“Cuore di Tufo” di Giuseppe Chiodi, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Quando ho letto cuore di tufo di Giuseppe Chiodi mi sono detta non sono l’unica fissata con le tradizioni magiche”.

E mi sono rincuorata.

Non sono l’unica che crede nella presenza di spiriti ultraterreni, e che lascia una ciotola di acqua e del pane accanto ai fiori, perché i faeries possano portare fortuna e prosperità. Non sono forse l’unica che recita le preghiere quando passa davanti ai crocicchi, perché Ecate possa benedirmi. Non sono forse la sola che, quando va in montagna porta pane e latte alla terra, per ringraziarla di avermi ospitato. E dona tabacco al Padre montagna ogni qualvolta raccoglie un fiore, una pietra o una piuma. E che recita antiche cantilene di fronte a un tramonto, alla luna piena, a Sirio che brilla luminosa. O che la notte di San Giovanni il 24 agosto, fa il cambio delle erbe sacre, bruciando le vecchie e prendendo le nuove. E parliamo dei sacchetti magici? Retaggio di un’antica tradizione della stregheria che affonda le sue radici in antichi boschivi culti, in antiche leggende che raccontavano della meravigliosa e terribile Dea Bianca, portatrice di vita e protettrice delle fini.

Ecco le tradizioni magiche, sacre, quelle che furono l’originario culto delle nostre religioni attuali (vi stupirete di quante statuette della Dea numinosa venerate, convinti di omaggiare Maria) e che ancora sono alla base del nostro inconscio da cui sono scaturiti sogni, a volte incubi a volte superstizioni dure a morire. Cosi il buon Vecchio Dio Cornuto (no, non è un partecipante di Temptation Island ma è una divinità silvestre) diventa l’ambiguo dio del male. La nobile Ecate, diviene un’infernale matrona crudele e assetata di sangue, e la dolce Lilith un vampiro senza pietà. Ma intanto abitano delle regioni ctonie della nostra psiche, e volenti o nolenti, dobbiamo dare loro il ruolo che gli spetta: custodi del mondo immaginario, quello delle idee da cui ogni arte scaturisce. E Chiodi a suo modo li omaggia. Creando un libro caotico, onirico quasi un incubo dai mille tentacoli. E in ogni pagina omaggia una tradizione sovrastata dal frastuono dei vari Gomorra, dall’olezzo nauseabondo dei vari depositi abusivi. O velato del sangue dei suoi figli che, persa la loro fierezza antica, si lasciano morire, abbracciando il dio Mammona.

Napoli in questo testo che apparentemente disturba poiché veloce, e permeato di immagini, di schizzi pittorici, quasi fosse un Dalì folle a volerlo creare, in realtà brilla fiera, con il cipiglio ombroso ma dignitoso degli antichi Cimmeri.

E chi erano?

Un’antica popolazione Indoeuropea del Caucaso menzionati addirittura nella mitologia greca. Affine agli iranici erano portatori di una strana religiosità sotterranea che faceva di riti oscuri e misteriosi il loro marchio di fabbrica.

« … Là dei Cimmeri è il popolo e la città / di nebbia e nube avvolti »

(Omero)

Nel mito i cimmeri prendono varie forme ma a noi interessa una in particolare ossia quelli flegrei. Strabone parlando della nekya omerica (rito attraverso il quale spettri o anime dei defunti vengono richiamati sulla terra e interrogati sul futuro, ossia la moderna negromanzia.) cita Eforo (storico greco antico nato a Cuma eolica nel 400 A. C. ) che la metteva in relazione con la sede dei Cimmeri localizzata nella zona del lago di Averno. E questo lago era connesso profondamente con l’oracolo dei morti posto sotto la terra nelle vicinanze proprio dell’ingresso dell’Ade. I cimmeri, dunque, erano in rapporti stretti con l’altro mondo, quello in cui le energie liberate dalla carne dimoravano. Da qua nell’epoca moderna il loro appellativo di infernali, di foschi nel suo significato più negativo. E questo si lega alla leggenda secondo cui questo popolo viveva in case sotterranee collegate tra loro da gallerie dove essi accoglievano coloro che bisognavano della loro arte divinatoria. E questo li collega a altri miti riguardanti un misterioso popolo sotterraneo custode di arcani segreti, e temuto dai vili e dai normali. Posso citare Agharta, ma anche i miti riguardanti gli abitanti delle caverne nella zona dell’Aude.

E vogliamo parlare della famosa sibilla Cimmeria?

Situata nell’area di Cuma.

Ecco che in un lontano passato questa popolazione divine il simbolo della rinascita di un paese che ha dato i natali alla grande filosofia, che viveva tra fasti e tra elevata elucubrazioni culturali, un omaggio a una città che va conosciuta anche per il suo genio e non solo per omicidi, camorra e altre brutture. E Chiodi continua il suo viaggio citando del suo libro sia le gallerie di cui ho appena parlato, sia la riverenza che Napoli ha nutrito per i morti e altre fantastiche presenze troppo dimenticate.

Napoli e la morte ha un legame importante. Per loro i teschi e gli spiriti dei defunti contengono una fascinazione indiscussa, e sono i simboli della saggezza accumulata nel tempo. Non a caso nel testo di Pino imperatore il protagonista si fa guidare della voce di uno dei defunti presente nel favoloso e temuto cimitero delle Fontanelle, un ex ossario che si stende per più di 3000 mq e contiene i resti di un numero imprecisato di persone. Se per i più sensibili esso appare inquietante, per altri è un ventre materno, custode di mille storie, di mille esperienze, di mille voci come a conservare un legame energetico tra il vivo e i morti, cosi come accade in certi momenti come il 31 ottobre. Per gli esperti questa linea di continuità che unisce i due estremi dell’esistenza è importantissima per ristabilire una sorta di equilibrio: le energie di chi ha lasciato le spoglie mortali ed è capace di elevarsi al di sopra delle miserie umane, rigenera stranamente il nostro spirito perso e intrappolato in una materia che ci fa scordare, troppo spesso chi siamo.

Altro protagonista è il mitico Monacello spiritello tipico del folclore campano

O munaciello: a chi arricchisce e a chi appezzentisce 

Proverbio napoletano

E questo lo accomuna ai famosi Pixie irlandesi partecipandone sia la natura benefica ma dispettosa. E’ di solito rappresentato come un bambino deforme o una persona di bassa statura abbigliato con un saio e fibbia argentate sulle scarpe. La vox populi lo indica come un esperto delle vie sotterranee di Napoli che attraversa per giungere in vecchi palazzi causando non poche seccature. Esso tenderebbe a comunicare con il prescelto umano con tipiche manifestazioni che si dividono tra la simpatia lasciando per esempio monete e oggetti nascosti dentro l’abitazione ( in tal caso lo farebbe assomigliare la Lepricano irlandese) o di aperta ostilità nascondendo oggetti rompendo piatti e perseguitando i malcapitati. E nella più classica delle tradizioni guai a svelare la presenza del munacello: certi arcani prodigi vanno tutelati dal segreto.

Altra presenza del testo che sorride benevola è BellaMbriana uno spirito benevolo protettore delle casa e della tradizione familiare

Fanno diventar bello un brutto, arricchire un povero, ringiovanire un vecchio. Nel bel numero è la Bella ‘Mbriana, un vero augurio della casa. Qualche popolana, ritirandosi, la saluta: «Bona sera, bella ‘Mbriana!». E, così, se la propizia. »

Giuseppe Pitrè Curiosità popolari tradizionali, 1890

In questo caso essa si rivela più simile alle Salighe della tradizione montana dell’alto Adige creature dalla bellezza abbagliante che controlla, consiglia e protegge gli aitanti. E’ il simbolo del legame della solidarietà contadina, di quella sorte di etica apparentemente semplice e modesta che si risolveva nel rispetto per la tradizione, le pratiche culturali e i cicli naturali.

Antagonista della Mbriana è senza dubbio la Janara, la strega la portatrice di disordine che si oppone, dunque al sistema di giustizia alla fondamenta sociale, Alla Maat rappresentata dalla Fata mbriana. La Janara porta con se tutto ciò che è malevolo e incontrollabile: istinti eccessivi, passione, insomma caos, e una volontà di rivalsa e di vendetta che è il simbolo della perdita costante del legame uomo/dio uomo/natura. In un mondo in cui questo legame è stabile non servono incantesimi per sopperire alle frustrazioni: tutto scorre come deve scorrere e ogni accadimento è parte di un progetto più ampio

La Janara tenta di riparare i torti non con la giustizia ma con le fatture sovvertendo, dunque, il perfetto, sincronizzato ordine cosmico:

Nguento nguento, manname ’a lu noc’‘e Beniviento, sott’a ll’acqua e sott’‘o viento, sott’a ogne maletiempo !

E questo distacco dall’originaria armonia è rappresentato dal protagonista, Pietro. Convinto del suo fallimento, sperduto in questo caotico mondo, senza un ruolo preciso da rispettare Pietro è l’uomo moderno staccato dalle sue origini. Seppure profondamente incise nel proprio DNA (la famiglia e l’eredità) esse non riescono a far sentire la loro voce, riportandolo tra le braccia di un mondo meno egoista e meno sfrenato. Pietro perde tutto senza riuscire a capire il senso e il significato profondo che la perdita può rivestire nella sua evoluzione personale. La perdita non è un insegnamento ma la prova che è uno scarto della società poiché non in grado di reggere i suoi strani standard. Ecco che l’attaccamento alla tradizione magica e all’esoterismo non è più un’esigenza profonda, la volontà di interpretare il mondo in modo meno meccanicistico e privo di animo, ma diviene anch’esso una finalità cosciente: un mezzo per ottenere il suo posto nel mondo reale. E invece di accettare la propria alterità Pietro tenta di rinnegarla. Ed è da quel suo vano tentativo che inizia un percorso interiore strano, difficile dallo squisito sapore iniziatico: lui novello Rosenkratz trova, banale e dirsi ma difficile da farsi, semplicemente se stesso.

E lo trova nella battaglia finale per difendere strenuamente la sua eredità, riottenendo fiero e indomito la sua natura di cimmerio

Pietro, ti osservo da quando sei nato. Non ho mai conosciuto un uomo così devoto alla sua famiglia. Quel sangue antico che tu porti non ha mai brillato tanto nei tuoi antenati. Tu sei un Cimmero e sei Pietro, padre della splendida Ausonia. Sei la mia vita. E io lo so, Pietro, amore mio, lo so meglio di chiunque altro: tu puoi farcela. Tu sei speciale.

Io spero che questo testo, importante, scomodo forse, complicato e semplice, sicuramente originale e geniale possa non solo far rinascere nell’immaginario collettivo il rispetto per una città e per la sua cultura. Ma anche riportare l’uomo lungo la tortuosa ma favolosa strada dell’incanto, della magia e del rispetto per il mondo numinoso.

Bravo Giuseppe, i miei riveriti rispetti

Dint’ ‘o scuro e chi me vede

si sapisse che può dà matina e sera

t’aggio visto crescere e cantà

t’aggio visto ridere e pazzià

dint’ ‘o scuro e nun se crede

si sapisse votta a passà sta jacuera

t’aggio visto chiagnere e jastemmà

t’aggio visto fottere e scannà

bonasera bella ‘mbriana mia

ccà nisciuno te votta fora

bonasera bella ‘mbriana mia

rieste appiso a ‘nu filo d’oro

bonasera aspettanno ‘o tiemppo asciutto

bonasera a chi avanza ‘o pere c’ò core rutto

che paura a primmavera

nun saje cchiù che t’haje aspettà

e che succede

l’aggio visto ‘a guerra vuò vedè

sò ati tiempe e tu che può sapè

‘nfaccia ‘o muro ce sta’ ‘o core

‘e chi pava sempe e nun sente dulore

e aggio visto ‘e notte ‘o fuoco a mmare

chino ‘e rrobba e cu’ ‘nu fierro mmano

bonasera bella ‘mbriana mia

ccà nisciuno te votta fora

bonasera bella ‘mbriana mia

rieste appiso a ‘nu filo d’oro

bonasera aspettanno ‘o tiempo asciutto

bonasera a chi torna ‘a casa c’ò core rutto.

Pino Daniele

3 pensieri su ““Cuore di Tufo” di Giuseppe Chiodi, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

  1. Pingback: Vi presento Cuore di Tufo, il mio romanzo dark fantasy! – Immersività

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