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Questo secondo capitolo della saga “D’amore e d’Italia” è sicuramente il più crudo, inclemente e meno idealistico degli altri testi. E per questo, permettetemi di dirlo, molto più affascinante. L’idea di Italia finalmente viene svelata, e purificata da tanti, troppi abbellimenti inutili.

Non sono mai stata nazionalista, ma l’idea di patriottismo legata a quella di nazione mi ha sempre affascinata.

Come non provare una sorta di profondo amore per l’idea di unità, di solidarietà do comunione di intenti?

Come non restare rapiti dall’archetipo in grado di amalgamare in un tutto omogeneo diversità rese non inconciliabili ma interdipendenti?

Sono concetti che stuzzicavano la mia formazione essenzialmente olistica o per meglio definirla, profondamente imbevuta dalle teorie cibernetiche. No tranquilli, non è una perversa pratica BDSM, ma è un’epistemologia che considera la società e ogni organismo umano non un prodotto artificiale, stabilito a tavolino pertanto studiabile solo attraverso la scienza materialistica, ma come un vero e proprio organismo biologico, dotato pertanto di meccanismi di regolazione interni che tendono all’equilibrio omeostatico. Ecco che la società si aggiusta in modo automatico come un qualsiasi ente vivente, progettando accorgimenti atti a non disperdere energia o a facilitare i cambiamento necessari alla sopravvivenza, scartando quelli che rappresentano, invece, una minaccia alla sua tendenza alla stabilità. In quest’ottica persino la nostra civiltà, la società stessa e la nazione, usano elementi per mantenersi, per prosperare e per tramandare ai posteri le conoscenze acquisite ( la cultura).

La società e quindi la nazione, non sono altro che una forma di organizzazione composta da tante piccole e microscopiche entità, singole e uniche che, come perfette tessere di un mosaico, si incastrano perfettamente una all’altra formando un disegno unico e irripetibile.

Ecco che l’idea originaria di Italia appare, quindi, una spontanea unione atta a preservare non una cultura omogenea ma una formata da tanti tasselli, da tante esperienze e da tante piccole mutazioni, che donano un costante flusso innovativo proprio perché non statiche ma in movimento. Perché un organismo vivente deve potersi modificare in armonia con i cambiamenti del cotesto o delle condizioni climatiche o delle opportunità che di volta in volta, l’evoluzione ci mette davanti. Sono i famosi bivi che determinano la trasformazione e trasmettono l’informazione utile alla modifica. E senza la modifica sostanziale di ogni assunto culturale (che rappresenta il DNA di una società) c’è l’atroce rischio della loro caduta, della loro scomparsa e del declino fino alla morte totale di una civiltà.

Le nazioni nascono, si mantengono vengono stimolate da forze esterne, si frantumano e si rinnovano: nulla si perde davvero e nulla si distrugge. Per poter crescere ogni tassello deve poter avere una propria unicità che contribuisce alla grandezza e allo splendore grazie a uniche, indispensabili e individuali caratteristiche. Ed è questo l’ideale che sostiene le diverse concezioni di unioni, che siano politiche, economiche, morali o sociali.

Ed è questa l’idea che appare nei primi libri che hanno come protagonisti la famiglia della Spada. Essa appare un’importante caposaldo del liberalismo risorgimentale, inno alla necessità di una costituzione e di uno stato unico, indipendente e unito. Come si possano unire le diversità, sotto quale bandiera lo si scopre nei vari libri: a volte è il pragmatismo cavouriano, altre l’idealismo esacerbato delle intriganti ma deliranti idee mazziniane, espletate nell’esperimentato unico e irripetibile, ma chissà come mai non pienamente sostenuto, della repubblica romana, pallido ricordo di un lontano ma presente passato di gloria.

Il risorgimento, nei precedenti libri appare, dunque, luminoso, senza ombre, idealismo allo stato puro portato avanti da menti acute e in grado di concepire alti sistemi politici e morali, una fantastica chimera sognata e progettata da fini intellettuali. Ma principalmente nobili, in grado cioè di evitare il soffermarsi sui lati pratici e pecuniari di tale impresa.

Del resto come dice il principe Filippo:

Voi parlate di idee perché di soldi ne avete, Marchesina” le rispose lui asciutto, con lo sguardo severo in contrasto con la voce dolce e accondiscendente.

 

Per i nobili abituati a lunghe e creative riflessioni politiche, alimentate da grandi classici letterari, ma sostanzialmente evanescenti e poco propense a attecchire sul solido e periglioso terreno del realismo. Essere liberali era quasi un’esigenza, un riscatto, un modo per dare un senso ai privilegi. E a volte era anche un metodo per aumentarli e sostenerli. Perché la loro ingordigia, la loro tracotanza, l’idea di essere eletti e prescelti, mal si accordava con le limitazioni di un potere centrale coeso e spesso alieno dai loro interessi, perché straniero e perché centrato più sul mantenimento non solo dello status quo, ma anche di una dose necessaria di prosperità per il popolo ritenuto, in fondo, il vero nemico da cui tutelarsi. Per i nobili popolo era un nome astratto, non ne conoscevano la natura, non ne vedevano né ne assorbivano le esigenze, ognuno deciso e fiero del suo piccolo e rigoglioso orticello. Intellettuali dai gusti sopraffini dagli studi elevati ma poco, ed è un dramma che sentiamo ancor oggi con il problema dei partiti, inseriti nel vero e profondo contesto umano e popolare. Totalmente alienati dalla conoscenza della realtà

Ed ecco l’altro volto della storia, quello cupo e meno nobile ma importante per capire oggi, questa bizzarra e oligarchica Italia, fatta sempre e inesorabilmente da élite che si considerano al di sopra delle leggi che essi stessi contribuiscono a creare. Una società non è solo composta da alti pensieri intellettuali ma anche da quello che si chiama quarto stato, il fangoso mondo degli altri, dei poveri, del popolo ed è alle istanze ai bisogni dell’entità suddetta che lo stato, i governi, i partiti devono rendere conto. E’ alle cose terrene, al fango da cui nascono i fiori, alle esigenze primarie, quasi “sporche” che l’idea di Italia doveva dare voce. E fondarsi.

Ecco che nel libro di Pitti si rivela ghignante l’altro, oscuro e per nulla degno di orgoglio, lato del risorgimento, quello che farà apparire i progetti politici non più come elevati, etiche elucubrazioni, ma come un preciso piano oligarchico e elitario con l’intento semplicemente, di cambiare i suonatori non la melodia.

Furono i nobili e i privilegiati fintamente illuminati, che decisero a tavolino il destino di milioni di contadini, di commercianti e di povera gente, che decisero di affrancarli da una riconosciuta autorità, magari anche positiva per loro, per poter spadroneggiare senza limiti. Non a caso furono i nobili a ricoprire poi, nell’Italia unita, le alte cariche, coscienti ma troppo tardi oramai che dopo l’Italia bisognava fare gli italiani.

E noi siamo qua e stiamo ancora aspettando.

Emblematica e sconvolgente è quindi, la figura del principe napoletano Filippo, che si fa portavoce di una scomoda verità, che spesso non vogliamo ascoltare

 

Come potete pensare che sia una cosa giusta che un Re straniero venga nella mia terra, spadroneggi con i suoi soldati, esiga i soldi delle tasse per portarli fino a Torino e levi alle madri i figli migliori per arruolarli nel suo esercito a nord della Penisola? Come potete voi piemontesi essere così presuntuosi e tracotanti da pensare che il popolo ne sarebbe felice? Voi non sapete di cosa parlate e immagino vostro padre ne sappia quanto voi. E ‘na bbestemmia pe’ ‘a libbertà”.

 

E, infatti, da questa “meravigliosa” unità affrettata e non pensata, il regno prospero delle Due Sicilie ebbe la peggio, divenendo da florido esempio di progresso, triste mentore dell’infamia celata dietro tanti millantati ideali.

 

Io sto dalla parte della gente, piccere’, quelli che vogliono i piemontesi sono una sparuta minoranza di ricconi. Il popolo ha esigenze concrete, vuole terra, cibo, tasse ragionevoli, istruzione, ospedali pubblici. E il Re queste esigenze le ha sempre capite e appoggiate. Al popolo non interessa farsi invadere”.

 

Pitti introduce nel testo una strana e malinconica ballata, portata alla ribalta da Eugenio Bennato che racconta cos’era in realtà il famoso brigantaggio

Leggete però con attenzione queste frasi:

 

E mo’ cantammo ‘na nova canzone tutta la gente se l’adda ‘mbarànu cumbattemmo pu’ re borbone a terra è a nosta e nun s’adda tuccà ‘a terra è a nosta e nun s’adda tuccà ….. Chi ha visto ‘u lupu s’è miso paura nun sape bbuono qual’è ‘a verità ‘u vero lupu ca magna ‘e criature è ‘o piemuntese e l’avimma caccià è ‘o piemuntese e l’avimma caccià

 

Se notate bene, nonostante il dialetto arcaico, la protesta dei briganti non è contro il Re Borbone (noi combattiamo per il re Borbone) ma rivelazione suprema, contro il piemontese, il lupo cattivo, la casa sabauda considerata invasore.

E leggete cosa scrive la nostra Pitti

 

Il mio Regno, il grande Regno delle Due Sicilie, è senza dubbio al pari di qualsiasi grande stato europeo. Esiste un sistema di previdenza sociale, il tasso di mortalità infantile è decisamente più basso che da altre parti e le città sono dotate di comode tecnologie. Ve lo ricordate quando ho voluto l’illuminazione a gas per tutta Napoli come a Londra e Parigi?” chiese il Sovrano.

Filippo annuì, non capiva ancora dove il Re stesse andando a parare. Poi continuò sfiorandosi il mento pensieroso: “Ho istituito il centro sismologico sulle pendici del Vesuvio per riuscire a salvare più vite umane possibili nei casi di terremoto. Abbiamo perfino un sistema di faro da porto con segnalazione a luce costante per rendere più sicuri gli attracchi alle navi… non ce l’ha nessun altro al mondo. Nessun altro stato sul territorio italiano ha trasporti così avanzati né industrie così moderne come quelle metalmeccaniche di Pietrarsa. Ho trattato io personalmente con il gruppo di investitori, capeggiato da Armand Bayard de la Vingtrie, per la ferrovia Napoli – Portici. Che giorno quando tre anni fa abbiamo inaugurato la locomotiva a vapore

 

E ancora.

 

Il Regno delle Due Sicilie è molto più di quello che i piemontesi vogliono far credere. Pensate che da noi esiste perfino un moderno sistema pensionistico e la fiscalità è assai meno esosa che in altri stati italiani”.

 

E cosa fece l’unità d’Italia?

L’esercito regio compì stragi sanguinose sul popolo del sud, ammazzò di tasse la sua gente abbandonando il vigore tecnologico che ne aveva caratterizzato la moderna industria.

 

E non è finita.

 

L’unione d’Italia significò la distruzione di gran parte dello stato sociale del sud e lo smantellamento del grande patrimonio industriale. Basti pensare all’abbattimento delle stazioni del telegrafo, fittissime del Regno delle due Sicilie, o a quello dell’impianto siderurgico delle Reali Ferriere e Officine della Mongiana che impiegava un migliaio di persone ed era considerato il più all’avanguardia in Europa per tecnologia e sistema pensionistico degli operai. L’esercito sardo fucilò i lavoratori in sciopero che si rifiutavano di accettare la chiusura della fabbrica. Per timore del ricordo dei Borboni, i Savoia ordinarono anche la soppressione delle mandrie di cavalli persani, razza simbolo della casata e utilizzata in prevalenza dall’esercito del sud.

Ne avete abbastanza?

Dove sono gli ideali di rinnovamento in queste parole?

Giovanna della spada e il principe Filippo sono l’altra voce di chi ha il coraggio di dire

 

Rinnego l’idea di Italia, rinnego le convinzioni con cui mi ha cresciuto la mia famiglia e le ambizioni di Vittorio Emanuele di Savoia: lo faccio per te e per Napoli a cui ormai appartengo

Ecco la vera figura ribelle, l’unica in grado di incidere fortemente sulla coscienza femminile tanto da far apparire Alida E Francesca Mastai Ferretti e persino il nostro Sebastiano della Spada, figure cosi evanescenti da rasentare l’inconsistenza.

Giovanna è vittima di un sistema sociale atroce ma reale, abbandonata da tutti, sacrificata sull’altare della ragion di stato, sperimenta fino in fondo l’amaro calice dell’esser donna in un mondo che la vuole solo come orpello o come sostegno dell’uomo. Eppure è molto più vincente, meravigliosamente vincente della madre e della cognata

Dovrai prendere in mano questa tua nuova vita, mia cara, e imparare ad amarti. Sbaglierai, cadrai e ti rialzerai. Come succede a tutti.

Soffre.

Abbraccia l’idea di morte.

E’ talmente ferita dentro da cadere a pezzi.

Ma cambia.

Rifiuta l’imposizione qualunque essa sia, sociale o morale e volta la testa all’ingombrante peso degli ideali familiari. Ed è questa la sua forza, quella di non smettere di ritagliarsi un posto unico e tutto suo nel mondo quello che la rende davvero libera

Non è necessario che le convinzioni di vostro padre debbano essere anche le vostre. Siete giovane e avete la possibilità di viaggiare e di imparare a farvi un’opinione vostra, senza il filtro delle idee della vostra famiglia”.

Dovete lottare per essere pienamente voi stesse. Anche persino contro dio, contro la società contro la vostra stessa educazione. Dovete mettere in discussione tutti i valori acquisiti e trovarne dei vostri spezzettandoli e tirando fuori il loro volto migliore. Dovete urlare il no, rifiutare e trovare alternative. Dovete apprendere ad apprendere anche qualora significasse essere emarginate, o semplicemente spaventose. Dovete fare a botte con il vostro stesso passato, con i privilegi con la vostra stessa identità perché essa sia non più maschera ma il vostro vero volto. Perché le idee sono importanti se migliorano la vostra realtà se vi fanno volare oltre il ristretto cielo che vedete dall’angusta finestra della vostra prigione. Ma se ci ingabbiano, se ci allontanano dai nostri veri bisogni e dall’altro, se si imprigionano in un gabbia stretta e soffocante, in rigide posizioni a discapito dell’umanità,se crediamo più alla necessità del sabato più che alla bellezza dell’uomo allora le idee sono solo scusa, sono alibi, sono maschere fetide. Producono bestialità e azioni riprovevoli e divengono ideologie. Non sono più una guida, la voce che ci unisce al mondo numinoso ma un mezzo di coercizione.

E’ facile essere santi con la vita degli altri. E’ facile nascondere le proprie pulsioni più tenebrose dietro grandi slanci.

O come direbbe Franco Califano:

 

è facile esser froci con il culo degli altri.

 

Brava Pitti. I miei omaggi.

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