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Il male è sempre stato rappresentato fisicamente e simbolicamente come uno strano essere fiammeggiante, dalle enormi corna e dai piedi caprini, orribile e spregiudicato, con un tocco di strana e inquietante ribellione in grado di minacciare l’ordine costituito dalla divinità venerata. Non a caso il termine stesso Satana, con cui questa figura viene denominata, è un termine che evoca un oppositore, un avversario specie nella pratica dialettica, quella che tenta di convincere fino alla manipolazione le anime ingenue, per abbracciare una o l’altra concezione del mondo. Perché bene e male non sono altro che questo, diverse concezioni della nostra esistenza spesso in conflitto una con l’altra e pertanto fondamentalmente e ontologicamente antitetiche. Il male è la spregiudicatezza senza limiti, che anzi quei limiti li mette in discussione e li supera. Il bene è il pedissequo rigoroso asservimento all’ordine. Ma anche in questo campo ci aiuta la filosofia di un grande autore, Gregory Bateson, che ci chiese cosa fosse in realtà ordine e disordine. Ebbene ecco la risposta:

Gregory Bateson, indagava sul perché le cose finivano in disordine. Per dare una risposta esauriente però, la domanda “perché le cose finiscono in disordine?”, era riformulata in questa maniera “perché le cose finiscono in una maniera che io chiamo non ordinata?”.

La trasformazione della domanda non è un puro esercizio semantico ma è un passo logico d’importanza cruciale.

Se ordinato significa, per me, una cosa speciale, certi ordini degli altri mi sembreranno disordini….

Ci saranno, quindi, grazie a questa relatività dei concetti d’ordine e disordine

più modi che tu chiami disordinati che modi che chiami ordinati e dato che ci sono infiniti modi disordinati le cose andranno sempre verso il disordine

Ed è questa necessaria e sacrosanta relatività che può essere applicata anche al concetto di Satana e così facendo la sua etimologia diviene più intrigante, più interessante, indispensabile per entrare nello strano oscuro mondo di Luciano dal Pont. Ma attenzione. In questo caso il termine “oscuro” non è usato secondo il concetto di occidente che lo identifica come un qualcosa di cupo, buio e periglioso, ma come una necessaria fase per permettere alla luminosità soffusa e racchiusa dentro il concetto di nero, che permette al neofita, allo sperimentatore, di addentrarsi all’interno della terra del concetto e appropriarsene per contemplare una verità liberata dalle apparenze.

Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”. 


In sostanza: conosci te stesso, affronta le ombre e verrai realmente liberato. E io introduco il concetto di residui paretani, ossia osserva cosa si cela dentro al concetto, assapora l’ombra, abbracciale e potrai davvero nominare ogni cosa sulla terra. Perché senza una vera conoscenza non si può modificare nulla che esista, non si possono dare nomi, non si può dominare il fertile ma difficile terreno dell’inconscio. E si sa e ce lo racconta con un sarcasmo feroce Luciano, che molti degli assunti su cui si basa la nostra società sono fallaci, o per usare il suo stile vere e proprie stronzate.

Ecco che avversario diviene non può sinonimo di nemico, ma di controparte necessaria affinché io possa definire meglio me stesso, i miei personali valori, l’altro e nominare, ossia possedere davvero la creatura (il mondo) senza che l’incomprensione di essa mi possa rendere suddito, coprotagonista o peggio comparsa. Satana, dunque, può divenire sia mezzo di comprensione per esclusione (ossia io sono ciò che rifiuto, ma devo capire perché lo rifiuto) quali orribili conseguenze avrebbe non tanto per me ma per l’altro, l’accettare di lasciarmi andare a ogni impulso a ogni turpe desiderio. Oppure può essere sinonimo di crescita laddove la controparte svolge il ruolo di Giobbe, ossia viene messo costantemente alla prova nell’accettazione di quei valori considerati fondamentali per la costruzione della società. È davanti al dolore, alla stuzzicante provocazione rappresentata da Shaitan, che vengono fuori idiosincrasie, ipocrisie e imperfezioni, fino a che un dio o un’energia divina stufa delle nostre lamentele non ci appare davanti agli occhi con voce tonante e ci chiede cosa noi sappiamo davvero di quel mondo che è sua creazione, che è una fitta rete di relazioni e interdipendenze, che è un inno al libero arbitrio, alla crescita. Che è fatto perché noi, come Giacobbe possiamo lottare con Dio, magari bestemmiarlo, contraddirlo e da lui, stranamente, essere benedetti. Ecco Luciano in una filosofia umanistica è benedetto proprio per la sua volontà di ribellione, per quel suo trasgredire non gli elementi etici della vita, ma quelli morali. E tra etica e morale c’è un’enorme differenza: l’etica sostiene la crescita umana della persona, una sorta di umanesimo ante litteram, e protegge la stessa libertà che oggi noi celebriamo come sacra. L’etica non dice cosa sia giusto e cosa sia errato, ma ce lo fa comprendere attraverso una sorta di gnosi interiore che ci permette di realizzare cosa sia crescita per noi, cosa alimenta il nostro lato creativo, quello che del movimento si nutre, quella forza che va oltre (Elohim) o quale sia la via della staticità, quell’essere cosa si è, che presuppone un non cambiamento eterno e asfissiante. L’etica è un’energia usata per essere completi, per migliorarci e per celebrare l’atto godurioso della vita, come una reale preghiera di ringraziamento a quel qualcosa che ci ha creato… nel totale rispetto del libero arbitrio. La morale è diversa. Essa è il modo con cui una determinata società si mantiene e si perpetua. E per farlo, ovviamente, non deve evolversi mai, non deve cambiare, non deve subire progressioni. Deve essere ferma, terrorizzata e immobile, senza poter pensare, senza poter trovare vie alternative.

Satana, così compreso è buono perché ci permette di dire no, di pensare, di riflettere e di farci domande. È la sacra arte della domanda la vera strada per l’autodeterminazione.

Come, direte voi, Satana è buono?

Nella bibbia, quella potata avanti con ardore dai bigotti, Satana non appare mai come una figura negativa al 100%. Ho citato Giobbe, ma posso anche raccontare il mito dell’Eden, in una sua forma ancor più sconvolgente del tabù erotico individuato da Luciano. Cari miei lettori, Dal Pont ha ragione: la conoscenza del mito di Adamo ed Eva, libera. Perché vedete: il mentitore, l’ingannatore, non è il serpente ma quella strana e burbera divinità che impedisce la conoscenza del bene o del male. O la scelta sessuale. O la gnosi delle potenzialità umane. O come direbbe Sitchin, l’affrancamento da una condizione di totale schiavitù (per gli antichi, infatti, la nudità era un simbolo di subordinazione e di condizione di servi, non nell’accezione di custodi ma di oggetti di utilità immediata e finalizzata del padrone). Quando il Serpente dice a Eva “non è vero che se mangi dal frutto proibito morirai” dice la sacrosanta verità. Non muoiono affatto, ma acquisiscono la conoscenza suprema e parola del nostro simpatico Jahvè, divengono simili a noi.

E non ci sta l’idea dominante a condividere con altri il proprio potere. Non ci sta la gelosia di conoscenze riservate a essere compassionevoli con l’altro, a giubilare per la crescita. Non ci sta una società che vede l’innovazione, la ribellione, la trasgressione come orrori da combattere perché necessariamente distruttivi, ad accettarla. Perché significherebbe mettere tutto in discussione e magari scoprire che la tanta millantata stabilità è in realtà coercizione, che la morale è semplicemente un muro eretto per paura del diverso, che la religione è ciò che ci lega al mondo numinoso. Che ci lega. Legare significa attuare una sorta di dipendenza dall’oggetto in questione e la religione ci lega a una divinità espressione, spesso, della nostra bassezza. Perché un dio che condanna, un dio che impedisce l’amore, il piacere, la gioia, la sperimentazione è un dio pavido e minore.

Perché la vita è e resta movimento.

Il libro di Luciano è uno schiaffo profondo, un saggio sul diritto di autodeterminare la propria strada, sul libero arbitrio, sulla compassione e perché no, sul senso del sesso, come un riconoscere nell’altro sé stesso. È un necessario urlo per rompere un silenzio inquietante, una sorta di nuovo vittorianesimo impartito così tanto dall’evoluzione da rannicchiarsi su sé stesso e limitarci fino a renderci sterili. E aridi.

Leggere Luciano è una ventata di freschezza, è il ricordo di quanto noi siamo grandi, di quanto non è l’uomo felice, realizzato, fiero di sé stesso (anche delle sue imperfezioni) perché sono lo sprone a diventare sempre più alto, sempre più vicino agli angeli. È l’uomo frustrato, insoddisfatto, chiuso in una orrenda prigione di rigidità e di concetti assurdi e lontani dalla vita. È quella che ha creato sangue, E bestialità. Non è chi fa l’amore, chi ama in ogni modo rispettando l’altro il vero pericolo, ma chi ci rinchiude in gerarchie e stereotipi. Vai Luciano.

Io sono con te.

E dico viva la libertà, viva la libera espressione!

Perché l’unico vero limite è in quella parola che presume un rispetto totale anche dell’altro. Se amo davvero il libero arbitrio, se ci credo, se lo sento dentro il sangue, non accetterò mai di far nulla che limiti questo grande straordinario diritto.

Addio catene!

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