“Lo schiavo di Hitler” di Lucilla Granata, Santi editore. A cura di Alessandra Micheli

 

 

A furia di tenerci insieme per salvare quel che siamo, 
ci mancan, padre, gli altri, gli altri, 
quello che noi non siamo; 
ci manca, anche se avessimo soltanto noi ragione, 
l’umiltà di non vincere che fa eguali le persone.
E invece li strappiamo via in nome del signore, 
come sterpaglia e funghi d’acqua, 
nati qui per errore

Roberto Vecchioni

 

 

Scrivere questa recensione non sarà affatto semplice.

Questo non è un libro per tutti eppure ironia della sorte, tutti dovrebbero leggerlo, anche se farà male come un pugno nello stomaco, come uno schiaffo sul viso, facendoci ripiombare in un periodo storico storico, che speravamo di aver lasciato dietro di noi, ma che ritroviamo ghignante e beffardo a deridere ogni nostra caduta. Che la storia dell’evoluzione umana sia colorata da sanguinarie discese e da meravigliose risalite ogni storico lo sa.

Ci sono state orribili atrocità, violenze che avevano come reale bandiera il potere, il denaro e la volontà di sopraffazione.

La nostra storia ne è piena.

Ma quando l’orrore sposa lo stereotipo e la volontà di annientare, cancellare ogni volto, ogni storia, ogni sogno, ossia l’umanità della persona, ci troviamo di fronte non a semplici cadute figlie dei tempi, figlie dell’apprendimento, ma alla morte di noi stessi.

Questo è stato il nazismo.

Nutrito da volontà di potenza, sostenuto da una bieca teoria della superiorità razziale, ha letteralmente divorato ogni brandello di coscienza, ogni speranza di redenzione umana, spersonalizzando vittima e carnefice per chissà quali oscure spinte di una psiche malata.

Questo libro affronta quegli orrori che sono impressi a fuoco dentro di noi, e cerca di ricordarci come la bellezza di quella creatura che esalto ogni volta nelle mie recensioni, l’uomo, possa divenite fonte del male più oscuro, quando perde brandelli do coscienza.

Quando vive e di alimenta di pregiudizi e stereotipi.

Quando, invece di apprendere e crescere, resta fermo reiterando comportamenti patologici in grado di costruire una catena infinita di vendette e sopraffazioni.

Il nazismo non è finito con l’avvento della liberazione.

Non finisce per nulla il 25 aprile.

Non finisce per Antonio Marenzi con il suo ritorno a casa.

Quella ferita subita nell’inferno di Hagrwelle, che lo accompagnerà tutta la vita, viene suturata in due momenti essenziali della vita del giovane, l’incontro con colui che lo condanna all’orrore e la capacità di raccontare al mondo il dramma quel male che non è figlio di un oscuro e ctonio, Dio cornuto, ma dell’uomo stesso, creatura prediletta da Dio che sputa sull’intero progetto, sulla creazione, sull’altro e su se stesso.

Ma procediamo con rodine.

Tutti noi conosciamo il bieco progetto di Hitler.

Esso aveva come obiettivo principale la conquista e il dominio mondiale. Voleva vendicare i torti subiti dalla Germania creando una superpotenza in grado di far rizzare i capelli in testa a chi, dopo la prima guerra mondiale aveva osato umiliarla. I motivi occulti di questo suo delirante progetto è oggi stesso oggetto di studio, quale perversione, quale distorsione della mente costrinse quell’uomo quasi anonimo a divenire nella mente di tanti l’anticristo?

Per molti egli incarnava il male assoluto.

Per altri, tra cui me, è il simbolo di come sia labile il confine tra sanità e follia e come le frustrazioni, la mancanza di un obiettivo che possa dare un senso alla propria esistenza possa portare al baratro. Troppi ignorano i pericoli della gente infelice, quando è palese che l’insoddisfazione non fa altro che scavare ampie trincee dentro di noi con il risultato che, quei solchi vengono riempiti di ogni cosa che possa donare immediato sollievo. E fidatevi, non sono mai le sensazioni positive. Esse sono troppo leggiadre, troppo semplici per dare una sensazione di pienezza. Sono terreno per le anime abituate alla bellezza. Laddove c’è deserto la bellezza è quasi bandita. Per altri ancora, alcuni sono predisposti alla caduta, geneticamente portati per una scelta di sangue e deliri.

Hitler era questo e altro.

Per poter dominare aveva bisogno di creare anche una sorta di ideale portante, di teoria, messa a reggere, giustificare e dare importanza ai suoi progetti. La convinzione nella superiorità ariana fu il passo successivo. Noi gli eletti, gli altri schiavi, soggetti o semplicemente sbagli lungo la perfetta linea creazionistica della divinità.

E’ il dramma del totalitarismo.

E’ l’orrore nascosto del monoteismo.

In fondo, il nazismo non era che una sorta di incontro tra religione e politica, laddove la politica era la base su cui agire per appropriarsi finalmente di una terra promessa. E il nemico non poteva non essere il diverso, o semplicemente colui che si opponeva al progetto assoluto.

Comandare sugli altri, avere il potere di vita o di morte rendeva le SS una sorta di élite divina. L’altro era oramai ridotto a un oggetto da disporre a piaciemento, per il sadismo o semplicemente per arricchirsi.

O per rendere la nazione teutonica:

Indipendente il paese nell’importazione delle materie prime e lo avrebbe fatto divenire meno vulnerabile in caso di un conflitto di lunga durata.

 

Quando inizio il dramma italiano di cui fu vittima Marenzi?

Durante il caso succeduto all’armistizio. Che, dimostra, la peculiarità italiana, quell’attitudine alla superficialità e alla faciloneria che ancoraggi ci perseguita:

 

non teneva conto della mancanza di un piano per fronteggiare le truppe tedesche ancora stanziate in Italia, truppe, che ebbero così modo di occupare quasi tutto il paese in pochi giorni, mentre l’esercito italiano veniva abbandonato dai comandanti supremi e lasciato allo sbando senza ordini. Migliaia di nostri militari, presero la via dei monti e iniziarono la guerra partigiana che si andava strutturando proprio in quel periodo.

 

Ed è da questa carenza di responsabilità dal disordine che ne venne fuori che Marenzi conobbe Hagerwalle

 

Hagerwelle non era un fantasma, frutto della mente disturbata di un reduce di guerra, Hagerwelle era un campo di prigionia dei più terribili che la Germania avesse creato.

 

Da questo momento,  leggerete i passi più orribili che possiate mai concepire, resi più terrificanti dalla loro veridicità.

Come poterono uomini sopportare e sopravvivere a un infinito orrore?

Come poterono mantenere viva una briciola di umanità?

 

nonostante tutto, le privazioni, il dolore, le umiliazioni, lo stremo delle forze a cui tutti eravamo giunti, quegli animali non erano riusciti a toglierci l’umanità. Se i francesi non avessero fatto per me quel poco che potevano, se non ci fossimo scambiati nei momenti peggiori quelle poche semplici parole, forse non ce l’avrei fatta. Ma in mezzo a tutta quella disperazione, la loro presenza, la loro vicinanza, nonostante tutto teneva accesa una flebile fiammella di vita. Anche se vivevamo una realtà terribile e sospesa nel tempo. Anche se ogni giorno passava nella sua agghiacciante ripetitività, aspettando la morte,

 

E’ il contatto umano che salva dall’annichilimento totale. E’ la coscienza che nonostante il vuoto, nonostante la costante denigrazione della propria dignità, sopravviveva l’empatia, la compassione e la vicinanza. Non sono gli ideali a tenerci vivi, sono gli altri, quelli che oggi noi rifiutiamo sputando sulle sofferenze di chi, l’altro lo ha protetto con tutto se stesso, di chi ha trovato nel calore di un suo simile speranza e conforto. E’ la pietà l’unico vero insegnamento di questo testo, pietà anche di fronte al proprio carnefice perché le ideologia che sostengono la guerra sono i veri nemici:

 

Non era colpa sua della mia sofferenza, ma di quella creatura maligna che era la guerra. Era la guerra che aveva trasformato uomini normali in nemici, in assassinicapaci di ogni nefandezza. Era la guerra che aveva cercato di distruggere il buono che c’era in ognuno di noi.

 

E in questa consapevolezza straordinaria che il protagonista trova la vera, autentica via della salvezza, non un perdono sostenuto da sterili frasi fatte, ma una visione dolorosa ma salvifica della realtà

 

No, non gli avrei fatto nulla. Mi avvicinai e lui mi guardò cercando di capire chi fossi, perché lo fissavo così insistentemente, che cosa ci accomunasse. Arrivai ad un passo da lui e poi gli dissi solo: “Che Dio ti benedica”.

 

Io leggo molti horror e molti thriller.

Viaggio spesso nella psiche più deviata e contorta.

Ma in questo testo, signori miei, io ho ceduto e ho pianto.

Sono caduta e ho chiesto a Dio, o a chi di dovere perché tutto questo. Perché un ragazzino, invece di vivere spensieratamente, è dovuto sprofondare nella spirale abietta del delirio di onnipotenza.

La risposta l’ho trovata in una frase, che ancora adesso mentre la scrivo mi provoca brividi:

 

Prima degli uomini, ho visto morire l’umanità

 

Ecco leggetelo e cercate di difendere strenuamente ogni brandello di umanità.

Non lasciatela morire.

Non lasciate che odio, rancori, frustrazioni uccidano la vostra compassione.

Scoprite di nuovo, come lo sto riscoprendo io, il valore della pace. Imparate che essa  è soltanto la volontà di vivere in armonia con gli altri. Di dividere l’umanità in   nemici pronti a combattersi ferocemente per un pezzo di terra, per una scalata al successo, per un idea.

Perché nessuna è più importante dell’uomo.

Nessun sabato sarà mai più importante di quella strana e misera creatura.

Nessuna terra sarà mai tanto importante da essere annaffiata con il sangue.

La terra è nostra madre non la nostra carnefice.

 

e la terra non può darla Dio, ma la fame, l’amore di averla. 

Roberto Vecchioni

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