

Spegnetela! Per favore.

I sogni sono solo piume nella vita e bisogna raccoglierne tanti. Raccogli una piuma ogni volta che la vedi, perché è scesa dal cielo.

L’adolescenza non è sempre primavera di bellezza, anzi può essere un periodo di profonda tristezza interiore, di solitudine riveniente da una inconsapevole auto esclusione, ma soprattutto un lungo periodo di insicurezza e paure che divengono fobie e ossessioni.

Quando vi apprestate a leggere un romanzo come questo, non ponetevi troppe domande, non cercate risposte che non avrete, perché il talento di quest’autore sta proprio nel rendere credibile l’incredibile la magia che trasuda è unica e inimitabile. Ricordatevelo.

“…Questo sono io…”, questo è Michele, “…Sono qui e sto scrivendo queste parole che stai leggendo. Sono qui da un po’; comunque da che tu hai memoria. A volte pronuncio il tuo nome mentre stai per addormentarti oppure ti sussurro qualcosa allora ti risvegli di soprassalto, ti guardi intorno per capire, ma non vedi nessuno…”

La sottile corda della vita, che Michele, l’adolescente funambolo deve percorrere mantenendosi in equilibrio precario, a forte rischio di caduta è sempre in agguato dietro la porta.

Le scelte operate per mantenere tale equilibrio aprono profonde lacerazioni dell’animo e mettono a nudo qualità e difetti del carattere sentiti come tremendamente insuperabili. Stare dietro la porta come il protagonista, non uscire allo scoperto, valutare il proprio e l’altrui comportamento senza chiarire e senza scoprire le carte a viso aperto, è qui sinonimo di mancanza di coraggio, di viltà, di ignavia. È la prima prova cui si imbatte un giovane che, mentre si rende conto dei propri limiti, intesse faticose relazioni interpersonali con il mondo e con i suoi abitanti. Nel modo sono sempre presenti: arrivismo, falsità, ipocrisia, competizione, identità emotiva in un divenire di avvenimenti che si susseguono durante tutta la vita del protagonista.

Un romanzo intrigante che alterna vita passata con momenti di vita presente che spesso diviene fantasia. Il tutto con colpi di scena vari e flash-back, che spesso e volentieri riporta Michele sulla soglia della porta. Un racconto che unisce alla perfezione il fascino del fantasy al mistero del paranormale. La vita reale è superata dal sottile filo dei sogni.

Nonostante il duro scontro con la realtà, Michele riesce a individuare la sua via, senza rinnegare passato e abilità personali, senza soggiacere allo stereotipo dell’uomo “normale” a ogni costo.

Il romanzo contiene verità semplici ed elementari, raccontate con stile essenziale, immediato, naïf: verità non per questo scontate e anche per questo affascinanti.

Quello che è in Michele è in ognuno di noi, e forse solo l’integerrimo eroe di un romanzo pieno di cliché avrebbe voltato le spalle al suo sogno per abbracciare le incertezze e la precarietà. Solo a un eroe fittizio sarebbe bastato uno sguardo per distinguere gli amici dai nemici. Ma Andrea Ansevini ci regala sogni travestiti da incubi. Baratta parole in cambio di emozioni. Rilega le pagine con profonde riflessioni. E credo che io per primo potrei vendere la mia anima se avessi davanti un oratore come lui.

Un romanzo eccellente, un romanzo misterioso, un romanzo mistico. Se fosse una tesi di laurea meriterebbe centodieci e lode più bacio accademico e forse non sarebbe abbastanza.

Questo romanzo sospende il lettore in un limbo in cui il mistico, il surreale e il visionario confondono la realtà, e commuove nel raccontare l’infrangersi di un sogno e l’inafferrabilità di un amore, per poi porci di fronte a uno qualsiasi dei grandi quesiti esistenziali che attanagliano l’uomo comune sin dal primo soffio vitale.

Michele alla fine è anche uno di noi.

E allora, dopo aver letto questo romanzo, con una nuova consapevolezza che deriva da semplici ed evidenti riflessioni, forse anche noi potremo sintonizzarci sulle onde musicali percepibili lontano dai rumori artificiali della vita di tutti i giorni. Che si sia in riva al mare, sotto a un cielo stellato, in un bosco ove il vento suona le fronde, sull’orlo di un precipizio o di un dirupo…ma alla fine ne resteremo sempre colpiti nell’anima.

Lo stile di questo scrittore è essenziale, istruttivo e meticoloso, ha saputo ben dosare ogni elemento.

Una scrittura fluida e diretta, ci accompagna nei vari scenari mantenendo la suspense ad altissimi livelli.

E’ difficile staccarsi dalle pagine.

Drammatico, feroce e istintivo questo romanzo vi lascerà senza fiato.

Un piccolo tesoro d’inchiostro.

Consigliatissimo!!!

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

“Lo schiavo di Hitler” di Lucilla Granata, Santi editore. A cura di Alessandra Micheli

 

 

A furia di tenerci insieme per salvare quel che siamo, 
ci mancan, padre, gli altri, gli altri, 
quello che noi non siamo; 
ci manca, anche se avessimo soltanto noi ragione, 
l’umiltà di non vincere che fa eguali le persone.
E invece li strappiamo via in nome del signore, 
come sterpaglia e funghi d’acqua, 
nati qui per errore

Roberto Vecchioni

 

 

Scrivere questa recensione non sarà affatto semplice.

Questo non è un libro per tutti eppure ironia della sorte, tutti dovrebbero leggerlo, anche se farà male come un pugno nello stomaco, come uno schiaffo sul viso, facendoci ripiombare in un periodo storico storico, che speravamo di aver lasciato dietro di noi, ma che ritroviamo ghignante e beffardo a deridere ogni nostra caduta. Che la storia dell’evoluzione umana sia colorata da sanguinarie discese e da meravigliose risalite ogni storico lo sa.

Ci sono state orribili atrocità, violenze che avevano come reale bandiera il potere, il denaro e la volontà di sopraffazione.

La nostra storia ne è piena.

Ma quando l’orrore sposa lo stereotipo e la volontà di annientare, cancellare ogni volto, ogni storia, ogni sogno, ossia l’umanità della persona, ci troviamo di fronte non a semplici cadute figlie dei tempi, figlie dell’apprendimento, ma alla morte di noi stessi.

Questo è stato il nazismo.

Nutrito da volontà di potenza, sostenuto da una bieca teoria della superiorità razziale, ha letteralmente divorato ogni brandello di coscienza, ogni speranza di redenzione umana, spersonalizzando vittima e carnefice per chissà quali oscure spinte di una psiche malata.

Questo libro affronta quegli orrori che sono impressi a fuoco dentro di noi, e cerca di ricordarci come la bellezza di quella creatura che esalto ogni volta nelle mie recensioni, l’uomo, possa divenite fonte del male più oscuro, quando perde brandelli do coscienza.

Quando vive e di alimenta di pregiudizi e stereotipi.

Quando, invece di apprendere e crescere, resta fermo reiterando comportamenti patologici in grado di costruire una catena infinita di vendette e sopraffazioni.

Il nazismo non è finito con l’avvento della liberazione.

Non finisce per nulla il 25 aprile.

Non finisce per Antonio Marenzi con il suo ritorno a casa.

Quella ferita subita nell’inferno di Hagrwelle, che lo accompagnerà tutta la vita, viene suturata in due momenti essenziali della vita del giovane, l’incontro con colui che lo condanna all’orrore e la capacità di raccontare al mondo il dramma quel male che non è figlio di un oscuro e ctonio, Dio cornuto, ma dell’uomo stesso, creatura prediletta da Dio che sputa sull’intero progetto, sulla creazione, sull’altro e su se stesso.

Ma procediamo con rodine.

Tutti noi conosciamo il bieco progetto di Hitler.

Esso aveva come obiettivo principale la conquista e il dominio mondiale. Voleva vendicare i torti subiti dalla Germania creando una superpotenza in grado di far rizzare i capelli in testa a chi, dopo la prima guerra mondiale aveva osato umiliarla. I motivi occulti di questo suo delirante progetto è oggi stesso oggetto di studio, quale perversione, quale distorsione della mente costrinse quell’uomo quasi anonimo a divenire nella mente di tanti l’anticristo?

Per molti egli incarnava il male assoluto.

Per altri, tra cui me, è il simbolo di come sia labile il confine tra sanità e follia e come le frustrazioni, la mancanza di un obiettivo che possa dare un senso alla propria esistenza possa portare al baratro. Troppi ignorano i pericoli della gente infelice, quando è palese che l’insoddisfazione non fa altro che scavare ampie trincee dentro di noi con il risultato che, quei solchi vengono riempiti di ogni cosa che possa donare immediato sollievo. E fidatevi, non sono mai le sensazioni positive. Esse sono troppo leggiadre, troppo semplici per dare una sensazione di pienezza. Sono terreno per le anime abituate alla bellezza. Laddove c’è deserto la bellezza è quasi bandita. Per altri ancora, alcuni sono predisposti alla caduta, geneticamente portati per una scelta di sangue e deliri.

Hitler era questo e altro.

Per poter dominare aveva bisogno di creare anche una sorta di ideale portante, di teoria, messa a reggere, giustificare e dare importanza ai suoi progetti. La convinzione nella superiorità ariana fu il passo successivo. Noi gli eletti, gli altri schiavi, soggetti o semplicemente sbagli lungo la perfetta linea creazionistica della divinità.

E’ il dramma del totalitarismo.

E’ l’orrore nascosto del monoteismo.

In fondo, il nazismo non era che una sorta di incontro tra religione e politica, laddove la politica era la base su cui agire per appropriarsi finalmente di una terra promessa. E il nemico non poteva non essere il diverso, o semplicemente colui che si opponeva al progetto assoluto.

Comandare sugli altri, avere il potere di vita o di morte rendeva le SS una sorta di élite divina. L’altro era oramai ridotto a un oggetto da disporre a piaciemento, per il sadismo o semplicemente per arricchirsi.

O per rendere la nazione teutonica:

Indipendente il paese nell’importazione delle materie prime e lo avrebbe fatto divenire meno vulnerabile in caso di un conflitto di lunga durata.

 

Quando inizio il dramma italiano di cui fu vittima Marenzi?

Durante il caso succeduto all’armistizio. Che, dimostra, la peculiarità italiana, quell’attitudine alla superficialità e alla faciloneria che ancoraggi ci perseguita:

 

non teneva conto della mancanza di un piano per fronteggiare le truppe tedesche ancora stanziate in Italia, truppe, che ebbero così modo di occupare quasi tutto il paese in pochi giorni, mentre l’esercito italiano veniva abbandonato dai comandanti supremi e lasciato allo sbando senza ordini. Migliaia di nostri militari, presero la via dei monti e iniziarono la guerra partigiana che si andava strutturando proprio in quel periodo.

 

Ed è da questa carenza di responsabilità dal disordine che ne venne fuori che Marenzi conobbe Hagerwalle

 

Hagerwelle non era un fantasma, frutto della mente disturbata di un reduce di guerra, Hagerwelle era un campo di prigionia dei più terribili che la Germania avesse creato.

 

Da questo momento,  leggerete i passi più orribili che possiate mai concepire, resi più terrificanti dalla loro veridicità.

Come poterono uomini sopportare e sopravvivere a un infinito orrore?

Come poterono mantenere viva una briciola di umanità?

 

nonostante tutto, le privazioni, il dolore, le umiliazioni, lo stremo delle forze a cui tutti eravamo giunti, quegli animali non erano riusciti a toglierci l’umanità. Se i francesi non avessero fatto per me quel poco che potevano, se non ci fossimo scambiati nei momenti peggiori quelle poche semplici parole, forse non ce l’avrei fatta. Ma in mezzo a tutta quella disperazione, la loro presenza, la loro vicinanza, nonostante tutto teneva accesa una flebile fiammella di vita. Anche se vivevamo una realtà terribile e sospesa nel tempo. Anche se ogni giorno passava nella sua agghiacciante ripetitività, aspettando la morte,

 

E’ il contatto umano che salva dall’annichilimento totale. E’ la coscienza che nonostante il vuoto, nonostante la costante denigrazione della propria dignità, sopravviveva l’empatia, la compassione e la vicinanza. Non sono gli ideali a tenerci vivi, sono gli altri, quelli che oggi noi rifiutiamo sputando sulle sofferenze di chi, l’altro lo ha protetto con tutto se stesso, di chi ha trovato nel calore di un suo simile speranza e conforto. E’ la pietà l’unico vero insegnamento di questo testo, pietà anche di fronte al proprio carnefice perché le ideologia che sostengono la guerra sono i veri nemici:

 

Non era colpa sua della mia sofferenza, ma di quella creatura maligna che era la guerra. Era la guerra che aveva trasformato uomini normali in nemici, in assassinicapaci di ogni nefandezza. Era la guerra che aveva cercato di distruggere il buono che c’era in ognuno di noi.

 

E in questa consapevolezza straordinaria che il protagonista trova la vera, autentica via della salvezza, non un perdono sostenuto da sterili frasi fatte, ma una visione dolorosa ma salvifica della realtà

 

No, non gli avrei fatto nulla. Mi avvicinai e lui mi guardò cercando di capire chi fossi, perché lo fissavo così insistentemente, che cosa ci accomunasse. Arrivai ad un passo da lui e poi gli dissi solo: “Che Dio ti benedica”.

 

Io leggo molti horror e molti thriller.

Viaggio spesso nella psiche più deviata e contorta.

Ma in questo testo, signori miei, io ho ceduto e ho pianto.

Sono caduta e ho chiesto a Dio, o a chi di dovere perché tutto questo. Perché un ragazzino, invece di vivere spensieratamente, è dovuto sprofondare nella spirale abietta del delirio di onnipotenza.

La risposta l’ho trovata in una frase, che ancora adesso mentre la scrivo mi provoca brividi:

 

Prima degli uomini, ho visto morire l’umanità

 

Ecco leggetelo e cercate di difendere strenuamente ogni brandello di umanità.

Non lasciatela morire.

Non lasciate che odio, rancori, frustrazioni uccidano la vostra compassione.

Scoprite di nuovo, come lo sto riscoprendo io, il valore della pace. Imparate che essa  è soltanto la volontà di vivere in armonia con gli altri. Di dividere l’umanità in   nemici pronti a combattersi ferocemente per un pezzo di terra, per una scalata al successo, per un idea.

Perché nessuna è più importante dell’uomo.

Nessun sabato sarà mai più importante di quella strana e misera creatura.

Nessuna terra sarà mai tanto importante da essere annaffiata con il sangue.

La terra è nostra madre non la nostra carnefice.

 

e la terra non può darla Dio, ma la fame, l’amore di averla. 

Roberto Vecchioni

“Caligo. La prima avventura di Barbara Ann” di Alessandro Scalzo, Vaporteppa, Antonio Tombolini Editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Potrei iniziare la recensione, semplicemente affermando come Caligo, sia il classico steampunk pieno di tecnologia, vapore e una città sull’orlo dell’abisso che resiste strenuamente.

Ma per fortuna il decadimento cerebrale non mi ha ancora colpita e non ho intenzione di iniziare cosi banalmente la recensione di un testo che innova e rinnova, persino un genere così moderno come quello del mio amato Steam. L’autore, beffardo e divertito, inserisce tra le righe di corse mirabolanti, zombie affamati e robot preoccupante, quasi delle nemesi di una civiltà che, nonostante il suo impegno verso il progresso, resta terrificantemente sull’orlo del baratro.

Come ho già spiegato in miliardi di articoli, lo steampunk è sia novità letteraria sia una feroce critica sociale in particolare del periodo vittoriano. Feroce perché nonostante, porti avanti le scoperte di due illustri nomi del periodo, Babbage e Tesla, ne deride al tempo stesso gli assunti culturali, quelli che, forse, permisero ai due di divenire geni.

Con due notevoli differenze: Babbage era spunto dal desiderio di aumentare la produttività del nobile impero di Albione senza tuttavia spingersi oltre, e senza innovare troppo. Tesla rappresentò, invece, la creatività portata all’estremo, tanto temuta dei ligi e prodi borghesi dell’età vittoriana. Non a caso un favoloso testo come il mistero di paradise road, individua come nemico della società inglese vittoriana, proprio la creatività simboleggiata dalla poesia. Tutta la scienza che non era finalizzata alla crescita del reddito e alla prosperità dell’impero, ma rappresentava solo uno stimolo al libero pensiero e all’immaginazione a briglia sciolta, veniva ostacolata.

Perché vi racconto questo?

Per due motivi. Uno perché sono infame e amo tediarvi con dotte nozioni. Secondo e più importante perché è lo spirito di questo Caligo, questa nebbia che sale dal mare avvolgendo tutto cosi come la fantasia dello steam avvolge come un’aria venefica tutte i concetti moralistici e valoriali di qualsiasi società statica. E di moralismi, di maschere di idee che oggi ci appaiono terrificanti, Caligo né è pieno. Alterigia, arroganza, elitarismo, preconcetti, volontà di potere. Tutto questo si trova in pagine intinte con penna ironica e velenosa. Ma il genio dell’autore non si limita a descrive quest’assurda società. E a deriderla. Ma si spinge oltre, fino a creare il peggior anatema vivente, quello che avrebbe fatto impallidire e sicuramente morire di infarto la proba regina vittoria: una protagonista, scomoda, oscena, licenziosa, un vero antieroe.

La nostra Barbara Ann è quanto di più antipatico sia mai scaturito dalla fantasia di un autore. Supera in antipatia persino l’odiosa Fanny Price di Mansfield park. Di Jane Austen ovviamente. E fidatevi per declassarla ce ne vuole. Barbara è arrogante, cosciente del suo ruolo privilegiato, piena di assurdi preconcetti, terribilmente priva di empatia con il prossimo. Fantasticamente fredda di fronte alla violenza che accetta come elemento imprescindibile della società del suo tempo. E non si sente per nulla schiava di queste regole e di questa consuetudini. Anzi ne è quasi convinta tanto da muoversi sicura e tronfia in quelle strade a volte pervase da autentiche ingiustizie, perfettamente capace di voltare con alterigia lo sguardo.

Incapace di ribellarsi agli schemi gerarchici che dividono l’umanità in privilegiati e disperati. Anzi. Frasi politicamente scorrette escono con naturalezza da una boccuccia di rosa e mostrano come essa accetti pedissequamente la cultura del suo tempo.

Eppure…

Nonostante sia una degna rappresentante convinta e per nulla infastidita delle paranoie sessuali e della pruderie del suo tempo, la nostra adorata protagonista, le infrange di continuo. E’ sessualmente attiva rispetto alle sue compatriote, convinte di essere una donna in preda di quella che al tempo si chiamava isteria femminile.

E sapete cos’è era in realtà?

Quello che noi oggi rivendichiamo con ardore ossia la consapevolezza del piacere, del proprio corpo e l’uso a volte smodato che di esso ne possiamo fare. Goduriosa eppure conscia della sua colpevolezza di quella natura ombrosa e pericolosa che la donna rappresentava all’epoca soggetta a oscuri e sconvenienti, per nulla eleganti, impulsi. Che Barbara Ann vive con frivolezza e con estrema leggerezza. Eppure questo fa di lei improvvisamente, non più un soggetto perfettamente incastrato nella morale del tempo ma alieno, inquetante dissonate e deviato. All’improvviso, durante il suo percorso di vita quasi banale e scontato, la bella antieroina improvvisamente ci sciocca, divenendo un inno al piacere libero, alla ribellione contro le regole e simbolo della ricerca della propria soddisfazione personale e fisica. Ecco che il personaggio caricatura diviene qualcosa di più intenso, quasi uno schiaffo a tutti i tabù che apparentemente era rea di accettare in modo acritico, ma che snobba cercando da sola la strada verso la sua realizzazione. E cosi tra uno svenimento e una punizione scatta il lato più dissacratorio proprio dei valori che prima sembrava aver accettato, gettando la maschera e divenendo una menade, una medusa o una ninfa dei boschi.

E il risultato è che quello stesso contesto diviene privo di sostegno e di accettazione, sfaldandosi pagina dopo pagina, rivelando le sue crepe le sue frustrazioni e la sua inconsistenza. La vera vittoriosa è lei, la perfida suddita di albione che irride tutti, che tutti domina tramite una bellezza giunonica che rivendica la sua antica natura di Dea. Ed è negli ultimi capitoli che Barbara Ann diviene qualcosa di più importante nel nostro mondo, eco di antichi riti, custode di antiche conoscenze e quasi potatrice di verità occultate da troppo tempo. L’umanità diviene cosa davvero è: un figlio che ha perduto sua madre, in balia di orrori commessi da egli stesso per colpa di un abbandono, di una mancanza di educazione che sconterà con una vendetta atroce: l’uomo che sottomette l’uomo si autodistrugge. Per questo il dormiente, il vendicatore si risveglia punendo coloro che, quella Dea primordiale (la natura, la coscienza, la bellezza e l’armonia del creato) hanno tentato di gabbare.

Un libro che è godibile sia come momento di svago, ma che, come ogni gioiallo che si rispetti ha dei significato molto profondi che posso riassumere in questa bellissima, antica e importantissima frase:

 

«La Terra soffre. La Terra soffre perché il Re e la Terra sono una cosa sola, e senza il Re, la Terra muore. E anche il popolo soffre, perché non c’è più il Re a difendere i proletari dalle prepotenze dei borghesi e dai soprusi dei padroni delle fabbriche.»

 

E io solo per questa frase /( per per aver citato il mio amato Tesla) mi inchino non solo davanti alla bravura, all’originalità, al coraggio di quest’autore ma anche di fronte a una Casa editrice che finalmente non sforna testi omologati, ma piccoli indispensabili raggi di sole in questa, perdonate l’eccesso di ridondanza, valle di lacrime.

I miei omaggi.

“X Segreto”, di Osvaldo Neirotti, edizioni il viandante. A cura di Vito Ditaranto.

 

La Realtà era stanca e senza allegria,camminava come un’antica vedova tra le strade di una città affollata fatta da volti distratti e distanti.Ma il giungere della primaveraDepositò ai confini della sua spiaggia l’Amore.”(“Il sentiero di Miriam”, di vito ditaranto).

 

 

La realtà è una maschera lambita dalla luce del sole, sino a divenire un ombra di colori.

 

“…Avete mai pensato di essere un’altra persona? Io no fino a un venerdì…”

egli si trova tra due mondi, il presente di una piccola realtà piemontese fatta di famiglia, società e l’immaginario dei racconti che spesso aiutano a scoprire verità, ma anche a nascondersi.

 

 

Il testo di Osvaldo Neirotti rappresenta una grande allegoria della società moderna dove una casta di pochi eletti ha il totale controllo sulla massa dei cittadini. Ogni personaggio indossa una maschera.

 

 

“…Non aveva volto, ma una maschera color avorio. La testa china sulle ginocchia come infreddolito, immobile nella sua solitudine. L’atmosfera gelida era attraversata da un filo di luce lunare che filtrava dalla piccola inferriata che si apriva nella parete. Tutto era immobile fino a quando la nera figura si alzò in piedi a osservare la luna dal piccolo rettangolo. Essa illuminava il suo viso, disegnava linee simili a un foglio di ceramica e rifletteva una luce chiara espansa dalle gocce d’acqua intrinseche nella fresca aria primaverile…”

 

 

Si racconta di maschere che influenzano la vita di 20 amici, una ribellione da se stessi, un racconto che parla al lettore di come trovare le proprie verità. Un romanzo in cui maghi, assassini, guerrieri, hanno sembianze umane potenziando l’effetto “vicende realmente vissute”. Il romanzo è il racconto della società attuale in veste fantasy, dove orchi, elfi, umani, gnomi e altre creature vivono in un limbo tra il bene e il male, il tutto strutturato come un gioco di carte, in pratica leggendo il libro si entra in uno stereotipato gioco di società.

La scrittura del libro a me è risultata sempre avvincente e scorrevole i personaggi ti entrano nel cuore grazie alla forte parte emotiva sia delle descrizioni che delle vicende in se.

Vi è poi il tema dell’amore ma dove devi sempre apparire e sembrare ”appetibile” ma dove non puoi essere mai te stesso o non emergerai mai.

Questo libro è tra i fantasy più coinvolgenti e che ho letto negli ultimi tempi.

Ho vissuto comunque molto piacevolmente questa lettura, soprattutto per un motivo, ho potuto ritrovare pienamente uno di quegli aspetti che alcuni considererebbero scandalosi dell’animo umano, ma che a me solleticano un qualche oscuro lato perverso della mia mentalità: il concetto di sfida verso il cambiamento dell’essere.

Il “X Segreto” è più profondo di quanto appaia a prima vista, tratta di ribellioni, alleanze, amori, amicizie, inganni.

Alcuni personaggi sono eccellentemente descritti, e l’autore ne fornisce da subito un ritratto pulito e ordinato, per quanto siano anche complessi e sia piuttosto difficile dar vita alle varie personalità del genere letterario, alcuni personaggi, risultano folli e contemporaneamente lucidi (binomio complesso e meraviglioso), altri invece spesso si perdono in un bicchier d’acqua, passando dall’essere personaggi memorabili a silhouette di personalità già abbondantemente descritte in altri romanzi, ma nel complesso tutti i personaggi hanno il loro perché.

Appena inizierete la lettura di questo testo, vi renderete conto, che ha inizio un gioco, un gioco crudele e spietato, uno contro tutti, ed anche lì vince chi sopravvive. Un esito incerto fino alla fine.

Lo stile è scorrevole e lineare. Il mondo creato dallo scrittore è semplice ma intrigante, niente strane parole o nuovi slang da sapere, tranne quello di familiarizzare co i nomi dei personaggi. Un mondo distopico “pulito”, ma che, proprio per questo ho adorato. E’ un libro di fantasia che ha una propria visione, una visione che a molti può sembrare distorta ma osservandola bene ha le caratteristiche del mondo reale.

In fondo bastano anche pochi elementi ma buoni per creare un ottimo libro!

Un romanzo adrenalinico, pieno di suspense con un esito incerto.

Mi vorrei soffermare solamente su un’ultima cosa, ovvero al fatto che ho trovato veramente bello questo libro. In fin dei conti è una lettura veramente piacevole.

Un piccolo tesoro d’inchiostro.

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

“Decalogo semplice” di Mike Papa. A cura di Alessandra Micheli

 

Capita spesso al lettore comune (nell’accezione non snobbistica del termine) di innamorarsi di un personaggio. E’ ritrovare un amico perduto da anni, specchiarsi in esso e stranamente notare come i pezzi sparsi della propria anima si ricompongano in un tutt’uno splendente e lucido come un’armatura.

In fondo non è questo l’anima?

La sfavillante armatura del guerriero uomo?

Tramite questo ri-conoscersi, questo straordinario amore, la compassione ossia il sentire, il soffrire con l’altro anche se è un altro intessuto di inchiostro e parole il lettore scende nell’abisso della propria psiche, trovandone stralci di paradiso o di cupo infermo. Vizi e virtù gli danzano davanti agli occhi nominandolo e benedicendolo con soave voce.

Al lettore dissidente, quello sui generis, direi quasi deviato, raramente accade. Egli usa il libro come un portale ma non ci si identifica, rimanendo quasi distratto e beffardo, padrone di se stesso. Nonostante la sua immersione nella parola scritta, che legge come un incantesimo, egli ambisce non a diventar pari del personaggio libresco ma a ri-crearlo egli stesso, tronfio e saccente dall’alto del suo piedistallo. In quel caso inizia la lotta tra la dialettica di questo strano demiurgo lettore e la volontà del libro di superare le difese e le barriere per invaderlo totalmente e dominarlo. E’ questo scontro/incontro che mi allieta ogni volta la lettura. Io che intendo essere il creatore, sorpassando e surclassando il libro e il libro che tenta di superare me. Una lotta bellissima e sanguinaria a furia di parole e di fioretti, un duello in cui ognuno china fiero la testa ringraziando l’altro. Eh si miei cari. Io resto dell’idea che ,a lotta intellettuale, la tensione emotiva tra oggetto e soggetto sia il vero sprone per l’evoluzione. Il mio dissentire, il mio voler impugnare la spada e mai chinar la testa, come un fiero Cyrano mi porta a essere dall’oggetto stesso benedetta. Il libro per me è questo continua tensione verso un dominio che si risolve in un riconoscimento. Ma è un riconoscimento mentale e totalizzante di sensi tesi verso la conoscenza intesa come gnosi più che in un bisogno di sentirmi edotta dalle parole. Le parole si sfidano, si stuzzicano si portano fino all’estrema tensione per poi ognuno inchinarsi lieto e felice del singolar tenzone.

Ma questa è un’altra storia.

Eppure, anch’io ogni tanto mi innamoro del personaggio e lo ri-conosco come parte di me, forse assoggettandomi a esso. In quel caso il libro tira un sospiro di sollievo e ride sollazzandosi della sua vittoria. Mi è capitato con il mitico Pestalozzi e mi è ricapitato con il fantastico Rocco Raspa.

Cosa ci sarà mai dietro a quest’assurdo comico personaggio?

Che l di là della sua vena ironica e sarcastica, Rocco contiene una sofferenza che lo rende profondo e poetico, degno dei migliori personaggi inquieti e oppressi da un qualche oscuro tarlo che pur rodendo la mente, forse contorta, lo spingono a viaggiare nelle profondità delle altrui essenze. Rocco irride e deride, ma al tempo stesso si fa portavoce di una lirica sofferta e malinconica, cosi come il mio personaggio letterale preferito il mitico Cyrano de Bergerac, cosi dissacrante e cosi infelice, perché porta avanti un naso ingombrante come orgoglioso segno distintivo e come altresì segno di un certo destino. Lui ha naso perché riconosce oltre le maschere del moderno, falsità, pene, paranoie e ipocrisia umane, e ne è totalmente alieno perché idealista puro e a volte rigido. Ma la sa non è la rigidità mentale della gratta mortalità ma quella di chi l’animo lo vuole tutt’intero e mai piegato o spezzettato dalla convenienza del vivere civile. E’ colui che i sogni li desidera interi e non macchiati, è colui che non si fa comprare del sistema che ci vuole quieti e sorridenti burattini. Rocco Raspa è questo. Preda di manie e amante del vizio come il buon Rimbaud, non disdegna di scendere una stagione all’inferno. Ma non piega mai la testa di fronte alla povertà umana e interiore dei suoi concittadini. Raspa è un anacronismo vivente, sempre anticonformista senza volerlo essere davvero. E’ semplicemente sintonizzato su canali a noi sconosciuti, fiero lottatore contro il nero e l’incubo che nella sua mente si agita. Rocco è un outsider che nonostante abbia una grande ombra in se, la irride costantemente e non si rende preda del cosiddetto lato oscuro. Rocco tramite l’autoironia, a volte malinconica come il sorriso lacrimoso di un Pierrot, non si fa mai schiavo di nulla, neanche di se stesso. Ecco la sua libertà, il combattere le ingiustizie beffandosi dell’autorità, il suo andare contro il conformismo con parole taglienti eppure velate di una saggezza antica. Il suo sapere che, la tentazione va combattuta a suono di sarcasmo, temendola ma non soccombendo mai alla paura. E quando si trova di fronte al più terrificante degli incubi il desiderio, la volontà di rompere i limiti dell’etica e del lecito, decide di chiudere, simbolicamente, la saracinesca del proprio io in modo ferreo e deciso. Perché la nebbia del peccato non invada un’anima bambina eppure cosi vetusta come la sua.

Attraverso racconti di vita, cosi apparentemente banali, Papa svela i vizi di una cittadina perbene, ma esalta anche la forza del pensiero creativo, dell’osare oltre i limiti. Inneggia alla poesia che deve ammantare di incanto ogni piccolo gesto quotidiano, un bacio, un incontro, un sogno e una fantasia. Un libro che entra nell’anima, che vale più di mille autorevoli saggi sociologici, che irride le regole letterarie eppure diventa un prezioso diamante grezzo in quel mondo letterario stantio e omologato.

E vi lascio invitandovi a immergervi nel mondo reale e al tempo stesso assurdo di Rocco Raspa, della caricature di un’umanità sconfitta ma al tempo stesso capace di ballare sopra la sconfitta e brindare al fatto che in fondo, essa è una chimera: nessuno è davvero abbattuto finché può danzare alla vita. Brindo con voi assieme a Raspa e Abramo con Giuseppe Maria al Tradicional e vi aspetto, abbiamo tante nuove avventure da raccontare.

Sciaddio!