“Decalogo semplice” di Mike Papa. A cura di Alessandra Micheli

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Capita spesso al lettore comune (nell’accezione non snobbistica del termine) di innamorarsi di un personaggio. E’ ritrovare un amico perduto da anni, specchiarsi in esso e stranamente notare come i pezzi sparsi della propria anima si ricompongano in un tutt’uno splendente e lucido come un’armatura.

In fondo non è questo l’anima?

La sfavillante armatura del guerriero uomo?

Tramite questo ri-conoscersi, questo straordinario amore, la compassione ossia il sentire, il soffrire con l’altro anche se è un altro intessuto di inchiostro e parole il lettore scende nell’abisso della propria psiche, trovandone stralci di paradiso o di cupo infermo. Vizi e virtù gli danzano davanti agli occhi nominandolo e benedicendolo con soave voce.

Al lettore dissidente, quello sui generis, direi quasi deviato, raramente accade. Egli usa il libro come un portale ma non ci si identifica, rimanendo quasi distratto e beffardo, padrone di se stesso. Nonostante la sua immersione nella parola scritta, che legge come un incantesimo, egli ambisce non a diventar pari del personaggio libresco ma a ri-crearlo egli stesso, tronfio e saccente dall’alto del suo piedistallo. In quel caso inizia la lotta tra la dialettica di questo strano demiurgo lettore e la volontà del libro di superare le difese e le barriere per invaderlo totalmente e dominarlo. E’ questo scontro/incontro che mi allieta ogni volta la lettura. Io che intendo essere il creatore, sorpassando e surclassando il libro e il libro che tenta di superare me. Una lotta bellissima e sanguinaria a furia di parole e di fioretti, un duello in cui ognuno china fiero la testa ringraziando l’altro. Eh si miei cari. Io resto dell’idea che ,a lotta intellettuale, la tensione emotiva tra oggetto e soggetto sia il vero sprone per l’evoluzione. Il mio dissentire, il mio voler impugnare la spada e mai chinar la testa, come un fiero Cyrano mi porta a essere dall’oggetto stesso benedetta. Il libro per me è questo continua tensione verso un dominio che si risolve in un riconoscimento. Ma è un riconoscimento mentale e totalizzante di sensi tesi verso la conoscenza intesa come gnosi più che in un bisogno di sentirmi edotta dalle parole. Le parole si sfidano, si stuzzicano si portano fino all’estrema tensione per poi ognuno inchinarsi lieto e felice del singolar tenzone.

Ma questa è un’altra storia.

Eppure, anch’io ogni tanto mi innamoro del personaggio e lo ri-conosco come parte di me, forse assoggettandomi a esso. In quel caso il libro tira un sospiro di sollievo e ride sollazzandosi della sua vittoria. Mi è capitato con il mitico Pestalozzi e mi è ricapitato con il fantastico Rocco Raspa.

Cosa ci sarà mai dietro a quest’assurdo comico personaggio?

Che l di là della sua vena ironica e sarcastica, Rocco contiene una sofferenza che lo rende profondo e poetico, degno dei migliori personaggi inquieti e oppressi da un qualche oscuro tarlo che pur rodendo la mente, forse contorta, lo spingono a viaggiare nelle profondità delle altrui essenze. Rocco irride e deride, ma al tempo stesso si fa portavoce di una lirica sofferta e malinconica, cosi come il mio personaggio letterale preferito il mitico Cyrano de Bergerac, cosi dissacrante e cosi infelice, perché porta avanti un naso ingombrante come orgoglioso segno distintivo e come altresì segno di un certo destino. Lui ha naso perché riconosce oltre le maschere del moderno, falsità, pene, paranoie e ipocrisia umane, e ne è totalmente alieno perché idealista puro e a volte rigido. Ma la sa non è la rigidità mentale della gratta mortalità ma quella di chi l’animo lo vuole tutt’intero e mai piegato o spezzettato dalla convenienza del vivere civile. E’ colui che i sogni li desidera interi e non macchiati, è colui che non si fa comprare del sistema che ci vuole quieti e sorridenti burattini. Rocco Raspa è questo. Preda di manie e amante del vizio come il buon Rimbaud, non disdegna di scendere una stagione all’inferno. Ma non piega mai la testa di fronte alla povertà umana e interiore dei suoi concittadini. Raspa è un anacronismo vivente, sempre anticonformista senza volerlo essere davvero. E’ semplicemente sintonizzato su canali a noi sconosciuti, fiero lottatore contro il nero e l’incubo che nella sua mente si agita. Rocco è un outsider che nonostante abbia una grande ombra in se, la irride costantemente e non si rende preda del cosiddetto lato oscuro. Rocco tramite l’autoironia, a volte malinconica come il sorriso lacrimoso di un Pierrot, non si fa mai schiavo di nulla, neanche di se stesso. Ecco la sua libertà, il combattere le ingiustizie beffandosi dell’autorità, il suo andare contro il conformismo con parole taglienti eppure velate di una saggezza antica. Il suo sapere che, la tentazione va combattuta a suono di sarcasmo, temendola ma non soccombendo mai alla paura. E quando si trova di fronte al più terrificante degli incubi il desiderio, la volontà di rompere i limiti dell’etica e del lecito, decide di chiudere, simbolicamente, la saracinesca del proprio io in modo ferreo e deciso. Perché la nebbia del peccato non invada un’anima bambina eppure cosi vetusta come la sua.

Attraverso racconti di vita, cosi apparentemente banali, Papa svela i vizi di una cittadina perbene, ma esalta anche la forza del pensiero creativo, dell’osare oltre i limiti. Inneggia alla poesia che deve ammantare di incanto ogni piccolo gesto quotidiano, un bacio, un incontro, un sogno e una fantasia. Un libro che entra nell’anima, che vale più di mille autorevoli saggi sociologici, che irride le regole letterarie eppure diventa un prezioso diamante grezzo in quel mondo letterario stantio e omologato.

E vi lascio invitandovi a immergervi nel mondo reale e al tempo stesso assurdo di Rocco Raspa, della caricature di un’umanità sconfitta ma al tempo stesso capace di ballare sopra la sconfitta e brindare al fatto che in fondo, essa è una chimera: nessuno è davvero abbattuto finché può danzare alla vita. Brindo con voi assieme a Raspa e Abramo con Giuseppe Maria al Tradicional e vi aspetto, abbiamo tante nuove avventure da raccontare.

Sciaddio!

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