“Gli Arconti Ombra. Il fuoco segreto di Altea” di Isabel Harper, editart editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Cosa distingue l’uomo dalle altre creature?

Se ci affidiamo alla teoria cattolica è l’anima. Per altri è la nostra mente che ci permette di elaborare risposte adattative agli stimoli esterni. Per gli artisti, e in questa categoria rientrano anche gli scrittori, quelli che scrivono perché spinti da una forza magnetica e non dal dio business, è l’immaginazione.

Se andiamo a ritroso dai tempi, ci rendiamo conto che è questa capacità creativa, unita sicuramente a una certa agilità mentale, ad aver permesso tante meraviglie architettoniche, tanti dipinti, tante storie e leggende quelle che poi, in un secondo tempo, sono confluite negli scritti moderni e contemporanei. Basta dare un’occhiata ai codici minati dei buoni monaci benedettini. O basta solo leggere una poesia dei trovatori, dei cantor d’amore per rendersi conto di quale immenso dono abbia colorato l’esistenza di questa strana creatura. Così sospesa tra due diverse forze, abisso e paradiso, tecnica e creatività, spirito e materia ed è da questa lotta, da questa tensione che si è sviluppato quel movimento in grado di portare avanti la nostra evoluzione.

La fantasia, la capacità di proiettarsi in un immediato futuro o addirittura di immaginare un mondo dissonante, una politica più umana o semplicemente uno scenario fisico e psicologico differente è stato riversato in tanti scritti, divenuti capisaldi della filosofia occidentale e non. Basti pensare agli scritti di Tommaso Moro, alle “invenzioni” politiche di Nicolò Macchiavelli, alla perfetta Scienza Nova di Gianbattista Vico, alle utopie di Tommaso Campanella o alle elevate e scientificamente moderne invenzioni di Leonardo da Vinci. Potrei elencare autori innovativi per pagine e pagine di questa mia recensione, in modo da farvi sfiorare per un solo istante la stessa meraviglia che tocco io attraverso il contatto quotidiano con libri, quadri, filosofi e scienziati.

Ma questa breve disanima serve solo a asserire come, quello che ci rende più grandi di angeli, quello che ha consentito di esercitare il nostro potere sulla natura nominandola, ossia rendendola esistente, è semplicemente la fantasia. E con la fantasia noi non solo possiamo in modo ludico staccarci da questa dimensione e assaporare altre realtà, ma anche raccontare in modo simbolico e allegorico problematiche della nostra pericolosa società e proporre, in modo meno pomposo e accademico, nuove intriganti soluzioni.

E’ questo il vero scopo del fantasy, è questo forse l’ambizioso progetto di autori come Tolkien, la Bradley o il fantasmagorico Terry Pratchet: osservare con occhio meno rigido e imparare a lasciare che, la propria coscienza, evada dal ristretto campo mentale per abbracciare altri significati, nascosti magari in dimensioni meno usuali.

La fantasia sarà il portale per migliorare, con nuove energie, il nostro di mondo.

E qual’è il problema più impellente del nostro mondo?

Ce lo racconta con una magistrale capacità evocativa, deliziosa e profonda i nostri autori conosciuti con lo pseudonimo di Isabel Harper. Con uno scenario che sta sospeso tra i mondi incredibili e a tratti comici del mio amato Pratchet e uno steampunk che avvolge di questo vapore ogni elemento, ogni invenzione, trasportandoci in un universo dove tecnica e magia si abbracciano, si sorridono e si fanno l’inchino, ma al tempo stesso donano ai giovani e a noi meno giovani ma sicuramente eterni ragazzi dentro ( almeno spero) una favola, anzi una saga dove il vero obiettivo non è tanto trovare manufatti magici e sconfiggere il cattivo di turno, quella figura che tanto ci ricorda il Mordread arturiano, colui che usando a malo modo il potere trasforma la terra idilliaca in terra desolata. Ma tenta di restituire un afflato di armonia ai cittadini di uno strano paese che sembra privo di quel qualcosa che rende la vita una costante e meravigliosa scoperta: la fantasia. É questa fiamma che ci spinge a osare, a porci domande a non accontentarci della banalità quotidiana, ma che ci spinge a considerare un insetto una fonte di sorprese, che rende un tramonto una magia e uno scenario astronomico il segno della presenza delle divinità.

Ecco cosa è oramai, inesorabilmente, tristemente perduto.

Non a caso il fuoco di Altea quel regalo delle divinità, che rendeva unica e numinosa l’esistenza. Perduto il fuoco, ribellatosi a un atto blasfemo e lacerante dell’anima (l’omicidio,) sparisce per sempre dalla vita della sue creature la creatività .È cosi per gli abitanti di Altea, ma la scoperta più tragica è che, quei cittadini, potremmo essere noi

Chi non ha tutto questo tempo sono gli abitanti di Altea. Si stanno spegnendo ogni giorno di più e neppure se ne rendono conto.

In fondo perché rendersene conto?

Abbiamo il progresso, abbiamo la conoscenza, abbiamo agi e comfort, abbiamo una società evoluta pregna di soddisfazioni.

Ci dev’essere un altro modo per avere tutto questo progresso! Senza questo grigio… Anche gli abitanti di Altea stanno diventando grigi.

Siamo grigi.

Siamo privi di inventiva. Siamo prede di ingranaggi che ci costringono a vedere una sola realtà, quella che si nutre delle nostre frustrazioni. Siamo soggetti a una manipolazione costate di stimoli visivi e intellettivi che lungi dal darci la carica per distruggere e ricreare, ci rendono dormienti. Libri, film programmi TV sono annichilenti di quella componente sacra che fa di noi protagonisti e non comparse nei piani di qualche multinazionale o di qualche furbesco soggetto che si serve di noi, oramai burattini per vivere negli agi e nei vizi. Darci solo briciole, darci l’illusione di libertà, darci soltanto uno svago senza che, esso, bussi alla nostra coscienza, fa di noi essere grigi, senza slanci, senza vere emozioni e senza sogni. E un popolo senza sogni è destinato a languire in catene in celle buie e maleodoranti. E’ cosi con i libri che divenendo occulti mezzi di coercizione, ci legano sempre di più alla dimensione terrestre.

In questo senso leggere Altea è un omaggio alla nostra libertà.

Si viaggia in quest’universo cosi vicino a noi perché parla alla nostra anima, con le sue assurdità e con la sua intrinseca e elegante ma semplice bellezza. La sua magia ci rapisce, convincendoci che, lo stridore di qualche stano uccello notturno, sia in realtà la spaventata memostrilla. Un pigolio sommesso è la dolcezza di un Tenerillo. Ogni rumore oscuro e assordante non è altro che il tentativo di liberazione di un arrabbiato Pestaduro.

Insomma, ogni elemento della nostra quotidianità si trasforma fino a che il portale dimensionale creato dalla nostra fantasia, viene di nuovo aperto e noi siamo a Altea mentre giriamo entusiasti e curiosi, pieni di meravigliosa aspettativa come novelle Alici, nella strana bottega di Dedalus.

E’ questa la vera arte.

Ecco la vera magia che da libro deve sprigionarsi e avvolgerci come un profumo in grado di risvegliare arcane memorie.

Leggere Altea è un atto anche ribelle.

Perché ci permette di reagire contro chi vuole renderci omologati e “grigi” verso coloro che credono che:

governare sia fare quello che gli pare. Non è così. Governare significa tracciare un cammino che conduca a un futuro migliore per tutti. Chi vuole governare soltanto per avere il potere deve andarsene.

Chiunque veda nelle capacità, nelle potenzialità, nell’arte comprenda la scrittura un mero mezzo di sussistenza, di bramosia, di guadagno deve andarsene. E per farlo noi tutti, come Ailan e Marill dobbiamo trovare la nostra sacra fiamma.

E trovandola illuminare di nuovo questa valle oscura.

Un libro che oltre a essere di una bellezza abbagliante, divertente e ironico, degno dello steampunk più puro, è anche un dolcissimo canto di speranza per chi come me alla fantasia ci tiene più della sua stessa vita.

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